ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO – ROMA – dal 1947 “la via italiana alla comunicazione” – Direttore: prof. Giuseppe Ragnetti
Tesina di fine Corso a cura di: Michele Tuccio – a.a 2009/2010
“L’Abito fa il Monaco”
Non hai mai una seconda possibilità
per fare una buona prima impressione
La comunicazione è un’arte costituita da 3 componenti: verbale (contenuti), paraverbale (tono di voce) e non verbale (linguaggio del corpo).
Secondo una ricerca, la comunicazione verbale, e quindi le parole che sono dette, rappresenta solo il 7% della comunicazione globale. Le parole pertanto colpiscono l’attenzione dei presenti in misura nettamente minore di quanto si possa pensare. D’altra parte, il paraverbale (tono, timbro, volume, inflessione della voce, ecc) rappresenta un sempre ridotto 38% della comunicazione. Ciò implica che per farsi capire occorre necessariamente alternare il tono della voce in base ai concetti che si vuole esprimere, seppur questo non basta per realizzare un’interazione efficace. Infatti, ben il 55% della comunicazione passa attraverso l’atteggiamento non verbale: ad esempio il contatto con gli occhi, i movimenti del corpo, delle mani, i supporti visivi, ecc. Una buona fetta di questa percentuale appartiene proprio agli abiti e al nostro modo di vestire.
L’essere umano si veste certamente per proteggersi da fattori esterni e per coprire certe parti del corpo per pudore, ma anche perchè vuole comunicare qualcosa. Infatti con l’abbigliamento si inviano messaggi relativi al sesso, all’età, alla classe sociale, alla personalità, all’umore, ai gusti personali.
Attraverso l’abbigliamento si definiscono anche i termini della relazione reciproca, inviando segnali di potere (come ad esempio le corone), di posizione economica (come i gioielli o gli abiti firmati) o di competenza professionale (tramite ad esempio le divise).
In particolare le comunicazioni realizzate con l’abbigliamento diventano importanti nelle interazioni e nelle relazioni di breve durata, dove gli interlocutori azzardano dei giudizi perchè non sono in possesso di altri elementi.
Occorre difatti considerare che l’immagine che diamo di noi stessi si basa generalmente sulla prima impressione, la quale si forma in soli 7 secondi, per cui diventa fondamentale decidere in prima persona il messaggio che si vuole veicolare, anziché lasciare che siano gli altri a farlo al nostro posto.
Se si dà una prima impressione sbagliata, sarà molto difficile recuperare un rapporto. Specie nei lavori in cui ci si trova a parlare in pubblico di fronte ai colleghi, senza che i quali ti conoscano a fondo. Spesso non basta tutta la vita per cambiare quell’impressione, basata proprio sulla comunicazione non verbale, il linguaggio del corpo, le espressioni, il sorriso, sul modo in cui ci si presenta e come si è vestiti.
Secondo alcuni ricercatori americani che hanno pubblicato uno studio sul Personality and Social Psychology Bulletin, si può giudicare la personalità di uno sconosciuto già dall’apparenza fisica. Difatti lo studio dimostra che le analisi basate sulle apparenze sono generalmente molto affidabili. Per far ciò gli psicologi hanno mostrato ad un centinaio di volontari delle foto di gente sconosciuta: sì è così dimostrato che i partecipanti erano capaci di cogliere diversi aspetti della personalità delle persone ritratte, come ad esempio il livello di autostima, di timidezza e addirittura la religione.
Le persone fotografate sono state immortalate due volte: in una posizione standard, abbastanza inespressiva, e in una posa più spontanea. I protagonisti di queste immagini hanno in seguito descritto il loro carattere.
Successivamente, la descrizione fornita è stata comparata con quella percepita dai volontari che hanno osservato le foto. Il risultato è stata una forte omogeneità fra i due giudizi. Nel caso delle foto spontanee la precisione nel giudizio di chi ha osservato le immagini è stata inoltre particolarmente elevata. Insomma, una foto autentica, realizzata in un contesto naturale, può dire molto di noi: può rivelare i tratti della personalità, i gusti e persino inclinazioni ideologiche e religiose.
La conclusione di questa ricerca non è, ovviamente, che l’apparenza è più importante della sostanza. Lo studio piuttosto pone l’accento su come il nostro carattere e le nostre idee modifichino anche il modo in cui gestiamo il nostro corpo e la nostra immagine. Ovvero, la nostra personalità emerge anche attraverso l’aspetto, in modo particolarmente determinato.
Eibl-Eibesfeldt fa notare come gli abiti da guerra del passato avessero dato risalto alle parti del corpo che fanno apparire l’uomo più grande e minaccioso attraverso la sottolineatura dei tratti più virili, in particolare le spalle squadrate. Tali caratteristiche si ritrovano più o meno in tutte le culture, anche le più diverse tra loro: gli Indios dell’Amazzonia, per esempio, usano ornare le spalle con ciuffi di penne quando si preparano alla guerra.
Probabilmente non è giusto giudicare un libro dalla copertina ma tutti lo facciamo. Probabilmente è più competente una donna in jeans che una con un vestito più formale ma ognuno valuta in un primo momento l’altra persona in base a come appare. Come si dice in informatica: WYSIWYG (What You See Is What You Get, ossia quello che vedi è quello che ottieni).
Si può chiarire tale concetto con un esempio pratico. Un uomo sta valutando l’acquisto di un auto nuova. Il venditore che lo ha servito alla concessionaria è stato bravo, ma l’auto non era fisicamente disponibile, per cui non è riuscito a toccarla con mano, a provarla. Con un eloquio fluente ed elegante, il venditore ha illustrato le eccezionali caratteristiche tecniche, la linea elegante, il comfort assoluto dell’autovettura. Per aiutarsi ha estratto da un cassetto della scrivania dei fogli sparsi, stampati un po’ sbiaditi, corredati da foto un po’ mosse e da qualche testo buttato qua e là.
Il cliente ha sentito parlare bene di quel modello, il marchio è prestigioso, ma gli resta qualche perplessità. Averla vista presentata in quel modo improvvisato gli insinua il dubbio: non gli sembra possibile che un marchio così importante, sinonimo di leadership, di stile, di prestazioni non gli abbia consegnato un catalogo prestigioso. Un catalogo in grado di valorizzare la macchina che vuole comprare.
È vero, per comunicare serve sostanza. Ma quando c’è sostanza, questa deve essere presentata al meglio. Comunicare è imprescindibile e il passo tra farlo male e farlo bene è breve. I risultati sono però assolutamente agli antipodi. Quindi meglio comunicare bene.
Inoltre la nostra comunicazione verrà paragonata anche alla comunicazione di marchi simili al nostro. Il risultato finale sarà inappellabile e dipenderà anche dal risultato di questo confronto.
Ecco quindi che la grafica coerente di un catalogo, immagini in grado di colpire l’attenzione, il testo in grado di spiegare, ma anche di emozionare, diventano parte integrante dell’offerta di un prodotto.
Quanto conta un buon (bel) catalogo in una vendita? Molto. Forse di più di quello che si possa immaginare. Anche quando ci proponiamo al mercato, quindi, l’abito fa il monaco. E deve essere anche un abito all’altezza delle aspettative.
Ormai questa tesi è assodata in tutto il mondo manageriale e non, tanto che all’università Bocconi di Milano è stato istituito il corso Dress to impress (ossia «Vestiti per fare colpo») per la Sda, Scuola di direzione aziendale, in cui gli studenti imparano come presentarsi a un colloquio, nella speranza di fare buona impressione e, in prospettiva, imparano anche come presentarsi nei vari momenti salienti della loro carriera.
Indicazioni di stile ma anche di carattere pratico, finalizzati a creare un look che sia distintivo ma naturale, personalizzato ma sempre armonioso con il contesto in cui ci si inserisce e soprattutto mirato a dimostrare le nostre capacità, affidabilità e dedizione. Si enfatizza soprattutto la necessità di crearsi un signature look, ossia un aspetto che rechi la nostra firma e ci rispecchi, nell’ottica di una totale sinergia tra quello che siamo fisicamente, mentalmente e spiritualmente.
Quello che spesso non viene preso in considerazione, è che l’abito, come ogni forma di comunicazione, deve rifarsi al soggetto recettore. Come elaborato infatti dalla Teoria della tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello, al contrario di quello che generalmente viene sostenuto, la comunicazione si concretizza nel rapporto fra due termini principali: il soggetto promotore e il soggetto recettore. Ed è proprio in base a quest’ultimo che chi vuole instaurare un rapporto di interazione deve scegliere cosa comunicare e in quali termini.
Si analizzi ad esempio la figura di Michelle Obama, spesso recentemente oggetto di commenti nei giornali di tutto il mondo. La sua scelta di indossare l’abito di una stilista ispano-americana nel giorno del discorso di insediamento del marito rappresenta una mossa ben precisa, riconducibile a un piano più ampio. Infatti anche in precedenti occasioni di rilievo la first lady aveva scelto Narciso Rodriguez, un altro couturier figlio di immigrati cubani. Ma per quale motivo tale scelta? Presto detto: suo marito ha puntato molto sui contatti con le comunità dei latinos come serbatoio di voti. L’impressione è quindi che la moglie del presidente degli Stati Uniti voglia sottolineare la svolta promessa anche con il proprio abbigliamento, diverso dallo stile sobrio e conservatore che contraddistingueva la sua predecessora Laura Bush.
Lo studioso Joseph S. Nye scriveva in suo articolo che “Anche i segnali non verbali sono importanti nell’arte di comunicare dei leader. Alcuni leader capaci di ispirare il loro pubblico non sono grandi oratori. Non lo era il Mahatma Gandhi, ma il simbolismo del suo abito contadino bianco e del suo stile di vita parlavano più delle sue parole”. Nye nominava poi anche Lawrence d’Arabia che alla conferenza di Pace di Parigi si recò in abiti beduini per drammatizzare la causa araba. Ma anche la particolarità di certo abbigliamento che ha distinto gli hippies e i beats erano segnali per comunicare di essere contro o a favore, esprimevano disaccordo verso determinate situazioni. E’ chiaro poi come lo stesso abito, indossato da persone diverse in situazioni diverse, con un soggetto recettore diverso, assuma connotati diametralmente opposti. Ad esempio il sari indiano indossato da una donna in piena Torino non trasmette gli stessi messaggi se indossato a Calcutta, per non parlare della kefiah portata dal beduino nel deserto o in una protesta studentesca.
Si conclude quindi che è importante non vestirsi in un tal modo perchè imposto dalla tradizione o dalla società, ma scegliere di propria testa cosa voler comunicare con gli abiti, in base al contesto e al soggetto recettore.
La nostra mente subisce in profondità l’effetto abito e giudichiamo inconsciamente una persona proprio da tutti i fattori della comunicazione non verbale. Con il nostro packaging infatti noi possiamo comunicare chi siamo, cosa possiamo offrire e dove vogliamo arrivare.
Ecco dunque che possiamo sostenere che l’abito fa il monaco.
O per lo meno fa quello che vogliamo apparire.
Prof. Giuseppe Ragnetti – Direttore Istituto di Comunicazione “FRANCESCO FATTORELLO” – Roma
“La Creatività incontra la Comunicazione”
Se comunicare è “mettere in comune” e quindi “condividere”, per quale forma di alchimia ciò può verificarsi attraverso la scrittura?!
La scrittura è una modalità della comunicazione realizzata sempre e comunque attraverso l’uso di parole non più dette ma trasmesse su un supporto cartaceo o tecnologico. Ed è questa l’unica “diversità” rispetto all’oralità.
Ma è chiaro che nella scrittura, rispetto all’oralità, viene a mancare tutto ciò che rappresenta circa il 90% della comunicazione (30% il paraverbale e il 60% la CNV e la simbolica).
Eppure la parola scritta può comunicare, mettere in comune, condividere: e quando ci riesce lo fa egregiamente. E quando non ci riesce i motivi sono i più diversi ma mai il motivo è da ricercare in un limite intrinseco, tecnico , della parola scritta… E’, forse, proprio questa l’alchimia: la capacità del testo scritto di trasformare un modesto potenziale comunicativo del 10% in un risultato che può raggiungere anche il 100%!!!
Ma allora ha proprio ragione Galileo, quando afferma: “ Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual’eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsiasi voglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? Parlare con quelli che sono nelle Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e diecimila anni? E con quale facilità? Con i vari accozzamenti di venti caratterizzi sopra una carta…………..”
(Galileo, Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, giornata I,)
Nella NEWSLETTER di Iamcr–vol 17/1 – april 2007 e sul sito www.iamcrparis2007.org è pubblicata la foto (sopra) di quattro dei fondatori della nostra associazione nel 1957.
Tra questi il primo a sinistra è Francesco Fattorello, il massimo studioso italiano dei problemi dell’Informazione e della Comunicazione autore della originale impostazione teorica denominata “La Tecnica Sociale dell’Informazione” la cui formula ideografica appare chiaramente scritta sulla lavagna alle spalle dei quattro fondatori: è questa una foto di grande rilevanza storico-culturale, perché per la prima volta quella formula veniva scritta sulla lavagna di una prestigiosa istituzione internazionale,fornendo significativi stimoli alla fondazione in sede UNESCO della nostra Associazione.
Fattorello partecipò molto concretamente alla nascita e allo sviluppo di Iamcr di cui fu apprezzato Vicepresidente ininterrottamente dal 1964 al 1981, nonché Presidente della Commissione per lo studio dei problemi relativi alla formazione professionale dei giornalisti . Nel 1981 lascia la vicepresidenza per motivi di salute e riceve l’ultimo riconoscimento internazionale con la nomina di Membro Onorario a vita di Iamcr.
I proficui scambi internazionali portarono Fattorello a presentare la sua Teoria in numerose Università in Europa e nell’America Latina. Dopo averla esposta l’anno precedente all’Università di Strasburgo al Centre International d’Ensegnement Superieur du journalisme, nel 1959 pubblica finalmente il volume “Introduzione alla Tecnica Sociale dell’Informazione”.
Dopo numerose riedizioni la Tecnica sociale fu tradotta in francese e spagnolo e adottata nel 1969 come testo ufficiale anche dall’Università di Caracas. L’ultima edizione a stampa è del 1970, divenuta ormai introvabile.
A vent’anni dalla scomparsa di Francesco Fattorello ho sentito il dovere di pubblicare di nuovo la TEORIA DELLA TECNICA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE ideata e insegnata per la prima volta a Roma sin dall’anno accademico 1947/48, presso la prima Scuola italiana del settore, all’Università “La Sapienza” di Roma.
Come direttore dell’Istituto che porta il nome dell’insigne studioso italiano, ho avuto la responsabilità di diffondere i suoi insegnamenti attraverso i corsi di formazione nei contesti più diversi e in quelli istituzionali attivati ormai da 60 anni ed ora, attraverso questa nuova edizione della Tecnica sociale.
L’obiettivo che intendiamo raggiungere è quello di mettere a disposizione degli studenti di Scienze della Comunicazione e degli operatori interessati l’approccio teorico fattorelliano che rappresenta una visione di una incredibile modernità e ci sembra poter fornire una risposta adeguata alle crescenti esigenze di informazione e comunicazione che connotano le Società democratiche di oggi.
L’impostazione teorica proposta da Francesco Fattorello , largamente anticipatrice , in tutto il contesto internazionale ha ormai acquisito sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica.
In altri termini possiamo tranquillamente affermare che oggi l’approccio mondiale alla comunicazione scaturisce dall’impostazione teorica fattorelliana. Tutto ciò è motivo di grande soddisfazione per Iamcr che ha potuto annoverare Francesco Fattorello tra i suoi più convinti ideatori e sostenitori.
L’Istituto Francesco Fattorello ha in programma l’edizione in lingua inglese della Tecnica Sociale.
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI “CARLO BO” URBINO – Laurea Specialistica in Editoria, media e giornalismo – Anno accademico 2006-2007 – Corso di Tecniche di relazione – Professore Giuseppe Ragnetti
“L’obiettività come negazione dell’informazione”
a cura di Laura Volpe
Durante gli studi di giornalismo ci siamo trovati, spesso e volentieri, di fronte a professori che ci hanno insegnato che alla base di questo mestiere ci debba essere l’obiettività.
Negli anni continuano ad inculcarci questa condizione come essenziale per chi vuole intraprendere il mestiere del giornalista.
E invece poi si scopre che l’obiettività non esiste perché noi, in quanto soggetti opinanti, NON possiamo che essere soggettivi e porre qualcosa di nostro in qualsiasi processo di informazione.
La tecnica sociale dell’informazione di Fattorello ci insegna proprio questo: l’obbiettività è la negazione dell’informazione.
Il fenomeno dell’informazione è il processo che salda un rapporto fra chi informa(soggetto promotore) ed il suo recettore( soggetto recettore).
Per questo, il rapporto di informazione, avviene attraverso un soggetto promotore(SP) che trasmette al soggetto recettore(SR), sulla base di un argomento esterno (X)) e attraverso un mezzo o strumento (M), la forma che EGLI dà all’oggetto di informazione.
X)
M
SP SR
O
Informare vuol dire proprio “dare forma” a qualcosa e poi, come nel caso del nostro schema, comunicarlo ad un altro soggetto. Ma la cosa importante da capire è che i soggetti sono dentro al fenomeno dell’informazione e, in base alla loro caratteristica di essere soggetti intelligenti dotati di una propria opinione, non può esistere l’obiettività.
Ecco perché l’obiettività è la negazione dell’informazione, anche se vogliono insegnarci il contrario, l’informazione è assolutamente soggettiva.
Ritornando al nostro schema, c’è da approfondire le varie funzioni nel processo di informazione.
La X) rappresenta la MATERIA oggetto dell’ informazione, è IL fatto,la parentesi sta ad indicare che questa materia è esterna al processo.
SP e SR sono soggetti opinanti. Il soggetto promotore trasmette la forma che egli ha dato di un fatto o di una cosa e il soggetto recettore non si limita a ricevere detta forma, ma la interpreta a sua volta. Perciò ENTRAMBI danno forma a ciò che è oggetto dell’informazione (X)).
Questo sta a farci capire come il soggetto promotore e quello recettore siano sempre gli stessi diversificati nella loro funzione.
Per quanto riguarda il mezzo o lo strumento (M) attraverso il quale i soggetti instaurano questo rapporto di informazione, la scelta dello stesso ha una funzione essenziale nel rapporto in quanto deve essere percepibile sia dal promotore che dal recettore.
Il termine O è l’opinione. È ciò che si identifica come la forma, la manifestazione dell’opinione data dal promotore che mira ad ottenere l’adesione del recettore. La O sta a rappresentare l’abito che, il promotore prima e il recettore poi, mettono al fatto, alla materia, ovvero alla X).
Tutto questo sta a significare che la conoscenza di un determinato fatto avviene tramite la mediazione del tecnico dell’informazione, che si colloca fra l’ oggettività del fatto e il suo soggetto recettore attraverso una doppia valenza di soggettività: la propria e quella del recettore che, a sua volta, essendo un soggetto opinante, interpreta l’interpretazione che gli è stata data.
Da ciò risulta il fatto che non si trasmette mai la realtà vera e propria ma sempre la sua forma, l’”abitino” della X). Molto importante è il fatto che detto “abitino” debba essere “cucito” sull’acculturazione( intesa come habitat naturale e visione del mondo del soggetto, ciò che lo ha “socializzato”) del soggetto recettore. A questo punto è palese che in tale rapporto non si possa parlare di obiettività.
L’uomo non è una macchina e non riferisce il fatto da “esterno”, bensì riferisce la forma che egli stesso da al fatto, la sua opinione che non può mai essere oggettiva. Quindi, il bravo giornalista è colui che dà l’abito più adatto ai fatti di fronte al suo recettore, è colui che trasmette la realtà nel modo più vicino possibile a ciò che è il mondo sociale del lettore.
È da tutto questo discorso che scaturiscono i principi base dell’informazione pubblicistica: Coloritura, Interpretazione, Semplicità.
Il primo suscita l’attenzione del lettore sul fatto, l’interpretazione supplisce al fatto di non essere stati fisicamente presenti all’accaduto e la semplicità che non impone un lavoro intellettuale troppo impegnativo per un recettore che è sempre più distratto da mille stimoli. Alla base di quanto si è detto si capisce che la realtà NON può essere comunicata e che può essere trasmessa solo la sua FORMA ovvero FORMULAD’OPINIONE che il soggetto promotore propone, tenendo conto della acculturazione del soggetto recettore, per ottenerne l’ADESIONE.
Non era un corso come tutti gli altri quello a cui avevo deciso di partecipare quel 14 dicembre del 2004. Effettivamente era proprio diverso rispetto a quelli che siamo normalmente abituati a frequentare noi commercialisti, anzi mi correggo, “dottori commercialisti” come raccomanda vivamente di definirci il nostro Ordine. Parlavo di un corso diverso, mi spiego meglio.
Normalmente i corsi che riguardano un dottore commercialista hanno sempre a che fare con Testi Unici delle Imposte dirette, DPR sulle imposte indirette, decreti legislativi, circolari, principi contabili, argomenti dalle sigle ai più insignificanti come IVA, IRAP, IRE, IRES, ecc.
Secondo l’impostazione di origine anglosassone, il cliente può essere influenzato con un’opportuna scelta delle variabili comunicazione, prezzo, prodotto e punto vendita
L’argomento che si sarebbe tenuto quel giorno, LA COMUNICAZIONE DEL PROFESSIONISTA, proprio per la sua diversità, aveva attirato la mia attenzione e così, decisi di parteciparvi. Sentendo la parola comunicazione il mio pensiero è tornato indietro, a cercare tra i ricordi universitari una traccia dell’esame di marketing, che avevo superato brillantemente vent’anni prima. Affioravano nella mia mente vaghi e sbiaditi ricordi sulla comunicazione.
Rammentavo che la comunicazione era una delle quattro variabili (insieme a prezzo, prodotto e punto vendita/distribuzione) della strategia di vendita o di marketing mix. Secondo questa impostazione di origine anglosassone, il consumatore (o più genericamente un cliente finale) può essere influenzato con un’opportuna scelta di queste variabili, ed in particolar modo attraverso un’importante campagna pubblicitaria/di comunicazione, a compiere azioni che altrimenti non avrebbe mai compiuto.
L’informazione di per se stessa è come una materia grezza, come la creta in mano al suo scultore, non avrebbe alcun valore se in qualche modo non venisse “manipolata”
In altre parole, una volta identificato, attraverso delle opportune ricerche di mercato, il bersaglio (o target), che è fisso e ben definito, l’importante è miscelare bene le variabili ed il gioco è fatto. Ma è davvero così semplicistico convincere un cliente? Il cliente è realmente un bersaglio fisso? Comunicazione e pubblicità sono allora la stessa cosa? Se è così ne deve allora conseguire che chi fa più pubblicità vende automaticamente di più il proprio prodotto o servizio?
L’informazione non può mai essere obiettiva ed è sempre espressione di soggettività
Come professionista mi sono fatto molte volte queste domande, ponendomi non pochi dubbi a riguardo, senza darmi mai delle spiegazioni esaurienti. Forse a partire da quel giorno avrei potuto dare delle risposte più convincenti ai miei tanti interrogativi. Comincia così la mia “avventura” con il Fattorello. Premessa l’importanza, in taluni casi, delle altre tre variabili indicate (prezzo, prodotto e punto vendita/distribuzione), nel caso di un professionista un ruolo fondamentale, per poter “vendere” meglio i propri servizi, è quello occupato dalla comunicazione.
Non si può parlare di comunicazione se non ci si sofferma inizialmente sulla “materia prima” informazione e su come trasformarla. L’informazione di per se stessa è come una materia grezza, come la creta in mano al suo scultore, di per sé non avrebbe alcun valore se in qualche modo non venisse “manipolata”. Il fatto che l’informazione sia sempre in qualche modo manipolata mi permette di sfatare subito un mito: l’obiettività dell’informazione.
Un professionista sarà tanto più convincente con il suo cliente quanto più riuscirà ad entrare nel suo cervello, quanto più sarà in grado di interpretare i suoi gusti, le sue tendenze, le sue preferenze
Quante volte in tv o alla radio o leggendo un giornale ci siamo sentiti dire che l’informazione che da loro viene data è obiettiva. Oppure, ancora peggio, che la loro informazione è assolutamente obiettiva mentre quella del concorrente no. Nulla di più falso!!! L’informazione non può mai essere obiettiva ed è sempre espressione di soggettività. Fatta questa fondamentale premessa si può parlare di comunicazione.
La disciplina della comunicazione è molto complessa in quanto, come vedremo successivamente, entrano in gioco mille componenti e proprio quando si pensa di aver capito tutto emergono altre variabili non considerate. Come deve essere allora attivato il processo di comunicazione? Esiste una formula “magica” per descrivere questo processo di comunicazione? Il prof. Fattorello, studiando la comunicazione come tecnica sociale, ha elaborato una formula dentro la quale l’intero concetto di comunicazione è racchiuso.
Comunicare significa mettere in comune. Non è solo di tipo logico-semantico ma anche e soprattutto di tipo affettivo-emotivo
Abbiamo un soggetto promotore (SP), un mezzo (M), una formula d’opinione (O), attraverso la quale descrivo un fatto, ed un soggetto recettore (SR) che impropriamente nella scuola anglosassone viene definito target o bersaglio fisso. Supponiamo che in questo istante nel mondo si verifichi un determinato fatto, colui o coloro che decidono di parlarne comunicheranno quel qualcosa a modo loro. La realtà non entrerà mai tale e quale nel rapporto di comunicazione. Il soggetto promotore vede la realtà con tutta la sua soggettività e mette addosso a quel fatto la sua interpretazione, il suo abitino.
Da questo si deduce che la tanto decantata obiettività è un clamoroso “bluff”. In qualunque ambito ci troviamo dobbiamo allora concentrarci sulla O ossia sull’interpretazione che il soggetto promotore dà alla realtà. Tale interpretazione sarà tanto più convincente quanto più riuscirà a raggiungere il maggior numero di soggetti recettori. Emerge allora una eclatante verità: il soggetto recettore è un elemento fondamentale nel processo di comunicazione e non un soggetto passivo come forse fino ad oggi qualcuno credeva o voleva farci credere.
L’impatto della comunicazione non verbale è nettamente superiore a quella di tipo verbale. Il 90% della comunicazione interpersonale è rappresentata da messaggi non verbali emessi in maniera inconsapevole
Analogamente un professionista sarà tanto più convincente con il suo cliente quanto più riuscirà ad entrare nel suo cervello, quanto più sarà in grado di interpretare i suoi gusti, le sue tendenze, le sue preferenze. Un aspetto che il soggetto promotore dovrà sempre tenere presente è che i soggetti recettori sono capricciosi quindi potrebbero cambiare idee, esigenze ecc.
Un buon commercialista, ad esempio, non sarà soltanto colui che fornisce un buon servizio o che sa a memoria tutto il testo delle imposte dirette, ma colui che cercherà di entrare il più possibile nel pensiero del suo soggetto recettore che, nel caso specifico, è il cliente.
Possiamo allora definire due concetti fondamentali: 1) la realtà non può essere comunicata ma solo essere messa in forma”, cioè informata; 2) per ottenere l’adesione del soggetto recettore bisogna guardare la realtà il più vicino possibile a come la vedrebbe lui. Quanto più il soggetto promotore/professionista (SP) ed il soggetto recettore/cliente (SR) riusciranno a condividere il modo di vedere la realtà tanto più sarà efficace il processo di comunicazione.
Ne consegue che non esiste un modo di condizionare gli altri per portarli verso noi stessi, esiste però l’imperativo categorico di studiare a fondo e capire il nostro soggetto recettore/cliente. Quanto più capiremo il nostro soggetto recettore, tanto più sarà efficace il processo di comunicazione. Comunicare significa mettere in comune. La comunicazione non è solo di tipo logico-semantico (verbale) ma anche e soprattutto di tipo affettivo-emotivo (non verbale).
Laddove comunicazione verbale e non verbale (tono della voce, gestualità, movimenti ecc.) coincidono tanto più efficace è il messaggio che vogliamo comunicare
L’impatto della comunicazione non verbale è nettamente superiore a quella di tipo verbale. Il 90% della comunicazione interpersonale è rappresentata da messaggi non verbali emessi in maniera inconsapevole. Per un professionista imparare a comprendere e gestire tali messaggi è fondamentale per comunicare bene. Laddove comunicazione verbale e non verbale (tono della voce, gestualità, movimenti ecc.) coincidono tanto più efficace è il messaggio che vogliamo comunicare.
Il professionista (soggetto promotore) ed il cliente (soggetto recettore) all’interno del processo di comunicazione non occupano sempre la stessa posizione ma alternativamente diventano soggetto recettore e soggetto promotore, dando vita ad un continuo processo di comunicazione. Una volta avviato il processo di comunicazione segue un processo fondamentale che è il controllo. Con il processo di controllo si arriva a misurare (in situazioni importanti si ricorre a studi come la doxometria) la l’adesione, ossia il consenso che viene dato dal soggetto recettore.
E nel caso di scarso consenso il soggetto promotore dovrà cercare di apportare gli opportuni cambiamenti alla formula di opinione proposta, per avvicinarsi il più possibile al soggetto recettore. Un professionista che vuole comunicare bene con il suo cliente deve innanzitutto capire chi è il suo interlocutore e qual è il modo migliore per entrare in comunicazione con lui. Non deve, inoltre, mai perdere di vista quelli che possono essere i cambiamenti che intervengono nei suoi gusti, nelle su
e esigenze, nelle sue aspettative.
Da quanto finora esposto si deduce che comunicare sia un’arte, difficile e semplice nello stesso tempo. Saper comunicare bene è, quindi, una sfida importante che coinvolge indistintamente tutte le categorie ma, in particolar modo, quella dei professionisti che necessitano di ottenere una comunicazione quanto più efficace.
Purtroppo ancora oggi molti professionisti cercano di “colpire” i clienti con paroloni inutili, linguaggio tecnico ed una terminologia che, alla maggior parte delle persone, appare a dir poco incomprensibile. Parafrasando una famosa pubblicità di tanti anni fa verrebbe da dire “meditate professionisti, meditate……”
Cosi’ scriveva Francesco Fattorello nell’Aprile del 1975
Il giornalista, l’informatore dei fatti del giorno, dei fatti contingenti, per eccellenza, ha come oggetto delle sue attività professionali l’attualità. Che cosa è l’attualità, che cosa sono i fatti del giorno? Scrive Guy Gauthier in un suo volume dal titolo “L’actualitè, le journal et l’èducation” (Paris; Tema editions 1975) “l’èvenèment est un rècit de presse”.
Il giornalista si trova nel mezzo degli avvenimenti ancora in via di svolgimento e per queto il suo racconto dell’avvenimento ha qualche cosa di vivo
E la definizione può andar bene se si sa che cosa vuol dire “relazione giornalistica”, se si sa quali sono i vincoli dai quali è condizionata la stesura giornalistica. Questi “rècit de presse” suscitano in noi una certa emozione più o meno immediata. Possono esercitare anche un’emozione collettiva alla quale più o meno possono partecipare i recettori del giornale come un recettore di gruppo.
La storia non può incominciare se non dopo che le sue “onde” (impulsi animati) hanno cessato di farsi sentire, il giornalista proprio quelle “onde” deve percepire: in esse il senso dell’attualità
Naturalmente il “rècit de presse” non è una narrazione storica. La storia ha per oggetto i fatti trascorsi di cui conosciamo il principio, lo svolgimento e la fine. Qui ci troviamo, invece, nel bel mezzo dei fatti, ci troviamo nel mezzo degli avvenimenti ancora in via di svolgimento o appresso ai fatti di cui riteniamo di conoscere un certo svolgimento contingente.
E il rendiconto giornalistico dell’avvenimento, proprio per il suo rapporto ancor immediato col fatto, ha qualche cosa di vivo, come ha scritto Pierre Nora, qualcosa che, inserito nel contesto del giornale e per il rapporto diretto “ancora caldo” con l’avvenimento, suscita qualche effetto, emana delle “onde” che sono la sua forza sociale, quasi gli impulsi di qualche cosa ancora animata.
Mentre nella tradizione del giornalismo occidentale l’attualità è la realtà sociale immediata, nel giornalismo marxista-leninista è soprattutto una valutazione di essa dal punto di vista politico e ideologico
Ora, mentre la storia non può incominciare se non dopo che quelle “onde” hanno cessato di farsi sentire, il giornalista proprio quelle “onde” deve percepire: in esse il senso dell’attualità. Si aggiunga ancora che, mentre nella tradizione del giornalismo occidentale l’attualità è la realtà sociale immediata, ancora palpitante, realtà sociale contingente, non attinente a ciò che fu ma a ciò di cui l’informatore è testimone o partecipe e di cui riferisce, come altri ha detto, “al ritmo del presente”; nella tradizione del giornalismo marxista-leninista l’attualità attiene non soltanto alla realtà sociale contingente, ma è soprattutto una valutazione di essa dal punto di vista politico e ideologico dell’editore, del giornalista e del lettore.
Francesco Fattoreello
Non si tratta di una realtà astratta, rilevata secondo una teoria obiettivistica: perché se tale fosse non sarebbe più una realtà giornalistica. Secondo Vladimir Hudec (di cui è apparso un saggio in “Journaliste dèmocratique“, n.2 del 1975) non si tratta di una realtà astratta.
Poiché non si possono presentare tutte le informazioni, esse sono presentate secondo una scelta delle più interessanti o delle più importanti, valutate secondo interessi e ideologie
E’ il contenuto sociale con i suoi tratti politico-ideologici, il suo valore differenziato secondo interessi di classe e di partito che fa di una attualità una attualità giornalistica . L’attualità (sono sempre concetti di Hudec) non esiste da sola. Non si tratta di una presa di conoscenza, ma di una valutazione di quella attualità utilizzata nella lotta di classe per imporre le tendenze ritenute più giuste per lo sviluppo sociale.
Questa è la concezione dell’attualità in funzione giornalistica che discende dalla interpretazione politica del giornalismo marxista-leninista. Dice ancora Hudec che, nel mondo occidentale, giornale, cinema, radio e televisione ritengono di avere come fine quello di fornire delle informazioni obiettive.
Lenin diceva che un giornale deve avere un orientamento permanente. Un giornale senza orientamenti è una cosa assurda
Ma poiché non si possono presentare tutte le informazioni, esse sono presentate sempre secondo una scelta delle più interessanti o delle più importanti, e questa scelta è già una valutazione secondo determinati interessi e determinate ideologie.
Lo aveva già affermato uno dei maggiori maestri della propaganda politica: Lenin, quando diceva che un giornale deve avere un orientamento permanente. Un giornale senza orientamenti è una cosa assurda.
1. Tutti conoscono quella teoria secondo la quale l’informazione è una quantità. L’informazione come quantità diminuisce l’incertezza. Una informazione riduce della metà la quantità delle incertezze. Due informazioni riducono di tre quarti la possibilità di scelta. E così via. Ma non pare sufficiente dire che quanto maggiore è la quantità delle informazioni tanto minore è quella delle incertezze.
E’ anche vero che quanto maggiore è il numero delle informazioni tanto maggiore è il numero delle possibilità di scelta fra le medesime: i ragguagli diversi su un film mi fanno meditare sulla decisione di andarlo a vedere o meno; i ragguagli diversi su un libro mi mettono in dubbio sulla opportunità o meno di comperarlo. L’informazione è soggettiva e quanto maggiore è il numero degli informatori e delle informazioni tanto maggiore sarà il numero di interpretazioni.
Dunque la scelta da parte di colui che viene informato è tanto più difficile quanto maggiore è il numero delle informazioni; quanto maggiore è il numero delle informazioni tanto più difficile da parte sua dare adesione ad una piuttosto che ad un’altra delle formule di opinione che vengono offerte su qualche cosa. Per questo l’informatore si preoccupa che il suo ragguaglio, la sua informazione prevalga su ogni altra.
Ciò discende dalla natura dei processi di informazione. L’informazione è un fenomeno di opinione: è sempre un fenomeno di opinione e il giornale uno dei suoi strumenti. Ma l’informazione è anche un fenomeno di tale ampiezza che investe tutta la vita
Francesco Fattorello
dinamica della società. I rapporti di informazione sono quelli per cui tutti noi che ci troviamo nella condizione sociale di soggetti in stato di comunicazione, diventiamo soggetti promotori di informazioni.
2. Tutti noi, tramite queste attività, intessiamo la rete dei rapporti sociali; rapporti della nostra vita pubblica e privata, delle nostre attività contingenti e di quelle che durano assai di più della vita di un giornale o di un uomo. Nei tempi nei quali viviamo si parla spesso di “diritto alla informazione”. Ma il problema è molto più vasto perché l’informazione, al di là di un diritto che si vuole proclamare, si identifica nella nostra stessa vita sociale. L’ordine dei nostri studi e interessi si sofferma però dinanzi ad una sola delle grandi categorie dei fenomeni di informazione perché noi lasciamo da parte tutto ciò che non attiene alla informazione contingente e collettiva.
Ciò è certamente utile per delimitare l’ambito delle nostre indagini e delle nostre ricerche. Ma sarebbe colpevole dimenticare che, al di là dell’informatore del contingente, vi è l’informatore che non assume come oggetto l’attualità, le opinioni contingenti sui fatti che passano, ma i valori, le opinioni cristallizzate della vita in società. La grande importanza del fenomeno sociale dell’informazione non si può valutare appieno se non si ha la capacità di vedere questo fenomeno in tutta la sua ampiezza.
Ciò significa che i giornalisti sono soltanto una delle categorie degli informatori dell’attualità. Tuttavia una categoria molto importante perché essi, più degli altri, consapevoli o no, polarizzano intorno alle loro opinioni sugli avvenimenti di attualità le opinioni dei loro lettori.
3. Arduo problema quello della formazione professionale dei giornalisti. Sebbene relativamente recente è problema ormai aperto in tutto il mondo. E oggi si stenta a capire come ci siano stati e ci sono tuttora giornalisti che nulla vedono al di là delle attitudini innate con le quali il giornalista eserciterebbe la professione. Comunque il problema della formazione professionale dei giornalisti è problema didattico e in un secondo momento “apprentissage” di pratica professionale.
E’ problema di esperti nella didattica al quale impropriamente può opporsi solo l’esperienza tratta dall’esercizio professionale. Il problema non si risolve ponendo sulla cattedra i giornalisti come non si risolverebbe il problema della formazione dei pubblicitari ponendo sulla cattedra i professori di pubblicità. Come ho avuto modo di dire altre volte, la scuola non può sostituire la pratica professionale; ma neppure l’esercizio professionale si può sostituire alla scuola.
La scuola, convenientemente programmata, assolve compiti diversi dall’esercizio professionale: è propedeutica all’esercizio professionale. Errato dunque confondere didattica con esercizio professionale. Il fatto, come ho detto dianzi, che il giornalismo ha rapporto col fenomeno sociale della informazione, nel senso che il giornale è uno degli strumenti dei processi di informazione, pone già la complessità della programmazione di una scuola di giornalismo che prima delle tecniche strumentali ha da riconoscersi nel fenomeno generato dai processi di informazione.
4. Vi è un paese in Europa dove l’insegnamento del giornalismo ha subito un lungo travaglio manifestatosi attraverso una successiva serie di esperienze che, a mio avviso, sono molto significative. Voglio dire la Polonia.
La scelta da parte di colui che viene informato è tanto più difficile quanto maggiore è il numero delle informazioni; quanto maggiore è il numero delle informazioni tanto più difficile da parte sua dare adesione ad una piuttosto che ad un’altra delle formule di opinione che vengono offerte su qualche cosa
Mi scuso con il prof. Tadeus Kupiz se mi avvalgo dei suoi ragguagli pubblicati sul “Journaliste Democratique” (Praga, dicembre 1967) per riferire su questo argomento. Sebbene l’inizio di un insegnamento del giornalismo risalga in quel paese al 1930, la prima importante istituzione didattica si ebbe nel 1946, dopo la seconda guerra mondiale, con una Facoltà di giornalismo presso l’Accademia delle Scienze di Varsavia.
Nel 1950 fu istituita presso la Facoltà di Scienze Umane della Università di quella città una Sezione di giornalismo. Questa sezione passò nel 1952 alla Facoltà di Scienze Sociali e Filosofiche e nel 1955 diventò Facoltà autonoma con un programma quadriennale allungato a cinque anni nel 1956. Così, per la prima volta in Polonia, una Facoltà di Giornalismo poteva conferire un diploma di studi superiori in questa materia. Ma ecco nel 1960, la Facoltà si trasforma in corso biennale, corso post universitario, al quale possono accedere coloro che hanno conseguito il titolo accademico conferito da una Facoltà universitaria.
Nel giro di venti anni sei successive trasformazioni dovute specialmente alle inquietudini degli ambienti giornalistici. Comunque tutte queste trasformazioni avevano portato alla conclusione che: 1) il sistema migliore era quello di abbordare gli studi di giornalismo dopo una conveniente maturazione compiuta attraverso un ordine di studi universitari; 2) che gli studi di giornalismo possono dare solo una preparazione propedeutica generale sulla materia;
3) che nel giro di due anni si poteva impartire una istruzione sufficiente nella materie specifiche utili alle esigenze della professione; 4) che questa generalità degli studi era anche giustificata dalla impossibilità di creare una scuola che, ad un tempo, potesse preparare e i tecnici del giornale e quelli della radio e quelli della televisione e quelli del cinema; 5) che d’altra parte pareva inopportuno creare tante scuole separate per il giornale, per la radio, per la televisione ecc.
Ma era soprattutto emerso che, sebbene il progresso delle tecniche strumentali moderne ponga esigenze diverse nella elaborazione, l’articolazione dei processi di informazione è sempre la medesima fra materia su cui informare, informatore, strumento, contenuto e recettore. Poi era emerso che, tramite le diverse strumentazioni dei processi di informazione si persegue lo stesso comune obiettivo: formazione delle opinioni del pubblico.
5. Due argomenti di grande importanza: un particolare processo che, per mezzo di una tecnica sociale, porta alla più conveniente elaborazione dei contenuti; un fine comune che muove le diverse strumentazioni dell’ informazione. Ora i comuni problemi di base non sono lo studio delle tecniche strumentali né lo studio di quante altre materie complementari al giornalismo si possono mettere insieme, ma gli insegnamenti relativi ai processi di informazione e ai fenomeni di opinione che si generano allorché l’informatore mette in moto il rapporto con i suoi recettori.
L’esigenza di siffatti insegnamenti di base per un programma più sistematico delle scuole di giornalismo, la necessità di una teoria di base cui orientare il piano didattico di una scuola, abbiamo sentito richiedere anche al congresso internazionale di Praga, nel novembre 1967, dal direttore della scuola di giornalismo di Santiago del Cile quando rilevava la necessità di rinnovare in tal modo i modelli dell’America Latina.
Anche a mio modesto avviso una scuola che si rispetti deve poggiare le fondamenta della sua didattica su una tale sistematica offerta dalla sociologia dell’ informazione.
6. D’altra parte una esigenza di tal fatta si impone alle nostre scuole anche perché esse non dovranno formare soltanto i futuri giornalisti ma i tecnici della informazione qualunque sia l’ordine delle loro applicazioni: sia esso un articolo di giornale o un manifesto o un bollettino di guerra.
Non bisogna pensare che il problema sia circoscritto al giornale o al giornalismo. Quando il portavoce della Casa Bianca diceva che il Presidente Kennedy aveva interrotto il suo viaggio elettorale perché “grippè” mentre invece era corso Washington per gli incombenti fatti di Cuba, agiva nella pratica della politica delle informazioni. Le nostre scuole debbono guardare oltre il giornale che è un piccolo o, se volete, un grande strumento; ma solo uno strumento di fronte alla grandezza, imponente varietà di cui, al di là degli strumenti moderni di diffusione collettiva, si giova l’informazione.
Le nostre sono scuole dell’avvenire. Se noi ben guardiamo aventi, agli orizzonti sconfinati della informazione, esse hanno l’avvenire dinnanzi e non possono fermarsi al giornalismo.
7. Certo in molti paesi le nostre scuole incontrano forti opposizioni. Le opposizioni sono di due ordini: quelle che provengono dall’alta cultura universitaria e quelle che provengono dal mondo professionale. Le prime si hanno nei paesi di più tradizione umanistica e discendono anche dal fatto che non si sa bene quali sono i problemi di cui ci occupiamo.
Se io volessi raccontare la storia della Scuola che io dirigo in Italia e attraverso quali lotte e opposizioni essa potè sorgere or sono ventun anni, in seno alla Università di Roma, il racconto sarebbe molto istruttivo. Né potrei proprio dire che dopo tanti anni di attività ininterrotta e tante positive esperienze, quelle opposizioni siano state infrante. Sia la tradizione umanistica, sia la tenace resistenza delle vecchie forme cui si ispira in certi paesi l’alta cultura accademica sono ancora barriere difficilmente superabili. L’altro ordine di opposizioni discende dai professionisti legati ancora al vecchio adagio: giornalisti si nasce.
Anche qui, sebbene le opposizioni siano di molto attenuate, per motivi del tutto diversi da quelle degli oppositori di cui abbiamo detto ora, da molti non si concepisce che il giornalismo possa essere anche materia di insegnamento, al di là di quello che in modo del tutto artigianale, si può dare al giornalista. Non si capisce che al futuro tecnico dell’informazione bisogna anzitutto dare una appropriata e logica giustificazione della messa in opera della sua attività: per esempio del come e perché il giornalismo abbia funzione strumentale nei confronti della informazione e perché il giornalismo non si identifica con l’informazione.
Ora va detto ai professionisti che le nostre scuole accreditano la dignità della professione e all’opposizione accademica va detto che l’ordine dei problemi di cui ci interessiamo spalanca le finestre su orizzonti che interessano tutta la nostra vita sociale. E’ molto ingenuo, se non colpevole, per noi docenti, lasciar credere che informazione vuol dire “far conoscere”; più colpevole ancora lasciar credere che informazione possa significare “far conoscere obiettivamente”.
Bisogna rendere edotto il futuro giornalista affidato ai nostri insegnamenti degli effetti cui può portare, al di là delle sue intenzioni, l’esercizio dell’informazione. Per questo affermammo prima che le nostre scuole non sono soltanto scuole per giornalisti e che il problema di cui ci interessiamo, e che pare limitato a questioni che concernono solo una professione, sta invece al centro di fenomeni ben più vasti e più drammatici che ci avvolgono ogni giorno con la forza coercitiva dell’informazione.
8. Mentre gli studi storici e giuridici sull’informazione hanno lunga tradizione, e quelli tecnici e sociologici sono di recente sviluppo: quelli sulla formazione professionale sono di data ancor più vicina a noi. Via via che l’informazione è stata intesa come fenomeno sociale e come attività della nostra vita sociale si è fatta strada anche l’esigenza di penetrare nei metodi della formazione professionale.
E si badi bene: non si tratta di sapere quali sono i criteri seguiti nei paesi dell’Est e dell’Ovest europeo, quanto di ricercar i metodi che più si convengono nella formazione di coloro che debbono esercitare una importante attività nella vita sociale del nostro tempo. Scriveva Vladimiro de Lipski che la scuola “assure aux individus la formation générale qui est préalable nécessaire de la formation professionnelle: elle leur fait acquéir les mécanismes de base de la vie sociale; elle leur fait prendre conscience de leur aptitudes et des possibilités que leur offre le milieu; elle contribue à la sélection et à la formation des élites locales et nationales; enfin elle assure sa propre expansion en récupérant en qualitè d’einseignants certains de ses meilleurrs élèves”. Sembrano parole scritte per noi che stiamo esaminando problemi tanto delicati delle nostre scuole.
Per la verità le nostre scuole sono di recente istituzione e si può capire che esigenze pratiche e urgenti si sono imposte alla loro strutturazione. Ma ora è tempo di esaminare i problemi con maggiore ponderazione. E certo, fra i tanti, quello dei docenti e della loro formazione. Una delle ragioni per cui l’alta cultura accademica si oppone alle nostre scuole, specie in alcuni paesi, discende certamente dal fatto che in esse vi è un po’ il superamento della divisione classista fra lavoro intellettuale e lavoro pratico, fra teoria e pratica.
Alla opposizione precostituita di coloro che non ritengono l’informazione oggetto di didattica vanno aggiunti coloro che non vedono l’opportunità di questo connubio. Invece il superamento di questo problema in una integrazione dei relativi insegnamenti è uno dei fatti da rilevare proprio a proposito della formazione dei nostri insegnanti.
E’ chiaro che noi non abbiamo bisogno del professore di sociologia ma del professore di sociologia dell’informazione; è chiaro che noi abbiamo bisogno del professore di tecnica delle arti grafiche, ma di quello che è esperto nelle “formule de presentation de la presse quotidienne”.
Bisogna dunque anche ricercare i metodi che più si convengono nella formazione di coloro che debbono non solo “expliquer”, come si potrebbe pensare, ma rendere consapevoli gli interessi delle responsabilità sociali che assumono nell’esercizio della loro funzione
Scopriamo uno dei fattorelliani eccellenti che, dopo aver seguito il Corso di metodologia dell’informazione e tecniche della comunicazione, ha investito in un progetto originale ed innovativo.
di ELEONORA PICCI
A partire da questo secondo numero del bollettino dell’Istituto Francesco Fattorello andremo alla scoperta dei tanti allievi che sono passati sui banchi della scuola, non solo per occupare le copertine del giornale, ma per capire come l’esperienza fattorelliana influisca sulla vita privata e professionale di chi frequenta il corso.
Non ho mai smesso di dire la verità, ma ho imparato a comunicare come desidera e si aspetta chi mi ascolta
Il primo protagonista di queste pagine è Fabio Lanzellotto, 45 anni, imprenditore, proprietario di Italpan, editore di un quotidiano on line ed uomo di successo. Sorridente, soddisfatto della posizione che ha raggiunto dopo anni di duro lavoro, ma ancora desideroso di scoprire ed imparare nuove cose.
Questa l’impressione che emerge guardando gli occhi scuri e curiosi di quest’ uomo, che dopo anni di esperienza imprenditoriale ha deciso, ancora una volta, di rimettersi in discussione, frequentando il corso istituzionale del nostro Istituto.
Fabio Lanzellotto ha colto l’importanza della relazione comunicativa e messo a frutto gli stimoli, creando e diventando editore di “Italiani nel mondo”, quotidiano on line che tutte le mattine permette a 50.000 italiani che vivono all’estero di “sentirsi a casa”, semplicemente leggendo la propria posta elettronica.
Fabio Lanzellotto, editore di “Italiani nel Modo” nel suo ufficio romano
Fabio Lanzellotto, lei avrà l’onore della prima copertina dedicata ad un ex-fattorelliano doc. Questo perché ha seguito il corso comprendendone a fondo lo spirito che lo anima. Che cosa, secondo lei, lascia dentro il “viaggio nel mondo della comunicazione”, vista attraverso gli occhi di Francesco Fattorello?
Bella domanda…il corso lascia dentro quello che ciascuno vuole cogliere…
Lei che cosa si aspettava?
Un corso tecnico, che mi avrebbe fornito modalità e regole di comunicazione, attraverso esercizi pratici. Invece ho compreso che soltanto attraverso la mia percezione e sensibilità avrei acquisito qualcosa. E’ stata una verifica di principi e valori in cui già credevo.
Che cosa è cambiato dopo il corso di metodologia dell’informazione e tecniche della comunicazione?
Ho rafforzato la convinzione di dover continuare sulla strada che avevo già intrapreso, perché è risultata vincente: credo che il mezzo attraverso cui si comunica debba avere dignità e coerenza con quanto si dica. Non ho mai smesso di dire la verità, ma ho imparato a comunicare come desidera e si aspetta chi mi ascolta.
Perché fare il corso e perché no?
Il corso ti offre delle nuove opportunità. Non mi era mai capitato di parlare in pubblico di me stesso, senza maschera, senza nulla da nascondere ma, nel momento in cui davanti ad un gruppo di persone che non conoscevo ho dovuto presentarmi, ho capito che quella sarebbe stata un’esperienza importante.
Mi sono chiesto addirittura se fossi ancora me stesso o se l’immagine che raccontavo fosse ormai costruita a tal punto da non riconoscermi più. Più che una banale presentazione è stata una introspezione a voce alta. Consiglierei a tutti di farlo, anzi, se potessi, ripeterei l’esperienza.
Dunque, il Fattorello ti “mette a nudo” ed in contatto con te stesso…
Sì, se hai il coraggio di guardarti dentro… Questo aspetto è quello più profondo e più difficile che, a volte, ha creato anche problemi ad alcuni studenti…. Lo credo bene. Descriversi, differentemente da quello che si vuole apparire, non è facile.
Corso di comunicazione o corso di introspezione?
Entrambe le cose.
Perché secondo lei?
Perché comunicare con se stessi ed avere chiare le proprie idee è indispensabile per relazionarsi con gli altri.
A posteriori, cosa consiglia a coloro che stanno seguendo o seguiranno il corso? Di comprendersi e mettersi in discussione, cercando di analizzare le aspettative personali prima ancora delle lezioni, e poi di stare attenti, perché il corso non è un gioco ma la giusta chiave per aprire le porte alla realtà che ci circonda.
Dal 9 all’11 giugno si è tenuto quest’anno il consueto week-end outdoor nella amena tenuta di Poggiovalle (Città della Pieve). E’ ormai una tradizione per gli studenti dell’Istituto “Francesco Fattorello” approfondire gli argomenti affrontati durante l’anno in insolite lezioni, immersi nel verde, sotto l’esperta guida del professor Ragnetti.
Nella sessione intensiva di Poggiovalle si sono privilegiati gli aspetti pratici della comunicazione che hanno coinvolto tutti i partecipanti attraverso simulazioni e giochi di ruolo. Tra questi, particolarmente apprezzato, la originale ed innovativa visione de “la cucina come sala stampa!”