COMUNICO … ergo sum

“Ho il piacere di comunicare….”

Il bisogno di comunicare con gli altri è una prerogativa irrinunciabile dell’uomo.  I momenti di scambio, dialogo vero “senza maschere” con la propria “isola felice”, così rari nella nostra quotidianità, sono indispensabili per il nostro equilibrio psicofisico.

Aggressività, timidezza, ansia, indecisione, sensi di colpa, bassa o eccessiva autostima condizionano sempre la nostra vita quotidiana.

Essere consapevoli del proprio stato d’animo ci aiuta a capire come siamo interiormente e ciò ha un effetto benefico sulle relazioni che stabiliamo con gli altri. “Conosci te stesso” dunque, ma non solo. Imparare a comunicare è facile a dirsi, ma non a farsi. La comunicazione, dovete sapere, è una strana materia, una disciplina difficilissima e tanto sottovalutata. Se il chimico interagisce con sostanze e composizione degli elementi, se l’avvocato ha a che fare con pratiche, atti e codici vari, il tecnico con macchine e meccanismi, la comunicazione tratta delle relazioni con gli esseri umani. Mica semplice!

La comunicazione è un processo mai definitivo e mai definito, è in continua evoluzione perché, semplicemente, gli esseri umani sono diversi gli uni dagli altri, non sono fissi né catalogabili, non si possono applicare “formule magiche” o ricette ad effetto immediato! Vi siete imbattuti in una bella ma alquanto difficile disciplina voi che vi avvicinate allo studio della comunicazione! State attenti! Una volta entrati nel mondo della comunicazione non farete più ritorno al vostro quotidiano “banale” e pieno zeppo di luoghi comuni. Chi si occupa di comunicazione va oltre le tecniche e le formulette, spacca il capello in quattordicimila parti e…non è soddisfatto. Il percorso è faticoso, anche se intellettualmente coinvolgente, e sarà difficile demolire conoscenze limitate ma fortemente radicate nel corso degli anni. Talvolta superficiali ma, tuttavia, rassicuranti ed importanti per ognuno di voi.

Dovrete acquisire la consapevolezza che se volete comunicare con qualcuno dovete abbandonare il vostro egocentrismo e pensare solo ed esclusivamente al vostro soggetto recettore perché non sempre considerazioni e pensieri ritenuti importanti ed interessanti  per noi, lo sono altrettanto per chi ci ascolta. Proprio così!

La comunicazione non avviene in partenza ma all’arrivo, cioè avviene in colui che ascolta, nella testa del soggetto recettore.

La “dotta ignoranza”.

Socrate: “Ciò che mi importa è di essere d’accordo con me stesso e cercare di non fare mai il contrario di ciò che penso”.

Sofista: “ E che cosa pensi, che cosa sai di più di quanto non sappiano gli altri?”

Socrate: “ Che cosa so più degli altri? So di non sapere niente”.

Socrate, come si direbbe oggi giorno, era uno che la sapeva lunga!

Vi ho anticipato già prima dell’importanza di conoscere se stessi e mettersi continuamente in discussione, ebbene, il dialogo qui proposto ne evidenzia tutta l’importanza. Il dialogo che qui vi abbiamo presentato racchiude a pieno il significato della comunicazione, un processo in continuo divenire.

La maggior parte di voi associa la comunicazione in senso lato ad una disciplina, che gia ai tempi di Socrate era molto adoperata e dallo stesso filosofo molto osteggiata, cioè la retorica. Non ci soffermeremo sul significato e sull’evoluzione storica di questo concetto, ma è importante sottolinearne alcuni aspetti.

Il “bel  parlare” non è comunicazione vera e propria, è solo uno dei tanti aspetti che investe il fenomeno comunicativo, che riguarda in particolar modo l’enunciazione del discorso o il parlare in pubblico. Quello che a noi interessa è sottolineare la differenza che sussiste tra la “confutazione” dei sofisti, ai quali era attribuita l’arte della retorica, e il dialogo socratico. In entrambi i casi si ha una discordanza di opinioni, ma c’è una differenza e la ritroviamo nello spirito che li anima.

Nella confutazione sofistica, proprio come nel contraddittorio giudiziario, tutto gioca nel riuscire ad aver ragione sull’opinione altrui, soffocandola con ogni possibile mezzo dialettico.

Nel dialogo socratico, invece, il fine principale era quello della ricerca comune della verità, anche a costo delle proprie convinzioni.

L’ideale della confutazione sofista è ridurre al silenzio l’interlocutore per arrivare ad una conclusione.

L’ideale del dialogo autentico è invece opposto: quello di un cammino di verità, quanto si vuole accidentato e inconcluso, ma mai inconcludente, lungo il quale le opinioni altrui servono almeno quanto le proprie.

Nel dialogo socratico non vi è il gusto della prevaricazione o della prevalenza sull’altro, ma al contrario, l’obiettivo è volto a liberare nell’altro energie, a rompere determinate cortecce superficiali, e di conseguenza ad innescare e fare emergere una riflessione.

Il dialogare socratico, pur nella sua eccessiva tensione costruttiva, e pur investendo energie per cogliere il punto debole del ragionamento dell’altro, ha il pregio di andare incontro all’interlocutore perché si configura come una discussione strutturata su domande e risposte tra persone associate dal comune interesse alla ricerca.

Da Socrate, dunque, mutuiamo importanti concetti che sono alla base del processo comunicativo:

  • la comunicazione è relazione con gli altri, è un comune sentire dove entrambi i soggetti crescono dalla relazione che stabiliscono;
  • i soggetti, in particolare il recettore, sono attivi ed entrambi dotati di facoltà opinanti (toglietevi dalla testa i condizionamenti, le persuasioni occulte ecc);
  • le parole acquistano significato nella nostra mente e non possiedono valore di per sè. Ciò è fondamentale perché presuppone la conoscenza del soggetto recettore che abbiamo di fronte.
  • Non possiamo parlare e cercare di stabilire un dialogo se pensiamo solo con la nostra mente e in base alla nostra acculturazione, esperienza di vita ecc. Dobbiamo calarci nei panni del nostro soggetto recettore, capire cosa è importante per lui! Solo così la comunicazione riesce e il dialogo diviene autentico. Tutte le incomprensioni nascono dal fatto che ognuno di noi continua a relazionarsi secondo il proprio punto di vista e non riesce a cogliere nell’altro ciò che per lui è importante.
  • Sanza conversazione o familiaritade impossibile è a conoscere li uomini. Dante –  “Convivio”

Queste riflessioni sono alla base del nostro Corso fortemente voluto, per prepararvi ad un migliore approccio relazionale e comunicativo con tutti gli attori dei vostri rapporti sociali.

Prof. Giuseppe Ragnetti

Francesco Fattorello: studioso dell’informazione che ha fatto scuola

In occasione del ventennale della nascita di “EVENTI” periodico di cultura, storia, politica e attualità che si stampa sempre con ottimi risultati a Pordenone, il prof Ragnetti ha rilasciato un’intervista con l’intento di far conoscere ai cittadini di Pordenone e non solo, la figura e le opere del loro illustre concittadino Francesco Fattorello.

Tecniche e cautele nella Comunicazione con i Minori

Conferenza di apertura al Corso di formazione “Le basi e le tecniche della comunicazione umana” tenuto a Catania dal prof. Ragnetti per Operatori sociali delle amministrazioni pubbliche e del privato noprofit

Ogni individuo è al centro di una quantità di rapporti (genitore/figlio, marito/moglie, pubblica amministrazione/cittadino, dipendente/manager…ecc); non sempre, però è consapevole del contesto e delle dinamiche comunicative della situazione in atto.

La mancanza di questa consapevolezza rende poco efficaci ed efficienti sia le capacità relazionali, sia quelle comunicative. Questa consapevolezza è legata ad una capacità di osservare/ascoltare che è generalmente poco sviluppata. La maggior parte degli equivoci in cui l’individuo s’imbatte nella comunicazione interpersonale deriva dall’abitudine prevalente, come comunicatori, di non porsi nella posizione di ascoltatori e di non saper immaginare se gli altri riusciranno o meno a comprendere cosa stiamo per dire.

Molte forme di disagio esistenziale e di difficoltà in ambito familiare e professionale sono, anche, l’effetto di una comunicazione problematica, ambigua e contraddittoria. Da tale presupposto s’impone la necessità di individuare percorsi che consentano di apprendere i molteplici segreti della comunicazione interpersonale. Imparare a comunicare, però, non solo attraverso l’apprendimento di tecniche e strategie, ma soprattutto mediante un’attenta riflessione sul proprio modo di esserci e relazionarsi.

Ma che cosa è questa “comunicazione”?

La comunicazione non è ciò che vogliamo dire, ciò che noi pensiamo di dire, ciò che riteniamo di dover dire, ciò che abbiamo letto sui libri, ciò che abbiamo appreso, ecc. la comunicazione non è tutto questo. La comunicazione non avviene in partenza, avviene all’arrivo, cioè in colui che ascolta, nella sua testa. Bisogna sgomberare il campo da falsi preconcetti e da false credenze.

Ad esempio, molte volte sentiamo dire “Non esistono i valori”, “Non ci sono più i valori di una volta”, ecc. A voi che lavorate nel sociale molte volte vi “cadono le braccia” perchè i giovani non credono più a nulla e vi lamentate che c’è il vuoto. In realtà, si continuano a non capire le dinamiche, i meccanismi della comunicazione quando si fanno questi discorsi, perché questi giovani non è vero che non hanno più valori. Ma chi decide che cosa è un valore? La nostra cultura, i nostri genitori, il nostro sociale? Ci hanno detto che il valore è” questo e questo” e tutto ciò che non lo è, sarà soltanto un dis valore, quindi una seconda categoria, per cui i nostri ragazzi saranno, al massimo, portatori di dis-valori. E’ lì il contrasto, è lì, il parlarsi tra due unità che non hanno nessuna possibilità di capirsi. E allora?

Imposizione, repressione, autorità, che sono, ancora, la negazione all’ennesima potenza di una possibilità di relazionarsi. Allora dobbiamo subito, come partenza choc, metterci in testa che tutto ciò che fa di noi gli uomini che siamo,ha ben poco a che vedere con l’universo delle altre persone con cui interagiamo.

Tutto il nostro sforzo,quindi, di trasferire necessariamente, di imporre ai nostri figli le cose in cui crediamo non è corretto, perché dobbiamo comprendere che abbiamo a che fare con un altro essere umano, diverso da noi e che la società in cui noi siamo cresciuti è diversa da quella in cui loro stanno crescendo.

Voi che operate in situazioni problematiche dovete avere soprattutto una funzione di comprensione, di intervento, possibilmente con finalità terapeutiche, che vuol dire instaurare un dialogo per capire, per poter poi comunicare nella maniera più giusta ciò che “ scienza e coscienza” ritengono essere il comportamento ideale per quel tipo di problema, di patologia, di necessità sociale, ecc. Per gli operatori sociali, per chi si occupa di disagio, in particolare per chi lavora ed è a stretto contatto con i minori, è obbligatorio uscire fuori dai luoghi comuni, dai discorsi di salotto, dai “così fan tutti”: tutti voi dovete essere diversi, non potete essere come l’uomo della strada…

Dovete diventare innanzi tutto sociologi nel vostro lavoro, nel senso che dovete imparare a capire la società in quel momento, i cambiamenti, l’orientamento; quali sono le cose che interessano alle persone inserite in un determinato contesto, ai giovani in particolare.

Non è vero che i giovani non credono più a nulla; per esempio, credono al nulla, vi pare poco? Questi ragazzi hanno bisogno di qualcosa, ma questo può essere capito attraverso loro stessi.

Sono stato invitato a parlarvi di comunicazione e in particolare di come comunicare con i minori e a questo proposito vorrei dire che la comunicazione è una delle scienze più difficili anche se molto penalizzata. Tutti ne parlano, giornali, radio, televisione e adesso i cosidetti social, e ciò che impressiona è la pretesa di dare giudizi su una disciplina complessa, che si occupa dei rapporti tra gli esseri umani. Non esistono formule magiche nè regole fisse, perché non esistono esseri umani fissi, ragazzi uguali, programmati univocamente su cui possiamo fare ipotesi previsionali di comportamento, di reazioni costanti a determinati stimoli. Come si può pensare di circoscrivere un ragazzo in un modello! Se non sei così, se non ti comporti in un certo modo, c’è qualcosa che non va o, addirittura, “l’è tutto da rifare!”! E’ questo uno degli errori più gravi che commettono genitori ed educatori , insieme al fatto di non ascoltare più i ragazzi. A questo proposito è fondamentale sottolineare ed enfatizzare l’arte dell’ascolto, che avremo modo di approfondire come una delle premesse – base del processo comunicativo.

Ascoltare per conoscere, conoscere per capire, capire per comunicare, comunicare per agire.

Chi opera nel sociale come voi ha una grande responsabilità: capire anche la comunicazione inespressa, sentire ed ascoltare anche quello che non viene detto. Come capire se non mettendo le persone in condizione di parlare senza il terrore del giudizio? Il meccanismo di base è lavorare sull’uomo, fare assumere consapevolezza al singolo della propria personalità ,della sua miracolosa unicità, del suo essere interiore, quindi delle sue potenzialità e capacità; cioè dobbiamo restituire ai ragazzi la fiducia nei propri mezzi, dobbiamo far capire loro che possono farcela da soli, senza “aiuti” esterni (pensiamo all’uso di droghe, fumo, alcool ecc). Dovremmo capire che non solo i “bravi” sono bravi, e solo i “buoni” sono buoni: tutti noi siamo stati testimoni che non sempre i ragazzi “migliori” sono stati anche i migliori nella vita! Talvolta situazioni difficili, quasi insostenibili per un ragazzo, hanno fornito stimoli reattivi di tale forza positiva e creativa da trasformare uno sconfitto certo , un quasi emarginato messo all’angolo, in un adulto vittorioso e con tutti gli attributi a posto!

Il primo obiettivo, allora, è far assumere consapevolezza al ragazzo, ascoltare, condividere empaticamente, entrare dentro i problemi. Quando il ragazzo, la persona che ha problemi, assume consapevolezza, capisce che anche con le sue gambe può continuare a camminare. Siamo noi che dobbiamo incoraggiarli e dare forti motivazioni affinché ognuno di loro creda in se stesso, in un età che è fisiologicamente problematica e dove coesistono due spinte opposte: la voglia di diventare autonomi, staccarsi dai genitori e dal periodo della fanciullezza e rimanere, nel contempo, legati alla famiglia cercando in essa protezione, ascolto ed incoraggiamento.

Comunicare la Politica: l’Autorevolezza Personale

Dopo le considerazioni fatte sull’immagine e la comunicazione politica, ritengo opportuno proporre spunti di riflessione su una componente di primaria importanza per l’immagine stessa. Si tratta dell’autorevolezza personale.

prof Giuseppe Ragnetti

In riferimento all’autorevolezza personale impropriamente si parla di caratteristiche innate: più opportunamente si dovrebbe parlare di caratteristiche derivanti dal nostro vissuto psicosociale e da noi introiettate in maniera automatica ed inconsapevole. Tali caratteristiche vanno ricercate, capite e sviluppate. E’ come se avessimo un conto corrente “dormiente” che giace in banca del tutto inutilizzato.

Ci sono poi le caratteristiche acquisite e quelle raggiungibili con l’applicazione e l’impegno: vanno ricercate e fatte nostre in maniera seria ed approfondita.

Ogni nostro comportamento, nell’agire quotidiano, viene percepito come autorevole e quindi credibile e carismatico, oppure come privo di ogni autorevolezza e quindi con una carica sociale di basso livello. Man mano, nel rapporto interpersonale, saremo sempre meno attrattivi e magari “tollerati” solo per opportunismo o per motivi gerarchici.

Ma vediamo quali sono gli ingredienti necessari per acquisire
autorevolezza: innanzi tutto l’amore per noi stessi da cui scaturisce la nostra indispensabile autostima, e poi i nostri valori di riferimento, gli schemi mentali aperti, disponibili e creativi, la capacità intuitiva. Le nostre motivazioni, la nostra intelligenza emotiva, la costante coerenza tra le nostre parole e il nostro agire: tutto ciò contribuisce a renderci persone carismatiche.

Il leader, il dirigente, il capo deve essere in grado di motivare e responsabilizzare i collaboratori, coinvolgendoli attraverso stimoli positivi e gratificanti, attraverso l’apprezzamento, la delega e mirando sempre alla loro autorealizzazione.

Il leader influisce sulla cultura e sul clima ambientale e il suo equilibrio gli consente di mantenere il controllo della situazione anche nei momenti critici. Deve calmare le acque troppo agitate e nel contempo prendere decisioni anche ad alto rischio assumendosene la responsabilità; ci vuole coraggio. Ma anche il coraggio ci dà autorevolezza.

Il leader deve prendersi cura delle esigenze più sentite, della necessità di essere riconosciuti e considerati e delle aspirazioni dei suoi interlocutori.

E allora, si rende necessario e prioritario l’impegno per acquisire maggior autorevolezza , anche attraverso l’apprendimento dell’ “ARTE DELL’ASCOLTO” e delle “TECNICHE DELL’ASSERTIVITA’”.

Vanno ben compresi e tenuti costantemente presenti, nelle relazioni di lavoro, nelle relazioni sociali e in particolar modo in politica, e in quelle della vita in generale, i quattro passaggi consequenziali e ineludibili che mi sento di proporre come l’assioma della BUONA COMUNICAZIONE:
– Ascoltare per conoscere
– Conoscere per capire
– Capire per comunicare
– Comunicare per agire

prof Giuseppe Ragnetti

Immagine e Comunicazione Politica



Anche per un Partito o Movimento politico l’immagine è importante: essa può determinare i comportamenti delle persone nei suoi confronti.

Il modo come il partito viene percepito influenza gli atteggiamenti e la disponibilità a credere a ciò che il partito dice e a collaborare costruttivamente per il successo dello stesso.
Traguardo massimo raggiungibile attraverso un’ottima percezione: il successo del partito è il mio successo!

L’immagine non è, tuttavia, un prodotto che si possa costruire a proprio piacimento. L’immagine è, soprattutto determinata dalla prestazione: ciò che il partito fa, ciò in cui crede determina nella testa delle persone, tutte potenziali elettori, la sua immagine.

Il compito di coloro che si occupano della comunicazione sia all’interno che all’esterno del partito, consiste nell’assicurare la corretta trasmissione del “credo” e degli obbiettivi e ,soprattutto, la coerenza di tutti i segnali e messaggi trasmessi.

E allora occorre un “guardiano dell’immagine che va tenuta costantemente sotto controllo, onde evitare che si raccolga meno di quanto si è seminato, così come è recentemente avvenuto per movimenti politici velleitari ma privi di immagine (vedi Ingroia, Oscar Giannino, Sinistra critica, Leu e altri).

Se poi vogliamo considerare il partito politico come un prodotto da accreditare presso un’opinione pubblica sempre più instabile e imprevedibile, non possiamo ignorare i dettami di un corretto Marketing politico.

Un MK politico efficace deve essere capace non semplicemente di “vendere”, ma di costruire una relazione a lungo termine: prima di proporre soluzioni e priorità costruite a tavolino, bisogna ascoltare attentamente il cittadino elettore e soddisfare, per quanto possibile, bisogni e aspettative, soprattutto quando le soluzioni necessarie sono tuttora inesistenti. (Da ricordare che un cittadino “soddisfatto” può valere decine e decine di voti….passaparola tra famiglia e parenti, sui luoghi di lavoro, sui rapporti sociali di ogni tipo fino alla bocciofila e al bar dello sport… Esattamente, cioè, in tutti i contesti dove si discutono e si diffondono le opinioni fino a diventare opinioni condivise!!!)

E allora diventa importante il linguaggio dei politici in grado di innescare i processi di opinione presso i cittadini/elettori.

Certamente il linguaggio verbale e quello non verbale: linguaggio come stimolo all’apparato sensoriale di chi ci guarda e ascolta, per arrivare alla percezione e alle successive e inevitabili reti associative.

Sapendo bene che esistono reti associative negative e molto radicate (es. fascista come termine offensivo, al contrario di comunista presso il grande pubblico), il mio linguaggio- stimolo non dovrà mai evocare, riportare alla luce reti associative che magari si stavano affievolendo perchè sostituite da nuove reti figlie di stimoli positivi.

Ma il linguaggio è anche e soprattutto comportamento: un deputato che fa tentativi di aggressione in aula o in piazza, non può che evocare le peggiori reti associative presso coloro che si vorrebbe conquistare alla causa.

Di positivo potrebbe esserci l’immagine di “uomo forte”, che non si fa prendere per il naso da nessuno e, quindi, l’evocazione di “reti associative positive” che, tuttavia, sono presenti soltanto presso coloro che già danno il loro consenso a quel partito.

Ma così non si cresce!!! Riaffermando i nostri valori forti, si fa apologia della storia, si impone la nostra visione della storia; ma i contemporanei la storia la vogliono vivere, la stanno vivendo qui ed ora e si aspettano che un partito politico li capisca ora, e li rafforzi ora in quei valori in cui essi credono ora.

La politica non è scienza del passato e non può essere conservazione in una democrazia basata sul consenso popolare: fare politica significa vivere il presente e governare il futuro. Significa conoscere le istanze sociali e non aver paura di idee e proposte concrete che la società stessa ci pone.

L’accettazione e, laddove possibile, la realizzazione delle stesse, contribuirà in maniera determinante alla creazione della miglior immagine non solo presso i nostri elettori, ma anche presso tutti gli altri cittadini che potrebbero vederci sotto un’altra veste e, magari, darci il loro consenso.

Prof. Giuseppe Ragnetti



La campagna elettorale di Donald Trump

Tesina di Tecnica Sociale dell’Informazione. Fine Corso anno 2016. a cura di Fabio Pavani

INTRODUZIONE

In tutta onestà, devo dire che le prima volta che mi approcciai al corso di “Metodologia dell’Informazione e Tecniche della Comunicazione” del Professor Giuseppe Ragnetti, lo feci in maniera abbastanza scettica. Ricevetti l’invito da parte del presidente di AIESEC, nel quale veniva semplicemente menzionata la possibilità di frequentare un corso di comunicazione. Lo accettai con piacere, avendo un’indole curiosa ed una passione per le pubbliche relazioni in tutte le sue forme, ma continuando a pensare in cuor mio che si trattasse di un corso come tanti, come tanti se ne possono frequentare nelle più disparate sedi.

Già dal primo approccio con il Professor Ragnetti però, capii che questa volta si trattava di qualcosa di diverso, di un corso totalmente differente dagli altri, che non si basava semplicemente sulla regole della comunicazione per esprimersi al meglio, bensì affrontava la comunicazione nella sua interezza, fornendo un punto di vista del tutto alternativo.

Per la prima volta, sentii dire che la comunicazione non è fatta da chi emette il messaggio, bensì avviene nella mente di chi riceve ed elabora quello stesso messaggio. È questa una chiave di lettura nuova, che senza dubbio stravolse il mio paradigma di comunicazione.

Anche la metodologia di insegnamento era totalmente rivoluzionaria. Non si trattava di un insegnamento di tipo verticale, dall’alto in basso, bensì di tipo orizzontale, mettendo sulla stessa linea professore e studenti, facilitando quest’ultimi nel ricevere i concetti e rendendoli senza dubbio più partecipi. Nel corso delle lezioni poi, ho avuto modo di apprendere come avviene il processo della comunicazione, capirne le dinamiche e le tecniche.

A conclusione del mio percorso didattico ho voluto analizzare, alla luce della teoria fattorelliana appresa, un caso d’attualità quale la candidatura di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Questo mio lavoro è suddiviso in sei parti: nella prima parte, descrivo quella che è la teoria americana riguardante la comunicazione, teoria considerata per decenni come la verità assoluta. Nella seconda invece, porto a modello il personaggio di Donald Trump, noto magnate statunitense che, al contrario, non utilizza quelle che sono le tecniche predicate dagli studiosi suoi connazionali e, nel terzo, illustro quella che invece lui ha deciso di mettere in pratica ovvero la teoria fattorelliana. Nella quarta parte ho voluto fare un parallelismo con Silvio Berlusconi, politico e personaggio pubblico italiano che ha molti punti in comune con il magnate statunitense. La quinta parte elenca quelli che sono i risultati politici ottenuti da Trump, mentre la sesta e ultima parte svela il segreto che si cela dietro questi risultati.

Il lavoro si conclude con ulteriori osservazioni personali.


LA CAMPAGNA ELETTORALE DI DONALD TRUMP

ELEZIONI PRESIDENZIALI STATUNITENSI DEL 2016

1.1 – Una Teoria americana per la comunicazione di massa

Il primo tentativo di comprendere il funzionamento della comunicazione interpersonale in maniera sistematica, viene sviluppata negli Stati Uniti, a partire dagli anni venti del Novecento. Il risultato di questi studi è la Teoria ipodermica1. La teoria ipodermica sostiene che i messaggi penetrino senza mediazioni ed in modo identico su tutto il pubblico, proprio come fa un ago nell’epidermide, similitudine dalla quale deriva il nome.

Questa teoria considera la comunicazione tra due individui come un processo diretto tra promotore e recettore, in cui il messaggio viene ricevuto senza alcuna intermediazione. Gli individui sono considerati passivi ed inerti e gli effetti ottenuti sono identici per tutti, poiché né i fattori psicologici né le relazioni sociali sono ritenute elementi significativi di mediazione tra il messaggio e la coscienza del recettore, che si troverebbe pertanto a rispondere in modo meccanico ed isolato agli stimoli provenienti dai messaggi.

La teoria ipodermica si nutre delle suggestioni provenienti dalle teorie della società di massa, che descrivono la condizione di isolamento ed atomizzazione degli individui nelle società moderne. Non esiste un vero e proprio manifesto della teoria ipodermica, ma il suo sviluppo è dovuto all’adesione pressoché universale data dai pionieri della comunicazione di massa.

1.2 – Un americano che segue la Teoria italiana per la comunicazione: Donald Trump

C’è da premettere che gli americani, così come tutto il mondo anglosassone, hanno un approccio molto pragmatico all’esistenza. Per questo, anche la comunicazione viene percepita come un processo meccanico, paragonabile a quello tra due apparecchi elettrici, tanto da poter essere rappresentato con un modello matematico.2 Proprio nel paese che è stata la culla di queste teorizzazioni però, emerge una figura che, al contrario, utilizza una tecnica di comunicazione derivante dalla scuola italiana, opera di Francesco Fattorello. Fattorello infatti, in controtendenza rispetto ai colleghi americani, affermava che gli individui destinatari del messaggio non sono da considerare dei target3 privi di scampo, bensì dei soggetti dotati di capacità opinanti ai quali dover comunicare in maniera strategica per poter ottenere la loro adesione d’opinione. Ed è questo un concetto che stravolge completamente lo schema della comunicazione.

Tale figura, che ha peraltro deciso di concorrere per la presidenza degli Stati Uniti d’America, prende il nome di Donald Trump.

1.2.1 – Donald Trump: Biografia

Donald John Trump naque a New York il 14 giugno 1946 ed è un noto imprenditore, personaggio televisivo e politico statunitense.

È figlio di Fred Trump, un facoltoso investitore immobiliare di New York, da cui è stato fortemente influenzato nel proposito di intraprendere una carriera nel medesimo settore. Ha frequentato la “Wharton School of the University of Pennsylvania”, lavorando allo stesso tempo nell’azienda paterna, la «Elizabeth Trump & Son», di cui divenne socio dopo essersi laureato nel 1968. Tre anni più tardi rilevò in prima persona la gestione della compagnia, ribattezzandola «Trump Organization».4

Le sue strategie aggressive di brand management5, il suo stile di vita e i suoi modi diretti hanno contribuito a renderlo un personaggio celebre, status accresciuto dalla popolarità del programma televisivo “The Apprentice”6, da lui stesso prodotto e condotto dal 2004 al 2015.

Dopo aver concorso senza successo alle primarie del Partito della Riforma per le elezioni presidenziali del 2000, aderì dapprima al Partito Democratico e poi al Partito Repubblicano. Nel 2015 ha annunciato la sua candidatura alle primarie repubblicane in previsione delle elezioni presidenziali del 2016, impostando la sua campagna elettorale su posizioni populiste e conservatrici: in particolare, le sue dichiarazioni in favore del libero utilizzo delle armi da fuoco hanno suscitato aspre polemiche, così come la sua proposta di istituire una moratoria sull’ immigrazione delle persone di religione islamica.

1.3 – La tecnica sociale fattorelliana utilizzata da Trump

Trump ha adottato, in maniera consapevole o no, tutta quella che è la tecnica di comunicazione elaborata da Francesco Fattorello. La tecnica, teorizzata già a partire dal secondo dopoguerra, prevede cinque elementi:

  1. L’oggetto dell’informazione (X)

  2. Soggetto promotore (Sp)

  3. Soggetto recettore (Sr)

  4. Il mezzo con il quale viene trasmesso (M)

  5. La forma dell’oggetto dell’informazione (O)

Di seguito, la rappresentazione grafica:

x)                                     

                              SP

M                                                             O

                              SR

Fattorello fu il primo a comprendere che l’oggetto dell’informazione (x) è al di fuori dal rapporto stesso. Pur essendone il presupposto, (ma potrebbe anche non esistere o essere un falso), non coincide con il contenuto (O) del rapporto d’ informazione, poiché la forma, il contenuto è frutto della mediazione culturale del promotore, cioè scaturisce, anche in maniera inconsapevole, dalla sua acculturazione, intendendo con tale termine, tutto ciò che ha contribuito alla sua socializzazione. Nuova è anche la messa in risalto del ruolo svolto dal soggetto recettore (Sr), non più considerato mero soggetto passivo nei fenomeni dell’informazione, ma soggetto che interagisce con tutti gli elementi del rapporto7.

Fattorello quindi riscrisse le regole della comunicazione, concentrando l’attenzione sul soggetto recettore, considerato “un’entità pensante”, anziché un bersaglio inanimato privo di facoltà opinanti, come sostenuto dai suoi colleghi anglosassoni. E proprio su questo concetto, a distanza di circa settant’anni, Trump ha basato la sua campagna elettorale.

Trump inoltre ha capito che è indispensabile adeguarsi allo stesso ambito culturale del soggetto recettore. Infatti, qualora mancasse una corrispondenza culturale, il rapporto d’informazione non avrebbe l’effetto voluto: il contenuto non potrebbe essere ricevuto o capito, oppure sarebbe capito male o, comunque, con difficoltà e con distonie rilevanti. Come sostenuto da Fattorello infatti: “È norma fondamentale quella di essere edotti dei fattori di acculturazione del recettore. Solo così, il soggetto promotore potrà adeguarsi a lui. Adeguarsi, ma non rinunciare al suo scopo e a quell’iniziativa sulla quale si era proposto di ottenere una conforme adesione di opinione.8 Concetto ribadito anche da Carmelo D’Agata in un articolo pubblicato nel 1953 sulla rivista fondata da Fattorello: “conoscere esattamente ciò che il pubblico pensa e vuole dovrebbe essere la preoccupazione maggiore di ogni governante.”9

La prima azione intrapresa da Trump, pertanto, è stata quella di studiare il suo popolo, capire i suoi bisogni e le sue paure, il tutto supportato ovviamente da uno staff di professionisti specializzati. Staff che ha saputo effettuare le giuste ricerche di mercato, individuando quali fossero le richieste principali dell’elettorato americano.

Esistono inoltre altri fattori che giocano a favore di Trump e di seguito ne analizzerò alcuni: durante la sua campagna elettorale, Trump ha subito innumerevoli attacchi, anche provenienti dalla sua stessa fazione politica. Ha ricevuto critiche pesanti da esponenti politici, esperti economisti ed affermati sociologi. Trump ha potuto far leva però su un fattore conosciuto come l’opinione della maggioranza.10 L’opinione della maggioranza, più volte sperimentata, ha dimostrato che, facendo conoscere ai soggetti interessati a un dato problema l’opinione degli specialisti e l’opinione della maggioranza, quest’ultima ha un’influenza più grande nel determinare la distribuzione delle opinioni. Ciascuno infatti, si pronuncia con l’occhio rivolto al suo vicino, uniformandosi a quella che ritiene essere l’opinione dei più. L’individuo è conformista: si veste come si vestono gli altri e ci tiene a far sapere che anche egli ha aderito alla colletta che il suo quartiere ha promosso per l’infortunato del pian terreno. Così, se un esperto lo avverte che un dato tipo di calzatura non è consigliabile per ragioni igieniche ma egli sa che quel modello è di moda, difficilmente vi rinuncia. E ciò semplicemente perché così fanno gli altri.11

Un altro fattore consiste nella facilità con la quale è possibile far breccia nell’opinione dell’elettorato medio, perché quest’ultimo, per natura, è politicamente apatico. Questo avviene perché, come ci spiega Dewey nella sua opera12, l’indifferenza del cittadino per la politica viene attribuita realisticamente non solo a mancanza di volontà derivanti a due fattori principali: la complessità delle società contemporanee e la presenza di una molteplicità di interessi concorrenti con l’interesse politico. Il cittadino delle società contemporanee ha poco tempo da dedicare alle faccende politiche ed il più delle volte si trova in imbarazzo quando deve decidere su questioni pubbliche che richiederebbero una competenza tecnica. Quello che interessa all’uomo è il mondo della vita quotidiana, i suoi interessi privati, il lavoro, lo svago. Al di fuori di questa “regione di senso” l’attenzione alla vita è in generale insufficiente perché ci si possa esprimere con competenza sulle questioni di carattere pubblico.13

In questo scenario è comprensibile come sia facile elaborare promesse populiste per ottenere il consenso dell’elettorato. Quanto poi queste promesse elettorali siano realmente applicabili nella vita reale, nessun cittadino medio ha la capacità di calcolarlo… tanto meno la voglia di farlo.

1.4 – Il precedente italiano: Silvio Berlusconi

Per la prima volta nella storia contemporanea, possiamo affermare (con vanto o meno…) che noi italiani siamo stati “avanti” agli Stati Uniti, anticipando quella che è la loro tendenza odierna, e lo abbiamo fatto anche di ben venti anni! Nell’ormai lontano 1994, si presentava all’elettorato italiano un imprenditore privo di esperienza politica, al secolo, Silvio Berlusconi. Ovviamente i percorsi dei due personaggio sono differenti, condividono però molti tratti simili. Nello specifico andrò ad elencare quelli che reputo più rilevanti:

  1. Background imprenditoriale

  2. Nessuna esperienza politica precedente

  3. Riconosciuta immagine di uomini di successo, ricchi e vincenti.

  4. Ottime capacità di comunicazione e sagace utilizzo del mezzo di comunicazione di massa più “popolare”, la televisione.

  5. Coinvolgimento diretto in sport popolari. Il calcio per Berlusconi, il Wrestling per Trump.

  6. Posizioni molto conservatrici su argomenti che preoccupano e/o destabilizzano. (Es: immigrazione, unioni tra omosessuali)

  7. Bersagli di aspre critiche da parte di tutti gli oppositori, non di rado anche di critiche derivanti da personalità facenti parte della loro stessa corrente politica.

Berlusconi è stato per un ventennio una presenza rilevante nelle due camere della politica italiana14 alternando fasi di governo e di opposizione. Può vantarsi di essere il Presidente del Consiglio rimasto in carica, complessivamente, per più tempo, con ben 3.340 giorni.15

In seguito alla condanna del 2013 per frode fiscale, gli è stata irrogata la pena accessoria dell’interdizione ai pubblici uffici, non può quindi più prendere parte nella scena politica. Resta tuttavia una figura di riferimento ed un opinion leader16 per una parte dell’elettorato e per la nuova generazione politica.

1.5 – I risultati ottenuti da Trump

I risultati politici ottenuti da Trump durante le primarie del Partito Repubblicano sono stati indubbiamente straordinari. Alla vigilia nessuno, forse neanche lui stesso, avrebbe immaginato un successo di queste dimensioni. Senza dilungarci troppo con i numeri, è sufficiente evidenziare che Trump ha ottenuto la maggioranza in 40 dei 52 stati in cui si è votato, ottenendo 13,9 milioni di voti (il 44,82% del totale) mentre il primo inseguitore, Rafael Edward “Ted” Cruz, si è fermato a 7.7 milioni (25,13% del totale)17. Gli altri candidati sono stati letteralmente annientati dalla sua presenza. Ha portato persino al clamoroso ritiro di due candidati illustri: John Ellis Bush, candidato della potente famiglia Bush, dinastia che può vantare all’attivo già due presidenti ed il candidato Marco Rubio, giovane promessa del Partito Repubblicano, dato tra i favoriti in partenza e costretto al ritiro dopo il flop di risultati in Florida, suo stato di provenienza e sua presunta roccaforte di voti. In Florida, neanche a dirlo, ha stravinto Trump.

Nonostante i risultati delle primarie però, il tycoon18 newyorkese era dato stra-perdente nello scontro finale con Hillary Clinton, esponente del Partito Democratico e moglie del già due volte presidente Bill Clinton. I pronostici erano tutti in suo sfavore, basta citare un sondaggio datato 27 Ottobre, a soli dodici giorni alla conclusione delle votazioni, dove la Clinton era data in vantaggio con il 51% dei consensi, contro il 37% di Trump.19 Mai come questa volta però, i sondaggi sono stati sbagliati.

Il 9 Novembre 2016 infatti è arrivato il verdetto inoppugnabile dell’elettorato statunitense: Donald John Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

I risultati parlano chiaro, con la vittoria in trenta stati, equivalenti a 306 voti al collegio elettorale (numero minimo per assumere la carica: 270), contro i ventuno stati aggiudicati dalla Clinton, equivalenti a soli 232 voti20. E questa è stata una lezione anche per tutti i mass media, che per mesi hanno riportato dati non raffiguranti la realtà del pensiero popolare (forse in buona fede o forse no) senza riuscire ad influenzarne la decisione finale.

1.6 – Il segreto della vittoria

Il segreto del raggiungimento di questo risultato è stato il lavoro della società inglese “Cambridge Analytica”, società che si occupa di elaborazione dati. L’ arma vincente è stata quella di raccogliere e registrare informazioni dai motori di ricerca di internet, dai social media e dai questionari on–line. Tali strumenti permettono di raccogliere una quantità enorme di dati che, se ben analizzati, sono stati in grado di profilare, in modo pressoché perfetto, i gusti, le tendenze, il modo di essere, le appartenenze, i desideri e, soprattutto, le aspettative delle diverse persone. Una volta che si ha ben definita l’identità dell’individuo sarà possibile formulare dei messaggi, nella forma più adatta e coerente, tali da essere accettati e condivisi dal destinatario poiché rientranti nel suo linguaggio e in sintonia con le aspettative ben presenti nel cittadino-elettore. Grazie a questo meticoloso lavoro, Trump ha potuto quindi elaborare i temi della sua campagna elettorale ed ha potuto adattare i messaggi ai nuovi mezzi di comunicazione che stanno diventando sempre più diffusi, in particolare i social media. Il risultato è stato una comunicazione semplice, diretta, immediata, incisiva, con un contenuto quasi Ad Personam21 . La Clinton, al contrario, ha utilizzato per la sua campagna uno stile obsoleto, basato principalmente su spot televisivi standardizzati, ed ha utilizzato un linguaggio complesso per l’americano medio, che risuonava in maniera quasi predicatoria.

Forse, grazie a questa campagna elettorale, abbiamo assistito finalmente al cambio di paradigma rispetto alle convinzioni del passato riguardo i meccanismi che regolano la comunicazione sociale. Francesco Fattorello lo aveva capito già settant’anni fa che le azioni di comunicazione messe in campo devono essere conseguenti allo studio approfondito del “soggetto recettore” ma solo adesso, grazie ai nuovi strumenti di interpolazione dei dati e di profilazione degli utenti di rete Web, possiamo “toccare con mano” i risultati che lo studio del recettore può dare.

La vittoria di Trump, ma più in generale l’esistenza stessa di società di raccolta dati come la “Cambridge Analytica” ed affini, è da considerarsi la consacrazione definitiva ed inequivocabile della “Tecnica Sociale dell’Informazione“ come riferimento obbligato per tutti coloro che debbono pensare ed attivare strategie di comunicazione a qualsiasi livello e per i più diversi contenuti.


1Pegaso Università Telematica – Lezione 1: Le comunicazioni di massa: teorie e modelli. (Dispense – www.unipegaso.it)

2Vedi: Modello matematico della comunicazione di Shannon-Weaver – Stati Uniti 1949

3Dall’inglese: Bersagli

4Fonte: http://www.wikipedia.com

5Tecnica di mercato che ha come scopo quello far aumentare il valore percepito da un consumatore rispetto a un prodotto.

6The Apprentice (L’Apprendista): reality game show nel quale i concorrenti vengono giudicati, affrontando varie prove pratiche, per le loro capacità manageriali e l’abilità nel guadagnare soldi. Tormentone del programma è la frase pronuncitada da Trump: “You’re Fired” (sei licenziato) con la quale sanciva l’eliminazione del concorrente dal programma. Il premio in palio per il vincitore è un contratto lavorativo del valore di $250.000,00 in una delle aziende di Donald Trump. Il format televisivo è stato ripreso in oltre venti paesi al Mondo, ne esiste anche una versione italiana, con protagosta il noto uomo d’affari italiano, Flavio Briatore.

7Fonte: http://www.istitutodipubblicismo.it

8Fattorello F. Tecnica sociale dell’informazione

9D’Agata C. – Saggi e studi di pubblicistica – anno 1953, numero 1

10Ragnetti G. – Opinioni sull’opinione

11Ibidem

12Dewey J. – The Public and its Problems

13Ibidem

14Camere depositarie del potere legislativo in Italia: Camera dei deputati e Senato della Repubblia

15Fonte: www.wikipedia.com

16 Dall’inglese: Personaggio che domina e/o guida l’opinione pubblica

17Fonte: http://www.thegreenpapers.com

18 Dall’inglese: Magnate dell’economia e dell’industria, grande proprietario o dirigente industriale. Derivazione della parola giapponese “taikun, che a sua volta è composta delle voci Ta «grande» e Chun «dominatore»

19Fonte: www.telegraph.com

20Fonte: www.cnn.com

21Locuzione latina che tradotta letteralmente significa “solo per la persona”

 

La struttura cristallografica del sistema della comunicazione

Università degli studi di Urbino “Carlo Bo” – Facoltà di Sociologia – Corso di Laurea Specialistica in Editoria, Media e Giornalismo – Tecniche di Relazione – Prof. Giuseppe Ragnetti

La “visione” del prof. Giuseppe Ragnetti

a cura di Alessandro Puglia

“C’era una volta un bambino che amava farsi portare a letto dalla mamma. Stava con gli occhi semi-chiusi e in semiveglia la mano della madre era stretta su per le scale. Si addormentava spesso nel divano e quel “farsi portare a letto” lo rendeva il bambino più fortunato e felice del mondo. Quand’era ancora nel grembo materno amava già ascoltare la musica, per lui la vita nel feto non era, evidentemente, una pura romanticheria. Un giorno questo bambino tanto dolce e affettuoso divenne adulto, con la barba lunga e bianca, simile a quella dei filosofi antichi.  Quando approdò su grandi aule accademiche e vasti scenari pubblici, confessò provocatoriamente a numerosi “esperti” in comunicazione che nonostante l’età  amava ancora “portarsi a letto” in uno stato di semiveglia. Chiese una spiegazione a quel gesto che continuava a ripetere, sera dopo sera,  inconsciamente.  Nessuno rispose. I sociologi e gli psicologi di ultima generazione che cercano di motivare sempre tutto restarono inermi a un così semplice aneddoto”.

Giuseppe RagnettiQuel bambino, ora dalla lunga barba bianca, è il prof. Giuseppe Ragnetti, docente di Tecniche di Relazione presso la facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino e presidente dell’Istituto “Francesco Fattorello” in Roma. Attraverso i suoi insegnamenti, egli propone un nuovo metodo, una tecnica sociale dell’informazione finalizzata a sciogliere numerosi problemi legati ai processi comunicativi che si realizzano quotidianamente in ogni contesto sociale. La comunicazione, termine oggi abusato, è sempre preceduta da un processo informativo (Informazione) che richiama una materia  necessariamente manipolabile  e  manipolata, data l’ineludibile esigenza di dare alla materia stessa una forma tale da ottenere l’adesione del soggetto recettore. 

Gran parte dei teorici della “comunicazione” insistono sul fatto che il pubblico, definito target, assorbe in maniera passiva i dettami dello strapotere mediatico. La Teoria della tecnica sociale dell’informazione (l’unica teoria italiana del settore a livello internazionale) di Francesco Fattorello, ereditata e divulgata dal prof. Giuseppe Ragnetti, stravolge le logiche di un sistema strettamente prefigurato.

L’informazione  non è affidata né a un emittente né a un destinatario classicamente inteso: i protagonisti del processo comunicativo sono “soggetti”, “io in quanto realtà pensante”. Il processo informativo sarà bilaterale e i soggetti saranno distinti in promotore (SP) e recettore (SR). Soggetti pensanti, protagonisti entrambi del processo di trasmissione delle informazioni. Non vi è un lanciatore che colpisce un bersaglio – target – ma vi sono due soggetti attivi che reagiscono ai numerosi stimoli che li circondano (le teorie anglosassoni che occupano una primaria visibilità nei corsi di comunicazione dovranno desistere all’emergere di un soggetto attivo presente in ogni processo di informazione).

Da questa breve premessa si articola la “visione” che Ragnetti definisce teoria della struttura cristallografica del sistema della comunicazione, che cercheremo qui di descrivere.

Le persone sono situate in un qualsiasi punto della struttura poliedrica. La struttura indica simbolicamente il complesso sistema comunicativo entro cui vive l’uomo e che comprende un numero infinito di stimoli percettivi. Il soggetto in qualsiasi punto del sistema sia collocato non fa altro che essere bombardato da messaggi, i quali successivamente, possono o non possono situarsi nella sfera individuale, sempre diversa in ognuno di noi. Il soggetto si farà raggiungere o meno da determinati stimoli, in base a componenti motivazionali, alla propria intelligenza emotiva e alla propria acculturazione.  Considerando addizionalmente un “momento zero” gli stimoli esterni avranno maggior influenza nell’incidere nei nostri schemi mentali. La necessità di intervenire sarà proiettata sull’edificazione di un io in grado di gestire milioni di stimoli percettivi. Occorre, adesso, indagare sulla natura degli stimoli. Essi vivono nel complesso e multidimensionale sistema sociale in cui viviamo, sia all’interno dei processi mediatici, che al di fuori nelle più dirette situazioni comunicative (informazioni  che ci vengono date dalle persone con cui condividiamo il nostro spazio sociale, amici, genitori, nonni, ecc.  Sono stimoli tutte le nozioni che apprendiamo dai libri e che possibilmente riscriviamo secondo noi stessi).   Il processo di convergenza  per cui più mezzi concorrono a fornirci un immagine stereotipata della realtà è un processo meccanico fatto di messaggi più o meno espliciti che si prestano facilmente al consumo. Notizie come quelle dell’attualità che sono contingenti, tempestive e che vivono nell’hic et nunc del contesto situazionale. All’interno della struttura cristallografica tutti gli stimoli convivono tra loro. Da quanto affermato si comprende che se il soggetto comunicativo fosse di natura passiva, tenderebbe ad asservirsi di informazioni come un prodotto già finito. I vari processi comunicativi si priverebbero del dualismo dialettico da sempre esistito. Il soggetto attivo può invece aderire o non aderire alle migliaia di informazioni che ogni giorno gli vengono proposte con “vuote pedanterie”. Essendo l’individuo un soggetto pensante può scegliere quali stimoli elaborare, accrescere, perfezionare o, semplicemente, rifiutare.

La percezione diventa tema nodale all’interno del sistema.  Essa è estremamente soggettiva, lavora a modo proprio, distintamente in ognuno di noi. È il processo attraverso cui elaboriamo gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno, in modo utile e significativo.  La percezione crea una singolare mappa del mondo in base alla quale affrontiamo e reagiamo ad esso, una mappa tendenzialmente autoconfermante: è un filtro individuale.

La struttura cristallografica della comunicazione diventa metaforicamente simile ad un’enorme ragnatela che continua a tessersi. Un marchingegno a più teste in cui siamo noi a decidere dove stare e quale informazione fare pervenire. In un momento in cui la cultura tradizionale ci imbeve di ovvio, in cui l’uomo è sempre più massificato e spersonalizzato, preme la necessità di non sentirsi più target, ma di avvalersi della facoltà di selezionare, di reagire attivamente ai numerosi e continui stimoli esterni.  I messaggi filtrano quando si è ben delineata la natura dell’informazione, quando tra promotore e recettore si avrà convergenza di interpretazione su un tema proposto. Se i modelli forniti dalla televisione difficilmente assumono rilevanza nel complesso emisfero di noi stessi, i valori che pervengono dall’educazione sono invece destinati a perdurare, non sono contingenti.

È proprio all’interno di ciò che è contingente e di ciò che non lo è che bisogna operare: l’informazione dell’attualità è un informazione contingente che punta esclusivamente alla forza deperibile della novità, il recettore è generico e non trova possibilità di sviluppare un processo comunicativo che non sia unilaterale. L’informazione contingente è utilitaristica, fine a se stessa. La natura del non contingente trova invece all’interno della struttura cristallografica della comunicazione modo di innescare meccanismi che difficilmente riescono a dissaldarsi.  L’informazione non contingente non si sottopone alle logiche del consumo mediatico. L’opinione profonda, non stereotipata può apparire talvolta nelle parole di un maestro, figura necessaria in un tempo frammentato come il nostro. Torna l’esigenza di rientrare in una forma che lasci al contenuto modalità e tempo di agire. L’informazione sarà allora cristallizzata e apparterrà a noi stessi, ai nostri schemi mentali che hanno bisogno sempre e continuamente di esporsi e di mutare. All’interno della struttura cristallografica diventa fondamentale reagire. Trovare metodi selettivi accanto a quelli percettivi e sensoriali. All’interno della struttura cristallografica della comunicazione vi può essere o meno l’adesione ai processi di informazione e ai processi di opinione (con la propria molteplice natura).

L’adesione avviene in fasi distinte : quando vi è contatto, ovvero quando le notizie fornite permettono l’osservazione diretta del recettore con il problema opinabile; l’interesse e l’attenzione (molti recettori sommersi da un alluvione mediatica non prestano la minima attenzione a tutte le notizie); la valutazione,  che avviene sempre sulla griglia della propria acculturazione ; l’adesione o il rifiuto che in genere avviene immediatamente e l’adozione, che consiste nell’adesione  all’opinione proposta.

Quando si è riusciti a suscitare interesse,  attenzione  e, infine, adesione allora il soggetto recettore che ha ricevuto una forma d’opinione, diventa a sua volta soggetto promotore. Lo stimolo percettivo si è ben radicato in noi stessi.

La natura dell’opinione che è di per sé opinabile (si nutre al fast-food) è stata profondamente analizzata e approfondita (Opinioni sull’Opinione, G.Ragnetti, Quattroventi, Urbino 2006) . Per adesso ci conteniamo di dubitare dello strapotere dei mezzi di informazione in grado di condizionare ogni indistinta fetta di pubblico. La struttura cristallografica della comunicazione rende luce a un soggetto che può agire e reagire in relazione agli stimoli che lo circondano: “I mezzi di informazione certamente agiscono sulle opinioni (siamo tutti contro la guerra!) ma non sono in grado di condizionare i comportamenti degli uomini. Sono altri i motivi, alcuni noti e altri meno, che stanno alla base delle nostre azioni ”.

E a noi piace ancora ascoltare storie…

La Relatività generale delle Opinioni

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI “CARLO BO” – URBINO – Corso di Laurea Specialistica in Editoria Media Giornalismo – Tecniche di Relazione – Prof. GIUSEPPE RAGNETTI

“La Relatività generale delle Opinioni”

Elaborato a cura di Luca Pittau

L’affascinante questione della formazione delle opinioni è forse uno dei temi più longevi appartenenti alla stessa natura dell’uomo in quanto essere sociale: da quando questi ha iniziato logisticamente a ragionare per categorie, l’opinione è diventata parte inscindibile della sua costituzione intellettuale.

Ciò significa che qualsiasi fatto o evento, qualsiasi entità o raffigurazione dell’esperienza ha bisogno, per “significare”, di particolari formule di opinione da parte degli uomini o, meglio, sono gli uomini stessi a sentire la necessità di opinare in maniera continua su tutto, e in qualsiasi momento della quotidianità.

Questo perché l’uomo è inserito in molteplici reti di relazioni sociali, determinate dall’appartenenza a gruppi più o meno unitari che lo rendono sensibile a tali relazioni e costantemente propenso a mantenerle mediante, appunto, processi di opinione; di qui il loro carattere sociale.

L’aspetto importante è che questi processi di opinione sono assolutamente soggettivi, ovvero variano completamente da persona a persona a seconda delle loro attitudini (sociali e profonde), delle loro credenze e aspettative, dei loro valori (in una parola, acculturazione), ma anche in base alla loro predisposizione momentanea in relazione a qualsivoglia entità o fatto preso in esame.

Ciò, a prima vista, potrebbe far intendere la questione generale come estremamente complessa: se qualsiasi fatto di opinione è, in quanto soggettivo, aleatorio, fugace, ingannevole, come si può costruire una “scienza” delle opinioni? Si può arrivare a dei principi generali sulla validità delle opinioni, per poterle comprendere e, magari, influenzarle?

E’ questo l’interrogativo fatto proprio da alcuni filoni di studio, originati a partire dall’esplosione della cosiddetta “società di massa”, che credono di poter indirizzare i flussi di opinione delle “folle”, o comunque di controllarle. Pensano dunque di poter entrare nella testa di ciascun individuo e inculcarvi le opinioni da loro proposte, dimenticandosi dell’incredibile numero di neuroni di ogni cervello umano e di concetti quali ‘filtro percettivo’ e ‘dissonanza cognitiva’.

Non è, naturalmente, una cosa pensabile. La questione, infatti, è molto meno complicata, si permea anzi di un’unica grande semplicità, quasi disarmante: essendo le opinioni, ripetiamo, qualcosa di fuggevole e transitorio (proprio perché scaturiscono da un punto di vista soggettivo), si deve semplicemente accettare il fatto che in ogni momento, per chiunque, e relativamente a qualsiasi cosa vi possono essere migliaia e migliaia di opinioni, tutte autonome, mutevoli e indipendenti le une dalle altre; o meglio, dipendenti solamente da quelle variabili di cui ogni soggetto si serve, anche inconsapevolmente, per formularle.

Ogni processo d’informazione è allora un tentativo di trasmettere un’opinione ad un recettore, di cui si vuole ottenere l’adesione tenendo conto anche (e soprattutto) dei suoi stessi fattori di acculturazione. Questa piccola-grande verità era già nota ai grandi filosofi del passato.

Platone ad esempio distingue tra la conoscenza perfetta data dalla comprensione dell’oggetto in sé, in quanto essenza, e quella imperfetta data invece dalle opinioni, con cui si può scorgere un oggetto bello o giusto, ma non la bellezza o la giustizia in sé; era già consapevole del fatto che l’atto di opinare interviene solo in uno stato di non conoscenza.

La Tecnica Sociale dell’Informazione di Francesco Fattorello fa sua questa importantissima distinzione, inficiata dagli studi precedentemente citati e in particolare dalla cultura americana del ventesimo secolo che concepisce il pubblico e la ‘massa’ (concetti di cui peraltro non riesce a dare una definizione o, peggio ancora, crede non sia importante) come un target senza scampo di fronte a tutto ciò che riceve. Fattorello asserisce infatti che il processo d’informazione non è altro che una tecnica sociale con cui un soggetto promotore informa (cioè, “da forma”) a suo modo l’oggetto della realtà su cui vuole opinare, e lo trasmette ad un soggetto recettore sul quale vuole ottenere l’adesione e che a sua volta mette in moto il suo meccanismo interpretativo.

Entrambi i soggetti hanno dunque pari dignità, nessuno dei due può assumere una qualche posizione “privilegiata” e, fatto ancora più importante, il processo si esaurisce qui, gli effetti stanno fuori e non sono nemmeno prevedibili.

Secondo una visione molto più ampia, che intravede un’analogia (certo un po’ forzata, ma significativa) con una disciplina totalmente differente, un soggettivismo estremo così postulato dei fenomeni di opinione può essere inteso alla maniera della teoria della relatività spazio-temporale di Einstein, secondo cui qualsiasi tentativo di determinare la posizione o il moto di un punto nello spazio-tempo è relativo alle generali condizioni contestuali della situazione, dunque non si può stabilire a priori. Allo stesso modo, qualsiasi processo opinante ha validità solo nel suo preciso contesto d’uso, in relazione alle persone che lo mettono in moto, e non può costituire certo una legge, se non nel senso di una predisposizione naturale che in molti casi può divenire anche collettiva e fatta propria da gruppi più o meno numerosi di individui.

Vengono a decadere in questo modo molti concetti fuorvianti figli della società del nostro tempo, quali ad esempio l’opinione pubblica, l’obiettività e la coerenza.

La prima è certamente difficile da considerare nel senso che ci tramandano i padri delle scienze politiche (opinione dominante nazionale), al massimo si può intendere come un gruppo, anche piccolissimo, polarizzato da determinati fattori di conformità in relazione a un dato evento e a un dato momento.

L’obiettività, cavallo di battaglia del giornalismo anglosassone, allo stesso modo viene a cadere: è impossibile separare i fatti dalle opinioni, perché qualsiasi fatto deve per forza essere “vestito” dall’interpretazione soggettiva di ogni individuo che lo tratta, dunque la realtà vera e propria non può in nessun modo entrare nel rapporto d’informazione.

Quanto alla coerenza, mi riferisco non già alla coerenza semantico-tematica degli enunciati, ma alla pretesa di condurre una vita intera ancorati a certe credenze o valori impermeabili agli in-put della realtà, pretesa a mio avviso assolutamente non valida.

Ogni essere umano è un’entità pensante, dovrebbe provare gusto nel vedere continuamente contraddette le proprie opinioni, e compiacersi nel cambiare prospettiva ogni qualvolta l’esperienza lo richieda. Pensare di aver già esaurito ogni capacità, o volontà, di apprendimento è un errore a dir poco grossolano. La complessità dell’esistenza è qualcosa di talmente inaudito, che l’uomo dovrebbe andare fiero della sua finitezza, poiché è tramite questa finitezza che può provare a scandagliare il campo del conoscibile, senza pregiudizio alcuno; una finitezza, insomma, che deve tendere all’illimitatezza.

Certo, tutte queste considerazioni potrebbero anche avere, se vogliamo, dei risvolti diciamo ‘filosofici’ in qualche maniera pessimistici. Prendere atto dell’irreversibile soggettività delle opinioni, dell’impossibilità di osservare gli individui dal loro interno, dell’ingannevolezza di concetti come obiettività e coerenza, potrebbe ottenere come risultato estremo una concezione nichilista secondo cui ogni individuo è irrimediabilmente solo.

Pur vivendo con gli altri suoi simili, non può accedere ai pensieri altrui e deve convivere solo con i suoi; ragion per cui si sente impotente, quasi inutile, può solo vagare con la sua individualità e cercare una convivenza con gli altri la meno problematica possibile.
Una prospettiva, questa, molto simile a quella espressa da Pirandello in “Uno, nessuno e centomila”, in cui il protagonista si sente ingabbiato in un terribile dramma interiore di fronte alle migliaia di opinioni che lo riguardano e che egli non sente come sue.

Abbandonando questa visione un po’ cupa ma certamente interessante, è ora importante dire che un simile senso di smarrimento deve trasformarsi in uno stimolo vitale, quello di cercare continuamente il dialogo con le persone attorno a noi, al fine di comprenderne le aspettative, capirne il più possibile i modi di intendere, le credenze, i valori, e basare su di essi i rapporti reciproci. L’uomo non è certo solo, vive con gli altri e in funzione degli altri, e con gli altri deve continuamente condividere qualcosa; l’essere in società è prerogativa fondamentale della sua stessa sopravvivenza.

Solo con un simile ‘scambio di acculturazioni’, che deve avvenire nella maniera più naturale possibile, si può giungere ad uno stato di comprensione e solidarietà gli uni con gli altri.

Questi due elementi, unitamente a molti altri, sono poi da utilizzare nei vari processi d’informazione, senza pretese di superiorità o persuasioni occulte di un certo tipo.

Parole al Lavoro

ISTITUTO DI COMUNICAZIONE – “FRANCESCO FATTORELLO” – ROMA

“Parole al Lavoro”

Tesina di fine di Valeria Emma del Corso di Metodologia dell’Informazione e Tecniche della Comunicazione – Prof. Giuseppe Ragnetti

A mio nonno Antonio, che da bambina ha “innestato” in me la voglia di conoscere, di ragionare e di vivere onestamente.

PREMESSA

Nella vita quotidiana utilizziamo di continuo strumenti volti a semplificare i nostri compiti di ogni giorno.

Pensiamo all’uso dell’ascensore, dei cellulari, dei computers, dei mezzi di trasporto ecc.
Lo facciamo perché semplicemente pensiamo che l’utilizzo di tali strumenti è in grado di rendere più veloci ed agevoli le nostre azioni.
L’utilizzo di un ascensore può evitarci di sollevare oggetti pesanti od ingombranti, prendere un aereo può regalarci più tempo a disposizione ecc.

Scegliamo cioè strumenti che, in sintesi, rendano le nostre azioni più facili, comode e vantaggiose per noi.
Questo è un concetto banale nella sua semplicità, eppure, a volte, dalle cose semplici nascono grandi cambiamenti.

Sul filo di questo ragionamento, quando ho conosciuto al corso la teoria fattorelliana, ho subito pensato: tutti viviamo “immersi” nella necessità di comunicare con gli altri. Allora, perché non utilizzare questo strumento dalle potenzialità immense? E perché non farlo anche al lavoro, dove trascorriamo gran parte della nostra giornata?

L’attività lavorativa può essere svolta in diversi modi: da soli o in gruppo, a volte capita di partecipare a delle riunioni, a volte può esserci tra i soggetti un rapporto gerarchico, altre paritario, altre ancora di collaborazione ecc.

Situazioni diverse che meritano di essere diversamente analizzate ed affrontate.
Iniziamo dal “cuore” del discorso, la tecnica fattorelliana, e senza la pretesa dell’esaustività proviamo a fare qualche riflessione sulla comunicazione nei luoghi di lavoro, sui rapporti tra i soggetti che si trovano ad interagire e su varie situazioni che possiamo trovarci ad affrontare.

LA TECNICA FATTORELLIANA

Partiamo dalla formula che visivamente sintetizza la tecnica di Fattorello:

X)

                    M

Sp                                     Sr

                    O

Sp = soggetto promotore
Sr = soggetto recettore
X = oggetto del rapporto d’informazione
M = mezzo
O = interpretazione del soggetto promotore del processo d’informazione

Ognuno di noi percepisce la realtà a suo modo in base ai suoi stimoli sensoriali, alle sue conoscenze ed alle esperienze pregresse.
Informare significa dare una certa forma alla realtà.
Io parlo di come vedo le cose.
Con l’informazione non trasmetto un dato meramente oggettivo ma cerco di metterlo in comune, e quindi condividerlo, così come io l’ho percepito.

Il soggetto promotore è colui che si fa motore dell’informazione, la persona che vuole comunicare.

X è l’oggetto del rapporto d’informazione, l’argomento, ciò che voglio trasmettere agli altri.

Per farlo userò M, cioè un mezzo di informazione, che può essere la parola, uno scritto, il mezzo televisivo ed ogni altro strumento, tra i mille possibili, che mi consenta di far giungere all’altro il mio messaggio.

L’altro è appunto il soggetto recettore (Sr).
E’ colui che riceve il messaggio che ho deciso di trasmettere.

Ciò che non va mai dimenticato è che proprio perché, come detto prima, ognuno di noi ha una propria percezione della realtà, il soggetto cui giunge il messaggio non è un soggetto passivo, ma appunto “recettore”, cioè che riceve e filtra il messaggio attraverso i suoi sensi e tutti gli elementi che fanno parte del suo back-ground.

Insomma il soggetto recettore rielabora quanto trasmesso dal soggetto promotore attraverso i suoi filtri percettivi, cioè attraverso il suo vissuto ed alla luce delle conoscenze, credenze e valori che egli ha.

Per questo se mi pongo come soggetto promotore e voglio costruire un buon rapporto d’informazione non posso non tenere conto di ciò. Anzi, devo tenerne conto e conseguentemente devo strutturare il rapporto d’informazione scegliendo bene ogni elemento del mezzo M che possa meglio far giungere il mio messaggio O, cioè il mio modo di vedere X, al soggetto recettore.

Solo dall’osservazione e dalla conoscenza del soggetto recettore posso individuare il mezzo che meglio e che più facilmente possa consentire al soggetto recettore di recepire la mia O cioè il mio modo di vedere le cose. Solo in tal modo potrò cercare di ottenere l’adesione di opinione dell’altro all’opinione da me espressa.

L’AMBIENTE DI LAVORO

L’ambiente di lavoro presenta caratteristiche peculiari che, se analizzate, ne rivelano pro e contro rispetto al processo comunicativo.

Innanzitutto, il luogo di lavoro, come la famiglia è caratterizzato da quella quotidianità o ripetitività nel tempo dei rapporti che, se ben sfruttata, può consentire di utilizzare al meglio la tecnica fattorelliana.

Infatti, abbiamo visto come per ottenere l’adesione alla propria opinione il soggetto promotore debba strutturarla nel modo più adatto a trasmetterla al soggetto recettore.

Ma tutto ciò presuppone la conoscenza del soggetto recettore e di quanti più elementi possibili della sua “acculturazione”, cioè di tutti quei fattori che costituendo il back-ground di conoscenze ed esperienze di un soggetto lo rendono in quel momento quella specifica persona ed incidono sul suo modo di percepire la realtà.

Pertanto, il soggetto promotore avrà maggiore possibilità di successo quanto maggiore sarà la sua conoscenza di tutti quegli elementi ed esperienze che hanno contribuito a rendere il soggetto recettore ciò che è.

Allora è facile intuire come proprio la frequenza, l’intensità e i tempi dell’attività lavorativa possano offrire al soggetto promotore molteplici opportunità di conoscenza del soggetto recettore.

Dunque, fondamentale risulta avere un atteggiamento aperto, curioso e disponibile verso l’altro (collega, collaboratore o capo che esso sia).

Tale apertura verso l’altro e la propensione all’ascolto consentono di cogliere quelle informazioni che successivamente saranno utili alla costruzione della comunicazione secondo la formula fattorelliana.

Per costruire la formula servono gli “ingredienti” e gli ingredienti possiamo acquisirli solo attraverso l’ascolto e l’osservazione del soggetto recettore.

COMUNICAZIONE TRA SOGGETTI IN RAPPORTO GERARCHICO ( CAPO – DIPENDENTE)

Se il cuore della teoria fattorelliana è la conoscenza dell’altro al fine di veicolare al meglio il messaggio che gli indirizziamo, è facile intuire quanto questo elemento diventi importante ed allo stesso tempo complesso nel rapporto con chi riveste un ruolo gerarchicamente superiore.

Una buona conoscenza di talune caratteristiche del “capo” potranno agevolare e rendere più proficua ogni occasione di lavoro che ci porta ad interloquire con lui.

L’elemento tempo quale fattore di conoscenza fondamentale è, ovviamente, di grande aiuto, ma anche in assenza di una conoscenza lavorativa approfondita taluni accorgimenti possono aiutarci.

Innanzitutto, ascoltare con attenzione le prime richieste che ci vengono rivolte può fornirci numerosi elementi per impostare al meglio il messaggio comunicativo ed ottenere un’adesione di opinione. Che per noi sarà, nei fatti, l’adesione ad una proposta di risoluzione di una problematica affidataci o di un qualsiasi altro compito che ci viene chiesto di svolgere.

Sin dai primi dialoghi si può prestare attenzione al linguaggio verbale e para-verbale del capo, che può rivelarci la formazione culturale e professionale, la provenienza, le preferenze e molto altro.

L’utilizzo di un linguaggio specifico, ad esempio, che vada dritto al punto potrebbe in taluni casi rivelarsi vincente, consentendo di andare immediatamente al cuore del problema da trattare.

Dobbiamo, inoltre, tenere presente che solitamente in strutture burocratiche e gerarchizzate il “capo” diventa di solito il “collettore” delle problematiche o delle questioni più rilevanti.

Ciò determina spesso che esso si trovi a gestire durante la giornata il colloquio con molte persone, ognuna chiamata a prospettare questioni più o meno complesse.

Dunque, è facilmente intuibile che giungere ad un incontro con le idee ben chiare sulla questione e/o tesi da esporre e con la documentazione in ordine può già essere un buon inizio.

Talvolta ci si potrà aiutare con slides o diagrammi o più semplicemente con testi sottolineati, da mostrare al nostro interlocutore, per dargli un’immediata percezione visiva di ciò che stiamo sottoponendo alla sua attenzione.

L’esperienza ed una maggiore conoscenza potranno poi fornirci ulteriori indizi sulle modalità più confacenti al nostro interlocutore.

Un capo che conosce nel dettaglio ciò di cui stiamo parlando, magari, vorrà comprendere nei minimi particolari ciò che gli stiamo dicendo, al contrario uno con una conoscenza meno approfondita del settore vorrà comprendere perché è richiesto un suo intervento e quali conseguenze potranno derivare dalle sue decisioni, senza essere interessato a cogliere i dettagli della questione.

Un grande svantaggio è sicuramente costituito dalla circostanza di avere spesso a disposizione solo poco tempo per esporre questioni complesse.

Spiegare, magari in cinque minuti, una problematica che si è studiata a lungo, potrebbe rivelarsi assai difficoltoso.
Pertanto, ancora una volta la teoria fattorelliana ci sarà d’aiuto nello scegliere termini e modalità di esposizione che più riescano a catturare l’attenzione e che siano di facile comprensione per il nostro interlocutore.

L’utilizzo di esempi legati al settore che il capo meglio conosce o che più lo interessa potrebbe risultare vincente.
Che sia una metafora calcistica o letteraria al buon fattorelliano scoprirlo!

COMUNICAZIONE TRA SOGGETTI DI PARI GRADO (TRA COLLEGHI)

All’interno delle aziende o della Pubblica Amministrazione talune attività lavorative presuppongono ogni giorno la realizzazione di parte del lavoro con altre persone.

Quando bisogna rapportarsi con altri per il raggiungimento di un comune obiettivo o per il semplice intersecarsi delle diverse attività lavorative affidate ad ognuno all’interno della struttura di lavoro, l’utilizzo della tecnica fattorelliana è uno strumento di grande utilità per il raggiungimento del nostro scopo, un asso nella manica cui fare ricorso anche per la creazione di un ambiente di lavoro sereno e stimolante.

Capita spesso, infatti, di constatare come il corretto approccio tenuto da alcuni colleghi nel rapporto con gli altri contribuisca ad “oliare” i meccanismi degli ingranaggi lavorativi, permettendo una maggiore celerità ed efficacia nello svolgimento del lavoro.

Ma come capita tutto questo?
Grazie al giusto modo di relazionarsi con gli altri.
E quando il modo è giusto?
Quando cerca di comprendere come meglio si può interagire con quella persona, in quel momento per dire quel qualcosa.

Può sembrare un paradosso ma il giusto metodo in assoluto non esiste, se non nella misura in cui si consideri giusto in assoluto quel modo che muta a seconda del contesto e della persona.

Cioè non c’è una modalità comunicativa assoluta, una formula magica, ma solo una modalità che essendo il frutto della ricerca della modalità di comunicazione più congeniale ad una specifica persona, in uno specifico momento può dare buoni risultati.

Avere prestato attenzione agli altri colleghi in passato ed esserci fatti un’idea sul loro modo di essere e di mostrarsi agli altri o aver visto le loro reazioni in passato deve esserci utile per relazionarci al meglio con essi.

Porsi nella disponibilità d’animo di comprendere gli altri, come sono o come si sentono in quel momento diventa determinante per scegliere la giusta modalità comunicativa.

Inutile pretendere di rappresentare una problematica nel dettaglio ad un collega che passa in fretta in un corridoio o che al momento ha altre priorità lavorative.

Probabilmente si otterrà un miglior risultato chiedendo un appuntamento per un momento successivo o accennando solo agli elementi fondamentali della questione, evidenziando sin dall’inizio il motivo per cui essa è importante anche nel momento in cui il collega è impegnato in altre attività.

Un altro elemento ritengo, inoltre, sia fondamentale nel rapporto tra colleghi ed è il rapportarsi con gli altri riconoscendogli pari dignità.

Regola che vale nel lavoro, come in ogni settore della vita, l’approcciarsi in modo paritario riconoscendo all’altro pari dignità di parola e pensiero e con la disponibilità all’ascolto di quanto l’altro pensa non solo ci arricchisce mentalmente, professionalmente e culturalmente ma ci pone anche nella giusta prospettiva per raccogliere informazioni sull’altro e, di conseguenza, per impostare il rapporto comunicativo.

Allo stesso tempo ci pone anche nella corretta disposizione mentale per gestirlo senza che si inneschino pericolose dinamiche psicologiche di competizione, rivalsa e quant’altro di negativo.
Pensate mai che qualcuno di noi possa rispondere positivamente ad un soggetto che si pone con toni di sprezzante superiorità e nel quale non riconosciamo alcuna qualità professionale?

Allora, seguendo una vecchia buona regola evangelica, non facciamo agli altri ciò che non piacerebbe fosse fatto a noi.
Poniamoci bene, ed eccezioni a parte, avremo feed-back positivi.

Mi viene da dire anche: sorridi alla vita e la vita ti sorriderà!
Ecco, un’altra “regola” che può aiutarci è il sorriso.

Sforzarsi di elargirlo anche quando non si è al top è sintomo di apertura e disponibilità e ciò già predispone l’altro al dialogo.
D’altronde non risultano dati scientifici a favore di processi comunicativi fatti di bronci, mugugni e recriminazioni.
Un motivo ci sarà.

LA RIUNIONE
UN’OPPORTUNITA’ TALVOLTA MANCATA

Nelle dinamiche comunicative del lavoro ritengo meriti un’attenzione a sé la riunione.
Essa è potenzialmente una grande opportunità comunicativa ma talvolta si rivela un’occasione mancata.

Qualche riflessione sul tema…

L’incontro di più persone che lavorano insieme può essere determinato da motivi semplici e piacevoli quali ad esempio lo scambio degli auguri od il festeggiamento del raggiungimento di un obiettivo, ma lo è per lo più, dalla necessità di ricevere direttive e/o indicazioni sull’attività lavorativa.
In tal caso di solito è il capo dell’ufficio o il responsabile del settore o progetto che ha il compito di aprire la comunicazione e/o la discussione e di coordinarne lo svolgimento.

E’ come se fosse il buon arbitro della partita, soprattutto quando è necessario dare la parola a più persone, ascoltarne le idee, calibrare i tempi di intervento e “guidare” la discussione verso il suo obiettivo.

Particolare importanza allora assume la capacità del capo ufficio di “contenere” gli spazi temporali di intervento dei partecipanti.
A tal fine potrebbe risultare conveniente chiarire sin dall’inizio la necessità del rispetto della sintesi da parte di tutti e di mantenere la propria attenzione sugli argomenti da discutere, senza divagazioni su argomenti che, sebbene interessanti non siano oggetto specifico della riunione.

Il chiarire anticipatamente le modalità di intervento può essere estremamente utile per evitare, invece, di intervenire in seguito.

Ad esempio una frase che faccia riferimento alla consapevolezza che tutti i partecipanti abbiano altri impegni da rispettare , potrà trovare facilmente adesione da parte di tutti, catturando l’attenzione dei presenti che percepiranno la volontà di evitare lungaggini e che sapranno che poi potranno dedicarsi ad altro, purchè per un tempo limitato si concentrino sulla problematica da trattare.

D’altronde, è noto che la concentrazione e l’attenzione di chi ascolta ha breve durata e che tratteniamo soltanto una piccola percentuale delle informazioni ricevute.
Pertanto, è più utile un’esposizione sintetica dei punti salienti dell’argomento per cui ci si è riuniti che un’esposizione eccessivamente dettagliata.
Si potrà, magari, lasciare alle domande dei soggetti recettori la fase di approfondimento oppure si potrà mettere a disposizione del materiale di approfondimento.

Ancora, ci si potrà dire disponibili ad ulteriori incontri su temi specifici ed eventualmente con una platea più ristretta di interessati, qualora non tutti i partecipanti alla riunione/soggetti recettori abbiano lo stesso grado di interesse lavorativo in merito ad approfondimenti specifici dell’oggetto della riunione.

Il rinviare ad ulteriori e più ristrette riunioni ha il duplice vantaggio di consentire al soggetto promotore di gestire un numero più ristretto di soggetti recettori, con migliori possibilità di modulazione di un messaggio comunicativo più mirato ed efficace, ma allo stesso tempo elimina dispersioni di attenzione da parte dei soggetti recettori meno interessati dallo specifico approfondimento, contribuendo allo stesso tempo a dare valore all’essere stati scelti, perché esperti, a coloro che dovranno partecipare.

Ritornando allo svolgimento della riunione, deve sottolinearsi che la limitazione di un intervento potrebbe essere colta dall’interessato come un “attacco” personale.
Non così avverrà, invece,se la regola sarà stata prima esposta.

Ma starà, comunque, all’abilità del capo ufficio, soggetto promotore, formulare l’eventuale limitazione dell’intervento con le parole e le modalità comunicative che più si addicono al soggetto recettore.

In tal modo si potrà limitare il fastidioso fenomeno della degenerazione delle discussioni oltre l’oggetto della riunione, che comporta l’insorgere di distrazioni e nervosismi.

In questo caso il soggetto promotore dovrà tenere conto delle specificità del suo dipendente, mentre nell’esposizione dell’argomento della riunione dovrà diversamente approcciarsi secondo le modalità che possano essere più adatte all’insieme di tutti i partecipanti alla riunione.
Usando il più possibile formule di opinione che gli consentano di ricevere la massima adesione possibile.

Ulteriore elemento di cui il soggetto promotore dovrà tenere conto è che la presenza di più persone in una riunione di lavoro, ambiente nel quale non di rado sono presenti relazioni di simpatia o antipatia e/o di antagonismo, condiziona la modalità di reazione dei soggetti recettori.

La presenza di altri rende un soggetto recettore propenso a non recedere da una sua opinione espressa precedentemente o nel corso della stessa riunione, per un innato senso di coerenza con sé stessi e di orgoglio.

In tal caso il soggetto promotore deve proporre la sua tesi esprimendo al massimo la sua abilità nel costruire il suo discorso al fine di ottenere l’adesione di opinione.

Da evitare, invece, l’esposizione di problematiche con riferimenti a casi o ad esempi che abbiano di recente suscitato polemiche o battibecchi tra i partecipanti alla riunione.

Il rischio è che la discussione degeneri e si assista a veri e propri “scontri” tra colleghi che nel migliore dei casi si concludono nel rigido mantenimento delle proprie posizioni da parte degli interessati tra l’imbarazzo generale degli altri presenti. Quando, addirittura, non degenerino, magari, fomentate, anche inavvertitamente, da interventi “ad adiuvandum” dell’uno o dell’altro dei contendenti da parte di altri colleghi.

Anche qui la teoria fattorelliana con la particolare attenzione al soggetto recettore può guidare il soggetto promotore a scegliere parole, argomenti, modi e tempi da proporre sulla base della buona conoscenza che esso deve avere dei soggetti recettori in virtù del contatto giornaliero e prolungato con essi.

CAPACITA’ DI COMUNICAZIONE E RUOLI DI SICUREZZA

Una piccola parentesi, penso meriti una particolare circostanza.
Negli ultimi anni sempre più attenzione è stata prestata dal legislatore alla sicurezza nei luoghi di lavoro.

La sicurezza, un aspetto importante rispetto ad un luogo che viviamo tutti quotidianamente.

La legge attribuisce a vari soggetti precisi compiti per lo svolgimento, a vari livelli, di funzioni di protezione dei lavoratori.

Alcuni di questi per le mansioni loro specificamente attribuiti dalla legge possono raggiungere elevati gradi di efficacia se svolti da persone che sanno cosa dire e come dirlo al momento giusto.

Pensate, per esempio, a chi deve intervenire in prima battuta in casi di emergenza.
Senza perdere la calma dovrà, magari, allontanare persone, impartire ordini, spiegare ad altri a distanza cosa sta accadendo e ciò di cui si ha necessità, ricevere ed impartire istruzioni.

Anche in questo piccolo ma importante ambito, dunque, le capacità comunicative sono una marcia in più, che può giungere anche a salvare la vita.

CONCLUSIONI

Ricordo un esempio fattomi da bambina al catechismo.
Mi dissero a proposito della fede: se non ce l’hai, come puoi trasmetterla? Similmente, come si può pensare di comunicare bene, se non ce ne è la volontà effettiva?

La volontà di trasmettere veramente un messaggio è un elemento imprescindibile, la pietra di volta di tutto il processo comunicativo.

Nessun team o ufficio comunica e di conseguenza lavora bene se coloro che lo compongono non hanno la volontà, la voglia di scambiarsi idee, conoscenze, opinioni.
Solo questa volontà consentirà al gruppo di comprendersi a vicenda e raggiungere presto ed al meglio l’obiettivo.

Sembra assolutamente banale e scontato.
Eppure non lo è.

Pensate a quante volte, soprattutto nella pubblica amministrazione o in strutture complesse e gerarchizzate, ci si trova dinanzi a documenti incomprensibili, che sembrano non dire nulla o alludere a più soluzioni.

Pensiate che siano scritti così perché chi li ha redatti non ha saputo trasmettere bene il messaggio?
Ahimè!
Mi viene da dire di no!
Non sempre dietro ad un testo “pluri-significato” o “nulla-dicente”, c’è una mente confusa od un’incapacità comunicativa.
A volte dietro ad un testo di questo tipo si nascondono sottili equilibri di competenze e responsabilità.

Ad esempio, scrivo perché sono tenuto a dare una risposta, ma non è compito mio, quindi, non mi assumo la responsabilità di dire qualcosa… oppure non ho ancora abbastanza elementi per esprimermi e forse dal lato di chi ha posto il quesito non mi verrà mai fornito un quadro chiaro della situazione…

Mille ragioni, mille situazioni complesse, difficili da decifrare e tanto più da giudicare.
Però, forse, una riflessione si può fare: quando ognuno svolge il proprio compito con professionalità e serietà ed in egual modo si rapporta con i suoi interlocutori e dall’altro lato trova altrettanto è più facile che si creino rapporti sinceri e collaborativi, all’interno dei quali ognuno “si muove” con maggiore naturalezza e voglia di fare, senza temere rimpalli di responsabilità, trabocchetti e quant’altro.

Ed ancora una volta in queste situazioni ci si guadagna tutti: capi, dipendenti, collaboratori ed utenti.
Ma non è facile che si creino le condizioni per tutto questo.

La differenza la fanno le persone.
Che vogliono, che fanno, che spendono energie, che si impegnano ed ottengono!
Allora, un invito a me stessa ed a tutti:

Siate le persone che fanno la differenza!
Ora!Sempre!

Con l’aiuto del Fattorello!

L’Inconscio e la Comunicazione: “La mente umana come un Iceberg”

ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO” – ROMA – dal 1947 “la via italiana alla comunicazione” – Direttore: prof: Giuseppe Ragnetti

Tesina di fine Corso a cura di Paola Santucci

L’Inconscio e la Comunicazione: “La mente umana come un Iceberg”

 
Introduzione
  1. La comunicazione non verbale
  2. Il modo di comunicare – informare
  3. Interpretare la gestualità 
  4. L’ascolto 
  5. Visione Freudiana
  6. Conclusioni

Paragoniamo l’inconscio ad un elefante e la parte logica ad una mosca posata sulla sua testa. Si trovano in una giungla e ad un certo punto la mosca vede una montagna di zucchero: “Hei – grida la mosca – gira a destra che c’è una montagna di zucchero!”. Ma l’elefante la ignora perché vede davanti a se un ruscello che può dissetarlo. L’insetto insiste inutilmente in quanto il pachiderma invece di girare a destra preferisce dissetarsi.

Quando prendete una decisione, consultate il vostro elefante?

Spesso facciamo ciò che ci suggerisce la mosca. L’inconscio è rappresentato dall’elefante. Le nostre azioni sembrano razionali e giustificate ma in realtà troviamo delle giustificazioni per assecondare ciò che vogliamo fare a livello di inconscio.

Questa breve metafora lascia percepire un chiaro messaggio: c’è una parte nascosta in noi a cui spesso non si presta attenzione.

Una serie di ricerche sull’inconscio hanno letteralmente ribaltato la concezione della vita, la realtà e la nostra stessa natura di esseri umani. Si è intrapreso un viaggio senza fine e senza una meta precisa, durante il quale viene scoperto che siamo formati da due menti, una parte logica ed una inconscia. La prima è razionale, sequenziale, matematica, organizza la parola, è quella messa su un piedistallo dalla società occidentale. La seconda, la parte emotiva, è irrazionale, intuitiva, creativa, vive nel mondo dei sogni ed è quella chiusa in gabbia perché in una società come la nostra vi è poco spazio per lei. 

Addentriamoci dunque in questo mondo e proseguiamo il viaggio incontrando e conoscendo l’arte del comunicare insita nel nostro inconscio, il nostro iceberg e l’iceberg di chi ci ascolta.

LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

“Così volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch’ero io stesso: l’estraneo inseparabile da me. Ne avvertivo uno solo, allora! E già quest’uno, o il bisogno che sentivo di restar solo con esso, di mettermelo davanti per conoscerlo bene e conversare un po’ con lui, mi turbava tanto, con un senso tra di ribrezzo e di sgomento. Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io? …così, seguitando, sprofondai in quest’altra ambascia: che non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello d’un altro. Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio e rifatto. Io non potevo vedermi vivere. E mi fissai d’allora in poi in questo proposito disperato: d’andare inseguendo quell’estraneo ch’era in me e che mi fuggiva; che non potevo fermare davanti a uno specchio perché subito diventava me quale io conoscevo; quell’uno che viveva per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io così come gli altri lo vedevano e conoscevano. Credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo di essere io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me.”

Questo passo di Pirandello in “Uno, nessuno e centomila” lascia intravedere la parte inconscia che è insita in un soggetto. In questo caso è il protagonista che si interroga sull’estraneo quale appare ai suoi stessi occhi. In effetti questi aspetti nascosti nel nostro essere vengono fuori e si manifestano ad esempio quando comunichiamo.

“Comunicare è un’arte”, comunicare non vuol dire usare solo parole di senso compiuto per formare discorsi, ma vuol dire trasmettere, vuol dire entrare in contatto con un interlocutore, attraverso simboli e segni del linguaggio comune, ma anche attraverso un linguaggio un po’ particolare, una forma di linguaggio comandata dall’inconscio e denominata comunicazione non verbale.

Quella parte della comunicazione che comprende tutti gli aspetti di uno scambio comunicativo non concernenti il livello puramente semantico del messaggio, ossia il significato letterale delle parole che compongono il messaggio stesso.

Uno studio condotto nel 1972 da Albert Mehrabian (“Non-verbal communication”) ha mostrato che ciò che viene percepito in un messaggio vocale può essere così suddiviso:

  • Movimenti del corpo (soprattutto espressioni facciali) 55% 
  • Aspetto vocale (Volume, tono, ritmo) 38% 
  • Aspetto verbale (parole) 7%

L’efficacia di un messaggio dipende quindi solamente in minima parte dal significato letterale di ciò che viene detto, e il modo in cui questo messaggio viene percepito è influenzato pesantemente dai fattori di comunicazione non verbale.

Prendiamo ad esempio il mondo del teatro, dove per parlare gli attori usano in minima parte la parola, ma fanno largo uso dell’interpretazione mimica, della mimica facciale, anche se non tutto ciò che viene comunicato tramite le espressioni del volto è sotto il nostro controllo (ad esempio l’arrossire o l’impallidire). Poi ci sono i gesti, in primo luogo quelli compiuti con le mani. La gestualità manuale può essere una utile sottolineatura delle parole, e quindi rafforzarne il significato, ma anche fornire una chiave di lettura difforme dal significato del messaggio espresso verbalmente. 

La diversa interpretazione delle espressioni facciali e dei gesti nelle varie culture è uno dei campi di studio più considerati nella storia delle scienze della comunicazione. 

Un campo nel quale le differenze culturali rivestono un ruolo cruciale è l’aptica, che studia i messaggi comunicativi espressi tramite il contatto fisico. In questo caso si passa da forme comunicative codificate (la stretta di mano, il bacio sulle guance come saluto ad amici e parenti), ad altre di natura più spontanea (un abbraccio, una pacca sulla spalla). Ad esempio la quantità di contatto fisico presente nei rapporti interpersonali fra le persone di cultura sud-europea verrebbe considerata come una violenta forma di invadenza dai popoli nord-europei.

IL MODO DI COMUNICARE – INFORMARE

La forma di ciò che è oggetto di comunicazione, informazione

Come dar vita ad una comunicazione, come rendere un discorso degno di essere ascoltato, come dar forma a qualcosa che si vuole portare a conoscenza del soggetto recettore? 

Abbiamo visto come Moscarda nel suo monologo riesce a trasmettere pathos al lettore, da corpo a delle parole che messe insieme senza un contesto non avrebbero significato. Questo contesto è appunto la forma di ciò che è oggetto di comunicazione. 

Tutti i modi di comunicare-informare sono caratterizzati da una diffusa gestualità, da un linguaggio non verbale che fa da contorno a quello che si ha intenzione di trasmettere. Anche qui entra in gioco con la comunicazione non verbale la parte inconscia del soggetto che comunica, sia esso soggetto promotore, o soggetto recettore. Naturalmente non vi è comunicazione se non si riesce a mettere insieme tutto ciò, perché le parole si svuoterebbero del loro contenuto e non riuscirebbero ad ottenere l’adesione di opinione del recettore.

La forma è data dallo scopo dell’informatore e dalla cultura che socializza lui e il recettore. Questa forma è una rappresentazione, la rappresentazione di ciò che viene comunicato, delle immagini percepite e rielaborate personalmente e soggettivamente sugli stimoli forniti dalla realtà esterna. Così come l’informatore, anche il soggetto recettore si farà una sua idea personale e soggettiva di ciò che gli viene comunicato e rielaborerà il tutto secondo i suoi scopi e il suo contesto culturale in modo da poterlo a sua volta trasformare in oggetto di un altro rapporto di comunicazione.

Erving Goffman, sociologo tra i più raffinati della cultura odierna, il cui studio fondamentale è “vita quotidiana come rappresentazione”, ritiene che i gruppi sociali si dividano in due categorie: i gruppi di “performance” e i gruppi di “audience”. La vita sociale è, appunto, una rappresentazione (si parla infatti di “metafora drammaturgica”), che i gruppi sociali mettono in scena di fronte ad altri gruppi. Goffman cita l’esempio dei camerieri in un hotel delle isole Shetland. Verificando che il gruppo di performance dei camerieri, di fronte al proprio pubblico (ovvero i clienti del ristorante), inscena una rappresentazione, mostrandosi deferente, rispettoso, discreto, e così via. Questo accade in uno spazio di “palcoscenico” (cioè dove il pubblico è presente), mentre nello spazio di “retroscena”, nascosto al pubblico, i camerieri hanno un comportamento del tutto diverso, molto più informale e irrispettoso.

La vita sociale, quindi, si divide in spazi di palcoscenico e di retroscena, cioè in spazi privati, in cui gli individui non “recitano”, e spazi pubblici in cui inscenano invece una precisa rappresentazione. Naturalmente, il comportamento nel retroscena contraddice il comportamento pubblico: una persona insicura, ad esempio, può assumere in pubblico un atteggiamento spavaldo, e mostrarsi invece vulnerabile soltanto nel suo retroscena.

Così come gli attori teatrali, i soggetti danno vita alla comunicazione sulla scena, e non dietro il palcoscenico, dove non servirebbero né costumi, né voci , neanche pettinature e scenografia.

INTERPRETARE LA GESTUALITA’

“Non volevo già come un commediante studiare le mie mosse, compormi la faccia all’espressione dei varii sentimenti e moti dell’animo; al contrario: volevo sorprendermi nella naturalezza dei miei atti, nelle subitanee alterazioni del volto, per ogni moto dell’animo; per un’improvvisa meraviglia, ad esempio (e sbalzavo per ogni nonnulla le sopracciglia fino all’attaccatura dei capelli e spalancavo gli occhi e la bocca, allungando il volto come se un filo interno me lo tirasse); per un profondo cordoglio (e aggrottavo la fronte, immaginando la morte di mia moglie, e socchiudevo cupamente le palpebre quasi a covar quel cordoglio); per una rabbia feroce (e digrignavo i denti, pensando che qualcuno m’avesse schiaffeggiato, e arricciavo il naso, stirando la mandibola e fulminando con lo sguardo). Ma prima di tutto, quella meraviglia, quel cordoglio, quella rabbia erano finte, e non potevano esser vere, perché, se vere, non avrei potuto vederle, chè subito sarebbero cessate per il solo fatto ch’io le vedevo; in secondo luogo, le meraviglie da cui potevo esser preso erano tante e diversissime, e imprevedibili anche le espressioni, senza fine variabili anche secondo i momenti e le condizioni del mio animo.”

Così Moscarda vorrebbe vedersi vivere, vedersi mentre compie quei gesti legati a determinati sentimenti e momenti ma che vedono solamente i nostri interlocutori.

Il linguaggio gestuale ha un’origine espressiva da quello spontaneo che chiamiamo linguaggio del corpo, poi però progressivamente si culturalizza divenendo intenzionale.

Per linguaggio intendiamo un sistema di segni condivisi, ma è necessario chiarire bene di quali segni ci si serve e quale valore si attribuisce loro, in quanto ogni cultura attribuisce a ciascun segno un significato del tutto arbitrario che può variare incredibilmente e anche contraddirsi. 

Bisogna inoltre tener presente che si è prima visti e poi sentiti. Nella comunicazione molto spesso l’abito fa il monaco, intendendo con abito il complesso delle manifestazioni esteriori che caratterizzano la nostra maniera di esprimerci.

Risulta infatti che circa il 70-80% dell’informazione che raggiunge la corteccia cerebrale giunge dagli occhi, contro il 10-15% che proviene dall’udito. Le ricerche neurolinguistiche, inoltre, indicano chiaramente la priorità dell’elaborazione visiva, globale, simultanea, contestuale, analogica delle informazioni nell’emisfero destro del cervello, anche se le informazioni sono linguistiche e quindi andranno poi rielaborate dall’emisfero sinistro (verbale, analitico, sequenziale, logico).

Nella comunicazione la gestualità ha un ruolo fondamentale, perché può rappresentare: un rinforzo, un’involontaria smentita o una fonte di feedback (insieme all’espressione del volto).

In una situazione interculturale possono nascere problemi di omomorfia (gesto uguale, significato diverso), responsabile di fraintendimenti. 

Ad esempio la moderna scienza della comunicazione non verbale ha permesso di identificare con precisione l’espressione che lo sguardo assume quando siamo in collera o abbiamo paura; quando ci sentiamo tristi o felici. Si sa anche che un certo modo di guardare sfuggente, guizzante, incerto é spesso un indizio che l’interlocutore sta mentendo. La sessuologia ha poi constatato come la dilatazione della pupilla e la luminosità dell’occhio siano evidenti segni di attrazione.

La forte gestualità, accompagnata ad un tono di voce abbastanza alto rispetto ad altre culture fa sì che si sia diffuso all’estero uno stereotipo che raffigura quindi gli italiani.

L’ASCOLTO

Oltre la gestualità, nella comunicazione assume particolare rilevanza l’ascolto. Si parla del secondo “iceberg”, quello del soggetto recettore che prova a comprendere una prospettiva diversa dalla propria, a considerare le caratteristiche dell’altro e i suoi attributi e a tenerne presente la prospettiva durante l’interazione.  Per ottenere questo è importante tacere, rispettare quel silenzio temporaneo che consente all’altro di parlare e facilita in chi ascolta l’attenzione e la concentrazione su quanto gli viene comunicato.

L’ascolto può essere considerato come un momento del processo della comunicazione: il messaggio in arrivo viene ascoltato ed elaborato per formulare un’azione o un messaggio di ritorno (feedback).

Il termine “ascolto”, nell’uso corrente, viene associato ai concetti di passività e naturalezza, in quanto per ascoltare non bisogna “fare” niente, basta che chi ci parla pronunci le parole in modo sufficientemente forte e chiaro, inoltre l’ascolto non richiede alcun accorgimento particolare perché è un fenomeno spontaneo e coincide semplicemente con lo “stare a sentire” qualcuno che parla.

Il senso nel quale viene usato qui, invece, è diverso: l’ascolto ha una doppia natura perché da un lato è vero che è un fenomeno spontaneo tanto che, a volte, avviene anche contro la nostra volontà (non possiamo fare a meno di sentire rumori molesti o discorsi noiosi), e ad esempio è condizionato dall’istintiva tendenza di chi ascolta a pensare subito a cosa rispondere, invece di accogliere fino in fondo ciò che l’altro dice. Ma il cattivo ascolto è anche fonte di molti problemi connessi alla comunicazione e alle relazioni interpersonali (l’interlocutore non capito si sente frustrato e poco considerato).

D’altra parte la capacità di ascolto, che tutti in qualche misura possediamo, può essere sviluppata ed esistono indicazioni, tecniche specifiche e riferimenti per passare da un atteggiamento spontaneo a quello che è definito ascolto attivo: chi ascolta non è più un ricevente passivo ma qualcuno che agisce in modo finalizzato per facilitare la comunicazione e si attiva per capire che cosa vuol comunicare l’interlocutore, capire a quale scopo lo sta comunicando, evitare di interpretare soggettivamente i messaggi dell’interlocutore, cercare di individuare e rimuovere eventuali ostacoli al libero fluire della comunicazione e far capire che ha capito. 

L’ascolto attivo è una delle tecniche dell’assertività e si fonda sia sulla capacità di leggere i segnali che ci invia l’interlocutore, sia su quella di controllare i segnali che noi emettiamo e di finalizzarli a favorire un’espressione più aperta e una maggiore comprensione. Innanzitutto è necessario tener presente che, nell’ambito di un approccio pragmatico ai problemi della comunicazione, non si ascoltano solo i contenuti (espressi attraverso le parole), ma si può “ascoltare” anche la relazione (espressa attraverso la comunicazione non verbale).

Un ascolto attivo implica una continua verifica, volta sia ad accertarsi di aver ben compreso che a confermare all’interlocutore che lo stiamo ascoltando; è dunque opportuno, per esempio, che le espressioni di intesa non si concludano, come affermazioni, ma con una richiesta di convalida: “Se ho ben capito lei ha detto che… E’ così?”. Oppure: “Mi pare che questi eventi la coinvolgano molto… E’ vero?” Bisogna, inoltre, mostrare di credere alle affermazioni di conferma oppure, assertivamente, esplorare con nuove domande; l’importante è non dire “Sì”, dando l’impressione di non fidarsi perché questo può uccidere la comunicazione.

Un ascolto attivo, per essere quindi veramente efficace deve possedere tre qualità fondamentali, e cioè deve essere: empatico, reattivo e selettivo.

VISIONE FREUDIANA

Abbiamo visto che siamo formati da due menti, una parte logica ed una inconscia.

La parte logica si trova nell’emisfero sinistro del nostro cervello, mentre l’inconscio occupa quello destro. Le due parti sono separate idealmente e non realmente. Questa distinzione significa che la maggior parte delle funzioni razionali sono collocate nella parte sinistra, mentre quelle emotive sono situate nella parte destra del nostro encefalo.

Possiamo ricorrere ad un’altra raffigurazione: quella di Freud. Quest’ultimo paragonava la nostra mente ad un iceberg  dove è visibile solo la parte emergente. Quando ne vediamo uno tendiamo a pensare che quello che osserviamo sia tutto il blocco di ghiaccio, mentre esiste una parte sommersa dieci volte più grande. Quale delle due parti ha un ruolo fondamentale per lo spostamento nel mare della massa di ghiaccio? La parte emergente sulla quale soffiano i venti? O la parte sommersa su cui operano le correnti marine?

Mi sembra ovvio che quest’ultima sia la riposta giusta. Freud diceva che la mente umana è simile ad un iceberg  proprio per questo motivo: vediamo solo la parte razionale ed ignoriamo l’esistenza dell’inconscio; per questo motivo tendiamo a pensare che la logica sia influente nella direzione della nostra vita. Ma se fosse così, perché a volte si prendono delle decisioni che non riusciamo a portare a termine? Come nell’iceberg, le correnti pulsionali e tensionali fanno presa sull’inconscio e ne influenzano la direzione.

I problemi sorgono quando entriamo in conflitto con l’inconscio e ci ostiniamo a seguire piani di vita in netto contrasto con le sue esigenze. La parte emotiva, in questi casi, ci manda dei “colpi di avvertimento”: un’emicrania, stanchezza, tensioni, dolorini senza una spiegazione logica. Se insistiamo nel nostro comportamento, l’emisfero destro ricorre a messaggi più incisivi e convincenti. 

Il conflitto non è mai una valida soluzione mentre l’alleanza è un opzione ricca di potenzialità.

La parte emotiva decodifica migliaia di informazioni mentre la parte logica è limitata solo ad alcuni “pezzi” di informazione. L’inconscio è in grado di percepire la

variazione dell’umidità e della temperatura nella camera in cui vi trovate mentre voi state leggendo questo testo, ed è in grado di percepire quello che accade in un’altra camera. Quindi possiede una visione d’insieme delle situazioni più ampia rispetto alla parte razionale.

Quando comunichiamo con le persone, mentre parliamo, il nostro inconscio decodifica in tempo reale tutta la gestualità del nostro interlocutore scoprendo eventuali incongruenze. Lui cerca di avvisarci con una sensazione di diffidenza. La parte razionale può mentire, l’inconscio no! Se stiamo parlando di noi come delle persone aperte, empatiche e lo facciamo con le braccia conserte, oppure se muoviamo gli occhi in modo strano mentre diciamo delle cose a cui vorremo dare peso, il nostro interlocutore avvertirà queste incongruenze, ossia il suo inconscio lo avvertirà della poca attendibilità delle nostre chiacchiere. 

La soluzione migliore quindi consiste nell’alleanza tra le due parti: sarebbe un errore sbilanciarsi troppo nell’una o nell’altra direzione.

CONCLUSIONI

Portando a termine questo lavoro è stato interessante osservare che oltre a seguire la teoria  fattorelliana può essere di grande aiuto nel raggiungere una “adesione di opinione” da parte del soggetto recettore, fare molta attenzione alla comunicazione non verbale sia del soggetto promotore che del soggetto recettore.

Una attualizzazione interessante riguardo il tema trattato è il telefilm “Lie to Me”, una serie televisiva statunitense ispirata a Paul Ekman, professore di psicologia al Dipartimento di Psichiatria dell’Università della California (UCSF), pioniere negli studi delle emozioni e delle espressioni facciali. Al contrario di molti antropologi del suo periodo, Ekman scoprì che alcune espressioni facciali e le corrispondenti emozioni non erano culturalmente determinate ma erano universali alla cultura umana, quindi di origine biologiche, come precedentemente aveva teorizzato Charles Darwin. Tale scoperta ora è ampiamente accettata da tutti gli scienziati.

Nel progetto “Diogene” Ekman fa riferimento alle “microespressioni”, e ritiene che queste siano affidabili nello scoprire le bugie. Egli sviluppò anche il Sistema di Codifica delle Espressioni Facciali (FACS) per la loro classificazione.

Nella serie televisiva il protagonista Cal Lightman, interpretato da Tim Roth, impiega le ricerche sulle microespressioni al fine di comprendere se chi si trova di fronte sta mentendo oppure no.

E’ un dottore che ha studiato per oltre vent’anni, viaggiando per il mondo, la comunicazione non verbale e le emozioni umane alla base degli indizi della menzogna dimostrando l’universalità delle espressioni emozionali di base (paura, felicità, rabbia, disgusto, sorpresa, disprezzo). Ha fondato il “Lightman Group”, un’agenzia privata che fornisce consulenza ad enti privati o pubblici (Dipartimento della Difesa, FBI, Dipartimento di Polizia) per stabilire la sincerità delle persone.