Il Medium è il Messaggio ? la valenza comunicativa della Piazza

Il Medium è il Messaggio ? la valenza comunicativa della Piazza è questo il titolo della Tesi di Laurea che nell’anno 2007 proposi ad un’ottima studentessa del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, all’Università di Urbino.

Giulia Pasini si laureò brillantemente in Scienze della Comunicazione e poi nella Laurea Specialistica in Editoria Media e Giornalismo con il massimo dei voti e lode.

Non potevo immaginare che tredici anni dopo l’argomento  della Piazza sarebbe diventato così attuale, grazie all’uso che il Movimento delle Sardine ne sta facendo: e tanto meno che la Tesi di Giulia Pasini potesse fornire interessanti spunti di riflessione al suddetto movimento.

La Piazza può essere considerata un potente mezzo di comunicazione.

La Tesi contiene un’analisi della sua valenza comunicativa a partire dalla sua simbologia, dalle antiche piazze, Agorà e Foro Romano, alle piazze del Medioevo, sedi di roghi e impiccagioni; dalle Piazze politiche del Novecento a quelle odierne; dalla Piazza sede di antiche feste e, oggi, di eventi culturali, alla Piazza religiosa, fino alla nascita della “Piazza virtuale” di internet.

In linea con gli obiettivi che ci eravamo posti, dalla Tesi è emersa un’analisi della valenza comunicativa della Piazza, attraverso le sue diverse interpretazioni: commerciale, politica, culturale, religiosa.

La Piazza come luogo di costruzione di una comunità nell’antichità, cuore della vita civile, religiosa e commerciale; come luogo di punizione nel Medioevo; la Piazza politica come strumento di protesta e di manifestazioni politico-sociali; la Piazza ludica come scenografia per eventi culturali; la Piazza “dell’abbraccio” come strumento di comunicazione religiosa; la nascita di una nuova Piazza, virtuale, grazie allo sviluppo della nuove tecnologie.

D’accordo con Giulia Pasini proponiamo agli amici del nostro Istituto Fattorello l’Introduzione, la Premessa, il Sommario e le Conclusioni della Tesi stessa.

Giuseppe Ragnetti


Introduzione

“Ogni volta che si entra nella piazza ci si trova in mezzo in mezzo ad un dialogo”

Italo Calvino [1]

La piazza è un potente mezzo di comunicazione, lo è stato fin dall’antichità, lo è ancora oggi.

Ciò che ha ispirato questa mia ricerca sono state, prima di tutto, le immagini offerte dai  media, piazze affollate, persone di ogni età che, durante le manifestazioni di protesta contro i governi degli ultimi anni, hanno riempito, con le loro rivendicazioni, gli spazi di quotidiani e telegiornali, facendo emergere la voglia di “lottare” insieme a persone sconosciute, in favore di interessi comuni.

La piazza è un dialogo, riprendendo Italo Calvino, perché è il luogo in cui ogni individuo si affaccia alla dimensione pubblica, è lo spazio-tempo della condivisione, dello stare insieme, ambito privilegiato di chiacchiere e microcomunicazioni, luogo della protesta ma anche luogo della festa.

Perché l’uomo ha bisogno della piazza? Perché essa è un vero “ crocevia dell’opinione”[2], luogo privilegiato per la genesi e l’evoluzione dell’opinione pubblica.

Si può ipotizzare che ogni piazza gremita di gente sia un mezzo attraverso cui si comunica: la piazza, essendo un mezzo familiare e amato, può diventare di volta in volta messaggio politico, ludico, culturale, religioso.

La ricerca ha inizio con una breve analisi della storia della piazza e della sua triplice funzione, delineatasi nel Medioevo, di piazza religiosa, politica e commerciale e della simbologia della piazza e di tutti i luoghi pubblici e gli elementi che si affacciano su di essa: i caffè e le osterie, luoghi di ritrovo e di scambio di opinioni; la chiesa e il sagrato; le bande musicali, musica di piazza; l’uso della piazza per gli eventi militari come le parate.

Segue una descrizione delle antiche piazze, centro della vita civile, commerciale e religiosa della polis greca e dell’ Impero romano: Agorà e Foro.

Le piazze nel Medioevo diventano luogo del terrore e della punizione, teatro di esecuzioni, di roghi e di impiccagioni, remora per tenere vivo il potere temporale della Chiesa: ne sono emblema Piazza del Mercato Vecchio di Rouen sede del rogo di Giovanna D’Arco, Piazza della Signoria a Firenze per l’esecuzione di Girolamo Savonarola e Piazza Campo de’ Fiori a Roma per quella di Giordano Bruno.

La Piazza Politica nasce nell’ Ottocento: la piazza diventa mezzo per gridare la propria voce nelle prime manifestazioni di protesta e di lotta per problemi sociali.

La comunicazione politica attraverso la piazza si esprime tramite il comizio, strumento utilizzato per attirare la folla, soprattutto con l’avvento del microfono.

Secondo la sociologia francese le manifestazioni di piazza sono “l’affermazione fisica di un’opinione”[3] e diventano un canale privilegiato per la presentazione pubblica delle opinioni[4]. Analizzando i dati Istast che emergono dalla ricerca “Piazza, popoli e rappresentanza” realizzata nell’ambito dell’iniziativa “Un mese di sociale. Leaders senza popolo. Popolo senza leaders”, presentata al Censis nel giugno 2004 dal Direttore Giuseppe Roma, da Maria Pia Canusi, curatrice della ricerca, e da Giuseppe De Rita, Segretario generale del Censis[5], vedremo che la piazza  è vissuta come strumento che può influire sulle decisioni politiche e come esperienza di vicinanza fisica e di protesta.

La piazza Ludica è la piazza che ha ospitato le antiche feste del passato, gli spettacoli d’animazione di giocolieri, cantastorie, saltimbanchi e burattini, girovaghi di piazza in piazza, e oggi è scenografia degli eventi culturali, mezzo attraverso cui si comunica tradizione e cultura. Attraverso la descrizione di due eventi fortemente legati alla piazza, il Palio di Ferrara e il Festival dei Due Mondi di Spoleto, emerge quanto sia profondo e radicato il rapporto tra piazza e dimensione ludica, tra piazza e dimensione culturale.

La Piazza dell’Abbraccio è Piazza San Pietro, luogo di comunicazione religiosa, sede di eventi memorabili legati alla storia della Chiesa, potente richiamo per i fedeli di tutto il mondo. Attraverso la televisione, a partire dalla seconda metà del Novecento, questa piazza è entrata in tutte le case del mondo: le immagini del “discorso alla luna” di Giovanni XXIII, le folle di Giovanni Paolo II e i suoi funerali in mondovisione rimangono indelebili nell’immaginario collettivo.

Infine un accenno alle nuove Agorà virtuali che nascono su internet, “non luoghi” di discussione in cui nascono comunità virtuali, i cui membri possono “incontrarsi” senza vincolo di compresenza spazio-temporale.

[1] I. Calvino, Le città invisibili, Mondatori, Milano, 1993

[2] G. Ragnetti, Opinioni sull’opinione, Ed. QuattroVenti, Urbino, 2006

[3] P. Champagne, Faire l’opinion. Le nouveau jeux politique, Ed.de Minuti, Paris, 1990 p.62, cit in G. Grossi, L’opinione Pubblica,Laterza, Roma-Bari,2004, p.113.

[4] G. Grossi, L’opinione Pubblica,Laterza, Roma-Bari,2004, p.113.

[5] www.censis.it


PREMESSA

La mia ricerca sulla piazza come medium di trasmissione di un messaggio ha come fondamento teorico la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione di Francesco Fattorello[1] che spiega, con una breve ma esaustiva formula, quali siano le correlazioni tra i vari fattori che operano in ogni processo di informazione.

La formula ideografica della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione ha una duplice caratteristica: la prima analitica, in quanto affronta lo studio delle condizioni necessarie e sufficienti ad una corretta informazione; la seconda operativa, perché spiega come attivare un rapporto di informazione.

La sua rappresentazione grafica è la seguente:

Dove:

X) = motivo per cui si mette in atto un rapporto di informazione

SP = Soggetto Promotore

M = Mezzo

O = Formula di Opinione, modo in cui il Soggetto Promotore interpreta i fatti

SR = Soggetto Recettore

L’informazione è un fenomeno sociale che diventa concreto nel rapporto tra chi informa, il Soggetto Promotore (SP), ed il suo destinatario, il Soggetto Recettore (SR).

Il Soggetto Promotore interpreta secondo la propria visione soggettiva un fatto, la materia oggetto del processo di informazione (X), che può essere tutto ciò di cui si vuole informare l’altro (un avvenimento, un evento, un personaggio…). Il Soggetto Promotore trasmette l’informazione grazie ad un Mezzo (M), strumento attraverso cui si comunica il messaggio al Soggetto Recettore.

Il Soggetto Recettore elabora l’informazione usando un modo di raccontare l’accaduto: questo elemento è chiamato “ Formula d’Opinione” e varia a seconda del destinatario del messaggio.

A seconda del Soggetto Recettore varieranno sia la Formula d’Opinione, sia il Mezzo.

Il Soggetto Promotore è colui che si fa carico di iniziare il rapporto di informazione. La lettera S rappresenta un punto chiave nell’identificazione di questo termine, in primo luogo perché tale lettera lo accomuna al Soggetto Recettore e li rende pari, dotati delle medesime capacità cognitive e opinanti, ed in secondo luogo perché mette in evidenza che ciò che il Soggetto Promotore emana è soggettivo. Ogni azione e informazione promossa dal Soggetto Promotore porterà sempre con se la paternità di chi l’ha generata, quindi l’informazione non potrà mai essere obiettiva, sradicata dal contesto di chi la propone, ma al contrario sarà segnata da quei fattori di cui si è nutrito il Soggetto Promotore.

Il Soggetto Promotore, nella formula ideografica, è saldamente legato, da tratti che non hanno un verso preferenziale di percorrenza per sottolineare come tutto sia mutuamente collegato e interdipendente, sia ad M, che rappresenta il mezzo, sia ad O, che rappresenta la formula di opinione adottata per il singolo rapporto di informazione. Il Soggetto Promotore quindi ha la facoltà di scegliere di quale mezzo avvalersi per trasmettere l’informazione scelta.

Il Soggetto Recettore è colui al quale è indirizzato il rapporto di informazione, è il destinatario e il fruitore dell’azione. Non lo si può considerare passivo perché è condizionatore delle opinioni proposte ed è libero di decidere se e a quale formula aderire. I Soggetti Recettori non ricevono un solo rapporto di informazione, quindi bisogna tenere conto che altri Soggetti Promotori potrebbero cercare di interessarlo e di arrivare fino a lui.

Inoltre egli è limitato dal mezzo utilizzato: alcuni strumenti hanno un’estensione limitata, ad esempio i quotidiani locali o regionali, altri strumenti, quali i mass media o i new media, diventano accessibili solo per chi li possiede e per chi può utilizzarli.

Considerando l’enorme diversificazione tra Soggetti Recettori, è necessario avvalersi di studi e di metodi statistico-sociologici per l’analisi del recettore, per sapere dove vive, cosa fa, quali valori sono comuni al suo gruppo. Questi metodi danno vita ai sondaggi d’opinione.

Il Soggetto Recettore, nella formula ideografica, è legato al mezzo M e alla formula d’opinione O, collegamento indispensabile perché è il Soggetto Recettore che influenza O e che suggerisce come dovrebbe essere affinché egli stesso non la rifiuti. Esiste infatti anche la possibilità di rifiutare l’informazione e di non condividere l’opinione proposta.

O rappresenta la formula di opinione, l’interpretazione del fatto, è il tramite tra il Soggetto Promotore e il Soggetto Recettore. Il Soggetto Promotore deve tener conto delle attitudini sociali del Soggetto Recettore: infatti è solo quando i due soggetti sono sullo stesso piano che ci può essere comunicazione, perché entrambi devono avere qualcosa da mettere in comune e qualcosa su cui convergere, cioè l’opinione. Le formule d’opinione possono essere innumerevoli perché dipendono dalle personalità del Soggetto Promotore e del Soggetto Recettore; O quindi dipende soltanto da SP e da SR e non da X). Infatti su uno stesso avvenimento (a parità di X) ),  promotori diversi possono costruire formule di opinione diverse per diversi recettori.

Nella rappresentazione ideografica della formula Fattorelliana tutti i punti sono tra loro correlati: e così  O deve comunque influenzare  la scelta e l’utilizzo di M.

Il punto M nella formula ideografica coincide con il mezzo con cui il Soggetto Promotore intende contattare il Soggetto Recettore e rappresenta quella serie di strumenti (voce, editoria, cinema, radio, televisione, internet) che mettono in comunicazione i due soggetti. Il Soggetto Promotore deve scegliere il mezzo più opportuno per selezionare il Soggetto Recettore,  e contattarlo con buone probabilità di successo.

Come spiega Giuseppe Ragnetti[2] la teoria di Fattorello è stata definita “sociale” perché il Soggetto Promotore deve tener conto di tutto ciò che ha socializzato l’individuo, i meccanismi sociali che mette in atto nei gruppi, che sono all’origine del processo dell’opinione pubblica.

L’informazione utilizza i mezzi di comunicazione  di massa destinati ad un pubblico indeterminato, tra cui stampa, radio, cinema, televisione ed internet. L’attività del promotore è limitata nella quantità di mezzi di cui dispone e nelle caratteristiche tecniche di questi mezzi.

La realtà non può essere comunicata, ma può essere trasmessa la formula d’opinione che il Soggetto Promotore propone in modo da adattarsi al Soggetto Recettore ed ottenerne l’adesione.

La Tecnica Sociale dell’Informazione del professor Fattorello  ha restituito dignità al Soggetto Recettore, rendendolo protagonista del processo comunicativo. “Il processo dell’informazione e dell’adesione di opinione ha un carattere sociale perché è figlio del tempo in cui si realizza e non ha nulla a che vedere con il comportamento del recettore”.[3]


La piazza come punto M

Nella ricerca sulla valenza comunicativa della piazza ho considerato questa come punto M della rappresentazione ideografica della formula di Fattorello: la piazza diventa il mezzo attraverso cui Soggetti Promotori e Soggetti Recettori di volta in volta diversi accreditano le opinioni.

La piazza è un mezzo familiare alle persone, è accessibile a tutti, è un punto di ritrovo e di incontro e strumento adatto sia per comunicare le insoddisfazioni, attraverso manifestazioni di tipo politico, sia per comunicare le origini e le identità di un luogo e di una comunità, attraverso la promozione di eventi culturali.

Della piazza si può parlare da più punti di vista: a partire dalle antiche piazze (agorà greca, foro romano) che erano mezzo di costruzione di una comunità, al periodo medioevale in cui la piazza diventa luogo di punizione e terrore, teatro di numerose esecuzioni tramite roghi, impiccagioni e ghigliottine; dalla piazza teatro delle adunate oceaniche del fascismo fino ai giorni nostri in cui emergono tre principali connotazioni della piazza: luogo privilegiato di eventi culturali; luogo di manifestazioni di dissenso attraverso manifestazioni politico-sociali; infine luogo”dell’abbraccio” ai fedeli e mezzo di comunicazione religiosa riferendomi, in particolare, a Piazza San Pietro a Roma.  Un’ultima analisi può essere riferita ai nuovi ambiti comunicativi messi in atto dalle nuove tecnologie: un diverso tipo di piazza,” la Piazza Virtuale” , luogo di incontro tra gli utenti di internet.

Giuseppe Ragnetti[4] indica alcuni luoghi deputati alla conversazione, allo scambio di opinioni e al confronto che vengono chiamati”crocevia delle opinioni” perché”attorno ad una rotatoria centrale (oggetto dell’opinione) si dipartono più e più percorsi laddove le chiacchiere si inoltrano alla ricerca di un’auspicabile opinione condivisa dai più”[5].

I crocevia delle opinioni si identificano, soprattutto nei piccoli centri,  con i bar dello sport, i circoli ricreativi, la Chiesa nelle ore di massima frequenza la domenica, ma anche la piazza, “laddove gli intellettuali del paese con scienza e coscienza risolvono i problemi delle società attuale”[6].

“Il medium è il messaggio?”Si può ipotizzare che il nostro mezzo, cioè la piazza, venga a coincidere con ciò che si vuole comunicare, cioè il messaggio, riprendendo l’ipotesi di Mc Luhan? Il centro di un agorà o del foro, le piazze delle esecuzioni, dei roghi e delle impiccagioni, le piazze dei teatranti e dei giocolieri e oggi le piazze degli eventi culturali, le piazze delle manifestazioni politiche o dei fedeli riuniti diventano un messaggio? Cercheremo un risposta analizzando le funzioni e i diversi usi della piazza nei secoli.

[1]              F. Fattorello, La teoria della Tecnica sociale dell’informazione, a cura di G.Ragnetti, Quattro Venti, Urbino, 2005.

[2]              G. Ragnetti, Opinioni sull’opinione, Ed. QuattroVenti, Urbino, 2006

[3]              Ibidem, p.112

[4]              Ibidem

[5]              Ibidem, p.119.

[6]              Ibidem


Conclusioni

Il viaggio attraverso le piazze si conclude con nuove piazze, definite “virtuali”, generate dalle nuove tecnologie della rete, svincolate dalla fisicità di ogni contesto spazio-temporale.

Siamo partiti considerando la piazza come punto M della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione di Fattorello, cioè mezzo attraverso cui Soggetti Promotori e Soggetti Recettori di volta in volta diversi accreditano le opinioni.

Abbiamo potuto conoscere la piazza da più punti di vista, una piazza che diventa mezzo polivalente per diversi tipi di comunicazione.

Analizzando la simbologia della piazza italiana è emerso come questa sia ricca di luoghi di socializzazione ed incontro ed abbia molti elementi tipici che si sono sviluppati durante i secoli: i Caffè e le Osterie, una Chiesa che si affaccia su di essa, le Bande Musicali, nate per la piazza. Abbiamo potuto comprendere l’intreccio, nato nel Medioevo, ma già presente nelle piazze dell’antichità, tra piazza religiosa, piazza civile e piazza del mercato.

Le antiche piazze, Agorà Greca e Foro Romano, erano i centri della vita civile, commerciale e religiosa, luoghi di costruzione dell’identità comunitaria.

Le piazze del Medioevo hanno comunicato un messaggio di terrore e punizione, attraverso i roghi e il patibolo posti al centro del cuore della vita di una città.

La piazza è stata teatro delle manifestazioni del Primo Maggio, delle adunate oceaniche del fascismo, degli scontri del Sessantotto e degli anni di piombo.

Oggi emergono tre principali connotazioni della piazza: luogo di manifestazioni di dissenso attraverso manifestazioni politico-sociali; luogo privilegiato di eventi culturali che utilizzano gli spazi pubblici come scenografia; infine luogo”dell’abbraccio” ai fedeli e mezzo di comunicazione religiosa.

L’ultimo capitolo apre a nuovi ambiti comunicativi messi in atto dalle nuove tecnologie: un diverso tipo di piazza,” la Piazza Virtuale” , luogo di incontro tra gli utenti di internet, in cui, come abbiamo visto, viene meno la comunicazione non verbale, essenziale in un dialogo tra comunicanti.

Si aprono nuovi scenari nella comunicazione contemporanea che fanno nascere importanti interrogativi. Le Piazze Virtuali sostituiranno i luoghi di circolazione delle opinioni, dell’incontro e dello scambio?

È possibile trasmettere un messaggio in modo completo senza i tipici indizi non verbali, uno sguardo, un sorriso, la vicinanza spaziale?

Cosa ci riserveranno i nuovi legami delle comunità virtuali che nascono nella rete?

La piazza in futuro sarà ancora luogo di aggregazione o circoleranno solo alter ego virtuali che si incontreranno in un punto o nell’altro del cyberspazio?

Le emozioni derivanti da uno sguardo potranno mai essere sostituite?

Vedremo cosa ci riserverà il futuro!


LA MIA TESI “ IL MEDIUM è IL MESSAGGIO?  LA VALENZA COMUNICATIVA DELLA PIAZZA” è STRUTTURATA IN QUESTO MODO:

  • INTRODUZIONE
  • PREMESSA

LA TEORIA DI FATTORELLO, LA PIAZZA COME PUNTO M DELLA FORMULA IDEOGRAFICA

  • CAPITOLO 1 :STORIA E SIMBOLOGIA DELLA PIAZZA

CON LA DESCRIZIONE DI TUTTI GLI ELEMENTI TIPICI DI UNA PIAZZA (CHIESA, CAFFE’, OSTERIA, LE BANDE MUSICALI, ecc) LA PIAZZA MILITARE

  • CAPITOLO 2: LE ANTICHE PIAZZE:

L’AGORA’ LA POLIS STRUTTURA DELLA POLIS IL FORO ROMANO

  • CAPITOLO 3: LE PIAZZE DELLA PUNIZIONE

(ROGHI, IMPICCAGIONI E GHIGLIOTTINE NELLE PIAZZE PUBBLICHE)

  • CAPITOLO 4: LA PIAZZA POLITICA

LE MANIFESTAZIONI DI PIAZZA E L’OPINIONE PUBBLICA; FOLLA, MASSA E PUBBLICO NELLA PIAZZA; LA COMUNICAZIONE POLITICA ATTRAVERSO IL COMIZIO IN PIAZZA; LE PIAZZE POLITICHE DEL 900 ( in particolare le piazze oceaniche fasciste) E LE PIAZZE POLITICHE OGGI TIPOLOGIA DEGLI EVENTI DI PIAZZA IL NUOVO POPOLO DELLA PIAZZA PERCHE’ SCENDERE IN PIAZZA LA PIAZZA COME ESPERIENZA DI VICINANZA FISICA E DI PROTESTA

  • CAPITOLO 5: LA PIAZZA LUDICA LA PIAZZA SEDE DI EVENTI CULTURALI

DALLE ANTICHE FESTE AGLI EVENTI CULTURALI ODIERNI

  • CAPITOLO 6: LA PIAZZA DELL’ABBRACCIO

PIAZZA SAN PIETRO COME LUOGO DELLA COMUNICAZIONE RELIGIOSA STORIA DELLA PIAZZA IL “DISCORSO ALLA LUNA”: PAPA GIOVANNI XXIII LE FOLLE DI GIOVANNI PAOLO II TUTTO IL MONDO IN PIAZZA SAN PIETRO

  • CAPITOLO 7; PIAZZE VIRTUALI
  • CONCLUSIONI

RIFLESSIONI ATTUALI sull’impostazione teorica fattorelliana

Fattorello che aveva dapprima conosciuto e praticato il giornalismo, ha vissuto poi, come prestigioso studioso, un periodo storico in cui lo Stato e i suoi valori hanno dominato e soffocato ogni libertà individuale. Anche il Sistema Informazione diventa organico allo Stato, è una funzione pubblica, e deve essere lo strumento più importante e più efficace per educare ed anestetizzare le masse fino a portarle alla condivisone acritica di tutta la politica nazi-fascista.

In Fattorello, tuttavia, in maniera inaspettata e sorprendente, tutto ciò ha via via provocato validi anticorpi ed una sorprendente reattività che lo hanno portato nell’immediato dopoguerra, a rimettere in discussione il “clima culturale” in cui si era trovato a vivere durante le due dittature. E arriva così alla sorprendente intuizione e alla coraggiosa elaborazione della sua Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione. Ecco, allora, che dallo strapotere dell’Informazione, impostazione teorica ancora oggi dura a morire, emerge una visione rivoluzionaria che stravolge le logiche di un sistema rigidamente configurato in funzione di una relazione comunicativa fortemente asimmetrica.

Per il nuovo pensiero fattorelliano gli attori del processo comunicativo sono “soggetti” entrambi dotati di facoltà opinanti e quindi di pari dignità.

Non c’è più un tiratore scelto che colpisce l’uomo-bersaglio-target, ma vi sono due soggetti attivi che reagiscono ai numerosi stimoli ricevuti, sulla base delle proprie facoltà opinanti e delle personali attitudini sociali prodotte dalle diverse e determinanti acculturazioni.

L’approccio teorico fattorelliano rappresenta una visione di una incredibile modernità e, ci sembra, poter fornire una risposta adeguata alle crescenti esigenze di informazione e comunicazione che connotano le società democratiche di oggi.

In altri termini possiamo tranquillamente affermare che oggi il corretto ed efficace approccio alla comunicazione, nei diversi Paesi del mondo, scaturisce dall’impostazione teorica di Francesco Fattorello.

E  infine,  sappiamo che molti autori  hanno già spiegato il successo delle comunicazione on-line , concentrandosi sul ruolo attivo di tutti i partecipanti e siamo certi che il modello della Tecnica Sociale può sostenere e rafforzare tali opinioni, fornendone i presupposti teorici.

Prof. Giuseppe Ragnetti

Elettore: vaso da riempire o fiaccola accesa? Il libero arbitrio dell’individuo resiste al presunto strapotere dei media

SIAMO IN PIENA CAMPAGNA ELETTORALE, SONO IN ARRIVO LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE IN IMPORTANTI REGIONI ITALIANE.
E ALLORA CI SEMBRA OPPORTUNO PROPORVI SUL NOSTRO SITO LA TESINA SCRITTA DA DUE BRAVE STUDENTESSE CIRCA 10 ANNI FA’, SULL’ARGOMENTO DI GRANDE ATTUALITA’.
CAMBIANO CONTESTI E ATTORI PROTAGONISTI, MA RESTANO SEMPRE VALIDI GLI SPUNTI DI RIFLESSIONE CHE IL LAVORO CI PROPONE.

Vincitori, vinti, scontenti, delusi, soddisfatti e non rimborsabili, le recenti elezioni europee ed amministrative hanno visto sfilare tutti, ma proprio tutti! “Signori” e “signorine” del mondo politico continuano a dominare la scena e a renderci omaggio della loro presenza nei salotti buoni della tv, nei talk e nei tg . Ma il protagonista indiscusso di questo post elezioni è solo ed unicamente lui “Il Signor Astensionismo”.

Già in altre occasioni ha fatto la sua comparsa, talvolta richiamato a gran voce da chi necessitava della sua presenza per raggiungere i risultati sperati, altre volte non invitato come un’ospite indesiderato di cui si può fare volentieri a meno.

Se nel 2004 la percentuale di consensi da lui ottenuta fu del 35% , il 2009 è stato un anno ancora più favorevole (40% circa gli astenuti), il che  significa che un italiano su 3 non ha votato (3 milioni di voti persi per il Pdl e 4 milioni per il Pd).

Ma come noi figli del tubo catodico e nipoti del plasma non più “plasmati” dalla nostra cara tv balia? Cosa è successo? Abbiamo or dunque riacquistato il senno? Ci siamo forse riappropriati del nostro libero arbitrio?

A dispetto di una campagna elettorale martellante e pervasiva (come le altre peraltro!), l’elettore chiamato costantemente a recarsi alle urne, ha deciso di astenersi dal voto, manifestando così la sua disaffezione nei confronti del sistema politico.

Pd e Pdl , i due grandi partiti del Paese si sono mobilitati per scongiurare l’astensione di parte dei rispettivi elettorati. “Non si capisce cosa c’è in gioco, non è il momento del voto di protesta. Capisco la delusione ma non e’ il momento di astenersi” ha ribadito più volte il leader del Pd Dario Franceschini. Gli fa eco Fabrizio Cicchitto del Pdl  che ha chiesto all’elettorato di “battere l’assenteismo nella consapevolezza che questa manovra di destabilizzazione possa essere respinta soprattutto con il concorso attivo della grande maggioranza del popolo italiano che è con Berlusconi”. L’ipotesi di un elevato astensionismo è stata ventilata anche dal governatore della Regione Lazio, Piero Marazzo che prima delle elezioni ha dichiarato: ”L’astensionismo alle prossime elezioni europee e’ un rischio. Dobbiamo però evitare che questo accada. Molti dei destini dei territori sono nelle mani del Parlamento europeo. Invitiamo i cittadini a votare, insegniamo che il destino e’ sempre nelle loro mani. Mai abbandonarlo agli altri”.

Le affermazioni sopra riportate dimostrano il tentativo da parte di ambo le parti di dissuadere gli elettori dalla scelta astensionista, controproducente per entrambi gli schieramenti.

La stracopertura mediatica dei leader di maggioranza e opposizione sembra però non aver portato ai risultati che ci si era prefissati, l’alta percentuale di astenuti ne è la riprova.

Quanto è stato appena detto va a centrare uno dei punti fondamentali della Teoria Della Tecnica Sociale dell’Informazione, ovvero che il Soggetto Recettore non è passivo e facilmente condizionabile, non un burattino insomma, ma al contrario un Soggetto che dimostra di avere pari dignità rispetto al Soggetto Promotore e dotato delle sue stesse facoltà opinanti.

A questo punto, si potrebbe obiettare che esiste una forma di “astensionismo passivo”, che si traduce semplicemente nella totale indifferenza e nel completo disinteresse nei confronti della politica. Al centro della nostra trattazione sta invece una forma di  astensionismo  cosiddetto “ attivo” per cui il Soggetto Recettore, consapevole dei suoi mezzi, diventa a sua volta Soggetto Promotore di un messaggio politico, che non potrà lasciare indifferenti i Soggetti Recettori (mondo politico) cui si rivolge.

Un simile messaggio politico, benché espresso da una parte dell’elettorato, questo è bene precisarlo, è risultato significativo e decisivo nel determinare l’esito finale di questa consultazione elettorale. In virtù della  sua importanza non può essere trascurato, ma va considerato per poi diventare oggetto di una profonda riflessione e revisione politica.

Facciamo ora un passo indietro e ritorniamo al discorso relativo alla pervasività e all’influenza dei mezzi di comunicazione.

Quanto detto finora sembrerebbe dunque smentire tutte quelle teorie che tra gli anni ‘50 e gli anni’60  hanno fatto degli effetti illimitati dei media e del loro potere persuasorio il loro credo.

Tra queste citiamo la cosiddetta “teoria della cospirazione” elaborata da Adorno, Horkheimer e Marcuse , esponenti della Scuola di Francoforte. I tre autori sono noti per le loro aspre critiche al sistema dei mass media, una vera “industria culturale” – come la definivano – che manipolerebbe l’individuo per integrarlo in un sistema di produzione oppressivo.

L’idea che muove Adorno è che i mezzi di comunicazione di massa fanno introiettare all’individuo il sistema esistente e i valori o i disvalori della società. Al fondo di questa critica c’è un presupposto ben preciso e cioè che i mass-media non sono qualcosa di neutro, non sono meri contenitori che possono essere riempiti con i contenuti più vari. Per Adorno i mezzi di comunicazione di massa sono essi stessi ideologia  perché il loro compito precipuo è quello di diffondere un’immagine del mondo che sia accettabile da tutti, è quello di sviluppare linguaggi uniformi e standardizzati che vadano bene per tutti e che quindi,  inevitabilmente contribuiscono a un conformismo generale.

Adorno fa l’esempio della pubblicità, cui ha dedicato  numerosi   saggi importanti di analisi sociologica, perché nella pubblicità ha visto il tipico strumento di manipolazione delle coscienze: la pubblicità sembra qualcosa di innocente, ma in realtà è uno strumento di seduzione, manipolazione e di addomesticamento degli individui. La pubblicità, nonostante la sua forma seducente, è uno strumento diabolico per manipolare la coscienza individuale, per trasformare gli uomini in robot, in manichini, in qualcosa che possa servire agli scopi del sistema sociale . Quindi l’individuo risulterebbe in questo senso, un essere inerme in  balia del potere mediatico; in realtà la pubblicità, soprattutto oggi, deve confrontarsi con un utente-consumatore tutt’altro che  sprovveduto, ma anzi sempre più critico e partecipe nella fruizione e ricezione del messaggio che gli viene proposto.

Secondo Marcuse invece, i mass media non permetterebbero l’indipendenza del pensiero, l’autonomia e il diritto all’opposizione politica e priverebbero l’uomo della funzione critica .

Abbiamo già notato come  media quali giornali, tv e internet risultino dei soggetti cooperanti e non la causa principale e decisiva nel processo di formazione dell’opinione dell’elettore.

A tal proposito possiamo citare la teoria del “flusso a due fasi della comunicazione” di Lazarsfeld, Berelson e Gaudet, che prende le distanze, in maniera netta, dalla teoria ipodermica[1]. Secondo la teoria dei tre autori, la risposta ai messaggi veicolati dai media non è diretta e immediata, ma mediata e influenzata dalle relazioni sociali. Cosa ancor più importante gli individui non sono tutti uguali di fronte alle campagne mediali, ma hanno differenti ruoli nei processi comunicativi.

Diversi sono gli elementi che condizionano e orientano gli elettori nelle loro scelte di voto. La scelta finale dell’elettore, anche quella di non votare, rappresenta il prodotto di un processo decisionale in cui si inseriscono numerosi fattori che influenzano la preferenza o l’astinenza finale. Tra questi troviamo:
– caratteri sociali ed economici durevoli
– identificazioni partitiche di lungo periodo
– predisposizione in materia di politiche
– preferenze relative a temi di politiche correnti
– percezioni delle condizioni attuali del paese o personali
– valutazione retrospettiva dell’amministrazione in carica e dei suoi risultati
– valutazione delle qualità personali dei candidati
– valutazioni prospettive della potenziale efficacia futura dei candidati e dei partiti.

Analizziamo, ad esempio, il fattore relativo alle percezioni delle condizioni attuali del paese o personali. Sappiamo che la campagna elettorale appena trascorsa, è stata segnata da numerose interviste rilasciate dal premier Silvio Berlusconi, che spesso assumevano più la forma di messaggi autogestiti. In una maxi-intervista rilasciata a “Porta a porta”, il presidente del consiglio ha sostenuto: “Oggi non c’è nessuno che perdendo il lavoro non venga aiutato dallo Stato. C’è la cassa integrazione per i precari, così come per i lavoratori a progetto”.

Questo passaggio dell’intervista potrebbe rispondere a verità per tutti coloro che non si trovino a vivere la condizione di precari, coloro invece che fanno i conti con questa realtà hanno una percezione ben diversa di una simile affermazione e tale percezione influirà nella loro scelta di voto più dell’onnipresenza di un qualsiasi leader politico in una qualche trasmissione televisiva.

In definitiva, vediamo come variabili quali il contesto, l’ambiente, la condizione socio-economica e le relazioni sociali concorrano in misura determinante a delineare e definire le scelte di voto dell’individuo. A dimostrazione del fatto che il libero arbitrio resiste al presunto strapotere dei media.

Corso di Laurea in Editoria, Media e Giornalismo                                                                 Anno Accademico 2008/2009           Corso di Tecniche di Relazione, Prof.Ragnetti.                Emilia Secci e Valentina Altavilla

[1] Teoria Ipodermica si caratterizza per una relazione diretta e univoca che lega lo stimolo alla risposta. I postulati sui quali si fonda sono principalmente quattro: il pubblico è una massa indifferenziata, i messaggi veicolati dai media sono potenti fattori di persuasione, gli individui sono indifesi rispetto al potere dei media, i messaggi sono ricevuti da tutti i membri alla stesso modo.

Pensavo fosse amore e invece …

Non ho sempre saputo cosa fare del mio futuro.

A dieci anni, molto fiera del fatto che le insegnanti amavano la mia esuberanza e la mia loquacità, mi ero convinta di voler diventare un avvocato. Qualche tempo dopo, a dodici anni, mossa dalla mia ingenua passione per il disegno, sarei voluta diventare una stilista.

Finché un giorno, in un tema di terza media, ho scritto che sarei diventata una giornalista.

Questo sogno mi ha accompagnato a lungo. Ho cominciato a credere che la mia naturale dote per la scrittura mi sarebbe bastata, e mi avrebbe portato a realizzarlo.

Negli anni del liceo ho iniziato a scrivere seriamente. Mi ricordo che in uno dei primi temi ebbi il voto più alto della classe: ero molto fiera.

All’insegnante era piaciuto perché ero stata sincera, perché avevo detto la verità: e allora credetti di capire perché avevo scelto quel sogno anziché un altro. Si radicò in me la convinzione che un buon giornalista è capace di dirla la verità.

Dice quello che vede, non calca la mano, non romanza. Un buon giornalista conosce la differenza fra le opinioni e ciò che invece la gente merita di sapere.

Il mio percorso di vita con tutto il bagaglio di esperienze che ne consegue, e i miei studi hanno orientato il mio pensiero verso due nuove direzioni e, siccome credo che solo le persone stupide non cambiano mai idea, ho lasciato che tesi più convincenti demolissero le mie.

Il mio percorso di vita mi ha fatto capire che la verità non esiste, e che se esiste non sarà mai la sola. I miei studi, invece, mi hanno insegnato che la professione che ho scelto per il mio avvenire presenta delle controversie che io nemmeno immaginavo; ho commesso degli errori di valutazione credendo ciò che non è.

A questa conclusione mi ci hanno portato soprattutto gli ultimi studi fatti in materia di informazione e comunicazione, capendo finalmente che le due cose sono differenti, ma differenti davvero.

Questa “strana” tecnica sociale così diversa da tutto quello che mi era stato inculcato con assidui ammaestramenti, che ha sovvertito tutte le mie convinzioni, che mi ha confusa, ma che forse ha portato un po’ di realtà in un universo che è stato a lungo falsato.

Perciò via l’idea che siccome mi piace scrivere e ne sono naturalmente portata, questa sia una valida ragione per voler diventare una giornalista. Via l’idea che il giornalista dice la verità, che è testimone freddo e asettico come l’occhio della telecamera.

Molto spesso la parola “verità” è stata la sorella della parola “obiettività”, tema quest’ultimo assai dibattuto, dal momento che molti ritengono sia la prima regola nella gerarchia della deontologia del giornalista. Addirittura in America la si insegna nelle università: ma è mai possibile insegnare l’obiettività? Esiste l’obiettività? E sopratutto: un giornalista può mai essere obiettivo?

Probabilmente no.

Un fatto indiscusso è che il giornalismo è mediazione tra la fonte e il destinatario di qualsivoglia messaggio: mediatore è appunto il giornalista.

Mediazione significa che ci si mette al servizio di un fatto, che lo si propone al cospetto della personalità, della cultura e della soggettività di colui che lo farà diventare una notizia capace di coinvolgere il cittadino-lettore, soddisfarne gli interessi, i bisogni, le curiosità.

Mediatore, ma anche interprete. Ma l’interpretazione non ha nulla a che vedere con l’obiettività.

Il secondo punto che ho sottoposto ai dubbi degli ultimi tempi e degli ultimi studi riguarda la differenza tra letteratura e giornalismo. Nello scegliere la professione giornalistica come mia futura occupazione forse avrei dovuto tener presente qualcosa di cui purtroppo non ero ancora a conoscenza, almeno non nel dettaglio.

La tecnica sociale di Francesco Fattorello, con la sua schematicità, ha fatto molta chiarezza sull’argomento.

Si parla di due tipi di informazione:
● Contingente: tempestiva, il cui valore si identifica nel momento più utile
● Non contingente: più lenta, non basa il suo successo sul carattere tempestivo

I fenomeni dell’informazione della prima categoria si identificano nell’informazione pubblicistica (tra cui anche il giornalismo), cioè nell’informazione indirizzata a quel particolare gruppo recettore, pur esso tempestivo e contingente, che si crede spesso di poter identificare nel così detto pubblico. I fenomeni di informazione che appartengono alla seconda categoria si concretano per mezzo di un processo che nei suoi termini non è diverso dal precedente ma le sue categorie e modalità appaiono diverse da quelle della prima categoria.

Del giornalismo c’è una bella definizione di Umberto Eco: “una storiografia dell’istante”.

Storiografia, dunque, non letteratura.

Il legame tra giornalismo e letteratura, l’opinione, anzi, che il giornalismo sia addirittura un genere letterario, nasce da una secolare tradizione, così radicata nel comune giudizio da trasformare in uno dei miti della professione quello che è invece un pesante impedimento a un modo moderno di fare informazione.

Ieri viveva la passione per il pezzo ben scritto, per la prosa elegante, per un linguaggio che però finiva col divenire troppo lontano dalla lingua parlata, e spesso poco comprensibile; oggi vive la convinzione che solo un stile scarno, asciutto, rapido ed essenziale, e alla portata di tutti può rispondere alla quella funzione fondamentale che è la mediazione di cui parlavo prima. Ecco perché qualcuno azzardò un concetto che inizialmente mi sembrò impossibile e assurdo ma che, con la dovuta attenzione, riuscì a comprendere fino in fondo:
“Indro Montanelli è stato il peggiore giornalista della storia italiana, Emilio Fede ne è il migliore”.

Come dicevo prima, i processi di informazione contingente e non contingente hanno gli stessi termini ma diverse modalità di comportamento.

Entrambi hanno come elementi:
● SP: un soggetto promotore che trasmette (e se è bravo comunica anche) non il fatto ma la forma che egli ha dato al fatto, ovvero l’opinione
● SR: un soggetto recettore che non si limita a ricevere ma interpreta a sua volta, ovvero aderisce o meno all’opinione
● M: un mezzo attraverso il quale trasmettere
● O: l’oggetto, il contenuto cui dar forma
● X): elemento che sta al di fuori del processo, il motivo per cui si mette in atto il processo d’informazione

Sono le modalità di comportamento a cambiare:
● la materia oggetto del primo processo attiene sempre a ciò che è attuale e contingente; nel secondo caso il processo attiene a opinioni cristallizzate
● La tempestività è una caratteristica fondamentale del primo processo ma del secondo, in cui non ci sono limiti di tempo.
● La pubblicità del processo contingente è caratteristica fondamentale, nell’informazione non contingente la pubblicità non conta
● Il processo contingente trae effetto dal fattore della “novità”, nel secondo caso la novità non ha effetto.
● Nel processo contingente il promotore può non avere una qualificazione specifica,
nel non contingente il soggetto è qualificato
● Nel processo contingente il recettore è generico, di breve durata ed eterogeneo; nel secondo caso è di norma qualificato, di lunga durata e omogeneo
● Nel processo contingente il contenuto è generico, nell’altro il contenuto è specifico
● Il processo contingente si basa su opinioni contingenti e fattori di conformità; il secondo si articola tramite procedimenti logici e razionali ed opinioni cristallizzate e valori
● Il contingente può essere processo unilaterale, il non contingente è bilaterale

Esistono dei casi in cui questi due processi che ho appena analizzato si intersecano e sembrano viaggiare di comune accordo pur mantenendo ben nette le loro singole specificità.

Il primo caso riguarda “Quei giorni a Berlino”, libro uscito in Italia nel 1989 e scritto da due giornalisti italiani inviati della Rai, Lilli Gruber e Paolo Borella. Lo scopo fu quello di riportare in un libro (che potrebbe essere considerato strumento dell’informazione non contingente) i contenuti del giornale (informazione contingente) su un fatto di cronaca di straordinaria risonanza a livello mondiale, al fine di contribuire alle ricostruzioni che un giorno gli storici vorranno fare sugli avvenimenti di cui i due giornalisti sono stati tempestivi testimoni.

Il secondo caso riguarda il fatto che informazione contingente e non contingente possono concorrere entrambi alla socializzazione e alla acculturazione dell’individuo. Tuttavia è necessario sottolineare che il giornale certo non educa ma può favorire l’acculturazione: l’informazione contingente può aiutare l’educazione, ma non potrà mai sostituirla.

Alla luce di quanto detto, che è anche quello che sto studiando, mi rendo conto che forse ci avevo capito ben poco del giornalismo, e delle differenze che esistono rispetto ad altre “arti dello scrivere”. E mi rendo conto che tutti i miei piccoli e insignificanti tentativi di
iniziarmi a questa professione si sono basati su linee guida piuttosto confuse e traballanti.

Mi ero sbagliata.

Roberta Restretti

studentessa di Editoria Media e Giornalismo

Università Carlo Bo di Urbino

Le dinamiche relazionali e comunicative nelle organizzazioni sociali: dalla comunicazione ai comportamenti

Colui che, capace di pensare, non sa esprimere il suo pensiero, è allo stesso livello di chi non riesce a pensare”*

(*Pericle, una delle più grandi personalità della storia antica, dominò Atene dal 461 al 429 a.C.)

  1. Pillole sulla Comunicazione

Il termine ‘comunicazione’ ha nell’uso comune un senso abbastanza ovvio, ma risulta molto difficile definirlo dal punto di vista concettuale. Esso comprende molti fenomeni che sono tra loro alquanto differenziati; la comunicazione, se riflettiamo bene, è parlare con qualcuno, è la radio, la televisione , i nostri abiti, cioè tutto ciò che comprende la nostra vita relazionale e sociale.

Viviamo, dunque, per comunicare e comunichiamo per vivere.

Le pratiche comunicative, gli scambi linguistici ecc, fanno parte dei rituali della nostra vita quotidiana e, pertanto, sono prodotti ed espressioni della struttura sociale. Per questo motivo la comunicazione deve essere studiata e compresa come la principale e fondamentale tra le relazioni esistenti tra gli esseri umani e non solo.

Da questa prima dissertazione appare chiaro come il fenomeno comunicativo non può essere circoscritto alla definizione di rapporto tra “emittente e ricevente”, bensì comprende e racchiude in se una dimensione di più ampio respiro.

Il significato del termine comunicazione, pertanto, trova una sua più propria definizione nel senso di ‘accomunare’, ‘mettere in comune’, in una chiara valenza non più fisica, ma mentale e psichica.

Entrare in ‘comunione’ con il nostro soggetto recettore (colui che riceve il messaggio) significa accettarlo nella sua pienezza di essere umano, dotato di facoltà opinanti e dignità pari a quelle di colui che emette il messaggio (soggetto promotore che mette in atto il rapporto d’informazione).

Questo comporta una delle caratteristiche più importanti del processo comunicativo, cioè considerare il nostro interlocutore pari a noi e, dunque, significa accettare che ha una sua visione del mondo, molto spesso (ed è qui che viene il bello!) completamente diversa dalla nostra. Ecco, quindi, la colluttazione di due mondi simili ma completamente diversi.

Ci troviamo di fronte a un promotore che vorrebbe comunicare le sue idee e vorrebbe che fossero accettate in toto dal recettore che, a sua volta, dotato di pari dignità e di una sua visione del mondo, si ritrova ad essere ‘attivo’, nel processo stesso, e a non subire passivamente quello che gli viene proposto (il recettore si trova nella condizione sia di aderire a quanto gli viene proposto sia non aderire. In questo caso non avviene la comunicazione perché, ricordiamo, comunicare = condividere).

Da qui scaturiscono le incomprensioni che continuamente ci sono nei rapporti sociali, professionali, affettivi e familiari ,in genere, che ognuno di noi vive.

Per questi motivi si è reso necessario un corso di comunicazione che cerchi di spiegare i meccanismi che sono alla base del processo, al di là dei più abusati luoghi comuni.

  1. I presupposti della comunicazione

“Non si può non comunicare”  (Paul Watzlawick, Scuola di Palo Alto, California) ovvero, più correttamente,  “Non si può non trasmettere”.

Questo è uno dei primi assiomi della comunicazione postulati dal Paul Watzlawick, emerito studioso del fenomeno comunicativo.

Questa definizione ci consente di affrontare un altro aspetto della comunicazione, che esula dal suo carattere propriamente fonatorio-verbale (semplice emissione di parole) e sfocia in una dimensione più complessa.

I soggetti che intraprendono un’azione comunicativa, gestiscono la stessa e, per questo scopo, dispongono di una competenza comunicativa. Per competenza comunicativa s’intende la ‘capacità di produrre e capire messaggi che consentono, ad un membro di una comunità linguistica, di porsi in relazione con gli altri parlanti[1]’. Questa capacità comprende non solo l’abilità linguistica ma, soprattutto, una serie di abilità extra linguistiche che sono sociali, nel senso che si adattano al messaggio e alla situazione specifica. Ciò significa saper utilizzare altri codici, oltre quello linguistico, come le espressioni facciali, il movimento delle mani, la postura, il tono della voce, gli accessori che indossiamo, che vanno sotto il nome di Comunicazione Non Verbale (CNV) e Comunicazione Simbolica.

La comunicazione non verbale e simbolica permettono di comprendere meglio il fenomeno comunicativo interpersonale poiché rappresentano, insieme alla comunicazione verbale, la base sulla quale viene costruita la competenza comunicativa.

Fin dalla nascita, ogni essere vivente comunica con un linguaggio preverbale, fatti di gesti e movimenti del corpo. La comunicazione non verbale è usata dall’uomo in vari modi: per sostenere il linguaggio, per sostituire il linguaggio stesso, per esprimere le emozioni, gli atteggiamenti, ecc.

Il linguaggio non verbale, inoltre, non è soggetto alla censura della mente, pertanto, attraverso esso, possiamo capire cosa realmente una persona vuole dirci o cercare di mascherare. La comunicazione non verbale è fondamentale poiché arricchisce le possibilità offerte dalla comunicazione faccia a faccia.

Per sintetizzare …

I livelli della comunicazione e la loro percentuale di incisione nel processo comunicativo:

– Verbale 10%

– Paraverbale 30%

– Non verbale e simbolica 60%

I livelli per comunicare:

– Verbale: parole

– Paraverbale: tono, timbro di voce, volume

– Simbolico: abiti, gioielli, barba, casa, automobile, ecc

– Non verbale: linguaggio del corpo

Il livello verbale:

Rappresenta i segni di un codice condiviso, che riguardano il significato razionale ed esplicito attribuito alle idee ed alle esperienze da scambiare.

Il livello paraverbale:

 Se ci riferiamo alla voce, consideriamo:

  • il registro (suono greve e profondo o alto e vigoroso)
  • il volume
  • il timbro (voce monotona o variata)
  • la nasalizzazione

Se ci riferiamo al linguaggio:

  • la dizione (la più corretta possibile)
  • la cadenza (lentezza o velocità nel parlare)
  • l’affettazione (attribuire valore profondo o superficiale ad alcune parole)
  • la modulazione (ritmo che usiamo per pronunciare le parole)

Il livello simbolico:

E’ caratterizzato dagli elementi offerti agli interlocutori, talvolta in modo inconsapevole. Sottolineano il rango e la relazione. Sono una proiezione esterna degli elementi della personalità. Comunichiamo simbolicamente attraverso abiti, gioielli, capelli, barba, profumi, casa, automobili, ecc.

Il livello non verbale:

E’ un insieme di segni non codificati che accompagnano e chiariscono il senso della comunicazione verbale. Nel livello non verbale rientrano: postura, tatto, gestualità, tic, interiezioni, esclamazioni, uso dello spazio interpersonale.

La comunicazione non verbale è caratterizzata dai seguenti elementi:

  • sguardo
  • postura
  • prossemica
  • mimica facciale
  • gestualità
  1. La comunicazione nelle organizzazioni sociali

I punti cardine dai quali partire:

ORGANIZZAZIONE

  • Qualunque essa sia (struttura pubblica o privata, scuola, chiesa, azienda, famiglia), può essere definita come un’insieme di persone coordinate tra loro in modo relativamente stabile, per raggiungere obiettivi comuni;
  • L’attività di queste persone, perché si attui, ha bisogno di essere comunicata;
  • E’ paradossale pensare che qualsiasi organizzazione sociale possa funzionare senza comunicazioni, anche se non sempre si evidenzia il ruolo e l’importanza che esse assumono;
  • La comunicazione diventa così lo strumento indispensabile per lo scambio di conoscenza ed istruzioni all’interno di tutti i gruppi, in vista di una sempre auspicabile condivisione .

Parlare di comunicazione nelle Organizzazioni sociali, è indispensabile se vogliamo spiegare l’importanza che  la stessa riveste per il necessario  funzionamento dell’organizzazione stessa. Al di là di ogni ambiguità semantica e dei più abusati luoghi comuni, la comunicazione va intesa per quel che effettivamente è: linfa vitale indispensabile  alla sopravvivenza del corpo sociale.

Quando parliamo, in generale, di comunicazione nelle organizzazioni intendiamo comprendere tutte le attività di comunicazione (interna-esterna) come un insieme di processi di creazione, scambio e condivisione di messaggi informativi e valoriali all’interno delle diverse reti di relazioni, che costituiscono l’essenza stessa dell’organizzazione e della  collocazione nel suo ambiente. La comunicazione coinvolge tutti i membri interni di ogni livello, a qualsiasi titolo  interessati e partecipi alla vita dell’organizzazione, e tutti gli esterni con i quali si cerca un approccio relazionale.

La comunicazione nelle organizzazioni sociali diviene, quindi, indispensabile per definire e condividere la cultura, la missione, i valori dell’organizzazione stessa e proprio perché ne è la linfa vitale, non può essere schematicamente  scissa in interna o esterna. Il concetto di comunicazione ingloba in sé tutte le componenti ed attività di comunicazione e si avvale di strumenti particolari che estendono la loro valenza e si fondano, anche e soprattutto, sull’interazione faccia a faccia.

La comunicazione interpersonale diviene, dunque, importante e serve, non solo per diffondere i messaggi, ma per far si che questi vengano colti nella loro essenza contribuendo, inoltre, a rendere le interazioni fonte d’arricchimento continuo.

Man mano che ci si è resi conto che l’organizzazione esiste non solo per produrre risultati tangibili e quantificabili (mercati, clienti, fatturati etc) ma anche come realtà sociale e che la forza dell’organizzazione è essenzialmente espressa e rappresentata dalle persone che ne fanno parte,   ci si è accorti che non bastava più comunicare per scambiarsi informazioni ma bisognava collaborare, motivare, coinvolgere, stabilire relazioni più profonde.

L’organizzazione che deriva da siffatti presupposti, somiglia metaforicamente ad un ‘organismo’ ad alto livello di complessità, le cui singole parti (strutture e ruoli) sono sistemi aperti che si basano su reti di scambi informativi, che consentono di sviluppare nuove competenze.

La comunicazione, infine, risulta essere il fattore più importante per lo studio di un’organizzazione e del suo buono o cattivo funzionamento poiché è la componente di congiuntura determinante, in quanto consente di stabilire sistemi di relazione interni ed esterni,   migliorando  qualità e  flessibilità e sapendo cogliere tempestivamente ed opportunamente il mutamento sociale. Mutamento sociale mai da seguire pedissequamente e acriticamente ma da comprendere e possibilmente governare cercando di correggere le deviazioni più gravi.

Testi consigliati:

  • Francesco Fattorello, Tecnica sociale dell’Informazione, a cura di Giuseppe Ragnetti, Safarà Editore. Pordenone 2015
  • Ricci Bitti P., Zani B., La comunicazione come processo sociale, Il Mulino, Bologna, 1983.

[1]              Per approfondimenti, rimandiamo alla lettura del testo di Pio E. Ricci Bitti, B. Zani, La comunicazione come processo sociale, Il Mulino, Bologna, 1983.

A cura del Prof. Giuseppe Ragnetti

COMUNICO … ergo sum

“Ho il piacere di comunicare….”

Il bisogno di comunicare con gli altri è una prerogativa irrinunciabile dell’uomo.  I momenti di scambio, dialogo vero “senza maschere” con la propria “isola felice”, così rari nella nostra quotidianità, sono indispensabili per il nostro equilibrio psicofisico.

Aggressività, timidezza, ansia, indecisione, sensi di colpa, bassa o eccessiva autostima condizionano sempre la nostra vita quotidiana.

Essere consapevoli del proprio stato d’animo ci aiuta a capire come siamo interiormente e ciò ha un effetto benefico sulle relazioni che stabiliamo con gli altri. “Conosci te stesso” dunque, ma non solo. Imparare a comunicare è facile a dirsi, ma non a farsi. La comunicazione, dovete sapere, è una strana materia, una disciplina difficilissima e tanto sottovalutata. Se il chimico interagisce con sostanze e composizione degli elementi, se l’avvocato ha a che fare con pratiche, atti e codici vari, il tecnico con macchine e meccanismi, la comunicazione tratta delle relazioni con gli esseri umani. Mica semplice!

La comunicazione è un processo mai definitivo e mai definito, è in continua evoluzione perché, semplicemente, gli esseri umani sono diversi gli uni dagli altri, non sono fissi né catalogabili, non si possono applicare “formule magiche” o ricette ad effetto immediato! Vi siete imbattuti in una bella ma alquanto difficile disciplina voi che vi avvicinate allo studio della comunicazione! State attenti! Una volta entrati nel mondo della comunicazione non farete più ritorno al vostro quotidiano “banale” e pieno zeppo di luoghi comuni. Chi si occupa di comunicazione va oltre le tecniche e le formulette, spacca il capello in quattordicimila parti e…non è soddisfatto. Il percorso è faticoso, anche se intellettualmente coinvolgente, e sarà difficile demolire conoscenze limitate ma fortemente radicate nel corso degli anni. Talvolta superficiali ma, tuttavia, rassicuranti ed importanti per ognuno di voi.

Dovrete acquisire la consapevolezza che se volete comunicare con qualcuno dovete abbandonare il vostro egocentrismo e pensare solo ed esclusivamente al vostro soggetto recettore perché non sempre considerazioni e pensieri ritenuti importanti ed interessanti  per noi, lo sono altrettanto per chi ci ascolta. Proprio così!

La comunicazione non avviene in partenza ma all’arrivo, cioè avviene in colui che ascolta, nella testa del soggetto recettore.

La “dotta ignoranza”.

Socrate: “Ciò che mi importa è di essere d’accordo con me stesso e cercare di non fare mai il contrario di ciò che penso”.

Sofista: “ E che cosa pensi, che cosa sai di più di quanto non sappiano gli altri?”

Socrate: “ Che cosa so più degli altri? So di non sapere niente”.

Socrate, come si direbbe oggi giorno, era uno che la sapeva lunga!

Vi ho anticipato già prima dell’importanza di conoscere se stessi e mettersi continuamente in discussione, ebbene, il dialogo qui proposto ne evidenzia tutta l’importanza. Il dialogo che qui vi abbiamo presentato racchiude a pieno il significato della comunicazione, un processo in continuo divenire.

La maggior parte di voi associa la comunicazione in senso lato ad una disciplina, che gia ai tempi di Socrate era molto adoperata e dallo stesso filosofo molto osteggiata, cioè la retorica. Non ci soffermeremo sul significato e sull’evoluzione storica di questo concetto, ma è importante sottolinearne alcuni aspetti.

Il “bel  parlare” non è comunicazione vera e propria, è solo uno dei tanti aspetti che investe il fenomeno comunicativo, che riguarda in particolar modo l’enunciazione del discorso o il parlare in pubblico. Quello che a noi interessa è sottolineare la differenza che sussiste tra la “confutazione” dei sofisti, ai quali era attribuita l’arte della retorica, e il dialogo socratico. In entrambi i casi si ha una discordanza di opinioni, ma c’è una differenza e la ritroviamo nello spirito che li anima.

Nella confutazione sofistica, proprio come nel contraddittorio giudiziario, tutto gioca nel riuscire ad aver ragione sull’opinione altrui, soffocandola con ogni possibile mezzo dialettico.

Nel dialogo socratico, invece, il fine principale era quello della ricerca comune della verità, anche a costo delle proprie convinzioni.

L’ideale della confutazione sofista è ridurre al silenzio l’interlocutore per arrivare ad una conclusione.

L’ideale del dialogo autentico è invece opposto: quello di un cammino di verità, quanto si vuole accidentato e inconcluso, ma mai inconcludente, lungo il quale le opinioni altrui servono almeno quanto le proprie.

Nel dialogo socratico non vi è il gusto della prevaricazione o della prevalenza sull’altro, ma al contrario, l’obiettivo è volto a liberare nell’altro energie, a rompere determinate cortecce superficiali, e di conseguenza ad innescare e fare emergere una riflessione.

Il dialogare socratico, pur nella sua eccessiva tensione costruttiva, e pur investendo energie per cogliere il punto debole del ragionamento dell’altro, ha il pregio di andare incontro all’interlocutore perché si configura come una discussione strutturata su domande e risposte tra persone associate dal comune interesse alla ricerca.

Da Socrate, dunque, mutuiamo importanti concetti che sono alla base del processo comunicativo:

  • la comunicazione è relazione con gli altri, è un comune sentire dove entrambi i soggetti crescono dalla relazione che stabiliscono;
  • i soggetti, in particolare il recettore, sono attivi ed entrambi dotati di facoltà opinanti (toglietevi dalla testa i condizionamenti, le persuasioni occulte ecc);
  • le parole acquistano significato nella nostra mente e non possiedono valore di per sè. Ciò è fondamentale perché presuppone la conoscenza del soggetto recettore che abbiamo di fronte.
  • Non possiamo parlare e cercare di stabilire un dialogo se pensiamo solo con la nostra mente e in base alla nostra acculturazione, esperienza di vita ecc. Dobbiamo calarci nei panni del nostro soggetto recettore, capire cosa è importante per lui! Solo così la comunicazione riesce e il dialogo diviene autentico. Tutte le incomprensioni nascono dal fatto che ognuno di noi continua a relazionarsi secondo il proprio punto di vista e non riesce a cogliere nell’altro ciò che per lui è importante.
  • Sanza conversazione o familiaritade impossibile è a conoscere li uomini. Dante –  “Convivio”

Queste riflessioni sono alla base del nostro Corso fortemente voluto, per prepararvi ad un migliore approccio relazionale e comunicativo con tutti gli attori dei vostri rapporti sociali.

Prof. Giuseppe Ragnetti

Francesco Fattorello: studioso dell’informazione che ha fatto scuola

In occasione del ventennale della nascita di “EVENTI” periodico di cultura, storia, politica e attualità che si stampa sempre con ottimi risultati a Pordenone, il prof Ragnetti ha rilasciato un’intervista con l’intento di far conoscere ai cittadini di Pordenone e non solo, la figura e le opere del loro illustre concittadino Francesco Fattorello.

“Social Radio” la funzione sociale delle radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino

“SOCIAL RADIO”
LA FUNZIONE SOCIALE DELLE RADIOCOMUNICAZIONI AMATORIALI IN AMBITO CITTADINO
Progetto sperimentale di comunicazione sociale

PREMESSA

Le città dalle tante isole.

I grandi agglomerati urbani, le città ad alta cifra abitativa, le metropoli, sono contesti nei quali dovrebbero registrarsi ottimi motivi di coesione e di scambio sociale, di adeguata qualità della vita, assicurati grazie ad una fitta rete di servizi commerciali, ricreativi, civici e assistenziali presenti sul territorio.

In realtà le nostre città, presentano notevoli problemi sociali dovuti all’isolamento e alla solitudine delle persone, alle difficoltà relazionali, alle forme di depressione e alienazione dalla partecipazione attiva alla società.

Questi disagi sociali sono stati analizzati attraverso alcune ricerche empiriche, dai risultati spesso tra loro contraddittori ma che hanno evidenziato quanto siano variegati i motivi che tendono a creare e ad alimentare queste forme d’isolamento, oltre alla trasversalità generazionale di chi è ne è affetto.

Negli ultimi anni, la tecnologia è intervenuta a modificare profondamente i tradizionali processi e modalità di comunicazione sociale e se da un lato la “rete” ha consentito la velocizzazione e l’efficienza dei rapporti formali (si pensi all’introduzione delle E-mail e ai Social Network) dall’altro assistiamo anche alla rarefazione dei rapporti sociali, amicali ed empatici tipici vissuti nella realtà quotidiana. (senza contare l’insorgere sempre più frequente di patologie legate all’uso smodato del Personal computer)

Va considerato in ogni caso, che la padronanza delle nuove forme di comunicazione elettronica (se di comunicazione si tratta!) è patrimonio quasi esclusivo delle generazioni più giovani o comunque delle persone con alto grado di scolarizzazione, mentre le persone più anziane e/o di bassa scolarizzazione, anche a causa del senso d’impotenza di fronte all’avanzare prepotente e inarrestabile della tecnologia, vivono un ulteriore motivo d’isolamento.

Una categoria di soggetti potenzialmente non esente da questo tipo di patologie sociali è inoltre, per ovvia ragione, anche quella dei portatori di Handicap motori gravi e le persone non vedenti.

Alle tante iniziative a sostegno di questi soggetti, messe in campo dalle strutture sociali degli enti locali, dagli operatori sanitari, dai professionisti psicologi, sociologi e dalle organizzazioni no-profit che si interessano a questi tipi di disagio sociale e psicologico, si potrebbe aggiungere in via sperimentale un progetto che preveda di utilizzare, quale strumento di coinvolgimento relazionale di gruppo e di inserimento sociale, le potenzialità intrinseche delle radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino.

1. Le radiocomunicazioni amatoriali: libertà di espressione e circolarità comunicativa

Le radiocomunicazioni amatoriali nascono praticamente insieme alla stessa invenzione della Radio, tanto che già nel 1914 negli stati uniti è presente un’attiva comunità di radioamatori riunita nella ARRL (American Radio Relay League).

Nel 1919 sarà proprio Frank Conrad un ingegnere radioamatore statunitense, a suggerire, dopo aver trasmesso con la sua stazione radio amatoriale alcuni pezzi di musica, lo sviluppo delle emittenti radiofoniche broadcast.

La realtà delle radiocomunicazioni amatoriali hanno influenzato riflessioni culturali notevoli, che le definiranno, forse in modo eccessivo, l’unica forma di comunicazione radiofonica svincolata dai dettami del mercato commerciale. (c.f.r. Adorno, W. Theodor; Horkheimer, Max. 1966. Dialettica dell’Illuminismo; “L’industria culturale” pagg. 131,132 Torino, Einaudi)

Anche in Italia, analogamente agli Stati Uniti, a partire dai primi anni 50 si svilupperà una fitta rete di radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino, che si differenzieranno nettamente dalle comunicazioni tecnicamente ortodosse dei Radioamatori veri e propri, aprendo a un concetto di libertà espressiva da parte del singolo emittente.

Questa ultima forma di radiocomunicazione amatoriale prende il nome di CB, quale acronimo di Citizen Band (Banda Cittadina) ed è a questa CB che nel presente scritto vogliamo riferirci.

Dopo un lungo periodo di cosiddetta “pirateria”, finalmente nel 1973, anche nel nostro paese, è introdotta una normativa che legalizza le trasmissioni amatoriali CB in questa banda di frequenza (27 MHz), naturalmente con espresso divieto di turpiloquio e propaganda politica.

Adesso l’autorizzazione a trasmettere in CB si ottiene con la presentazione di una semplice domanda alle autorità competenti, le quali rilasciano la concessione governativa previo pagamento di una piccola tassa d’esercizio di stazione.

La particolarità delle radiocomunicazioni amatoriali CB consiste principalmente nella circolarità comunicativa e nel paritario livello d’interlocuzione con il corrispondente.

Se vogliamo, l’assenza della circolarità comunicativa è, dal punto di vista sociale, proprio il limite che invece pesa sulle tradizionali emittenti radiofoniche Broadcasting che sono, ad esclusione di qualche sporadica telefonata da parte degli ascoltatori, totalmente unidirezionali.

Su questo punto può essere storicamente e culturalmente interessante citare Bertolt Brecht nel suo “Discorso sulla funzione della radio” quando afferma: “Adesso cerchiamo di diventare positivi, di scoprire ossia ciò che di positivo c’è nella radio; ecco qui una proposta per modificare il funzionamento della radio: si dovrebbe trasformare la radio da mezzo di distribuzione in mezzo di comunicazione. La radio potrebbe essere per la vita pubblica il più grandioso mezzo di comunicazione che si possa immaginare, uno straordinario sistema di canali, cioè potrebbe esserlo se fosse in grado non solo di trasmettere ma anche di ricevere, non solo di far sentire qualcosa all’ascoltatore ma anche di farlo parlare, non di isolarlo ma di metterlo in relazione con altri.”

Nelle radiocomunicazioni amatoriali i diversi status economici personali, i titoli accademici, professionali, onorifici non hanno alcuna preminenza e non giocano alcun ruolo. Questa condizione fa si che siano attenuati i pregiudizi, anche generazionali e le barriere formali alla comunicazione che insistono nelle relazioni sociali comuni e che spesso possono essere proprio motivo di blocco per i soggetti più sensibili alle differenze sociali sia dal basso verso l’alto sia viceversa.

In pratica, nelle radiocomunicazioni amatoriali si forma una “ruota” ove tutti attendono in sequenza il loro momento d’intervento in trasmissione per intervenire nel discorso corrente in un libero scambio di opinioni.

In questa logica è naturale che emerga un comune senso empatico poiché appartenenti alla stessa “ruota” con effetti positivi di mutua solidarietà e di condivisione delle conoscenze e delle esperienze.

E’ evidente che le dinamiche sopra descritte, che si sviluppano nel gruppo, nella comunità che partecipa alla “ruota”, non si possono ottenere in caso di una conversazione telefonica tra due soli soggetti (servizi telefonici tipo “telefono amico”)

Nelle trasmissioni CB non ci sono stazioni prioritarie, si è a turno tutti ascoltatori e tutti emittenti e il dialogo si svolge liberamente senza schemi definiti.

È pertanto stimolata, nel soggetto che prende parte alla “ruota”, la capacità di ascolto e la capacità di sintesi nel formulare un intervento di senso compiuto.

Nelle radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino, si ottiene l’annullamento della dimensione spaziale, ogni partecipante alla “ruota “ siede in casa propria e decide quale e quanto tempo dedicare a questa sorta di Agorà delocalizzato.

2. Il progetto: “SOCIAL RADIO” uso sociale del mezzo radio amatoriale

Quello che si vuole proporre è un progetto sperimentale aperto, flessibile, di facile approntamento organizzativo e dal costo contenuto, dove la più ampia partecipazione di soggetti ed enti istituzionali, sia nazionali sia locali, delle università, del mondo delle associazioni no profit e del volontariato, è auspicabile e funzionale alla migliore riuscita della sperimentazione sull’uso per scopi sociali delle radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino.

Una prima fase sperimentale, da cui trarre un modello esportabile a livello nazionale, potrebbe essere avviato in città di grandi dimensioni, come ad esempio Roma e/o Torino.

In questo caso dovrebbe essere coinvolto l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune, per ottenere il necessario patrocinio del progetto, attraverso una convenzione con le associazioni no profit attive nel settore sociale e le Università aventi indirizzi di laurea in Sociologia, Psicologia e Scienze della comunicazione.

A cura di questi soggetti si devono individuare:

 Le persone sofferenti il disagio relazionale che s’intendono avviare al progetto. (sono di regola le persone sole, chi non si sente in sintonia con l’ambiente che lo circonda e quando si trova insieme agli altri, avverte un distacco emotivo e la difficoltà a comunicare, oppure coloro i quali non riescono a esprimere appieno se stessi, i depressi o le persone che vivono un problema che li fa sentire ancora più soli e diversi, poiché non comunicare aggrava tale disagio.)

 I volontari facenti

parte del gruppo di controllo (riconoscendo loro un gettone di partecipazione e/o auspicabilmente crediti formativi in caso siano studenti universitari) utilizzabili in veste di “facilitatori” previo opportuno breve intervento formativo. (Il facilitatore è il partecipante alla “ruota” via radio, il quale, agevolando i rapporti tra le persone inserite nel gruppo di soggetti prescelti, li aiuta a raggiungere gli obiettivi previsti nel progetto, ossia ne stimola l’apertura comunicativa e relazionale). Nel caso specifico, il facilitatore della comunicazione ha il peculiare compito di riuscire a cogliere e stimolare quegli argomenti che possano interessare i soggetti partecipanti al progetto e avviare un colloquio, uno scambio d’idee, anche semplici racconti esperienziali personali, pur di avviare un rapporto empatico con essi.

 I volontari Radioamatori, provenienti dalle associazioni di
protezione civile o dei radioamatori, i quali intervengono per redigere le necessarie documentazioni necessarie al rilascio della concessione all’uso e detenzione della stazione radio CB, in veste di esperti installatori delle apparecchiature necessarie alla trasmissione e poi come “tutor”, nella fase iniziale del progetto, per istruire adeguatamente sia i soggetti partecipanti sia i facilitatori, sull’uso operativo della piccola stazione radio amatoriale.

3. Benefici attesi dal buon andamento del progetto

Quello che s’intende ricreare con l’ausilio del mezzo radiofonico è in pratica quello che in gergo psicosociale si può definire un gruppo di aiuto-mutuoaiuto, in altre parole un gruppo composto di persone, accomunate dal desiderio di superare lo stesso disagio comunicativo. Questo è elaborato in prima persona attraverso il confronto, la condivisione e lo scambio d’informazioni, emozioni, esperienze e problemi nel corso dei dialoghi radiofonici.

Nella “ruota” si ascolta e si è ascoltati, senza pregiudizi, ci si autogestisce seguendo un sistema condiviso di regole e valori, utili a sviluppare le capacità che si riferiscono alla sfera emotiva, interpersonale e motivazionale.

Si tratta quindi di proporre un’alternativa economica e più accessibile ai servizi sanitari di tipo professionale, per offrire sostegno emotivo attraverso la rottura dell’isolamento e la comunicazione verbale in quanto, con le dinamiche che si sviluppano nella relazione di gruppo, si ha la possibilità di scoprire risorse personali latenti e quindi di attivarle per utilizzarle al meglio nei rapporti con gli altri, favorendo anche la nascita di nuove amicizie.

E’ necessario anche evidenziare che le trasmissioni radioamatoriali sono pubbliche e l’acquisto degli apparati trasmittenti è libero. Ciò significa che è sempre possibile e non evitabile un’estemporanea intromissione da parte di soggetti disturbatori che possono perturbare, anche pesantemente con il turpiloquio, l’andamento sereno di una “ruota” già avviata da un facilitatore.

Questo in fondo è però proprio ciò che rende questo tipo di comunicazione una forma reale di confronto e di esercizio nei momenti di stress e non un “acquario per pesci” dove i soggetti con disagio sono introdotti senza pericolo di perturbazioni, una situazione però artefatta e innaturale.

4. Dotazioni tecniche

Per avviare il progetto “Social Radio” è necessario dotare sia i soggetti partecipanti al progetto, sia i facilitatori, di una piccola stazione radio composta da un ricetrasmettitore omologato (noto anche come baracchino), un alimentatore A.C/C.C. e un’antenna esterna di adeguata dimensione.

La vigente normativa sul diritto d’antenna tutela il Diritto di installazione dell’antenna esterna e quindi l’unico vincolo oggettivo al montaggio può derivare dalla impossibilità tecnica di installazione.

Il costo complessivo delle attrezzature necessarie al funzionamento di ciascuna stazione radio, è di circa Euro 300,00 ma non è difficile, con l’aiuto degli esperti radioamatori, attingere al fiorente mercato dell’usato, con grande risparmio rispetto agli apparati nuovi.

Auspicabile poi che a far parte del progetto possano partecipare sponsor privati che si offrano di fornire tutte o parte delle necessarie attrezzature previste per la partenza del progetto pilota. Sono infine molte le stazioni radioamatoriali gestite dalle associazioni di volontari della protezione civile che possono eventualmente ospitare a turno i facilitatori della comunicazione nella loro sede sociale, evitando con ciò ulteriori installazioni di apparati.

Completata l’installazione delle stazioni radio nelle singole abitazioni, è possibile iniziare immediatamente quanto previsto dal progetto “Social Radio” poiché non si scorgono elementi ostativi all’uso della banda di frequenza CB relativa ai 27 MHz. Per migliorare le radio comunicazioni è possibile destinare un certo canale trasmissivo a un quadrante cittadino, riducendo pertanto la portata necessaria per entrare in comunicazione.

Con il recepimento del progetto “Social Radio” da parte di soggetti
istituzionali, sarebbe opportuno richiedere al competente Ministero di assegnare all’utilizzo CB anche una porzione di banda UHF, analogamente a quanto avviene in U.S.A. e Australia. Questa nuova banda di frequenza sarebbe oltremodo migliorativa rispetto a quanto oggi possibile in banda 27 MHz. (si potrebbe utilizzare con apparati di adeguata potenza RF e antenna esterna, una parte della porzione di banda assegnata oggi agli LPD ossia i Low Power Device oppure la nuova banda di frequenza SRD 869 MHz).Infatti, in banda UHF occorrono antenne nettamente più piccole di quelle CB 27 MHz per avere pari efficienze trasmissive, oltre al fatto che le conversazioni in modulazione di frequenza evitano fastidiosi soffi e ronzii tipici invece della modulazione d’ampiezza, utilizzata dagli attuali baracchini.

CONCLUSIONI

Jeremy Rifkin nel 2009 scriveva il suo ultimo libro di grande successo, un Best sellers intitolato “La civiltà dell’empatia” cogliendo con esso in anticipo, come solo alcuni lucidi osservatori della realtà sociale riescono a fare, la necessità per gli esseri umani di ritornare ad essere soggetti empatici.

Una più stretta relazione con la natura che ci circonda, con gli altri della nostra stessa specie non può prescindere da una comunicazione più stretta, più coinvolgente.

E forse questa ritrovata voglia di comunità, di riscoprirsi soggetto sociale in un contesto socializzante, coincide con la presa d’atto che Internet offre straordinari servizi, se riferiti alla capacità di trarre informazioni dalla rete e una moltitudine di contatti tra utenti, prima impensabili e utili sotto innumerevoli punti di vista ma nello stesso tempo nessun concreto miglioramento della comunicazione umana, se per comunicazione ci riferiamo al concetto di “comunione” tra esseri umani.

Del resto, nello stesso libro di Rifkin, è riportata una citazione della storica Elizabeth Eisenstein che asserisce: “ L’idea che la società può essere considerata un insieme di unità separate o che l’individuo viene prima del gruppo sociale sembra più compatibile con un pubblico di lettori che di ascoltatori”.

Per quanto riguarda il presente progetto infine, può essere utile leggere quanto scrive Andrea Borgnino in un suo recente articolo apparso su Radio Rivista, l’organo ufficiale dell’Associazione Radioamatori Italiani, per apprendere che negli Stati Uniti e seppur in misura minore in Europa, siano in grande crescita le licenze rilasciate ai nuovi radioamatori.

Segno evidente questo che le radiocomunicazioni amatoriali seguono l’evolversi delle tendenze sociali, cosa che dovremmo cogliere anche noi  realizzando al progetto “Social Radio”.

Dott. Marco Cuppoletti
Sociologo della comunicazione e organizzazione
Componente del Consiglio Direttivo Istituto Francesco Fattorello

Radiotelevisione pubblica: la badante elettronica

Il servizio radiotelevisivo pubblico quale ausilio socio sanitario al sistema sussidiario

In Europa e più marcatamente in Italia, a causa della bassa natalità che persiste oramai da molti anni, stiamo assistendo ad un progressivo innalzamento dell’età media della cittadinanza, come testimonia Il recente rapporto ISTAT “Natalità e fecondità della popolazione residente”. Il riflesso più problematico consiste nello squilibrio demografico, ovvero nel rapporto tra nuovi nati/ottantenni (rapporto Eurostat 2016) ove l’Italia, insieme a Germania e Grecia, risulta essere fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei. Il tema è analizzato in modo puntuale ed esaustivamente in un articolo datato 11 dicembre 2018 su NEODEMUS.INFO a firma dei ricercatori del CNR Corrado Bonifazi e Angela Paparusso. E’ poi di questi giorni il rapporto ISTAT 2018 che parla esplicitamente di “recessione demografica”, che attesta intorno ai 5 milioni gli italiani, in larga parte giovani, che decidono di lasciare il Paese verso lidi che offrono maggiori garanzie di occupazione o imposizioni fiscali più basse.

Preso atto del grave fenomeno, spetta alle forze politiche mettere in campo i necessari strumenti di welfare necessari a sostenere economicamente ed attraverso opportuni servizi da una parte coloro i quali intendono procreare ma sono spaventati da un possibile arretramento della loro qualità di vita e dall’altra la popolazione anziana che, come si è detto, è in costante aumento.

Come noto, la spesa pubblica italiana (circa 830 miliardi di Euro annui) è in larga parte costituita dalle spese necessarie a sostenere il sistema sanitario nazionale, il quale risente evidentemente del progressivo invecchiamento della popolazione che vive, fortunatamente, più a lungo ma è pur sempre bisognosa di cure e di ausili medico-sanitari.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la tecnologia ha fatto passi da gigante e offre farmaci e presidi medici di grande efficacie e funzionalità.

Tuttavia, nonostante l’enorme impegno di risorse economiche pubbliche ed il progredire della ricerca medica, al servizio sanitario nazionale si affianca necessariamente ed inevitabilmente un “sistema sussidiario” tipicamente italiano, consistente in un gravoso impegno a carico delle famiglie, le quali debbono provvedere con vari mezzi ad assistere quotidianamente (direttamente o tramite collaboratori domestici) i familiari anziani nelle loro necessità.

Tra gli strumenti a disposizione delle famiglie per avere un ausilio utile ad ottenere almeno un parziale sollievo al pressante impegno quotidiano che grava sulle famiglie italiane, interviene anche il Servizio Pubblico Radiotelevisivo che, attraverso il primo canale TV nazionale, con le sue trasmissioni mattutine e pomeridiane, intrattiene empaticamente lo spettatore anziano (pensiamo a chi è costretto a letto o comunque affetto da ridotta mobilità) durante tutto l’arco della giornata, tanto che un’eventuale e fortuita interruzione nella fruizione delle trasmissioni televisive viene vissuta (e non solo dallo spettatore anziano ma anche da suoi familiari) come un serio problema.

Il Servizio pubblico radiotelevisivo pertanto, nella sua articolazione e nelle sue varie specificità, non può non tener conto di un suo fondamentale ruolo e cioè quello di costituire per una sempre più vasta platea di spettatori anziani uno strumento indispensabile, che va ben oltre il mero proponimento di intrattenimento ma che si configura come un vero e proprio strumento di ausilio socio-sanitario.

La missione del Servizio Pubblico Radiotelevisivo in Europa, Educare, Informare, Divertire, tracciata nel 1927 da Sir Reith va dunque contestualizzata e riformulata rispetto alle origini.

Si deve considerare infatti che oggi il sistema della comunicazione mediatica è ricco di piattaforme distributive diversificate, che colgono più e meglio del passato i gusti e le preferenze dei “pubblici”.

Su queste debbono concentrarsi gli sforzi editoriali alla ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme comunicative, perché queste piattaforme sono rivolte evidentemente ad una utenza specializzata in grado di apprezzare e di ricercare la qualità di una riproduzione audiovisiva in alta o altissima definizione disponibile sulla rete IP o proveniente dalla diffusione satellitare.

Interattività, realtà aumentata, realtà virtuale, sono aspetti specialistici dell’elaborazione dei contenuti mediatici che debbono essere sviluppati costantemente, così come è necessaria la creazione di contenuti multimediali adeguati a valorizzare queste nuove tecnologie digitali applicate alla comunicazione radiotelevisiva.

Il Servizio Pubblico Radiotelevisivo, se tale deve essere, deve dare però concreta applicazione agli obblighi derivanti dal contratto di servizio tra il Ministero dello Sviluppo Economico e la Rai radiotelevisione italiana SpA, deve porre in essere quanto descritto negli articoli 2-3-4, ove si evince bene, la missione di tutela e sostegno al pubblico anziano attraverso specifica programmazione.

In questa logica, emerge ad avviso di chi scrive, la piena titolarità ad esigere da parte statale un canone annuo di abbonamento al servizio pubblico radiotelevisivo, non fosse altro per l’esercizio del ruolo sopra descritto, quasi fosse una sorta di ticket sociosanitario minimale (0,25 Euro al giorno a famiglia!)

Ovvio che in realtà, come giusto che sia, la RAI con la sua programmazione giornaliera presente sulle varie piattaforme distributive, offre un ventaglio di prodotti editoriali in grado di raggiungere pubblici molteplici. Da questo punto di vista gli obblighi derivanti dal contratto di servizio impegnano la RAI ad uno sforzo produttivo enorme ma necessario ad assicurare puntualmente la sua offerta comunicativa; tuttavia la missione di ausilio sociosanitario a favore del pubblico anziano, se non primaria è certamente una caratteristica che connota autorevolmente il servizio pubblico radiotelevisivo rispetto all’emittenza privata.

Chi sembra aver colto bene le necessità del pubblico anziano e’ il settore della pubblicità; è infatti del tutto evidente il netto incremento di inserzioni pubblicitarie, principalmente televisive, riguardanti prodotti e servizi destinati al pubblico anziano.

Da ciò ne risulta un mercato pubblicitario in via di sviluppo, tale da costituire un capitolo importante della raccolta pubblicitaria della RAI, in relazione allo share medio ottenuto da RAI 1, in un periodo di netta flessione della raccolta pubblicitaria dovuta alla scarsa domanda di prodotti e servizi destinati ad un pubblico più giovane, peraltro con redditi inferiori alla media dei pensionati e che comunque registra la perdita di potere di acquisto a causa di una crisi congiunturale che sembra non attenuarsi.

Se, come si ipotizza da anni, la RAI dovesse attuare un piano industriale che individua una organizzazione centrata sulla produzione di contenuti editoriali suddivisi per genere, sarà essenziale creare, almeno per la prima rete televisiva, una struttura in grado di individuare quei prodotti più adatti al pubblico anziano di riferimento ed anzi stimolarne la produzione di contenuti che dovrà essere rispondente a parametri comunicativi appositamente studiati per la particolare platea di riferimento, tentando nel contempo di attrarre anche il pubblico di mezza età in vista di una progressiva fidelizzazione al canale.

In conclusione, può essere utile riferirci a Niklas Luhman quando afferma che il sistema della comunicazione nel suo complesso costituisce di per sé un sistema sociale auto poietico che evolve e si sviluppa di pari passi con tutti gli altri sistemi sociali per dire che anche la missione del servizio pubblico radiotelevisivo deve essere in sintonia con l’evolversi ed il trasformarsi della società civile.

Per lunghi anni, la programmazione della prima rete TV della RAI prevedeva un ambito di particolare programmazione denominata “ La TV dei ragazzi”.

Oggi, va preso atto che i giovani prediligono una diversa fruizione dei contenuti mediali presenti su piattaforme diverse rispetto alla televisione di flusso tradizionale, realtà questa che come già detto deve essere categoricamente presidiata e sviluppata dall’azienda di Stato sia in termini tecnologici sia in termini comunicativi.

Pertanto, non deve essere interpretato come riduttivo o peggio svilente immaginare una “TV degli anziani” che trova nella prima rete televisiva della RAI la sua naturale e più opportuna allocazione.
Non si comprende quindi la ragione editoriale ed economica che vorrebbe la stessa rete proiettata alla conquista di un pubblico giovane che in ogni caso fa scelte diverse.

Se il timore dei dirigenti della tv pubblica è quello di un possibile calo di audience sulla rete ammiraglia, stante invece il costante ampliarsi della platea “matura” rispetto a quella più giovane, forse risulterebbe più opportuno che si impegnassero sul piano editoriale nel conservare l’attuale fidelizzazione dei soggetti anziani che scelgono aprioristicamente il primo tasto del telecomando, per non indurli a fare scelte diverse qualora il loro canale di riferimento dovesse cambiare pelle alla ricerca di pubblici che difficilmente scelgono la televisione generalista per il loro intrattenimento.

Dott. Marco Cuppoletti
Sociologo