Pensavo fosse amore e invece …

Non ho sempre saputo cosa fare del mio futuro.

A dieci anni, molto fiera del fatto che le insegnanti amavano la mia esuberanza e la mia loquacità, mi ero convinta di voler diventare un avvocato. Qualche tempo dopo, a dodici anni, mossa dalla mia ingenua passione per il disegno, sarei voluta diventare una stilista.

Finché un giorno, in un tema di terza media, ho scritto che sarei diventata una giornalista.

Questo sogno mi ha accompagnato a lungo. Ho cominciato a credere che la mia naturale dote per la scrittura mi sarebbe bastata, e mi avrebbe portato a realizzarlo.

Negli anni del liceo ho iniziato a scrivere seriamente. Mi ricordo che in uno dei primi temi ebbi il voto più alto della classe: ero molto fiera.

All’insegnante era piaciuto perché ero stata sincera, perché avevo detto la verità: e allora credetti di capire perché avevo scelto quel sogno anziché un altro. Si radicò in me la convinzione che un buon giornalista è capace di dirla la verità.

Dice quello che vede, non calca la mano, non romanza. Un buon giornalista conosce la differenza fra le opinioni e ciò che invece la gente merita di sapere.

Il mio percorso di vita con tutto il bagaglio di esperienze che ne consegue, e i miei studi hanno orientato il mio pensiero verso due nuove direzioni e, siccome credo che solo le persone stupide non cambiano mai idea, ho lasciato che tesi più convincenti demolissero le mie.

Il mio percorso di vita mi ha fatto capire che la verità non esiste, e che se esiste non sarà mai la sola. I miei studi, invece, mi hanno insegnato che la professione che ho scelto per il mio avvenire presenta delle controversie che io nemmeno immaginavo; ho commesso degli errori di valutazione credendo ciò che non è.

A questa conclusione mi ci hanno portato soprattutto gli ultimi studi fatti in materia di informazione e comunicazione, capendo finalmente che le due cose sono differenti, ma differenti davvero.

Questa “strana” tecnica sociale così diversa da tutto quello che mi era stato inculcato con assidui ammaestramenti, che ha sovvertito tutte le mie convinzioni, che mi ha confusa, ma che forse ha portato un po’ di realtà in un universo che è stato a lungo falsato.

Perciò via l’idea che siccome mi piace scrivere e ne sono naturalmente portata, questa sia una valida ragione per voler diventare una giornalista. Via l’idea che il giornalista dice la verità, che è testimone freddo e asettico come l’occhio della telecamera.

Molto spesso la parola “verità” è stata la sorella della parola “obiettività”, tema quest’ultimo assai dibattuto, dal momento che molti ritengono sia la prima regola nella gerarchia della deontologia del giornalista. Addirittura in America la si insegna nelle università: ma è mai possibile insegnare l’obiettività? Esiste l’obiettività? E sopratutto: un giornalista può mai essere obiettivo?

Probabilmente no.

Un fatto indiscusso è che il giornalismo è mediazione tra la fonte e il destinatario di qualsivoglia messaggio: mediatore è appunto il giornalista.

Mediazione significa che ci si mette al servizio di un fatto, che lo si propone al cospetto della personalità, della cultura e della soggettività di colui che lo farà diventare una notizia capace di coinvolgere il cittadino-lettore, soddisfarne gli interessi, i bisogni, le curiosità.

Mediatore, ma anche interprete. Ma l’interpretazione non ha nulla a che vedere con l’obiettività.

Il secondo punto che ho sottoposto ai dubbi degli ultimi tempi e degli ultimi studi riguarda la differenza tra letteratura e giornalismo. Nello scegliere la professione giornalistica come mia futura occupazione forse avrei dovuto tener presente qualcosa di cui purtroppo non ero ancora a conoscenza, almeno non nel dettaglio.

La tecnica sociale di Francesco Fattorello, con la sua schematicità, ha fatto molta chiarezza sull’argomento.

Si parla di due tipi di informazione:
● Contingente: tempestiva, il cui valore si identifica nel momento più utile
● Non contingente: più lenta, non basa il suo successo sul carattere tempestivo

I fenomeni dell’informazione della prima categoria si identificano nell’informazione pubblicistica (tra cui anche il giornalismo), cioè nell’informazione indirizzata a quel particolare gruppo recettore, pur esso tempestivo e contingente, che si crede spesso di poter identificare nel così detto pubblico. I fenomeni di informazione che appartengono alla seconda categoria si concretano per mezzo di un processo che nei suoi termini non è diverso dal precedente ma le sue categorie e modalità appaiono diverse da quelle della prima categoria.

Del giornalismo c’è una bella definizione di Umberto Eco: “una storiografia dell’istante”.

Storiografia, dunque, non letteratura.

Il legame tra giornalismo e letteratura, l’opinione, anzi, che il giornalismo sia addirittura un genere letterario, nasce da una secolare tradizione, così radicata nel comune giudizio da trasformare in uno dei miti della professione quello che è invece un pesante impedimento a un modo moderno di fare informazione.

Ieri viveva la passione per il pezzo ben scritto, per la prosa elegante, per un linguaggio che però finiva col divenire troppo lontano dalla lingua parlata, e spesso poco comprensibile; oggi vive la convinzione che solo un stile scarno, asciutto, rapido ed essenziale, e alla portata di tutti può rispondere alla quella funzione fondamentale che è la mediazione di cui parlavo prima. Ecco perché qualcuno azzardò un concetto che inizialmente mi sembrò impossibile e assurdo ma che, con la dovuta attenzione, riuscì a comprendere fino in fondo:
“Indro Montanelli è stato il peggiore giornalista della storia italiana, Emilio Fede ne è il migliore”.

Come dicevo prima, i processi di informazione contingente e non contingente hanno gli stessi termini ma diverse modalità di comportamento.

Entrambi hanno come elementi:
● SP: un soggetto promotore che trasmette (e se è bravo comunica anche) non il fatto ma la forma che egli ha dato al fatto, ovvero l’opinione
● SR: un soggetto recettore che non si limita a ricevere ma interpreta a sua volta, ovvero aderisce o meno all’opinione
● M: un mezzo attraverso il quale trasmettere
● O: l’oggetto, il contenuto cui dar forma
● X): elemento che sta al di fuori del processo, il motivo per cui si mette in atto il processo d’informazione

Sono le modalità di comportamento a cambiare:
● la materia oggetto del primo processo attiene sempre a ciò che è attuale e contingente; nel secondo caso il processo attiene a opinioni cristallizzate
● La tempestività è una caratteristica fondamentale del primo processo ma del secondo, in cui non ci sono limiti di tempo.
● La pubblicità del processo contingente è caratteristica fondamentale, nell’informazione non contingente la pubblicità non conta
● Il processo contingente trae effetto dal fattore della “novità”, nel secondo caso la novità non ha effetto.
● Nel processo contingente il promotore può non avere una qualificazione specifica,
nel non contingente il soggetto è qualificato
● Nel processo contingente il recettore è generico, di breve durata ed eterogeneo; nel secondo caso è di norma qualificato, di lunga durata e omogeneo
● Nel processo contingente il contenuto è generico, nell’altro il contenuto è specifico
● Il processo contingente si basa su opinioni contingenti e fattori di conformità; il secondo si articola tramite procedimenti logici e razionali ed opinioni cristallizzate e valori
● Il contingente può essere processo unilaterale, il non contingente è bilaterale

Esistono dei casi in cui questi due processi che ho appena analizzato si intersecano e sembrano viaggiare di comune accordo pur mantenendo ben nette le loro singole specificità.

Il primo caso riguarda “Quei giorni a Berlino”, libro uscito in Italia nel 1989 e scritto da due giornalisti italiani inviati della Rai, Lilli Gruber e Paolo Borella. Lo scopo fu quello di riportare in un libro (che potrebbe essere considerato strumento dell’informazione non contingente) i contenuti del giornale (informazione contingente) su un fatto di cronaca di straordinaria risonanza a livello mondiale, al fine di contribuire alle ricostruzioni che un giorno gli storici vorranno fare sugli avvenimenti di cui i due giornalisti sono stati tempestivi testimoni.

Il secondo caso riguarda il fatto che informazione contingente e non contingente possono concorrere entrambi alla socializzazione e alla acculturazione dell’individuo. Tuttavia è necessario sottolineare che il giornale certo non educa ma può favorire l’acculturazione: l’informazione contingente può aiutare l’educazione, ma non potrà mai sostituirla.

Alla luce di quanto detto, che è anche quello che sto studiando, mi rendo conto che forse ci avevo capito ben poco del giornalismo, e delle differenze che esistono rispetto ad altre “arti dello scrivere”. E mi rendo conto che tutti i miei piccoli e insignificanti tentativi di
iniziarmi a questa professione si sono basati su linee guida piuttosto confuse e traballanti.

Mi ero sbagliata.

Roberta Restretti

studentessa di Editoria Media e Giornalismo

Università Carlo Bo di Urbino

Le dinamiche relazionali e comunicative nelle organizzazioni sociali: dalla comunicazione ai comportamenti

Colui che, capace di pensare, non sa esprimere il suo pensiero, è allo stesso livello di chi non riesce a pensare”*

(*Pericle, una delle più grandi personalità della storia antica, dominò Atene dal 461 al 429 a.C.)

  1. Pillole sulla Comunicazione

Il termine ‘comunicazione’ ha nell’uso comune un senso abbastanza ovvio, ma risulta molto difficile definirlo dal punto di vista concettuale. Esso comprende molti fenomeni che sono tra loro alquanto differenziati; la comunicazione, se riflettiamo bene, è parlare con qualcuno, è la radio, la televisione , i nostri abiti, cioè tutto ciò che comprende la nostra vita relazionale e sociale.

Viviamo, dunque, per comunicare e comunichiamo per vivere.

Le pratiche comunicative, gli scambi linguistici ecc, fanno parte dei rituali della nostra vita quotidiana e, pertanto, sono prodotti ed espressioni della struttura sociale. Per questo motivo la comunicazione deve essere studiata e compresa come la principale e fondamentale tra le relazioni esistenti tra gli esseri umani e non solo.

Da questa prima dissertazione appare chiaro come il fenomeno comunicativo non può essere circoscritto alla definizione di rapporto tra “emittente e ricevente”, bensì comprende e racchiude in se una dimensione di più ampio respiro.

Il significato del termine comunicazione, pertanto, trova una sua più propria definizione nel senso di ‘accomunare’, ‘mettere in comune’, in una chiara valenza non più fisica, ma mentale e psichica.

Entrare in ‘comunione’ con il nostro soggetto recettore (colui che riceve il messaggio) significa accettarlo nella sua pienezza di essere umano, dotato di facoltà opinanti e dignità pari a quelle di colui che emette il messaggio (soggetto promotore che mette in atto il rapporto d’informazione).

Questo comporta una delle caratteristiche più importanti del processo comunicativo, cioè considerare il nostro interlocutore pari a noi e, dunque, significa accettare che ha una sua visione del mondo, molto spesso (ed è qui che viene il bello!) completamente diversa dalla nostra. Ecco, quindi, la colluttazione di due mondi simili ma completamente diversi.

Ci troviamo di fronte a un promotore che vorrebbe comunicare le sue idee e vorrebbe che fossero accettate in toto dal recettore che, a sua volta, dotato di pari dignità e di una sua visione del mondo, si ritrova ad essere ‘attivo’, nel processo stesso, e a non subire passivamente quello che gli viene proposto (il recettore si trova nella condizione sia di aderire a quanto gli viene proposto sia non aderire. In questo caso non avviene la comunicazione perché, ricordiamo, comunicare = condividere).

Da qui scaturiscono le incomprensioni che continuamente ci sono nei rapporti sociali, professionali, affettivi e familiari ,in genere, che ognuno di noi vive.

Per questi motivi si è reso necessario un corso di comunicazione che cerchi di spiegare i meccanismi che sono alla base del processo, al di là dei più abusati luoghi comuni.

  1. I presupposti della comunicazione

“Non si può non comunicare”  (Paul Watzlawick, Scuola di Palo Alto, California) ovvero, più correttamente,  “Non si può non trasmettere”.

Questo è uno dei primi assiomi della comunicazione postulati dal Paul Watzlawick, emerito studioso del fenomeno comunicativo.

Questa definizione ci consente di affrontare un altro aspetto della comunicazione, che esula dal suo carattere propriamente fonatorio-verbale (semplice emissione di parole) e sfocia in una dimensione più complessa.

I soggetti che intraprendono un’azione comunicativa, gestiscono la stessa e, per questo scopo, dispongono di una competenza comunicativa. Per competenza comunicativa s’intende la ‘capacità di produrre e capire messaggi che consentono, ad un membro di una comunità linguistica, di porsi in relazione con gli altri parlanti[1]’. Questa capacità comprende non solo l’abilità linguistica ma, soprattutto, una serie di abilità extra linguistiche che sono sociali, nel senso che si adattano al messaggio e alla situazione specifica. Ciò significa saper utilizzare altri codici, oltre quello linguistico, come le espressioni facciali, il movimento delle mani, la postura, il tono della voce, gli accessori che indossiamo, che vanno sotto il nome di Comunicazione Non Verbale (CNV) e Comunicazione Simbolica.

La comunicazione non verbale e simbolica permettono di comprendere meglio il fenomeno comunicativo interpersonale poiché rappresentano, insieme alla comunicazione verbale, la base sulla quale viene costruita la competenza comunicativa.

Fin dalla nascita, ogni essere vivente comunica con un linguaggio preverbale, fatti di gesti e movimenti del corpo. La comunicazione non verbale è usata dall’uomo in vari modi: per sostenere il linguaggio, per sostituire il linguaggio stesso, per esprimere le emozioni, gli atteggiamenti, ecc.

Il linguaggio non verbale, inoltre, non è soggetto alla censura della mente, pertanto, attraverso esso, possiamo capire cosa realmente una persona vuole dirci o cercare di mascherare. La comunicazione non verbale è fondamentale poiché arricchisce le possibilità offerte dalla comunicazione faccia a faccia.

Per sintetizzare …

I livelli della comunicazione e la loro percentuale di incisione nel processo comunicativo:

– Verbale 10%

– Paraverbale 30%

– Non verbale e simbolica 60%

I livelli per comunicare:

– Verbale: parole

– Paraverbale: tono, timbro di voce, volume

– Simbolico: abiti, gioielli, barba, casa, automobile, ecc

– Non verbale: linguaggio del corpo

Il livello verbale:

Rappresenta i segni di un codice condiviso, che riguardano il significato razionale ed esplicito attribuito alle idee ed alle esperienze da scambiare.

Il livello paraverbale:

 Se ci riferiamo alla voce, consideriamo:

  • il registro (suono greve e profondo o alto e vigoroso)
  • il volume
  • il timbro (voce monotona o variata)
  • la nasalizzazione

Se ci riferiamo al linguaggio:

  • la dizione (la più corretta possibile)
  • la cadenza (lentezza o velocità nel parlare)
  • l’affettazione (attribuire valore profondo o superficiale ad alcune parole)
  • la modulazione (ritmo che usiamo per pronunciare le parole)

Il livello simbolico:

E’ caratterizzato dagli elementi offerti agli interlocutori, talvolta in modo inconsapevole. Sottolineano il rango e la relazione. Sono una proiezione esterna degli elementi della personalità. Comunichiamo simbolicamente attraverso abiti, gioielli, capelli, barba, profumi, casa, automobili, ecc.

Il livello non verbale:

E’ un insieme di segni non codificati che accompagnano e chiariscono il senso della comunicazione verbale. Nel livello non verbale rientrano: postura, tatto, gestualità, tic, interiezioni, esclamazioni, uso dello spazio interpersonale.

La comunicazione non verbale è caratterizzata dai seguenti elementi:

  • sguardo
  • postura
  • prossemica
  • mimica facciale
  • gestualità
  1. La comunicazione nelle organizzazioni sociali

I punti cardine dai quali partire:

ORGANIZZAZIONE

  • Qualunque essa sia (struttura pubblica o privata, scuola, chiesa, azienda, famiglia), può essere definita come un’insieme di persone coordinate tra loro in modo relativamente stabile, per raggiungere obiettivi comuni;
  • L’attività di queste persone, perché si attui, ha bisogno di essere comunicata;
  • E’ paradossale pensare che qualsiasi organizzazione sociale possa funzionare senza comunicazioni, anche se non sempre si evidenzia il ruolo e l’importanza che esse assumono;
  • La comunicazione diventa così lo strumento indispensabile per lo scambio di conoscenza ed istruzioni all’interno di tutti i gruppi, in vista di una sempre auspicabile condivisione .

Parlare di comunicazione nelle Organizzazioni sociali, è indispensabile se vogliamo spiegare l’importanza che  la stessa riveste per il necessario  funzionamento dell’organizzazione stessa. Al di là di ogni ambiguità semantica e dei più abusati luoghi comuni, la comunicazione va intesa per quel che effettivamente è: linfa vitale indispensabile  alla sopravvivenza del corpo sociale.

Quando parliamo, in generale, di comunicazione nelle organizzazioni intendiamo comprendere tutte le attività di comunicazione (interna-esterna) come un insieme di processi di creazione, scambio e condivisione di messaggi informativi e valoriali all’interno delle diverse reti di relazioni, che costituiscono l’essenza stessa dell’organizzazione e della  collocazione nel suo ambiente. La comunicazione coinvolge tutti i membri interni di ogni livello, a qualsiasi titolo  interessati e partecipi alla vita dell’organizzazione, e tutti gli esterni con i quali si cerca un approccio relazionale.

La comunicazione nelle organizzazioni sociali diviene, quindi, indispensabile per definire e condividere la cultura, la missione, i valori dell’organizzazione stessa e proprio perché ne è la linfa vitale, non può essere schematicamente  scissa in interna o esterna. Il concetto di comunicazione ingloba in sé tutte le componenti ed attività di comunicazione e si avvale di strumenti particolari che estendono la loro valenza e si fondano, anche e soprattutto, sull’interazione faccia a faccia.

La comunicazione interpersonale diviene, dunque, importante e serve, non solo per diffondere i messaggi, ma per far si che questi vengano colti nella loro essenza contribuendo, inoltre, a rendere le interazioni fonte d’arricchimento continuo.

Man mano che ci si è resi conto che l’organizzazione esiste non solo per produrre risultati tangibili e quantificabili (mercati, clienti, fatturati etc) ma anche come realtà sociale e che la forza dell’organizzazione è essenzialmente espressa e rappresentata dalle persone che ne fanno parte,   ci si è accorti che non bastava più comunicare per scambiarsi informazioni ma bisognava collaborare, motivare, coinvolgere, stabilire relazioni più profonde.

L’organizzazione che deriva da siffatti presupposti, somiglia metaforicamente ad un ‘organismo’ ad alto livello di complessità, le cui singole parti (strutture e ruoli) sono sistemi aperti che si basano su reti di scambi informativi, che consentono di sviluppare nuove competenze.

La comunicazione, infine, risulta essere il fattore più importante per lo studio di un’organizzazione e del suo buono o cattivo funzionamento poiché è la componente di congiuntura determinante, in quanto consente di stabilire sistemi di relazione interni ed esterni,   migliorando  qualità e  flessibilità e sapendo cogliere tempestivamente ed opportunamente il mutamento sociale. Mutamento sociale mai da seguire pedissequamente e acriticamente ma da comprendere e possibilmente governare cercando di correggere le deviazioni più gravi.

Testi consigliati:

  • Francesco Fattorello, Tecnica sociale dell’Informazione, a cura di Giuseppe Ragnetti, Safarà Editore. Pordenone 2015
  • Ricci Bitti P., Zani B., La comunicazione come processo sociale, Il Mulino, Bologna, 1983.

[1]              Per approfondimenti, rimandiamo alla lettura del testo di Pio E. Ricci Bitti, B. Zani, La comunicazione come processo sociale, Il Mulino, Bologna, 1983.

A cura del Prof. Giuseppe Ragnetti

COMUNICO … ergo sum

“Ho il piacere di comunicare….”

Il bisogno di comunicare con gli altri è una prerogativa irrinunciabile dell’uomo.  I momenti di scambio, dialogo vero “senza maschere” con la propria “isola felice”, così rari nella nostra quotidianità, sono indispensabili per il nostro equilibrio psicofisico.

Aggressività, timidezza, ansia, indecisione, sensi di colpa, bassa o eccessiva autostima condizionano sempre la nostra vita quotidiana.

Essere consapevoli del proprio stato d’animo ci aiuta a capire come siamo interiormente e ciò ha un effetto benefico sulle relazioni che stabiliamo con gli altri. “Conosci te stesso” dunque, ma non solo. Imparare a comunicare è facile a dirsi, ma non a farsi. La comunicazione, dovete sapere, è una strana materia, una disciplina difficilissima e tanto sottovalutata. Se il chimico interagisce con sostanze e composizione degli elementi, se l’avvocato ha a che fare con pratiche, atti e codici vari, il tecnico con macchine e meccanismi, la comunicazione tratta delle relazioni con gli esseri umani. Mica semplice!

La comunicazione è un processo mai definitivo e mai definito, è in continua evoluzione perché, semplicemente, gli esseri umani sono diversi gli uni dagli altri, non sono fissi né catalogabili, non si possono applicare “formule magiche” o ricette ad effetto immediato! Vi siete imbattuti in una bella ma alquanto difficile disciplina voi che vi avvicinate allo studio della comunicazione! State attenti! Una volta entrati nel mondo della comunicazione non farete più ritorno al vostro quotidiano “banale” e pieno zeppo di luoghi comuni. Chi si occupa di comunicazione va oltre le tecniche e le formulette, spacca il capello in quattordicimila parti e…non è soddisfatto. Il percorso è faticoso, anche se intellettualmente coinvolgente, e sarà difficile demolire conoscenze limitate ma fortemente radicate nel corso degli anni. Talvolta superficiali ma, tuttavia, rassicuranti ed importanti per ognuno di voi.

Dovrete acquisire la consapevolezza che se volete comunicare con qualcuno dovete abbandonare il vostro egocentrismo e pensare solo ed esclusivamente al vostro soggetto recettore perché non sempre considerazioni e pensieri ritenuti importanti ed interessanti  per noi, lo sono altrettanto per chi ci ascolta. Proprio così!

La comunicazione non avviene in partenza ma all’arrivo, cioè avviene in colui che ascolta, nella testa del soggetto recettore.

La “dotta ignoranza”.

Socrate: “Ciò che mi importa è di essere d’accordo con me stesso e cercare di non fare mai il contrario di ciò che penso”.

Sofista: “ E che cosa pensi, che cosa sai di più di quanto non sappiano gli altri?”

Socrate: “ Che cosa so più degli altri? So di non sapere niente”.

Socrate, come si direbbe oggi giorno, era uno che la sapeva lunga!

Vi ho anticipato già prima dell’importanza di conoscere se stessi e mettersi continuamente in discussione, ebbene, il dialogo qui proposto ne evidenzia tutta l’importanza. Il dialogo che qui vi abbiamo presentato racchiude a pieno il significato della comunicazione, un processo in continuo divenire.

La maggior parte di voi associa la comunicazione in senso lato ad una disciplina, che gia ai tempi di Socrate era molto adoperata e dallo stesso filosofo molto osteggiata, cioè la retorica. Non ci soffermeremo sul significato e sull’evoluzione storica di questo concetto, ma è importante sottolinearne alcuni aspetti.

Il “bel  parlare” non è comunicazione vera e propria, è solo uno dei tanti aspetti che investe il fenomeno comunicativo, che riguarda in particolar modo l’enunciazione del discorso o il parlare in pubblico. Quello che a noi interessa è sottolineare la differenza che sussiste tra la “confutazione” dei sofisti, ai quali era attribuita l’arte della retorica, e il dialogo socratico. In entrambi i casi si ha una discordanza di opinioni, ma c’è una differenza e la ritroviamo nello spirito che li anima.

Nella confutazione sofistica, proprio come nel contraddittorio giudiziario, tutto gioca nel riuscire ad aver ragione sull’opinione altrui, soffocandola con ogni possibile mezzo dialettico.

Nel dialogo socratico, invece, il fine principale era quello della ricerca comune della verità, anche a costo delle proprie convinzioni.

L’ideale della confutazione sofista è ridurre al silenzio l’interlocutore per arrivare ad una conclusione.

L’ideale del dialogo autentico è invece opposto: quello di un cammino di verità, quanto si vuole accidentato e inconcluso, ma mai inconcludente, lungo il quale le opinioni altrui servono almeno quanto le proprie.

Nel dialogo socratico non vi è il gusto della prevaricazione o della prevalenza sull’altro, ma al contrario, l’obiettivo è volto a liberare nell’altro energie, a rompere determinate cortecce superficiali, e di conseguenza ad innescare e fare emergere una riflessione.

Il dialogare socratico, pur nella sua eccessiva tensione costruttiva, e pur investendo energie per cogliere il punto debole del ragionamento dell’altro, ha il pregio di andare incontro all’interlocutore perché si configura come una discussione strutturata su domande e risposte tra persone associate dal comune interesse alla ricerca.

Da Socrate, dunque, mutuiamo importanti concetti che sono alla base del processo comunicativo:

  • la comunicazione è relazione con gli altri, è un comune sentire dove entrambi i soggetti crescono dalla relazione che stabiliscono;
  • i soggetti, in particolare il recettore, sono attivi ed entrambi dotati di facoltà opinanti (toglietevi dalla testa i condizionamenti, le persuasioni occulte ecc);
  • le parole acquistano significato nella nostra mente e non possiedono valore di per sè. Ciò è fondamentale perché presuppone la conoscenza del soggetto recettore che abbiamo di fronte.
  • Non possiamo parlare e cercare di stabilire un dialogo se pensiamo solo con la nostra mente e in base alla nostra acculturazione, esperienza di vita ecc. Dobbiamo calarci nei panni del nostro soggetto recettore, capire cosa è importante per lui! Solo così la comunicazione riesce e il dialogo diviene autentico. Tutte le incomprensioni nascono dal fatto che ognuno di noi continua a relazionarsi secondo il proprio punto di vista e non riesce a cogliere nell’altro ciò che per lui è importante.
  • Sanza conversazione o familiaritade impossibile è a conoscere li uomini. Dante –  “Convivio”

Queste riflessioni sono alla base del nostro Corso fortemente voluto, per prepararvi ad un migliore approccio relazionale e comunicativo con tutti gli attori dei vostri rapporti sociali.

Prof. Giuseppe Ragnetti

Francesco Fattorello: studioso dell’informazione che ha fatto scuola

In occasione del ventennale della nascita di “EVENTI” periodico di cultura, storia, politica e attualità che si stampa sempre con ottimi risultati a Pordenone, il prof Ragnetti ha rilasciato un’intervista con l’intento di far conoscere ai cittadini di Pordenone e non solo, la figura e le opere del loro illustre concittadino Francesco Fattorello.

“Social Radio” la funzione sociale delle radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino

“SOCIAL RADIO”
LA FUNZIONE SOCIALE DELLE RADIOCOMUNICAZIONI AMATORIALI IN AMBITO CITTADINO
Progetto sperimentale di comunicazione sociale

PREMESSA

Le città dalle tante isole.

I grandi agglomerati urbani, le città ad alta cifra abitativa, le metropoli, sono contesti nei quali dovrebbero registrarsi ottimi motivi di coesione e di scambio sociale, di adeguata qualità della vita, assicurati grazie ad una fitta rete di servizi commerciali, ricreativi, civici e assistenziali presenti sul territorio.

In realtà le nostre città, presentano notevoli problemi sociali dovuti all’isolamento e alla solitudine delle persone, alle difficoltà relazionali, alle forme di depressione e alienazione dalla partecipazione attiva alla società.

Questi disagi sociali sono stati analizzati attraverso alcune ricerche empiriche, dai risultati spesso tra loro contraddittori ma che hanno evidenziato quanto siano variegati i motivi che tendono a creare e ad alimentare queste forme d’isolamento, oltre alla trasversalità generazionale di chi è ne è affetto.

Negli ultimi anni, la tecnologia è intervenuta a modificare profondamente i tradizionali processi e modalità di comunicazione sociale e se da un lato la “rete” ha consentito la velocizzazione e l’efficienza dei rapporti formali (si pensi all’introduzione delle E-mail e ai Social Network) dall’altro assistiamo anche alla rarefazione dei rapporti sociali, amicali ed empatici tipici vissuti nella realtà quotidiana. (senza contare l’insorgere sempre più frequente di patologie legate all’uso smodato del Personal computer)

Va considerato in ogni caso, che la padronanza delle nuove forme di comunicazione elettronica (se di comunicazione si tratta!) è patrimonio quasi esclusivo delle generazioni più giovani o comunque delle persone con alto grado di scolarizzazione, mentre le persone più anziane e/o di bassa scolarizzazione, anche a causa del senso d’impotenza di fronte all’avanzare prepotente e inarrestabile della tecnologia, vivono un ulteriore motivo d’isolamento.

Una categoria di soggetti potenzialmente non esente da questo tipo di patologie sociali è inoltre, per ovvia ragione, anche quella dei portatori di Handicap motori gravi e le persone non vedenti.

Alle tante iniziative a sostegno di questi soggetti, messe in campo dalle strutture sociali degli enti locali, dagli operatori sanitari, dai professionisti psicologi, sociologi e dalle organizzazioni no-profit che si interessano a questi tipi di disagio sociale e psicologico, si potrebbe aggiungere in via sperimentale un progetto che preveda di utilizzare, quale strumento di coinvolgimento relazionale di gruppo e di inserimento sociale, le potenzialità intrinseche delle radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino.

1. Le radiocomunicazioni amatoriali: libertà di espressione e circolarità comunicativa

Le radiocomunicazioni amatoriali nascono praticamente insieme alla stessa invenzione della Radio, tanto che già nel 1914 negli stati uniti è presente un’attiva comunità di radioamatori riunita nella ARRL (American Radio Relay League).

Nel 1919 sarà proprio Frank Conrad un ingegnere radioamatore statunitense, a suggerire, dopo aver trasmesso con la sua stazione radio amatoriale alcuni pezzi di musica, lo sviluppo delle emittenti radiofoniche broadcast.

La realtà delle radiocomunicazioni amatoriali hanno influenzato riflessioni culturali notevoli, che le definiranno, forse in modo eccessivo, l’unica forma di comunicazione radiofonica svincolata dai dettami del mercato commerciale. (c.f.r. Adorno, W. Theodor; Horkheimer, Max. 1966. Dialettica dell’Illuminismo; “L’industria culturale” pagg. 131,132 Torino, Einaudi)

Anche in Italia, analogamente agli Stati Uniti, a partire dai primi anni 50 si svilupperà una fitta rete di radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino, che si differenzieranno nettamente dalle comunicazioni tecnicamente ortodosse dei Radioamatori veri e propri, aprendo a un concetto di libertà espressiva da parte del singolo emittente.

Questa ultima forma di radiocomunicazione amatoriale prende il nome di CB, quale acronimo di Citizen Band (Banda Cittadina) ed è a questa CB che nel presente scritto vogliamo riferirci.

Dopo un lungo periodo di cosiddetta “pirateria”, finalmente nel 1973, anche nel nostro paese, è introdotta una normativa che legalizza le trasmissioni amatoriali CB in questa banda di frequenza (27 MHz), naturalmente con espresso divieto di turpiloquio e propaganda politica.

Adesso l’autorizzazione a trasmettere in CB si ottiene con la presentazione di una semplice domanda alle autorità competenti, le quali rilasciano la concessione governativa previo pagamento di una piccola tassa d’esercizio di stazione.

La particolarità delle radiocomunicazioni amatoriali CB consiste principalmente nella circolarità comunicativa e nel paritario livello d’interlocuzione con il corrispondente.

Se vogliamo, l’assenza della circolarità comunicativa è, dal punto di vista sociale, proprio il limite che invece pesa sulle tradizionali emittenti radiofoniche Broadcasting che sono, ad esclusione di qualche sporadica telefonata da parte degli ascoltatori, totalmente unidirezionali.

Su questo punto può essere storicamente e culturalmente interessante citare Bertolt Brecht nel suo “Discorso sulla funzione della radio” quando afferma: “Adesso cerchiamo di diventare positivi, di scoprire ossia ciò che di positivo c’è nella radio; ecco qui una proposta per modificare il funzionamento della radio: si dovrebbe trasformare la radio da mezzo di distribuzione in mezzo di comunicazione. La radio potrebbe essere per la vita pubblica il più grandioso mezzo di comunicazione che si possa immaginare, uno straordinario sistema di canali, cioè potrebbe esserlo se fosse in grado non solo di trasmettere ma anche di ricevere, non solo di far sentire qualcosa all’ascoltatore ma anche di farlo parlare, non di isolarlo ma di metterlo in relazione con altri.”

Nelle radiocomunicazioni amatoriali i diversi status economici personali, i titoli accademici, professionali, onorifici non hanno alcuna preminenza e non giocano alcun ruolo. Questa condizione fa si che siano attenuati i pregiudizi, anche generazionali e le barriere formali alla comunicazione che insistono nelle relazioni sociali comuni e che spesso possono essere proprio motivo di blocco per i soggetti più sensibili alle differenze sociali sia dal basso verso l’alto sia viceversa.

In pratica, nelle radiocomunicazioni amatoriali si forma una “ruota” ove tutti attendono in sequenza il loro momento d’intervento in trasmissione per intervenire nel discorso corrente in un libero scambio di opinioni.

In questa logica è naturale che emerga un comune senso empatico poiché appartenenti alla stessa “ruota” con effetti positivi di mutua solidarietà e di condivisione delle conoscenze e delle esperienze.

E’ evidente che le dinamiche sopra descritte, che si sviluppano nel gruppo, nella comunità che partecipa alla “ruota”, non si possono ottenere in caso di una conversazione telefonica tra due soli soggetti (servizi telefonici tipo “telefono amico”)

Nelle trasmissioni CB non ci sono stazioni prioritarie, si è a turno tutti ascoltatori e tutti emittenti e il dialogo si svolge liberamente senza schemi definiti.

È pertanto stimolata, nel soggetto che prende parte alla “ruota”, la capacità di ascolto e la capacità di sintesi nel formulare un intervento di senso compiuto.

Nelle radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino, si ottiene l’annullamento della dimensione spaziale, ogni partecipante alla “ruota “ siede in casa propria e decide quale e quanto tempo dedicare a questa sorta di Agorà delocalizzato.

2. Il progetto: “SOCIAL RADIO” uso sociale del mezzo radio amatoriale

Quello che si vuole proporre è un progetto sperimentale aperto, flessibile, di facile approntamento organizzativo e dal costo contenuto, dove la più ampia partecipazione di soggetti ed enti istituzionali, sia nazionali sia locali, delle università, del mondo delle associazioni no profit e del volontariato, è auspicabile e funzionale alla migliore riuscita della sperimentazione sull’uso per scopi sociali delle radiocomunicazioni amatoriali in ambito cittadino.

Una prima fase sperimentale, da cui trarre un modello esportabile a livello nazionale, potrebbe essere avviato in città di grandi dimensioni, come ad esempio Roma e/o Torino.

In questo caso dovrebbe essere coinvolto l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune, per ottenere il necessario patrocinio del progetto, attraverso una convenzione con le associazioni no profit attive nel settore sociale e le Università aventi indirizzi di laurea in Sociologia, Psicologia e Scienze della comunicazione.

A cura di questi soggetti si devono individuare:

 Le persone sofferenti il disagio relazionale che s’intendono avviare al progetto. (sono di regola le persone sole, chi non si sente in sintonia con l’ambiente che lo circonda e quando si trova insieme agli altri, avverte un distacco emotivo e la difficoltà a comunicare, oppure coloro i quali non riescono a esprimere appieno se stessi, i depressi o le persone che vivono un problema che li fa sentire ancora più soli e diversi, poiché non comunicare aggrava tale disagio.)

 I volontari facenti

parte del gruppo di controllo (riconoscendo loro un gettone di partecipazione e/o auspicabilmente crediti formativi in caso siano studenti universitari) utilizzabili in veste di “facilitatori” previo opportuno breve intervento formativo. (Il facilitatore è il partecipante alla “ruota” via radio, il quale, agevolando i rapporti tra le persone inserite nel gruppo di soggetti prescelti, li aiuta a raggiungere gli obiettivi previsti nel progetto, ossia ne stimola l’apertura comunicativa e relazionale). Nel caso specifico, il facilitatore della comunicazione ha il peculiare compito di riuscire a cogliere e stimolare quegli argomenti che possano interessare i soggetti partecipanti al progetto e avviare un colloquio, uno scambio d’idee, anche semplici racconti esperienziali personali, pur di avviare un rapporto empatico con essi.

 I volontari Radioamatori, provenienti dalle associazioni di
protezione civile o dei radioamatori, i quali intervengono per redigere le necessarie documentazioni necessarie al rilascio della concessione all’uso e detenzione della stazione radio CB, in veste di esperti installatori delle apparecchiature necessarie alla trasmissione e poi come “tutor”, nella fase iniziale del progetto, per istruire adeguatamente sia i soggetti partecipanti sia i facilitatori, sull’uso operativo della piccola stazione radio amatoriale.

3. Benefici attesi dal buon andamento del progetto

Quello che s’intende ricreare con l’ausilio del mezzo radiofonico è in pratica quello che in gergo psicosociale si può definire un gruppo di aiuto-mutuoaiuto, in altre parole un gruppo composto di persone, accomunate dal desiderio di superare lo stesso disagio comunicativo. Questo è elaborato in prima persona attraverso il confronto, la condivisione e lo scambio d’informazioni, emozioni, esperienze e problemi nel corso dei dialoghi radiofonici.

Nella “ruota” si ascolta e si è ascoltati, senza pregiudizi, ci si autogestisce seguendo un sistema condiviso di regole e valori, utili a sviluppare le capacità che si riferiscono alla sfera emotiva, interpersonale e motivazionale.

Si tratta quindi di proporre un’alternativa economica e più accessibile ai servizi sanitari di tipo professionale, per offrire sostegno emotivo attraverso la rottura dell’isolamento e la comunicazione verbale in quanto, con le dinamiche che si sviluppano nella relazione di gruppo, si ha la possibilità di scoprire risorse personali latenti e quindi di attivarle per utilizzarle al meglio nei rapporti con gli altri, favorendo anche la nascita di nuove amicizie.

E’ necessario anche evidenziare che le trasmissioni radioamatoriali sono pubbliche e l’acquisto degli apparati trasmittenti è libero. Ciò significa che è sempre possibile e non evitabile un’estemporanea intromissione da parte di soggetti disturbatori che possono perturbare, anche pesantemente con il turpiloquio, l’andamento sereno di una “ruota” già avviata da un facilitatore.

Questo in fondo è però proprio ciò che rende questo tipo di comunicazione una forma reale di confronto e di esercizio nei momenti di stress e non un “acquario per pesci” dove i soggetti con disagio sono introdotti senza pericolo di perturbazioni, una situazione però artefatta e innaturale.

4. Dotazioni tecniche

Per avviare il progetto “Social Radio” è necessario dotare sia i soggetti partecipanti al progetto, sia i facilitatori, di una piccola stazione radio composta da un ricetrasmettitore omologato (noto anche come baracchino), un alimentatore A.C/C.C. e un’antenna esterna di adeguata dimensione.

La vigente normativa sul diritto d’antenna tutela il Diritto di installazione dell’antenna esterna e quindi l’unico vincolo oggettivo al montaggio può derivare dalla impossibilità tecnica di installazione.

Il costo complessivo delle attrezzature necessarie al funzionamento di ciascuna stazione radio, è di circa Euro 300,00 ma non è difficile, con l’aiuto degli esperti radioamatori, attingere al fiorente mercato dell’usato, con grande risparmio rispetto agli apparati nuovi.

Auspicabile poi che a far parte del progetto possano partecipare sponsor privati che si offrano di fornire tutte o parte delle necessarie attrezzature previste per la partenza del progetto pilota. Sono infine molte le stazioni radioamatoriali gestite dalle associazioni di volontari della protezione civile che possono eventualmente ospitare a turno i facilitatori della comunicazione nella loro sede sociale, evitando con ciò ulteriori installazioni di apparati.

Completata l’installazione delle stazioni radio nelle singole abitazioni, è possibile iniziare immediatamente quanto previsto dal progetto “Social Radio” poiché non si scorgono elementi ostativi all’uso della banda di frequenza CB relativa ai 27 MHz. Per migliorare le radio comunicazioni è possibile destinare un certo canale trasmissivo a un quadrante cittadino, riducendo pertanto la portata necessaria per entrare in comunicazione.

Con il recepimento del progetto “Social Radio” da parte di soggetti
istituzionali, sarebbe opportuno richiedere al competente Ministero di assegnare all’utilizzo CB anche una porzione di banda UHF, analogamente a quanto avviene in U.S.A. e Australia. Questa nuova banda di frequenza sarebbe oltremodo migliorativa rispetto a quanto oggi possibile in banda 27 MHz. (si potrebbe utilizzare con apparati di adeguata potenza RF e antenna esterna, una parte della porzione di banda assegnata oggi agli LPD ossia i Low Power Device oppure la nuova banda di frequenza SRD 869 MHz).Infatti, in banda UHF occorrono antenne nettamente più piccole di quelle CB 27 MHz per avere pari efficienze trasmissive, oltre al fatto che le conversazioni in modulazione di frequenza evitano fastidiosi soffi e ronzii tipici invece della modulazione d’ampiezza, utilizzata dagli attuali baracchini.

CONCLUSIONI

Jeremy Rifkin nel 2009 scriveva il suo ultimo libro di grande successo, un Best sellers intitolato “La civiltà dell’empatia” cogliendo con esso in anticipo, come solo alcuni lucidi osservatori della realtà sociale riescono a fare, la necessità per gli esseri umani di ritornare ad essere soggetti empatici.

Una più stretta relazione con la natura che ci circonda, con gli altri della nostra stessa specie non può prescindere da una comunicazione più stretta, più coinvolgente.

E forse questa ritrovata voglia di comunità, di riscoprirsi soggetto sociale in un contesto socializzante, coincide con la presa d’atto che Internet offre straordinari servizi, se riferiti alla capacità di trarre informazioni dalla rete e una moltitudine di contatti tra utenti, prima impensabili e utili sotto innumerevoli punti di vista ma nello stesso tempo nessun concreto miglioramento della comunicazione umana, se per comunicazione ci riferiamo al concetto di “comunione” tra esseri umani.

Del resto, nello stesso libro di Rifkin, è riportata una citazione della storica Elizabeth Eisenstein che asserisce: “ L’idea che la società può essere considerata un insieme di unità separate o che l’individuo viene prima del gruppo sociale sembra più compatibile con un pubblico di lettori che di ascoltatori”.

Per quanto riguarda il presente progetto infine, può essere utile leggere quanto scrive Andrea Borgnino in un suo recente articolo apparso su Radio Rivista, l’organo ufficiale dell’Associazione Radioamatori Italiani, per apprendere che negli Stati Uniti e seppur in misura minore in Europa, siano in grande crescita le licenze rilasciate ai nuovi radioamatori.

Segno evidente questo che le radiocomunicazioni amatoriali seguono l’evolversi delle tendenze sociali, cosa che dovremmo cogliere anche noi  realizzando al progetto “Social Radio”.

Dott. Marco Cuppoletti
Sociologo della comunicazione e organizzazione
Componente del Consiglio Direttivo Istituto Francesco Fattorello

Radiotelevisione pubblica: la badante elettronica

Il servizio radiotelevisivo pubblico quale ausilio socio sanitario al sistema sussidiario

In Europa e più marcatamente in Italia, a causa della bassa natalità che persiste oramai da molti anni, stiamo assistendo ad un progressivo innalzamento dell’età media della cittadinanza, come testimonia Il recente rapporto ISTAT “Natalità e fecondità della popolazione residente”. Il riflesso più problematico consiste nello squilibrio demografico, ovvero nel rapporto tra nuovi nati/ottantenni (rapporto Eurostat 2016) ove l’Italia, insieme a Germania e Grecia, risulta essere fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei. Il tema è analizzato in modo puntuale ed esaustivamente in un articolo datato 11 dicembre 2018 su NEODEMUS.INFO a firma dei ricercatori del CNR Corrado Bonifazi e Angela Paparusso. E’ poi di questi giorni il rapporto ISTAT 2018 che parla esplicitamente di “recessione demografica”, che attesta intorno ai 5 milioni gli italiani, in larga parte giovani, che decidono di lasciare il Paese verso lidi che offrono maggiori garanzie di occupazione o imposizioni fiscali più basse.

Preso atto del grave fenomeno, spetta alle forze politiche mettere in campo i necessari strumenti di welfare necessari a sostenere economicamente ed attraverso opportuni servizi da una parte coloro i quali intendono procreare ma sono spaventati da un possibile arretramento della loro qualità di vita e dall’altra la popolazione anziana che, come si è detto, è in costante aumento.

Come noto, la spesa pubblica italiana (circa 830 miliardi di Euro annui) è in larga parte costituita dalle spese necessarie a sostenere il sistema sanitario nazionale, il quale risente evidentemente del progressivo invecchiamento della popolazione che vive, fortunatamente, più a lungo ma è pur sempre bisognosa di cure e di ausili medico-sanitari.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la tecnologia ha fatto passi da gigante e offre farmaci e presidi medici di grande efficacie e funzionalità.

Tuttavia, nonostante l’enorme impegno di risorse economiche pubbliche ed il progredire della ricerca medica, al servizio sanitario nazionale si affianca necessariamente ed inevitabilmente un “sistema sussidiario” tipicamente italiano, consistente in un gravoso impegno a carico delle famiglie, le quali debbono provvedere con vari mezzi ad assistere quotidianamente (direttamente o tramite collaboratori domestici) i familiari anziani nelle loro necessità.

Tra gli strumenti a disposizione delle famiglie per avere un ausilio utile ad ottenere almeno un parziale sollievo al pressante impegno quotidiano che grava sulle famiglie italiane, interviene anche il Servizio Pubblico Radiotelevisivo che, attraverso il primo canale TV nazionale, con le sue trasmissioni mattutine e pomeridiane, intrattiene empaticamente lo spettatore anziano (pensiamo a chi è costretto a letto o comunque affetto da ridotta mobilità) durante tutto l’arco della giornata, tanto che un’eventuale e fortuita interruzione nella fruizione delle trasmissioni televisive viene vissuta (e non solo dallo spettatore anziano ma anche da suoi familiari) come un serio problema.

Il Servizio pubblico radiotelevisivo pertanto, nella sua articolazione e nelle sue varie specificità, non può non tener conto di un suo fondamentale ruolo e cioè quello di costituire per una sempre più vasta platea di spettatori anziani uno strumento indispensabile, che va ben oltre il mero proponimento di intrattenimento ma che si configura come un vero e proprio strumento di ausilio socio-sanitario.

La missione del Servizio Pubblico Radiotelevisivo in Europa, Educare, Informare, Divertire, tracciata nel 1927 da Sir Reith va dunque contestualizzata e riformulata rispetto alle origini.

Si deve considerare infatti che oggi il sistema della comunicazione mediatica è ricco di piattaforme distributive diversificate, che colgono più e meglio del passato i gusti e le preferenze dei “pubblici”.

Su queste debbono concentrarsi gli sforzi editoriali alla ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme comunicative, perché queste piattaforme sono rivolte evidentemente ad una utenza specializzata in grado di apprezzare e di ricercare la qualità di una riproduzione audiovisiva in alta o altissima definizione disponibile sulla rete IP o proveniente dalla diffusione satellitare.

Interattività, realtà aumentata, realtà virtuale, sono aspetti specialistici dell’elaborazione dei contenuti mediatici che debbono essere sviluppati costantemente, così come è necessaria la creazione di contenuti multimediali adeguati a valorizzare queste nuove tecnologie digitali applicate alla comunicazione radiotelevisiva.

Il Servizio Pubblico Radiotelevisivo, se tale deve essere, deve dare però concreta applicazione agli obblighi derivanti dal contratto di servizio tra il Ministero dello Sviluppo Economico e la Rai radiotelevisione italiana SpA, deve porre in essere quanto descritto negli articoli 2-3-4, ove si evince bene, la missione di tutela e sostegno al pubblico anziano attraverso specifica programmazione.

In questa logica, emerge ad avviso di chi scrive, la piena titolarità ad esigere da parte statale un canone annuo di abbonamento al servizio pubblico radiotelevisivo, non fosse altro per l’esercizio del ruolo sopra descritto, quasi fosse una sorta di ticket sociosanitario minimale (0,25 Euro al giorno a famiglia!)

Ovvio che in realtà, come giusto che sia, la RAI con la sua programmazione giornaliera presente sulle varie piattaforme distributive, offre un ventaglio di prodotti editoriali in grado di raggiungere pubblici molteplici. Da questo punto di vista gli obblighi derivanti dal contratto di servizio impegnano la RAI ad uno sforzo produttivo enorme ma necessario ad assicurare puntualmente la sua offerta comunicativa; tuttavia la missione di ausilio sociosanitario a favore del pubblico anziano, se non primaria è certamente una caratteristica che connota autorevolmente il servizio pubblico radiotelevisivo rispetto all’emittenza privata.

Chi sembra aver colto bene le necessità del pubblico anziano e’ il settore della pubblicità; è infatti del tutto evidente il netto incremento di inserzioni pubblicitarie, principalmente televisive, riguardanti prodotti e servizi destinati al pubblico anziano.

Da ciò ne risulta un mercato pubblicitario in via di sviluppo, tale da costituire un capitolo importante della raccolta pubblicitaria della RAI, in relazione allo share medio ottenuto da RAI 1, in un periodo di netta flessione della raccolta pubblicitaria dovuta alla scarsa domanda di prodotti e servizi destinati ad un pubblico più giovane, peraltro con redditi inferiori alla media dei pensionati e che comunque registra la perdita di potere di acquisto a causa di una crisi congiunturale che sembra non attenuarsi.

Se, come si ipotizza da anni, la RAI dovesse attuare un piano industriale che individua una organizzazione centrata sulla produzione di contenuti editoriali suddivisi per genere, sarà essenziale creare, almeno per la prima rete televisiva, una struttura in grado di individuare quei prodotti più adatti al pubblico anziano di riferimento ed anzi stimolarne la produzione di contenuti che dovrà essere rispondente a parametri comunicativi appositamente studiati per la particolare platea di riferimento, tentando nel contempo di attrarre anche il pubblico di mezza età in vista di una progressiva fidelizzazione al canale.

In conclusione, può essere utile riferirci a Niklas Luhman quando afferma che il sistema della comunicazione nel suo complesso costituisce di per sé un sistema sociale auto poietico che evolve e si sviluppa di pari passi con tutti gli altri sistemi sociali per dire che anche la missione del servizio pubblico radiotelevisivo deve essere in sintonia con l’evolversi ed il trasformarsi della società civile.

Per lunghi anni, la programmazione della prima rete TV della RAI prevedeva un ambito di particolare programmazione denominata “ La TV dei ragazzi”.

Oggi, va preso atto che i giovani prediligono una diversa fruizione dei contenuti mediali presenti su piattaforme diverse rispetto alla televisione di flusso tradizionale, realtà questa che come già detto deve essere categoricamente presidiata e sviluppata dall’azienda di Stato sia in termini tecnologici sia in termini comunicativi.

Pertanto, non deve essere interpretato come riduttivo o peggio svilente immaginare una “TV degli anziani” che trova nella prima rete televisiva della RAI la sua naturale e più opportuna allocazione.
Non si comprende quindi la ragione editoriale ed economica che vorrebbe la stessa rete proiettata alla conquista di un pubblico giovane che in ogni caso fa scelte diverse.

Se il timore dei dirigenti della tv pubblica è quello di un possibile calo di audience sulla rete ammiraglia, stante invece il costante ampliarsi della platea “matura” rispetto a quella più giovane, forse risulterebbe più opportuno che si impegnassero sul piano editoriale nel conservare l’attuale fidelizzazione dei soggetti anziani che scelgono aprioristicamente il primo tasto del telecomando, per non indurli a fare scelte diverse qualora il loro canale di riferimento dovesse cambiare pelle alla ricerca di pubblici che difficilmente scelgono la televisione generalista per il loro intrattenimento.

Dott. Marco Cuppoletti
Sociologo

Tecniche e cautele nella Comunicazione con i Minori

Conferenza di apertura al Corso di formazione “Le basi e le tecniche della comunicazione umana” tenuto a Catania dal prof. Ragnetti per Operatori sociali delle amministrazioni pubbliche e del privato noprofit

Ogni individuo è al centro di una quantità di rapporti (genitore/figlio, marito/moglie, pubblica amministrazione/cittadino, dipendente/manager…ecc); non sempre, però è consapevole del contesto e delle dinamiche comunicative della situazione in atto.

La mancanza di questa consapevolezza rende poco efficaci ed efficienti sia le capacità relazionali, sia quelle comunicative. Questa consapevolezza è legata ad una capacità di osservare/ascoltare che è generalmente poco sviluppata. La maggior parte degli equivoci in cui l’individuo s’imbatte nella comunicazione interpersonale deriva dall’abitudine prevalente, come comunicatori, di non porsi nella posizione di ascoltatori e di non saper immaginare se gli altri riusciranno o meno a comprendere cosa stiamo per dire.

Molte forme di disagio esistenziale e di difficoltà in ambito familiare e professionale sono, anche, l’effetto di una comunicazione problematica, ambigua e contraddittoria. Da tale presupposto s’impone la necessità di individuare percorsi che consentano di apprendere i molteplici segreti della comunicazione interpersonale. Imparare a comunicare, però, non solo attraverso l’apprendimento di tecniche e strategie, ma soprattutto mediante un’attenta riflessione sul proprio modo di esserci e relazionarsi.

Ma che cosa è questa “comunicazione”?

La comunicazione non è ciò che vogliamo dire, ciò che noi pensiamo di dire, ciò che riteniamo di dover dire, ciò che abbiamo letto sui libri, ciò che abbiamo appreso, ecc. la comunicazione non è tutto questo. La comunicazione non avviene in partenza, avviene all’arrivo, cioè in colui che ascolta, nella sua testa. Bisogna sgomberare il campo da falsi preconcetti e da false credenze.

Ad esempio, molte volte sentiamo dire “Non esistono i valori”, “Non ci sono più i valori di una volta”, ecc. A voi che lavorate nel sociale molte volte vi “cadono le braccia” perchè i giovani non credono più a nulla e vi lamentate che c’è il vuoto. In realtà, si continuano a non capire le dinamiche, i meccanismi della comunicazione quando si fanno questi discorsi, perché questi giovani non è vero che non hanno più valori. Ma chi decide che cosa è un valore? La nostra cultura, i nostri genitori, il nostro sociale? Ci hanno detto che il valore è” questo e questo” e tutto ciò che non lo è, sarà soltanto un dis valore, quindi una seconda categoria, per cui i nostri ragazzi saranno, al massimo, portatori di dis-valori. E’ lì il contrasto, è lì, il parlarsi tra due unità che non hanno nessuna possibilità di capirsi. E allora?

Imposizione, repressione, autorità, che sono, ancora, la negazione all’ennesima potenza di una possibilità di relazionarsi. Allora dobbiamo subito, come partenza choc, metterci in testa che tutto ciò che fa di noi gli uomini che siamo,ha ben poco a che vedere con l’universo delle altre persone con cui interagiamo.

Tutto il nostro sforzo,quindi, di trasferire necessariamente, di imporre ai nostri figli le cose in cui crediamo non è corretto, perché dobbiamo comprendere che abbiamo a che fare con un altro essere umano, diverso da noi e che la società in cui noi siamo cresciuti è diversa da quella in cui loro stanno crescendo.

Voi che operate in situazioni problematiche dovete avere soprattutto una funzione di comprensione, di intervento, possibilmente con finalità terapeutiche, che vuol dire instaurare un dialogo per capire, per poter poi comunicare nella maniera più giusta ciò che “ scienza e coscienza” ritengono essere il comportamento ideale per quel tipo di problema, di patologia, di necessità sociale, ecc. Per gli operatori sociali, per chi si occupa di disagio, in particolare per chi lavora ed è a stretto contatto con i minori, è obbligatorio uscire fuori dai luoghi comuni, dai discorsi di salotto, dai “così fan tutti”: tutti voi dovete essere diversi, non potete essere come l’uomo della strada…

Dovete diventare innanzi tutto sociologi nel vostro lavoro, nel senso che dovete imparare a capire la società in quel momento, i cambiamenti, l’orientamento; quali sono le cose che interessano alle persone inserite in un determinato contesto, ai giovani in particolare.

Non è vero che i giovani non credono più a nulla; per esempio, credono al nulla, vi pare poco? Questi ragazzi hanno bisogno di qualcosa, ma questo può essere capito attraverso loro stessi.

Sono stato invitato a parlarvi di comunicazione e in particolare di come comunicare con i minori e a questo proposito vorrei dire che la comunicazione è una delle scienze più difficili anche se molto penalizzata. Tutti ne parlano, giornali, radio, televisione e adesso i cosidetti social, e ciò che impressiona è la pretesa di dare giudizi su una disciplina complessa, che si occupa dei rapporti tra gli esseri umani. Non esistono formule magiche nè regole fisse, perché non esistono esseri umani fissi, ragazzi uguali, programmati univocamente su cui possiamo fare ipotesi previsionali di comportamento, di reazioni costanti a determinati stimoli. Come si può pensare di circoscrivere un ragazzo in un modello! Se non sei così, se non ti comporti in un certo modo, c’è qualcosa che non va o, addirittura, “l’è tutto da rifare!”! E’ questo uno degli errori più gravi che commettono genitori ed educatori , insieme al fatto di non ascoltare più i ragazzi. A questo proposito è fondamentale sottolineare ed enfatizzare l’arte dell’ascolto, che avremo modo di approfondire come una delle premesse – base del processo comunicativo.

Ascoltare per conoscere, conoscere per capire, capire per comunicare, comunicare per agire.

Chi opera nel sociale come voi ha una grande responsabilità: capire anche la comunicazione inespressa, sentire ed ascoltare anche quello che non viene detto. Come capire se non mettendo le persone in condizione di parlare senza il terrore del giudizio? Il meccanismo di base è lavorare sull’uomo, fare assumere consapevolezza al singolo della propria personalità ,della sua miracolosa unicità, del suo essere interiore, quindi delle sue potenzialità e capacità; cioè dobbiamo restituire ai ragazzi la fiducia nei propri mezzi, dobbiamo far capire loro che possono farcela da soli, senza “aiuti” esterni (pensiamo all’uso di droghe, fumo, alcool ecc). Dovremmo capire che non solo i “bravi” sono bravi, e solo i “buoni” sono buoni: tutti noi siamo stati testimoni che non sempre i ragazzi “migliori” sono stati anche i migliori nella vita! Talvolta situazioni difficili, quasi insostenibili per un ragazzo, hanno fornito stimoli reattivi di tale forza positiva e creativa da trasformare uno sconfitto certo , un quasi emarginato messo all’angolo, in un adulto vittorioso e con tutti gli attributi a posto!

Il primo obiettivo, allora, è far assumere consapevolezza al ragazzo, ascoltare, condividere empaticamente, entrare dentro i problemi. Quando il ragazzo, la persona che ha problemi, assume consapevolezza, capisce che anche con le sue gambe può continuare a camminare. Siamo noi che dobbiamo incoraggiarli e dare forti motivazioni affinché ognuno di loro creda in se stesso, in un età che è fisiologicamente problematica e dove coesistono due spinte opposte: la voglia di diventare autonomi, staccarsi dai genitori e dal periodo della fanciullezza e rimanere, nel contempo, legati alla famiglia cercando in essa protezione, ascolto ed incoraggiamento.

Comunicare la Politica: l’Autorevolezza Personale

Dopo le considerazioni fatte sull’immagine e la comunicazione politica, ritengo opportuno proporre spunti di riflessione su una componente di primaria importanza per l’immagine stessa. Si tratta dell’autorevolezza personale.

prof Giuseppe Ragnetti

In riferimento all’autorevolezza personale impropriamente si parla di caratteristiche innate: più opportunamente si dovrebbe parlare di caratteristiche derivanti dal nostro vissuto psicosociale e da noi introiettate in maniera automatica ed inconsapevole. Tali caratteristiche vanno ricercate, capite e sviluppate. E’ come se avessimo un conto corrente “dormiente” che giace in banca del tutto inutilizzato.

Ci sono poi le caratteristiche acquisite e quelle raggiungibili con l’applicazione e l’impegno: vanno ricercate e fatte nostre in maniera seria ed approfondita.

Ogni nostro comportamento, nell’agire quotidiano, viene percepito come autorevole e quindi credibile e carismatico, oppure come privo di ogni autorevolezza e quindi con una carica sociale di basso livello. Man mano, nel rapporto interpersonale, saremo sempre meno attrattivi e magari “tollerati” solo per opportunismo o per motivi gerarchici.

Ma vediamo quali sono gli ingredienti necessari per acquisire
autorevolezza: innanzi tutto l’amore per noi stessi da cui scaturisce la nostra indispensabile autostima, e poi i nostri valori di riferimento, gli schemi mentali aperti, disponibili e creativi, la capacità intuitiva. Le nostre motivazioni, la nostra intelligenza emotiva, la costante coerenza tra le nostre parole e il nostro agire: tutto ciò contribuisce a renderci persone carismatiche.

Il leader, il dirigente, il capo deve essere in grado di motivare e responsabilizzare i collaboratori, coinvolgendoli attraverso stimoli positivi e gratificanti, attraverso l’apprezzamento, la delega e mirando sempre alla loro autorealizzazione.

Il leader influisce sulla cultura e sul clima ambientale e il suo equilibrio gli consente di mantenere il controllo della situazione anche nei momenti critici. Deve calmare le acque troppo agitate e nel contempo prendere decisioni anche ad alto rischio assumendosene la responsabilità; ci vuole coraggio. Ma anche il coraggio ci dà autorevolezza.

Il leader deve prendersi cura delle esigenze più sentite, della necessità di essere riconosciuti e considerati e delle aspirazioni dei suoi interlocutori.

E allora, si rende necessario e prioritario l’impegno per acquisire maggior autorevolezza , anche attraverso l’apprendimento dell’ “ARTE DELL’ASCOLTO” e delle “TECNICHE DELL’ASSERTIVITA’”.

Vanno ben compresi e tenuti costantemente presenti, nelle relazioni di lavoro, nelle relazioni sociali e in particolar modo in politica, e in quelle della vita in generale, i quattro passaggi consequenziali e ineludibili che mi sento di proporre come l’assioma della BUONA COMUNICAZIONE:
– Ascoltare per conoscere
– Conoscere per capire
– Capire per comunicare
– Comunicare per agire

prof Giuseppe Ragnetti

Francesco Fattorello è stato tra i fondatori dello I.A.M.C.R.

Ricordo della Conferenza di Fondazione

Nel 1957, ero presidente dell’Unione dei giornalisti a Istanbul e redattore capo del quotidiano turco, Aksam. La Commissione nazionale turca per l’UNESCO mi ha chiesto di prendere parte al primo corso del Centro internazionale per l’istruzione superiore in giornalismo che era appena stato creato a Strasburgo.

Questo corso, durato due mesi, mi ha dato l’opportunità di conoscere il direttore del centro, il professor Jacques Léauté, il direttore dell’Istituto francese di stampa, Fernand Terrou e il vice direttore dell’Istituto, Jacques Kayser, molti ricercatori nel campo delle comunicazioni e illustri giornalisti come Henri Cassirer, Roger Clausse, Pierre Denoyer, Robert Desmond, Francesco Fattorello, Jacques Godecho, Robert Hennart, Emil Dovifat, Vladimir Klimes, Ralph Nafziger, Martin Rooij, Robert Salmon, Raymond Manevy, Rolf Meyer, Pierre Schaeffer, Bernard Voyenne e molti altri …

In seguito a questo incontro, sono stato invitato dal Direttore generale aggiunto dell’UNESCO a partecipare alla conferenza costitutiva dell’Associazione internazionale per la ricerca sulle comunicazioni di massa del 18 e 19 dicembre 1957, che si è svolta nella Segreteria dell’UNESCO, in avenue Kléber, in Parigi.

Quattro dei membri fondatori della IAMCR si sono riuniti a Strasburgo per la prima sessione del Centro internazionale per l’istruzione superiore in giornalismo nell’ottobre del 1957, alla vigilia della Conferenza Costituente IAMCR a Parigi. Da sinistra a destra: Francesco Fattorello, Fernand Terrou, Khoudiakoff, che non hanno partecipato all’incontro di Parigi, Jacques Léauté e Mieczyslaw Kafel. È interessante notare che i partecipanti a questa prima sessione del Centro di Strasburgo hanno partecipato in gran numero alla Conferenza costituente.

C’erano 14 paesi, rappresentati da 57 partecipanti e 5 organizzazioni internazionali. La conferenza è stata aperta da un discorso tenuto da Tor Gjesdal, direttore del Dipartimento di informazione dell’UNESCO. Dopo aver sottolineato il ruolo della comunicazione nel mondo moderno, ha continuato concentrandosi sull’importanza del coordinamento della ricerca nel campo delle comunicazioni e ha concluso il suo intervento con le seguenti parole: “All’UNESCO, siamo d’accordo con gli organizzatori di questo incontro nell’affermare è giunto il momento di cercare di stabilire legami più stretti e una maggiore cooperazione tra gli istituti di ricerca e i singoli ricercatori di tutto il mondo su argomenti relativi ai mezzi di comunicazione.

Fernand Terrou ha sottolineato nel suo discorso l’importanza dell’indipendenza richiesta dall’Associazione, sottolineando i seguenti punti: “Ecco, credo, un esempio particolarmente caratteristico della vera missione dell’UNESCO: promuovere gli sforzi per la cooperazione internazionale in campo intellettuale, facilitare la loro espansione, mostrare chiaramente i loro benefici, e poi fare un passo indietro per ricominciare altrove “.

L’ordine del giorno della conferenza includeva lo sviluppo degli statuti dell’Associazione. Numerosi partecipanti come Terrou, Kayser, Bellanger, Kafel, Fattorello, Blin, Denoyer, Stijns e Clausse hanno espresso le loro opinioni sul piano preparato dal comitato interinale. Dopo le discussioni, gli statuti dell’Associazione sono stati approvati all’unanimità. Il consiglio e il comitato esecutivo erano formati come segue:

Presidente: Fernand Terrou
Vicepresidente: Jacques Kayser
Vicepresidenti:
– Jacques Bourquin
– Raymond Nixon
– Mieczyslaw Kafel
– Membri del Consiglio:
– Claude Bellanger
– Marcel Stijns

Membri del comitato esecutivo:
– Roger Clausse
– Francesco Fattorello
– Domenico de Gregorio
– Danton Jobim
– COME. Khurshid
– Vladimir Klimes
– Nell Morrisson
– Oscar W. Riegel
– R.J.E. Silvey
– E.B. Simpson
– Jean Tardie

Jacques Kayser, ricercatore, eminente giornalista e vice direttore dell’Institut Français de Presse, ha affrontato la conferenza con questioni molto concrete. Sottolineò che prima di tutto doveva essere compilato un elenco di istituti di ricerca internazionali nel campo dell’informazione, seguito dallo sviluppo di una bibliografia di soggetti nel campo della comunicazione e infine da indicare chiaramente e definire metodi e una terminologia da utilizzare . In conclusione, ha proposto due argomenti principali per la ricerca: l’influenza dei media sui bambini e la riservatezza professionale dei giornalisti.

Da allora questi argomenti sono diventati oggetto di ricerca nei programmi dell’UNESCO e per molti anni hanno fornito sostegno, che è stato finanziariamente modesto ma moralmente significativo, nello sviluppo di attività nello IAMCR. L’UNESCO ha quindi potuto beneficiare dei contributi dei membri dello IAMCR nello sviluppo e nella realizzazione dei programmi di ricerca dell’UNESCO nel campo della comunicazione.

Avendo trascorso 25 anni come responsabile del progetto IAMCR all’UNESCO, sono onorato di essere coinvolto nel suo 50° anniversario come uno dei membri fondatori. Poiché oggi sono uno dei rari sopravvissuti della conferenza costitutiva, vorrei richiamare alla mente tutti quei colleghi che hanno partecipato alla creazione dello IAMCR e che da allora sono morti. Persone come Tor Gjesdal, Fernand Terrou, Jacques Kayser, Jacques Bourquin, Raymond Nixon, Claude Bellanger, Raymond Manevy, Mieczyslaw Kafel, Vladimir Klimes, Francesco Fattorello, Pierre Navaux, Jacques Godechot, Martin Loeffler, Jean-Louis Hebarre, Giuliano Gaeta hanno sostenuto fermamente il IAMCR e contribuito al suo successo.

Hifzi Topuz
Presidente dell’Associazione turca per la ricerca sulla comunicazione
Ex direttore della sezione Flusso libero di informazione e comunicazione nell’UNESCO

Link al sito IAMCR