Atti dell’Accademia “San Marco” di Pordenone: “Teoria della tecnica sociale dell’informazione Le basi teoriche della moderna comunicazione”

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Atti dell’Accademia “San Marco” di Pordenone, 17 (2015) ISBN: 97888 904107 9 6 159 – “Teoria della tecnica sociale dell’informazione – Le basi teoriche della moderna comunicazione“, a cura di Giuseppe Ragnetti e Eufrasia D’Amato


Qui il PDF del Documento Teoria della tecnica sociale dell’informazione


Nell’eloquenza la cosa sta tutta fra noi e gli ascoltatori:
noi dobbiamo adattare il nostro discorso alle loro opinioni
(G.B. Vico, “De nostri temporis studiorum ratione”)

Introduzione

Fin dai primordi gli esseri viventi hanno sempre avuto la necessità di comunicare per vivere e sopravvivere. Il perpetuare la specie era ed è la motivazione fondamentale della comunicazione animale, ma, questa particolare forma è stata la caratteristica distintiva anche della comunicazione umana primordiale.

Nel corso dell’evoluzione l’uomo, però, grazie all’uso del linguaggio si è trasformato e con lui si è perfezionata la sua comunicazione che ha permesso, non solo di trasmettere più efficacemente i segnali di pericolo, ma gli ha anche consentito di essere “animale sociale”. Viviamo per comunicare e comunichiamo per vivere.

Le pratiche comunicative, gli scambi linguistici eccetera, fanno parte dei rituali della nostra vita quotidiana e, pertanto, sono prodotti ed espressioni della struttura sociale. Per questo motivo la comunicazione rientra nel campo d’indagine sociologica e deve essere studiata come la principale e fondamentale delle relazioni esistenti tra gli esseri umani e non solo.

L’azione comunicativa è costruita in comune dai partecipanti sulla base di un’infinità di micro-negoziazioni, esplicite o implicite, che riguardano tutti gli aspetti dell’interazione: la forma, la struttura ecc. Ciò è evidentemente possibile grazie ad una competenza conversazionale specifica: parlare non significa saper produrre e interpretare frasi grammaticalmente corrette, ma essere capaci di impegnarsi socialmente in un’attività, in Atti dell’Accademia “San Marco” di Pordenone, 17 (2015) 160 ISBN: 97888 904107 9 6 Giuseppe Ragnetti, Eufrasia D’Amato, Teoria della tecnica sociale dell’informazione una situazione specifica, in un gioco reciproco di concessioni e conquiste, in un’interazione strategica, in grado di produrre enunciati appropriati al contesto e al discorso dell’altro. (1)

Comunicare, dunque, significa «mettere in comune», (2) mettere in comune qualcosa, condividere con il nostro interlocutore. Ma nel processo comunicativo, così complesso ed articolato, c’è un qualcosa che ha sempre attratto ed affascinato studiosi, filosofi e tutti coloro che si impegnano in una qualsiasi interazione comunicativa, ovvero la capacità di far fare agli altri quello che si vuole, cioè la capacità di persuadere.

Se c’è un’idea fissa che ha ossessionato la mente di ogni comunicatore da qualche millennio a questa parte, è certo quella, subdola, dei sogni di persuasione. Far sì che il pubblico (nell’accezione più vasta del termine) segua estasiato le nostre idee, ritenendole magari come sue! Si può dire che dall’antica Grecia, passando per Quintiliano (3) fino a Watson i termini della questione non siano poi di molto mutati.

Nel corso del lavoro dimostreremo che non è così. Con buona pace di tutte quelle bizzarre teorie (l’ipodermica (4) per dirne una) spuntate fuori come funghi privi di humus scientifico. Doveroso un excursus storico, seppure breve, per evidenziare come nell’antichità il problema della persuasione fosse già così presente. Parleremo, come già anticipato, delle teorie comunicative per arrivare, infine, alla Tecnica sociale dell’informazione del prof. Francesco Fattorello (5) che ci consentirà di concentrarci sul focus del lavoro, ovvero sul falso mito della persuasione e sullo studio dell’adesione d’opinione, inserita, appunto, nella Tecnica sociale.

Possiamo tracciare idealmente una linea divisoria tra cultura antica, grandiosamente compresa nella sintesi medioevale, e le teorie moderne.

1. Le teorie moderne dell’informazione e della comunicazione

1.1. Il paradigma elementare della comunicazione

Dai primi approcci dell’antichità passiamo alle teorie moderne.

Il mito della “persuasione”, continua il suo cammino nel tempo e se nell’antichità, con Aristotele in primis, il fenomeno dell’acquiescenza si basava sullo studio dell’uditorio, nelle moderne teorie della comunicazione riscontriamo una “battuta d’arresto”. Che cosa significa? Vediamo nello specifico di cosa si tratta.

Cerchiamo di esaminare dei modelli di comunicazione, considerando i loro elementi ed il processo di formazione.

Il paradigma più elementare della comunicazione diretta è quello elaborato da Aristotele, così composto: chi comunica, ciò che si comunica, chi riceve la comunicazione. Chi comunica è colui che riesce a farsi comprendere e non chi trasmette segni, suoni o gesti incomprensibili; ciò che si comunica è il messaggio, che può consistere in un’idea, in un’informazione, in un comando, ma anche in un certo atteggiamento; a chi si comunica è il recettore ovvero il cardine attorno al quale ruota il processo di informazione e comunicazione. Come si può notare, in Aristotele manca il mezzo poiché nell’epoca storica in cui il filosofo vive, il sapere era tramandato oralmente e il processo comunicativo era, come potremmo definire oggi, face to face.

Ma accanto alla comunicazione diretta o immediata si ha anche la comunicazione mediata attraverso strumenti e mezzi diversi. In quest’ambito esistono differenti modelli interpretativi, ognuno connesso a delle ipotesi di partenza e a delle metodologie diverse impiegate per analizzare il fenomeno.

Il modello più vecchio, attribuito erroneamente a Quintiliano, è quello dei grammatici medioevali impiegato come regola di composizione del discorso. Questo modello ha un esametro così composto:

  • Quis? > Chi?
  • Quid? > Di che cosa si tratta?
  • Ubi? > Dove?
  • Quibus auxiliis? > Con quale mezzo?
  • Cur? > Perché?
  • Quomodo? > In quale maniera?
  • Quando? > Quando?

Come possiamo notare manca il riferimento al recettore, che è, invece, come vedremo, una costante di tutti gli schemi di comunicazione (però con un modo particolare di ‘trattare’ il recettore). Cerchiamo di motivare questa mancanza.

Le elaborazioni teoriche medioevali, quell’insieme di riflessioni riguardanti l’Ars dictandi riconoscibili dall’XI secolo nell’opera di Alberico da Montecassino, si risolvono in esercitazioni accademiche che cercano di compendiare le conclusioni, tutt’altro che omogenee, dell’antichità. La loro applicazione si riferisce ormai poco al discorso orale, quanto alle tecniche di comunicazione scritta, in particolare al genere epistolare. Se è vero, poi, che la prima documentazione dei fatti di cronaca, una volta abolita dall’imperatore Probo la pubblicazione degli Acta diurna, è proprio il carteggio privato, che a partire dal XIII secolo assumerà una valenza pubblica nel caso delle lettere delle compagnie commerciali, si stabilisce un legame tra le leggi della retorica e la comunicazione del contingente e le regole stabilite nel chiuso ambito medioevale saranno le stesse, di volta in volta adattate, utilizzate per lungo tempo nelle comunicazioni ufficiali.

Probabilmente la mancanza della variabile ‘recettore’ è imputabile al fatto che qualunque messaggio fosse elaborato, ed implicitamente rivolto, ad una ristretta cerchia di fruitori preparati allo stesso modo. La retorica era dominio di pochi e tra quei pochi avvenivano i processi di comunicazione degni di essere approfonditi in chiave teorica.

D’ora in avanti analizzeremo il contesto storico che origina le moderne teorie della comunicazione, le teorie vere e proprie e la nascita della cosiddetta “comunicazione di massa”. Attraverso questa analisi cercheremo di capire come e dove si è verificato quel gap che rende il parallelo con la cultura classica impossibile e che, invece, la teoria fattorelliana realizza così bene ponendosi come faro metodologico e scientifico per il processo di informazione e di comunicazione e, dunque, fondamentale per comprendere i meccanismi della ‘persuasione’.

1.2. Le teorie moderne della comunicazione: il contesto storico e la nascita della ‘massa’

La possibilità di influenzare attraverso pratiche discorsive il complesso delle interazioni umane ha fatto sì che, nel corso dei secoli, le classi dominanti e i ceti emergenti abbiano cercato, rispettivamente, di detenere in esclusiva o di conquistare il monopolio dello strumento linguistico, sottraendolo a coloro che avrebbero potuto usare la parola per finalità alternative. Nella storia recente, il periodo in cui si è maggiormente risentito degli effetti di questo genere di politica – perché si considera, appunto, come persuasorio il ‘potere’ dei mezzi di comunicazione e di singoli personaggi – è senz’altro quello delle grandi dittature europee nella prima metà del XX secolo. In particolare, in Italia, largo uso del controllo dell’informazione fu operato da Mussolini allo scopo di dirigere l’opinione pubblica verso una posizione a sostegno del regime fascista. Ma come è stato possibile costruire in così poco tempo un simile castello di convinzioni nella popolazione dell’epoca? A parte le ragioni oggettive, storiche, che vedevano la popolazione italiana completamente svilita da una politica fallimentare dal punto di vista economico, sociale e coloniale, ragioni che facilmente preludevano ad un imminente condizione di cambiamento. I motivi di tanto successo del personaggio di Mussolini sono da ricercarsi nella figura stessa del ‘leader’ (analizzata anche da Freud), così come era voluta allora da una serie di indicazioni provenienti dagli studi di psicologia sociale. Per sua stessa ammissione, Mussolini risulta aver letto e riletto un famoso e scottante libro del giornalista Gustav Le Bon, Psicologia delle folle, che vide i suoi natali nel 1895. «La folla – scrive Le Bon – è sempre intellettualmente inferiore all’uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi. Le folle – specialmente quelle latine – si possono accendere d’entusiasmo per la gloria e l’onore, si possono trascinare in guerra senza pane e senz’armi. Sempre secondo Le Bon, la folla antepone l’istintività al giudizio, all’educazione e alla timidezza, pertanto il “capopopolo” deve presentarsi ad essa con un linguaggio adeguato alla ricettività del destinatario. Pertanto è fondamentale che segua alcuni principi comunicativi come: la semplicità del lessico e della sintassi, la folla si presenta per istinto, restia a parole difficili, ai meandri del ragionamento, rifiutando l’esercizio attivo del pensiero; l’affermazione laconica, concisa, categorica, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore avrà autorevolezza; la ripetizione, eseguita rispettando sempre gli stessi termini; le immagini, il potere di una parola non dipende dal suo significato, ma dall’immagine che essa suscita: quando un’affermazione è stata ripetuta a sufficienza, e sempre allo stesso modo, si forma ciò che viene chiamata una corrente di opinione e interviene il potente meccanismo del contagio. Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze, possiedono tra le folle un potere contagioso, intenso». Sulla base di questi precetti si venne, quindi, formando un vero e proprio ‘linguaggio’ che Mussolini utilizzò nei suoi discorsi propagandistici. Forte delle passate esperienze giornalistiche, e dei suggerimenti di Le Bon, egli elaborò un modo di comunicare che ruotava intorno a diverse caratteristiche: l’oratoria giornalistica, che non deludeva i dotti e non intimidiva gli umili, volta a stimolare e spingere più che ad affascinare, il suscitare certi stati d’animo, la delegazione, l’asserzione perentoria e l’antitesi, veri e propri artifici retorici già visti a proposito degli studi di Freud sui lapsus e sui motti, gli slogans, ‘riciclati’ anche da fonti non del tutto pertinenti al messaggio fascista, ma efficaci ai fini della ‘funzione conativa’ ovvero la finalità ad incitare all’azione, i dialoghi con la folla e la coralità, incentrati su frasi che richiedevano una risposta corale da parte dell’uditorio, le frasi ad effetto, nelle quali Mussolini è stato un eccelso, ed infine gli aspetti riguardanti la prosodia, i toni e le pause, da variarsi a seconda del carattere che si voleva dare al messaggio. È in tale contesto che nasce una impostazione scientifica della propaganda, ovvero si iniziano ad utilizzare dei metodi specifici da parte di gruppi organizzati di specialisti, per conseguire il contesto, attivo o passivo, della massa, in relazione ad azioni politiche, talvolta anche attraverso manipolazioni psicologiche. In altre parole si concretizza un’espressione del potere che si afferma attraverso la conquista dell’opinione pubblica. Questo fenomeno, già visto più volte nel corso della storia, che aveva iniziato ad assumere una valenza del tutto peculiare dalla Rivoluzione Francese in poi, ebbe un deciso incremento all’epoca della Prima Guerra Mondiale. In questo periodo i governi dei paesi in guerra sentono, infatti, la necessità di dotarsi di organismi specifici, con il compito di ‘manipolare’ sul piano intellettuale e morale sia le truppe che le popolazioni [vedremo come nella Teoria fattorelliana è presente il concetto di manipolazione, ma con un significato ben diverso che non ha nulla a che fare con la manipolazione dell’individuo, Nda]. Questo avveniva tramite un’azione integrata di conferenze, cinema, teatro, manifestazioni musicali (i concerti e la produzione di musica di regime per mezzo delle ‘canzonette’, che potevano vantare uno straordinario effetto persuasivo e di distrazione al tempo stesso), serate ricreative, organizzate allo scopo di sostenere il morale e la motivazione dei soldati e di rafforzare il senso civico dei cittadini. Se nella Germania di Hitler fu istituito fin dal 1933 il Ministero per l’educazione popolare e la propaganda, affidato a Joseph Goebbels, in Italia Mussolini affidò la propaganda a diversi uffici, come l’agenzia Stefani di Milano e l’Istituto Luce, coordinati dal Ministero della Cultura, il gerarca Alessandro Pavolini. Inoltre, nel 1926, il sindacato nazionale fascista dei giornalisti aveva sostituito la Federazione nazionale della stampa, e nel 1927 entrò a far parte della Confederazione nazionale dei sindacati fascisti. Durante il vertice per l’insediamento del direttorio dell’organizzazione, il presidente della Confederazione Edmondo Rossoni, ne tracciò le linee programmatiche […] Per tutta risposta, nel discorso tenuto da Mussolini il 10 Ottobre 1928 ai direttori di giornali, il duce fu oltremodo esplicito: ‘In un regime totalitario, come deve essere necessariamente un regime sorto da una rivoluzione trionfante, la stampa è un elemento di questo regime, una forza al servizio di questo regime; in un regime unitario, la stampa non può essere estranea a questa unità …La stampa più libera del mondo è la stampa italiana…Il giornalista italiano è libero perché serve una causa e un regime; è libero perché, nell’ambito delle leggi del regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione’. Così si assiste ad una vera e propria evoluzione del culto di Mussolini. Le spiegazioni sono da ricercarsi nel processo d’identità, intesa psicologicamente, fra il duce e il regime fascista. Le diverse componenti psicologiche fanno di Mussolini un leader ideale, sono riscontrabili nel saggio di Freud, Psicologia della masse e analisi dell’io (scritto nel 1921, prima che il fenomeno della dittatura mussoliniana e hitleriana lo confermasse). Secondo quanto sostiene Freud, il leader deve giocare su un delicato equilibrio di nevrosi e di sublimazioni, dovute alle proprie pulsioni. Fra queste rientra necessariamente anche la componente della libido, che rende concretizzabile l’identificazione del super-io delle persone nella figura del capo. La fortuna o destino di Mussolini fu l’incontro con una massa disposta alla sottomissione. Questo per ragioni contingenti, per la delusione serpeggiante, per la frustrazione degli italiani, disintegrati come comunità dalla guerra, per una fondamentale ‘paura della libertà’, e per il bisogno di un ‘protettore magico’. I meccanismi della sottomissione furono quindi quelli dell’identificazione e di narcisismo, indicati da Freud. […] In sostanza, la forza di coesione del gruppo fascista derivava dall’identificazione di tutti con l’unico Mussolini, alla caduta del quale corrisponderà la disfatta del fascismo. (6)

Il quadro storico delineato riguarda principalmente la situazione storica italiana a cavallo tra le due guerre, ma ci serve per capire come il periodo tra le due guerre mondiali, considerando anche il totalitarismo della Germania, sia il contesto in cui maturano le moderne teorie della comunicazione e la comunicazione di massa. Esse nascono in una condizione storica particolare dove prende avvio l’uso dei mezzi di comunicazione e dove i meccanismi totalitari spingono alla sottomissione delle ‘masse’ e, dunque, alla persuasione occulta o esplicita che sia. Le teorie elaborate in questo periodo sono imbevute di tutti questi meccanismi di persuasione occulta, di mezzi di comunicazione che hanno strapoteri inconsueti ecc, di concetti di ‘masse’ influenzabili e senza scampo.

1.3. Le teorie moderne della comunicazione: la nascita della comunicazione di massa

I primi anni del Novecento sono caratterizzati dallo sviluppo della società urbano/industriale e dalla comparsa del suo protagonista principale – il proletariato urbano – che indussero gli psicologi e i sociologi ad elaborare un nuovo concetto, quello di ‘massa’.

In questo periodo si era venuta determinando una nuova organizzazione del lavoro, nella quale i processi produttivi erano stati suddivisi e parcellizzati per essere gestiti in maniera più efficiente e razionale. Quindi la società di massa che gli studiosi videro profilarsi era un agglomerato di persone in condizioni di prevalente isolamento psicologico, in cui l’individuo, così spersonalizzato, partecipando in modo inconsapevole alla crescita economica, viene visto come un elemento perfettamente intercambiabile con altri individui. Inoltre gli individui sembrano agire sulla spinta dell’imitazione e della suggestione, in conseguenza quindi di pressioni manipolatorie esterne, piuttosto che sulla base di motivazioni razionali. (7)

A questo punto è doverosa una precisazione fondamentale per quanto riguarda la ‘massa’ e il concetto di ‘comunicazione di massa’. In un documento del 1960, appartenente alla Raccolta privata di lettere e documenti di Francesco Fattorello, precisamente una lettera inviata il 19 novembre al prof. Fattorello, il prof. William Porter, docente di giornalismo presso l’Università dell’Iowa negli Stati Uniti, chiarisce il significato che gli americani hanno attribuito alla mass communication. Egli spiega che si fa riferimento alla ‘massa’ solamente per quel che concerne la produzione industriale cioè «usando quel termine non vi era alcun riferimento né ai destinatari né al contenuto dell’informazione». Il termine concerne solo i mezzi meccanici in grado di produrre l’informazione in grandi quantità, ed è esattamente il significato attribuito alla produzione industriale di massa, che sostituiva quella artigianale. Non vi è, dunque, alcuna spersonalizzazione dell’uomo che diviene massa. La massa non esiste poiché si connota proprio per il fatto che non può essere connotata. L’errore di traduzione ha creato tutto un movimento erroneo che investe la comunicazione ed a causa di questo errore l’accezione massa è stata riferita ai recettori.

Tanto è vero che lo stesso McQuail scrive:

La parola chiave ‘massa’ […] è pressoché impossibile da chiarire di per sé, a causa delle sue molte connotazioni; tuttavia, una caratteristica essenziale è proprio la sua ambivalenza. Nel pensiero sociale ha avuto, ed ha tuttora, sia significati fortemente negativi sia positivi. I suoi significati negativi derivano dal suo uso in riferimento alla o alla moltitudine, specialmente la massa delle persone prive di educazione e regole. In questo contesto il concetto di massa indica una mancanza di cultura, di intelligenza e anche di razionalità. Nel suo senso positivo, specialmente all’interno della tradizione socialista, rappresenta invece la forza e la solidarietà dei lavoratori comuni, se organizzati per fini politici. Nei contesti dove il termine ‘quantità’ ha un’eccezione positiva, assume un aspetto positivo, come in ‘sostegno di massa’, ‘movimento di massa’, ‘azione di massa’ ecc. A parte il comune riferimento ad un grande numero, l’elemento che riconcilia questi due usi contradditori è la circostanza che spesso le masse hanno agito o in opposizione all’oppressione o per l’avvento dell’ordine legittimo. La differenza è, dunque, principalmente una differenza di opinioni, oggi come nel passato. L’importanza di questo concetto per le comunicazioni di massa ha le sue radici nel significato di produzione multipla o di massa e nel gran numero di pubblico che può essere raggiunto dai mezzi di comunicazione di massa. (8)

Con questa precisazione del concetto di massa abbiamo cominciato a smantellare un po’ i cardini delle teorie classiche della comunicazione che, in base a quanto discusso fino ad ora, considerano i recettori inermi e senza scampo, appunto massa nella traduzione erronea che si è fornita. Vedremo perfettamente, più avanti, come tutto quello che stiamo anticipando avrà un rigore scientifico e metodologico. Continuiamo, dunque, per dovere scientifico, a parlare delle ‘comunicazioni di massa’ e di tutte le teorie ad essa riferite.

Siamo, dunque, agli inizi del Novecento e pian piano si affermano nuove classi sociali ed il processo di industrializzazione ha i suoi sfolgoranti esordi.

Processi di industrializzazione che riguardano anche i mezzi di comunicazione, ai quali il progresso tecnologico ormai inarrestabile, consente di raggiungere un numero sempre crescente di cittadini.

Nei primi cinquant’ anni del ‘900 i mass media si identificavano con la stampa, la radio e il cinema. A cavallo, poi, degli anni ‘50 e ‘60 una nuova, affascinante star appare nel panorama dei mass media: la televisione ora può entrare in tutte le case e raggiungere un numero incommensurabile di telespettatori. Fenomeno questo di tale rilevanza che genera tutta una serie di scuole di pensiero che cercano di indagare e, possibilmente, definire gli effetti psico-sociali indotti dai media.

È così che le teorie della comunicazione sono state applicate alla comunicazione di massa dando luogo a forme differenziate delle regole stesse. Infatti vengono prese in considerazione: la qualità della fonte (credibilità, attrattiva, potere), la qualità del messaggio (contenuto, struttura, reiterazione ecc.), le caratteristiche del canale, caratteristiche del ricevente. Gli studi relativi alla comunicazione di massa hanno poi teorizzato alcuni effetti prodotti dall’esposizione ai mass media, specialmente la Tv, riassumibili in due categorie principali: gli effetti diretti, o immediati, che si hanno quando l’esposizione al messaggio concorre a modificare la probabilità di attuare un dato comportamento, legati soprattutto ai messaggi di violenza, messaggi relativi ai suicidi (effetto Werther), e alla pubblicità sia in senso proprio che in senso preventivo; gli effetti indiretti, o a lungo termine, che riguardano l’influenza esercitata da una realtà fittizia offerta dai media, sul modo in cui gli individui si rappresentano la realtà oggettiva. Come ulteriore precisazione – continua Cardazzo – bisogna dire che la parzialità ed incompletezza del messaggio è più evidente in campo narrativo (film, telefilm ecc.) dove la finzione è esplicita, quindi attesa e ammessa; ma sussiste anche nell’ambito informativo/giornalistico, dove non è altrettanto nota, attesa e soprattutto gradita dai fruitori. Secondo il modello degli effetti a lungo termine, è comunque sulla base di questa realtà di seconda mano che, in misura rilevante, le persone costruiscono e modificano le loro immagini del mondo, specie in quegli ambiti in cui non possono disporre di un’adeguata conoscenza diretta e personale. (9)

1.4. Le teorie moderne della comunicazione: un quadro generale

Il periodo storico al quale facciamo riferimento è il primo dopoguerra, dove gli studi sulla comunicazione di massa cominciano ad essere preponderanti. Infatti,

il periodo di pace ripropose gli interrogativi morali sul fine e i mezzi di propaganda, via via che venivano pubblicate le rivelazioni di ex propagandisti pentiti e le smargiassate di altri che rincararono la dose rielaborando le storie d’orrore che avevano fabbricato. Vero è che alcune voci isolate tentarono di ridimensionare i meriti attribuiti alla propaganda in fase di bilancio dei fattori che avevano determinato il crollo dell’impero. Ma, a favore o contro, la schiacciante maggioranza non contesta l’efficacia della guerra dei volantini e dei comunicati. Al contrario. Detrattori e fautori contribuirono così a rinforzare l’idea del potere magico delle moderne tecniche di persuasione. Con l’estendersi del dibattito all’insieme dei media, si fa strada una concezione che postula il potere smisurato dei mezzi di comunicazione di massa nella manipolazione delle menti. (10)

In questo contesto storico esce la prima opera rappresentativa di quella che in seguito sarà denominata ricerca sulle comunicazioni di massa (mass communication research). Il titolo: Propaganda Technique in the World War. Data della pubblicazione: 1927. L’autore: H.D. Lasswell, ideatore del famoso paradigma che avrebbe dovuto offrire le chiavi sociologiche della comunicazione di massa, la formula dei 5 W. Il contributo principale dell’opera di Lasswell consisteva nello svelare ciò che gli strateghi prussiani non erano stati capaci di cogliere: dove risiedeva la novità della prima guerra mondiale? Risposta: nella necessità di una «gestione statale dell’opinione». Scrisse Lasswell:

durante il periodo di guerra si è compreso che la mobilitazione degli uomini e dei mezzi non era sufficiente; occorreva una mobilitazione dell’opinione. Il potere sull’opinione, come quello sulla vita e sui beni, è passato in mani pubbliche, perché il pericolo che fa correre è più grave di quello provocato dagli abusi di potere. È evidente, in effetti, che la gestione governativa dell’opinione è un corollario inevitabile della guerra moderna che si dispiega su vasta scala (11)

Affascinato da quelli che ritiene essere gli ‘effetti’ della propaganda, Lasswell arrischia una vera e propria teoria:

la propaganda è uno degli strumenti più potenti del mondo moderno. A tale condizione essa è assurta a seguito di un insieme di cambiamenti che hanno modificato la natura della società. Le piccole tribù primitive possono amalgamare i loro membri eterogenei in un’unità combattente ricorrendo a un tamburo e al ritmo frenetico delle danze. Tramite eccessi orgiastici i giovani sono portati a un punto di ebollizione bellicosa e tutti, uomini e donne di ogni età, sono risucchiati nel vortice dell’obiettivo tribale. Nella grande società non è più possibile fondere l’indocilità degli individui nel crogiolo della danza di guerra; occorre uno strumento nuovo e più sottile per unire migliaia, milioni di esseri umani in una massa compatta di odio, desiderio e speranza. È questa la nuova fiamma che deve neutralizzare il flagello del dissenso e temprare l’acciaio dell’ardore bellico. Questo nuovo martello e questa nuova incudine della solidarietà sociale si chiamano, propaganda.

Un tale ditirambo testimonia della convinzione regnante all’epoca negli ambienti accademici degli Stati Uniti riguardo all’onnipotenza della propaganda. È il periodo in cui prevale la teoria meccanicistica stimolo-risposta nella sua versione primitiva. La forza di persuasione della propaganda attraverso i media lasciava inerme il pubblico, ridotto allo stato di destinatario passivo di messaggi confezionati dagli specialisti dell’opinione. (12)

Da qui, in sostanza, scatta il primo vero interesse per il fenomeno della propaganda grazie all’ausilio dei mass media e per il processo della persuasione, che innescheranno tutta una serie di teorie che prenderanno corpo negli anni ’30 del Novecento.

Le prime ricerche empiriche – dunque – sulla comunicazione sono riscontrabili intorno agli anni Trenta nello sviluppo della cosiddetta ‘Communication Research’: un insieme di studi sul campo e studi sperimentali condotti in America sugli effetti e sulle potenzialità dei mezzi di comunicazione di massa. Di qui l’elaborazione delle prime teorie comunicative, seppure limitate agli effetti sociali delle comunicazioni di massa. Questa teorizzazione è caratterizzata da tre fondamentali fasi di sviluppo: negli anni Trenta la fase delle teorie degli effetti potenti concettualizzò un forte potere di influenza e di manipolazione dei mass media, esemplificando dalla Bullet Theory di W. Schramm; la fase teorica degli ‘effetti limitati’, sviluppata negli anni Quaranta e Cinquanta verificò un’influenza mediale limitata dalle differenze percettive individuali (teorie dell’approccio psicologico-sperimentale), dai rapporti sociali (teoria del flusso a due fasi della comunicazione di Katz e Lazarsfeld) e dal consumo motivato dei media in risposta a specifici bisogni del ricevente (teoria funzionalista degli usi e delle gratificazioni). Infine le teorie del cosiddetto ‘ritorno degli effetti forti’ dei media, elaborate negli anni Settanta in corrispondenza della diffusione del medium televisivo, individuarono una correlazione tra il grado di esposizione ai media e i mutamenti degli atteggiamenti e dei comportamenti dei riceventi, focalizzando l’attenzione sugli effetti a lungo termine e sulle influenze di carattere cognitivo. Negli anni Sessanta incomincia a delinearsi la scienza della comunicazione, e numerosi furono i contributi offerti all’elaborazione di una teoria generale dai differenti studi scientifici implicati nella ricerca comunicazionale.

Dalla ricerca cibernetica è derivato il noto principio del ‘feedback’ o retroazione formulato da Norbert Wiener intorno al 1948, e la prima teoria matematica dell’informazione elaborata da Claude Shannon, allievo dello stesso Wiener, nel 1949. […]

Dall’antropologia è stata tratta la teoria generale della comunicazione proposta da Gregory Bateson, Ray Birdwhistell ed Edward T. Hall, secondo i quali la comunicazione non è essenzialmente verbale, ma risulta costituita da un complesso di codici (linguaggio, gesti, spazio, paralinguaggio, mimica facciale e aspetto esteriore). Successivamente dalle ricerche antropologiche è derivata l’importante teoria dell’analisi del contesto di un atto comunicativo proposta da Birdwhistell nell’opera del 1980 ‘Kinecs and Contexts’. Dall’ambito degli studi sociologici è stata ricavata una teoria della comunicazione interpersonale focalizzata sull’analisi delle interazioni della vita quotidiana formulata da Erving Goffman, che ha lavorato sui concetto di ‘frame’ (cornice), ‘key’ (chiave interpretativa), ‘facciata’, ‘distanza del ruolo’, ecc. applicandoli all’analisi della comunicazione. Anche l’etnometodologia, in particolare Arnold Garfinkel, ha fornito spunti interessanti all’analisi della comunicazione interpersonale, così come lo studio della conversazione (Harvey Sacks) ed altre analisi di tipo micro – sociologico. Dalla linguistica nasce il modello relativo alle sei funzioni della comunicazione di Roman Jakobson presentato in ‘Linguistica e poetica’ del 1958. Dalla semiologia è invece derivata la concezione di Ferdinand de Sussure della comunicazione segnica, poi elaborata da Charles Sanders Peirce, come produzione di significazione: un’interazione fra il segno, l’oggetto e il soggetto interpretante. Il processo della seriosi viene distinto da Roland Barthes in: denotazione, concernente la relazione tra significante e significato del segno, e tra segno e realtà esterna; connotazione, relativa all’interazione tra segno ed emozioni del soggetto fruente. (13)

In sintesi, possiamo riassumere così il diverso sviluppo dei modelli e delle teorie della comunicazione, a partire dagli anni ’30 quando comincia la Communication Research. Ci sono tre orientamenti fondamentali delle ricerche nel settore comunicativo:

  • anni ’30: teorie degli effetti potenti (bullet theory, Schramm, eccetera);
  • anni ’40 e ’50: teorie degli effetti limitati (approccio psicologico-sperimentale, dei rapporti sociali, teoria del flusso, teoria funzionalista, eccetera);
  • anni ’70: ritorno alla teoria degli effetti forti (agenda setting, cultivation theory, ipotesi del knowledge gap).

In questo periodo possiamo considerare come outsider sia la Teoria della tecnica sociale del prof. Francesco Fattorello (1947) sia l’impostazione della Scuola di Palo Alto (14) (1967).

Di seguito, analizzeremo questi modelli teorici per verificare, come già anticipato, la linea netta di rottura che si è verificata dal passato al presente.

Una linea che, invece, scorre diritta dal passato a Fattorello per l’importanza ormai consolidata dello studio del recettore della comunicazione e di tutto quello che comporta tale studio, soprattutto per quanto riguarda il processo persuasivo verso una libera adesione da parte del recettore stesso.

1.5. La teoria ipodermica: “Bullet theory”

L’evento che fa da spartiacque e che consente riferimenti temporali abbastanza precisi è rappresentato dal primo conflitto mondiale, in cui, per la prima volta nella storia, si fece ricorso in modo massiccio e sistematico alla propaganda; ciò al fine di favorire lo scoppio della guerra e, successivamente come strumento di supporto all’impiego bellico. […] Prima di allora […] non si era mai assistito ad un tentativo di persuasione su così vasta scala, che coinvolgeva intere popolazioni attraverso un uso sapiente, coordinato, spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa allora disponibili. L’aspetto che più fece impressione e che forse influenzò maggiormente i primi studi in materia fu l’elevata efficacia delle azioni propagandistiche, anche le più inverosimili. Menzogne di ogni genere furono utilizzate da ciascuna parte pur di raggiungere i propri obiettivi; la verità, quand’anche presente, veniva nei messaggi strumentalizzata ad arte e si può dire che nel complesso l’intero flusso informativo sul conflitto rivolto alle truppe e alla popolazione civile veniva ampiamente filtrato e manipolato alla fonte. E nonostante ciò la gente in buona misura credeva a quanto veniva comunicato. Dopo la fine della guerra numerosi studi continuarono ad interessarsi alla propaganda e alla sua influenza sull’opinione pubblica, se pur con motivazioni diverse. Mentre per alcuni lo scopo di fondo era quello di acquisire conoscenze atte ad utilizzare più efficacemente le grandi potenzialità dei mezzi di comunicazione, non mancarono coloro che si posero il problema dei rischi sociali connessi a tali potenzialità. Ad ogni modo, sia per gli uni che per gli altri gli esiti conseguiti durante la guerra dalla propaganda avvalorarono una concezione dei media quali potenti strumenti di persuasione: le persone erano considerate sostanzialmente indifese nei confronti di comunicazioni condotte su vasta scala, passivamente esposte a messaggi propagandistici la cui potenza d’impatto – quasi fossero ‘proiettili magici’ era considerata notevole ed immediata. Tale condizione – successivamente definita ‘Bullet Theory’ o anche teoria dell’ago ipodermico – poggiava più o meno esplicitamente sui seguenti assunti: a) il pubblico dei media è costruito da una massa indifferenziata e atomizzata di individui b) i messaggi costituiscono potenti, diretti e immediati fattori di persuasione c) gli individui sono essenzialmente indifesi nei confronti dei messaggi a loro rivolti.

Ne conseguiva che la propaganda tramite mass media era in grado di attivare o modificare, direttamente e rapidamente le opinioni e i comportamenti di vastissimi gruppi di persone. (15)

In realtà più che di un modello sul processo di comunicazione occorrerebbe parlare di una teoria dell’azione, quella elaborata dalla psicologia behaviorista. Il suo scopo è studiare il comportamento umano con gli stessi metodi dell’esperimento e dell’osservazione, tipici delle scienze naturali e biologiche. […] Questa teoria dell’azione, di stampo behaviorista, era bene integrabile con le teorizzazioni sulla società di massa, alle quali forniva il supporto su cui fondare le convinzioni circa l’immediatezza e l’inevitabilità degli effetti. […] La descrizione della società di massa ha contribuito da parte sua ad accentuare la semplicità del modello S => R (stimolo – risposta). […] A determinare l’ampiezza e la qualità di quest’ultima sono decisivi infatti da un lato il contesto in cui si verifica lo stimolo e dall’altro le precedenti esperienze che di esso i soggetti hanno fatto. Proprio questi due ultimi fattori tuttavia venivano ‘trattati’ dalla teoria della società di massa in modo tale da enfatizzare l’immediatezza, la meccanicità e l’ampiezza degli effetti. I mezzi di persuasione di massa infatti costituivano un fenomeno completamente nuovo, sconosciuto, del quale non c’era ancora sufficiente consapevolezza da parte dei pubblici, e il contesto sociale in cui tali mezzi apparivano e venivano usati era quello dei regimi totalitari o di una società che stava organizzandosi intorno al superamento delle precedenti forme comunitarie, e nelle quali vaste masse di individui venivano – secondo tradizioni di pensiero eterogenee – rappresentate come atomizzate, alienate, ‘primitive’ […] La teoria ipodermica sosteneva dunque una connessione diretta tra esposizione ai messaggi e comportamento: se una persona è raggiunta dalla propaganda, può essere controllata, manipolata, indotta ad agire. (16)

La Bullet Theory, dunque, fa parte delle teorie degli effetti potenti e si collega, pertanto, al fenomeno forte della persuasione.

In questi anni, infatti,

tutta la ricerca sugli effetti psicosociali della comunicazione si focalizzò sul processo di cambiamento atteggiamentale. Tra le varie dimensioni delineate nel rapporto tra mass media e universo ricevente fu pertanto privilegiata quella della ‘persuasione’, intesa come ‘l’atto di manipolare dei simboli in modo da produrre dei cambiamenti nel comportamento valutativo di coloro che interpretano i simboli’. Detto in altri termini, per persuasione si intendeva una modificazione degli atteggiamenti perseguita attraverso la comunicazione (17)

Il fenomeno della persuasione, quindi, più che mai stimola e attrae gli studiosi di comunicazione di questo periodo ed, ovviamente, continua a riscuotere un enorme successo nel corso del tempo, soprattutto con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale e con l’ulteriore sviluppo dei mezzi di comunicazione. A tal proposito ci sembra pertinente citare ancora una volta McQuail circa l’influenza che eserciterebbero i mass media.

L’intero studio delle comunicazioni di massa si basa sul presupposto dell’esistenza di effetti provocati dai mezzi di comunicazione, argomento sul quale esiste il minor numero di certezze e la minor concordanza di pareri. […] E tuttavia sussistono molti dubbi circa il grado, l’incidenza e il tipo di effetti, e la nostra conoscenza è insufficiente per fare la benché minima previsione circa il verificarsi di un effetto in un determinato caso. Anche nel caso in cui possiamo fare una pressione essa si basa di solito sull’esperienza e su regole empiriche, piuttosto che su una precisa conoscenza di come un dato effetto si verifichi o possa verificarsi. È la disponibilità di questo tipo di conoscenza pragmatica, basata sull’esperienza, che rende possibile ai media e ai loro clienti di continuare ad operare senza porsi troppe domande. Vi sono molte buone ragioni per spiegare questa situazione di incertezza scientifica. Anche la ‘conoscenza pratica’ e di senso comune vacilla quando si tratta di spiegare alcuni possibili effetti dei media nelle aree controverse della morale, dell’opinione e del comportamento deviante che attirano notevolmente l’attenzione del pubblico. Per molti temi di questo tipo è indubbio che i media sono una causa primaria, ma non abbiamo nessuna ‘spiegazione’ reale di modelli di pensiero, di cultura e di comportamento con profonde radici sociali e storiche. Inoltre, non ha molto senso parlare dei ‘mezzi di comunicazione’ come se fossero un corpo autonomo, piuttosto che una serie di messaggi, immagini ed idee enormemente diverse, molte delle quali non nascono all’interno dei mezzi di comunicazione, ma provengono dalla società e dalla società vengono trasmesse. Non è facile indicare un caso in cui i media siano la causa unica o indispensabile di un determinato effetto sociale. (18)

1.6. Il modello di Harold D. Lasswell

Harold D. Lasswell traccia la prima delimitazione degli studi sui media e la comunicazione mediatica riproponendo un modello applicato nel 1936 «nello stesso periodo d’oro della teoria ipodermica, come applicazione di un paradigma per l’analisi sociopolitica (chi ottiene cosa, quando e in che modo?)», (19) quindi, ne rappresenta in un certo senso il superamento.

Nel 1948 Lasswell sostiene che una «azione comunicativa» può essere correttamente descritta solo seguendo questo schema detto anche delle «5 W»:

  • Who? > Chi parla?
  • Says what? > Che cosa dice?
  • In which channel? > Con quale mezzo?
  • To whom? > A chi?
  • With what effects? > Con quale effetto?

In sostanza egli propone: studi sociologici sugli organizzatori della comunicazione (chi parla); analisi del contenuto (che dice); ricerche sulle tecniche che, in un dato momento ed in una data società, diffondono informazione e cultura (con quale mezzo); analisi del pubblico che riceve il messaggio e quindi il mercato (a chi); ricerche sulle conseguenze che la comunicazione ha avuto su questo pubblico (con quale effetto).

La formula (che si sviluppa dalla tradizione di ricerca tipica della teoria ipodermica) in realtà ribadisce – ma rende anche implicito – un assunto molto forte, che invece la Bullet theory asseriva esplicitamente nella descrizione della società di massa: l’assunto cioè che l’iniziativa sia esclusivamente del comunicatore e che gli effetti siano esclusivamente sul pubblico.

Lasswell implica alcune premesse forti circa i processi di comunicazione di massa:

a) tali processi sono esclusivamente asimmetrici, con un emittente attivo che produce lo stimolo e una massa passiva di destinatari che, ‘colpita’ dallo stimolo, reagisce;

b) la comunicazione è intenzionale ed è rivolta a uno scopo, a ottenere un certo effetto, osservabile e misurabile in quanto dà luogo a un comportamento in qualche modo collegabile a tale scopo

c) i ruoli di comunicatore e destinatario appaiono isolati, indipendenti dai rapporti sociali, situazionali, culturali, nei quali avvengono i processi comunicativi, ma che il modello in sé non contempla: gli effetti riguardano destinatari atomizzati, isolati

Quando parleremo della Tecnica sociale dell’informazione, di Francesco Fattorello, completamente agli antipodi di tali impostazioni, avremo modo scientificamente di dimostrare come tutto questo parlare circa l’influenza dei mezzi di comunicazione, della persuasione e dell’inevitabile debolezza del recettore siano tesi, oggigiorno, insostenibili.

1.7. La teoria matematica della comunicazione di Shannon e Weaver

Il modello di Lasswell si richiama alla teoria matematica della comunicazione formalizzata negli stessi anni per descrivere i fenomeni di trasmissione telegrafica o telefonica. Gli studi degli ingegneri della Bell Telephone del 1947 e poi gli studi di Claude E. Shannon e Warren Weawer (20) si incrociarono ai lavori di Lasswell. Così, da questo momento il modello matematico influenza sempre più le ricerche sui media.

Il modello della teoria matematica della comunicazione comprende cinque elementi:

  • fonte dell’informazione/messaggio;
  • trasmettitore/che codifica il messaggio trasformandolo in segnale media (o canale) che consente il trasporto del messaggio;
  • il canale, come mezzo di trasmissione del segnale alla destinazione voluta;
  • recettore/che decodifica il segnale per ritrovare il messaggio;
  • destinazione/persona o supporto cui il messaggio è destinato affettivamente.

A questo schema la linguistica aggiunge poi altre nozioni come quella di ‘rumore semantico’, per descrivere le perturbazioni che si formano tra fonte e trasmettitore e quella di recettore semantico per descrivere il punto dove si formano dispersioni o perturbazioni dovute alla minore o maggiore capacità del recettore.

figura p 178

E Cod. messaggio Decod. R rumore

1. Il modello matematico della comunicazione (da: C.E. Shannon, W. Weawer, La teoria matematica della comunicazione).

Le caratteristiche di questo modello sono le seguenti: a) è lineare nel senso che ha una direzione prestabilita; quando la sorgente comincia a trasmettere il segnale, il suo contenuto, il messaggio, è già del tutto definito, e questo non può che essere codificato (ossia associato ad un segnale) ed inviato alla destinazione; b) il ruolo del ricevente è del tutto analogo a quello del mittente, a parte l’inversione della direzione delle operazioni che deve compiere (dal segnale al messaggio, decodificazione, anziché dal messaggio al segnale, codificazione). In conseguenza: a) il messaggio non richiede comprensione perché tutto quello che il destinatario deve fare è trovare, basandosi sulla lista di associazioni fra segnali e messaggi previsti dal codice, il contenuto corrispondente al segnale che ha ricevuto; b) a meno di interruzioni sulla linea che fisicamente li connette la comunicazione ha sempre successo; c) per decodificare il segnale il destinatario non ha bisogno di sapere dove si trovi il mittente, né di conoscere le sue probabili intenzioni, né di intuire quando ha trasmesso il segnale, dal momento che tutto ciò di cui ha bisogno è conoscere le associazioni fissate dal codice.

La teoria matematica dell’informazione di Shannon e Weaver, nonostante gli evidenti contributi allo studio della comunicazione, presenta forti limitazioni; per esempio tralascia di specificare altri fattori costitutivi di un’interazione comunicative: la significazione del messaggio, il contesto sociale, politico e culturale in cui si svolge la comunicazione, il momento dell’interpretazione del contenuto ricevuto dal destinatario e la successiva codifica del messaggio di risposta o feedback. (21)

1.8. Il modello descritto da Schramm

Wilbur Schramm descrive un modello in cui pone in evidenza le condizioni del perché un messaggio sia fedelmente percepito. Viene posto in particolare il problema fondamentale della codificazione (cifratura) e della decodificazione (decifratura) del messaggio. In particolare, viene introdotto il concetto di ‘campo’ dell’emittente e del ricevente. Se i due campi non hanno alcun punto in comune, non è possibile alcuna comunicazione. Quindi il ‘segnale’ diventa ‘messaggio’ nel momento in cui cade in un campo di esperienza culturale comune all’emittente e al ricevente. Un messaggio formulato in cirillico sarà solo un insieme di suoni (segnale) per chi non conosce questa lingua, ma sarà un messaggio per chi la conosce (infatti costui riuscirà a decodificarlo). Si pensi alla incapacità di comprendere il linguaggio artistico di un film o di un romanzo, per il fatto di non possedere lo stesso codice del regista o dello scrittore.

1.9. Le teorie degli effetti limitati: l’approccio psicologico ed empirico

Come si è visto, già alla fine degli anni ’20 e ancor più negli anni ’30 la questione degli effetti delle comunicazioni di massa veniva affrontata in chiave empirica. È però con gli anni ’40 che la communication research entrò nel suo stadio maturo, sia sul piano delle rilevanza sia, soprattutto, sul piano del metodo. Relativamente al primo è ancora un evento bellico (la seconda guerra mondiale) a fungere da propulsore e catalizzatore primario, parallelamente alla concorrenza tra i vari network per la ‘conquista’ della fiducia dell’utenza pubblicitaria. Per quanto riguarda il secondo piano, quello della teoria e del metodo, determinanti furono i contributi di due studiosi: Paul Felix Lazarsfeld e Carl Hovland i cui lavori rappresentarono per oltre un ventennio i principali punti di riferimento della ricerca sugli effetti. (22)

L’approccio psicologico è ricondotto proprio a quest’ultimo autore il quale si occupa, appunto, di persuasione nell’ottica della comunicazione.

Dopo la fine della guerra, si avvia invece all’Università di Yale un programma di ricerca coordinato da Carl Hovland. La persuasione è concepita da questi studiosi come un processo di influenza che si attua in un contesto di comunicazione tra una fonte e un ricevente, attraverso un messaggio che va dal primo al secondo. Il programma di ricerca era finalizzato ad analizzare con il metodo sperimentale un gran numero di variabili che si ipotizzava influissero sul processo persuasivo (per esempio la credibilità della fonte che trasmette il messaggio, la posizione degli argomenti nell’organizzazione del messaggio, le caratteristiche del o dei riceventi). Nell’ambito di questo programma venne prodotta una grande quantità di ricerca empirica che descriveva molti effetti prodotti nei processi persuasivi, ma la spiegazione di tali effetti non ha dato luogo alla concezione di una vera e propria teoria generale della persuasione. Questo approccio si caratterizza per alcuni assunti di base. Il primo e più importante prevede che l’accettazione di una nuova opinione, a fronte di una comunicazione persuasiva, sia necessariamente anche una esperienza di apprendimento. Ovvero, una persona non viene influenzata da un messaggio se in qualche modo non ne apprende i contenuti. Tale assunto, che come tale non viene sottoposto alla prova empirica, è stato rimesso in discussione recentemente. Altro assunto dell’approccio di Hovland riguarda il fatto che una persona sostituirà una nuova opinione a quella che già possiede quando sarà incentivata a farlo, cioè quando speciali ricompense o, al contrario, punizioni, motivano l’individuo ad accettare o rifiutare una nuova opinione. Questi assunti dirigono dunque l’attenzione degli studiosi in particolare sulle condizioni che favoriscono il processo di apprendimento dei contenuti del messaggio e sui fattori che aumentano l’accettazione della opinione da essi veicolati. Il comportamentismo era l’ottica dominante nella psicologia americana dell’epoca: l’individuo era concepito come un essere che risponde semplicemente a stimoli dell’ambiente che lo circonda, facilmente condizionabile nelle sue risposte, senza ricorrere alle sue motivazioni più profonde. In questo quadro il problema della persuasione viene visto come un processo costituito dall’induzione di uno stimolo con determinate caratteristiche (il messaggio) in relazione (causale) con l’ampiezza della risposta osservata (misurata in termini di cambiamento di atteggiamento). (23)

Questo approccio psicologico godeva di una certa egemonia, tuttavia, non rappresenta l’unico approccio in chiave appunto psicologica al problema. «Altri studiosi infatti, meno disposti ad accettare le pastoie del principio behaviorista, affrontarono tale questione in una chiave più cognitiva, avanzando ipotesi specifiche circa la dinamica mentale del processo di interazione tra vecchi e nuovi atteggiamenti, tra struttura cognitiva preesistente e messaggi persuasivi.» Tra questi studiosi, colui che merita attenzione è Festinger (1957) che elaborò la teoria della dissonanza cognitiva in cui la persuasione non è uno degli elementi fondamentali ma una delle conseguenze determinate dalla dissonanza cognitiva.

Secondo questa teoria le persone sono motivate al mantenimento e alla ricerca della coerenza fra le proprie conoscenze, opinioni, credenze e i propri comportamenti. L’eventuale dissonanza fra ciò che si pensa e ciò che si fa crea uno stato di disagio che deve essere in qualche modo eliminato. Per farlo occorre modificare o il proprio comportamento o l’opinione dissonante. […] Sempre per effetto della dissonanza cognitiva, se una persona viene indotta a mettere in atto un comportamento che non corrisponde al proprio atteggiamento relativo a quella questione, sperimenta uno stato di dissonanza che lo motiva a modificare l’elemento meno resistente. In questo caso il comportamento già attuato non può essere modificato, dunque risulta più semplice cambiare l’atteggiamento relativo. […] L’impatto della teoria di Festinger provocò il fiorire di molti studi finalizzati a chiarire le condizioni specifiche entro le quali le previsioni fatte a partire da essa potevano essere considerate valide. (24)

Negli anni ’60 e fine anni ’70 lo studio degli atteggiamenti entra in crisi che però è destinata a non durare per molto.

Contemporaneamente infatti, cresce l’interesse per l’approccio denominato social cognition, orientato soprattutto alla individuazione del modo in cui le persone elaborano le informazioni che ricevono dall’ambiente e le organizzano in strutture immagazzinate nella memoria che consentono di rappresentarsi mentalmente la realtà in modo semplificato e agire in essa. Gli atteggiamenti allora cominciano a essere studiati come informazioni rappresentate nella memoria in relazione agli oggetti cui si riferiscono. Proprio sull’onda di questa nuova ottica, William McGuire avanza in quegli anni il primo tentativo di ricavare una teoria della persuasione. […] Egli sostiene che la persuasione si attua in un processo a sei fasi: presentazione del messaggio, attenzione, comprensione dei contenuti, accettazione della posizione sostenuta da questo, memorizzazione della nuova opinione, comportamento. Secondo questa concezione la comunicazione persuasiva esercita un impatto sul ricevente se si attua ognuna delle sei fasi.25

Questa teoria ha avuto un notevole impatto sulla psicologia anche se non spiega tutti gli effetti emersi dagli esperimenti successivi.

Nella teoria infatti, il passaggio da ogni fase è considerato necessario, mentre alcuni esperimenti mostravano effetti di cambiamento di atteggiamenti anche in assenza di una vera e propria comprensione e memorizzazione del contenuto di un messaggio. È quindi necessario, per ottenere un cambiamento di atteggiamento, che il ricevente si impegni in una elaborazione cognitiva del messaggio? […] Passiamo alla teoria più accreditata oggi a dare una risposta a questa domanda. Da questa partono, infatti, R. Perry e J. Cacioppo alla fine degli anni ’70, quando, compilando una rassegna selle ricerche sulla persuasione, si accorgono che il quadro ha ancora tutte le caratteristiche della frammentarietà. Essi propongono quello che chiamano ‘modello della probabilità di elaborazione’, sostenendo che si tratta di un vero e proprio passo avanti verso una teoria generale del cambiamento degli atteggiamenti. Semplificando, possiamo dire che l’idea portante del modello prevede che gli atteggiamenti possono modificarsi attraverso due percorsi mentali differenziati: il percorso ‘centrale’ e il percorso ‘periferico’. Il percorso centrale è un processo di elaborazione attenta e di riflessione accurata sulla argomentazioni e sulle informazioni contenute nel messaggio persuasivo. Questo processo richiede una certa quantità di risorse cognitive quali: prestare attenzione, comprendere, mettere in relazione e integrare le nuove informazioni con quelle che il ricevente aveva già sullo stesso tema, elaborare una nuova valutazione. Il percorso periferico riguarda invece un processo di cambiamento basato su elementi che non sono direttamente pertinenti al tema, sono i cosiddetti segnali periferici, di sfondo, ad esempio l’attrattività della fonte, la lunghezza del messaggio, la sua piacevolezza. Attualmente risulta chiaro che non possiamo pensare in modo approfondito a ogni messaggio persuasivo che incontriamo. Si verifica per lo più la tendenza opposta, quella cioè di non prestare attenzione alla maggior parte dei messaggi. Allora, di fronte a un messaggio persuasorio, possiamo intraprendere il primo o il secondo percorso a seconda del livello di ‘motivazione’ (ovvero della rilevanza che il tema del messaggio ha per noi) e della nostra capacità e possibilità in quel momento di capirne i contenuti. Ciò significa che saremo propensi a riflettere più approfonditamente sui messaggi che ci interessano particolarmente in un dato momento se siamo in grado di farlo. (26)

Abbiamo proseguito con l’approccio psicologico per seguire l’evoluzione di questa disciplina nel campo della persuasione e della comunicazione e con l’approccio di Cacioppo possiamo dire che già il recettore (in termini fattorelliani) acquista un po’ più di dignità rispetto al passato. Ma anche qui le cose sono relativamente più semplici di quanto si pensi e la teoria fin qui esposta sfiora i concetti cardini della teoria fattorelliana che restituisce al recettore pari dignità proprio in virtù delle facoltà che questo possiede di aderire o no al messaggio (e poi vedremo nello specifico come) in base alla sua acculturazione.

Non è però solo la psicologia ad aver affrontato il problema della comunicazione di massa e della persuasione.

La centralità del concetto di atteggiamento e l’equazione persuasione = cambiamento atteggiamentale non caratterizzò solo le ricerche di stampo psicologico, ma influenzò a fondo anche i lavori di stampo più prettamente sociologico. […] L’approccio sociologico mostrava senza dubbio non poche differenze con quello psicologico, dal quadro teorico di fondo alla metodologia, all’oggetto di cui si proponeva di verificare l’efficacia. Per quanto concerne il primo aspetto, è noto come alcune delle principali tradizioni sociologiche ritengono che il comportamento non derivi prioritariamente dall’interno dell’individuo, ma che venga piuttosto modellato da influenze esterne, di tipo normativo e culturale. L’attenzione non si focalizza quindi sulle differenze connesse alla struttura psicologica dell’individuo, ma su quelle derivanti dalla struttura sociale e dall’ambito culturale in cui egli è inserito. […] Non mancano però le analogie tra questi due approcci: in primo luogo la tipologia degli effetti da ricercare, consistente per entrambi negli ‘eventuali cambiamenti a livello atteggiamentale’; quindi il tentativo di tenere conto delle differenze dell’universo ricevente nell’interpretazione dei dati raccolti; infine, il fatto che, nel passaggio dal piano descrittivo a quello esplicativo, era inevitabile fare ricorso, più o meno esplicitamente, a modelli sociopsicologici dei processi atteggiamentali e comportamentali. (27)

Lazarsfeld si concentrò in questi termini sul campo analizzando la campagna presidenziale americana del 1940.

L’apporto derivante da questa prima ricerca e dalle successive che seguirono la stessa impostazione, può essere sostanzialmente distinto in due piani: uno, inerente la valutazione della portata persuasoria complessiva della comunicazione via mass media; l’altro, riguardante la dinamica sociale dei processi di cambiamento atteggiamentale. Riguardo al primo dei due piani, i dati evidenziarono, nel complesso, una scarsa mobilità atteggiamentale: gran parte degli elettori aveva già deciso per chi votare prima ancora della campagna e mantenne la decisione presa; i cambiamenti di orientamento, quand’anche si verificarono, erano inoltre attribuiti solo in misura assai ridotta alla capacità di influenza delle comunicazioni di massa. Emerse infine che gli effetti attribuibili all’esposizione ai mass media erano di rafforzamento atteggiamentale più che di conversione. In sintesi, questo insieme di acquisizioni innescò un processo che portò, se pur progressivamente, molti studiosi ad abbandonare la concezione dei media quali potenti strumenti di persuasione, creando i presupposti per quello che poi sarebbe stato chiamato il paradigma degli effetti limitati […] Per quanto concerne il secondo piano – inerente la dinamica sociale dei processi di cambiamento atteggiamentale – il risultato più interessante consiste nell’aver messo a fuoco il fatto che la maggior parte dei cambiamenti riscontrati non erano attribuiti ad un’incidenza diretta dei mass media sugli individui, ma piuttosto all’ influenza ‘personale’ di altri membri della comunità. […] Alla luce delle conoscenze odierne, il contributo di fondo forse più rilevante di questo filone di ricerca appare non tanto l’avere riscontrato bassi tassi di cambiamento e scarsa influenza dei media, ma proprio l’aver messo inequivocabilmente in luce il ruolo primario esercitato dalla rete di relazioni sociali in cui le persone sono inserite. (28)

1.10. Ritorno alla teoria degli ‘effetti forti’ o a ‘lungo termine’

Rispetto al clima conservatore degli anni ’50, gli anni ’60 hanno rappresentato, in America, un periodo di effervescente e diffusa critica a livello politico, sociale, culturale, individuale – una vera e propria crisi spesso sfociata in aperte contestazioni verso gli ordinamenti esistenti. Un periodo da cui sono scaturiti potenti fattori di cambiamento, la cui influenza si è manifestata per tutto il decennio successivo. Le varie teorie degli effetti a lungo termine prendono corpo a partire dalla fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 ed è indubbio che esse, se pur indirettamente e diversamente l’una dall’altra, abbiano risentito sotto più aspetti del clima di questo periodo. Ciò è particolarmente evidente nell’aver esse assunto, in contrasto con la dominante concezione degli effetti limitati, una prospettiva preoccupata e critica nei confronti della potenza dei media e della natura degli effetti psicosociali da essi inducibili. Come alcuni autori non hanno mancato di notare, questa nuova prospettiva presenta alcune interessanti analogie con quella degli anni ’20 e ’30; si ha insomma un ritorno al concetto che i mass media hanno un potere. […] Le teorie degli effetti a lungo termine si caratterizzano invece per uno spostamento dell’attenzione dalla dimensione di breve a quella di lungo termine e dal piano comportamentale/atteggiamentale a quello rappresentazionale. Ciò porta a considerare centrale un’area del fenomeno che veniva in precedenza ritenuta secondaria e accidentale, quella della conseguenze graduali, globali e per lo più indirette che la prolungata esposizione ai media può produrre sulla attività percettivo-rappresentazionale delle persone – sulla loro ‘immagine della realtà’. (29)

Nello specifico, le più rilevanti teorie sono:

  • la teoria dell’agenda setting: questa teoria è stata formulata da Maxwell McCombs e Donald Shaw30 negli anni ’70 e si riferisce ad un ambito specifico delle comunicazioni di massa quello che riguarda l’informazione giornalistica e l’impatto che essa produce a livello di ‘rappresentazione del mondo’. I media non si limitano a veicolare dati puri sulla realtà ma assegnano agli eventi, alle questioni, alle persone oggetto delle notizie: a) una diversa rilevanza anch’essa legata alla frequenza e alla risonanza con cui sono stati esposti al pubblico; b) una diversa valutazione di merito, esplicita o, più spesso, implicita. «La teoria dell’agenda setting sostiene a chiare lettere che la comprensione che la gente ha di gran parte della realtà sociale è mutuata dai media». (31) «I media forniscono qualcosa di più che non solo un certo numero di notizie. Essi forniscono le categorie in cui i destinatari possono facilmente collocarle in modo significativo […] Sottolineando questa crescente dipendenza cognitiva dai media, l’ipotesi dell’agenda setting postula un impatto diretto – anche se non immediato – sui destinatari, che si configura secondo due livelli: l’ordine del giorno dei temi e la gerarchia di importanza e di priorità con cui tali elementi sono disposti nell’ordine del giorno». (32)
  • la cultivation theory: «analogamente alla teoria dell’agenda setting, anche quella formulata da Gerbner e collaboratori (1977) non investe l’intero ambito delle comunicazioni di massa, ma concerne un settore specifico di esso. La distinzione non riguarda però il genere ma piuttosto il medium: la cultivation theory è infatti essenzialmente una teoria sulla televisione. Tale teoria trae origine da una serie di studi condotti all’inizio degli anni ’70 e riguardanti i possibili effetti della violenza nei programmi televisivi. […] La considerazione di fondo dei lavori di Gerbner è che vi sia una notevole discrasia tra la realtà e l’immagine che di essa ne dà la Tv; tali immagini distorte possono avere conseguenze molto rilevanti qualora vengano prese per buone dai telespettatori , e ciò – data la centralità assunta dalla Tv nell’ambiente simbolico della maggior parte delle persone – è altamente probabile». (33) «In sostanza gli effetti sono visti come credenze: i mezzi di comunicazione di massa, e in particolare la Tv, influenzano ciò che la gente crede circa la realtà». (34)
  • l’ipotesi del knowledge gap: questa teoria prende in considerazione gli effetti dei media sul piano della distribuzione sociale delle conoscenze. Se nel processo di ‘acculturazione’ l’impatto dei media è stato addirittura superiore a quello conseguito dal sistema scolastico, questi non si configurano come strumento di uguaglianza sociale, anzi avrebbero addirittura accentuato su alcuni piani la disparità culturale. Questo perché, mentre le persone di status più elevato mostrano una fruizione attiva, focalizzata, di ciò che leggono, ascoltano, guardano, quelle di status inferiore rivelano una elaborazione in gran parte passiva dei contenuti, essendo motivati essenzialmente da ragioni di distrazione e intrattenimento.
  • la spirale del silenzio: ipotizza che le persone esprimono (verbalmente) e manifestano (con l’azione), le proprie opinioni, nella misura in cui le percepiscono condivise dal gruppo sociale di appartenenza. Di conseguenza, secondo un processo che si alimenterebbe in maniera circolare, le opinioni coerenti alle credenze, ai costumi, ai valori dominanti, si diffondono più facilmente (la cosiddetta ‘opinione pubblica’), mentre quelle contrastanti passano sotto silenzio. Il fattore psicologico alla base di questo fenomeno, che agisce a livello individuale, sarebbe la paura dell’isolamento sociale: esprimere un’opinione diversa, o addirittura in conflitto con quella della comunità significa, infatti, prendere le distanze da quest’ultima, riducendo sia l’identificazione dell’individuo col gruppo, che il riconoscimento del gruppo nei confronti dell’individuo, e provoca inoltre il timore di incorrere in quelle sanzioni che la società può comminare ai devianti.

Dopo l’analisi di tutte queste teorie ed approcci, ci sembra opportuno interrogarsi su quanto sta avvenendo oggi nei dibattiti accademici e non, circa le problematiche inerenti la persuasione e il ruolo dei mass media. Gli anni Settanta, ed a maggior ragione gli anni Venti, sono ben lontani, e l’individuo come la scienza e gli studi hanno continuato il loro percorso. Eppure sembra che la maggior parte degli interessati e non, ritenga ancora che i fenomeni persuasori siano ben presenti tuttora. Ma allora vogliamo capire perché questi ‘eventi persuasori’ a volte funzionino e a volte no? Se fossero così devastanti perché la loro ‘presunta veridicità’ funziona ad intermittenza (ad esempio perché non basta solo la pubblicità per risollevare le sorti di aziende in difficoltà? perché non tutti comprano le stesse cose? perché un partito politico vince e un’altra volta perde? eccetera).

Ma davvero ognuno di noi è senza scampo nelle mani dei ‘persuasori occulti’ che ci lanciano frecce avvelenate impossibili da schivare?

È proprio così, o ci sono luoghi comuni e falsi miti che sono difficili da abbattere?

2. La Tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello

2.1. Il ‘recettore’ finalmente recepito

Attraverso tutti i modelli analizzati e grazie allo studio dello sviluppo delle varie teorie comunicative, abbiamo constatato come tutti gli autori e gli studiosi del Novecento, che si sono cimentati nello studio e nell’analisi del processo comunicativo, abbiano annullato le facoltà opinanti dei soggetti recettori (‘destinatari’, secondo il loro lessico) che, dunque, si ritrovano ad essere, loro malgrado, «inerti bersagli». Il principio del destinatario-target (bersaglio), infatti, nasce proprio nella cultura anglosassone che ribadisce il concetto sostanziale della teoria ipodermica che cioè basta esporre una persona a dei messaggi per avere un effetto su di essa. Ma davvero basta così poco, davvero bastano frecce ‘avvelenate’ per essere prima colpiti e poi affondati? Davvero i mezzi di comunicazione sono in grado di operare cambiamenti nei comportamenti e nelle personalità dei ‘destinatari’? Che cosa è successo alle teorie dell’antichità, che già avevano anticipato i concetti classici della comunicazione? È parere di chi scrive che, ipotizzando una linea temporale dell’evoluzione del processo comunicativo, si sia verificata una deviazione che partendo dai classici abbia subito una forte virata all’inizio del secolo appena trascorso. A pagarne le spese è stato proprio il ‘povero’ recettore, considerato incapace di difendersi e oggetto delle più bieche persuasioni. Ma davvero, a tutt’oggi, siamo target senza scampo?

Quello che ora ci interessa è, comunque, mostrare gli spunti presenti, ancora una volta, nella cultura classica medioevale, che più spingono in tal senso e che, secondo il grafico ipotizzato collegano l’antichità a Fattorello.

Prima di affrontare lo studio della Tecnica sociale e svelare, dunque, l’arcano, rituffiamoci nel passato per attingere a piene mani in quella cultura che, da sempre ci accompagna e ci aiuta a capire il presente.

Nel Medioevo, dunque, non si hanno, fondamentalmente, specifiche innovazioni sul piano teorico, rispetto all’antichità classica. Nella cultura dei secoli V-VI d.C. troviamo già la struttura che resterà classica per tutto il Medioevo, il trivium, cioè, composto da grammatica, retorica e dialettica. La retorica, la parte che più ci interessa, è relegata in secondo piano rispetto alle altre due, almeno dal punto di vista della ricerca filosofica.

Sul piano della diffusione, invece, la retorica non ha eguali e, soprattutto nei secoli XII-XIII assistiamo al fiorire di una vasta trattatistica sull’ars dictandi. Per citare le più famose: Ars Versificatoria di Matteo di Vendòme; Poetria Nova di Goffedro di Vinsauf; Parisiana Poetria di Giovanni di Garlandia.

Figura pagina 188

Fattorello (1947) Studio uditorio Tecnica Sociale Studio Soggetto recettore Communication Research TARGET SENZA SCAMPO (anni ’30) => Teoria degli effetti potenti (anni ’50) => Teoria degli effetti limitati (anni ’70) => Teoria degli effetti forti Oggi: Effetti potenti Aristotele Medioevo

2. La linea immaginaria della storia e dell’evoluzione del processo comunicativo.

In sintesi, il contenuto accuratamente esplicitato nelle loro pagine si può ricondurre alle regole già in voga nella tarda latinità e riassunte da Quintiliano nelle Istitutiones. Già nell’antichità, infatti, veniva dato per assodato (Platone ed Aristotele in primis) che, se scopo della filosofia e delle scienze era quello di ammaestrare, quello della retorica era di persuadere o, più esattamente, quello di scoprire i mezzi e le maniere per persuadere. Una bella intuizione, visto che sono ancora in molti, oggi, i tecnici dell’informazione a confondere le cose. Vedremo più avanti le conseguenze di questo assunto. In ogni caso appare chiaro che, come tecnica della persuasione (non occulta), era caratterizzata da un certo pragmatismo che ripetiamo:

  • Inventio: essa è, come dice Barthes, (35) più che una invenzione, una scoperta. L’inventio, infatti, deve insegnarci a trovare le prove, i mattoni attraverso i quali costruire il nostro discorso. È, dunque, una ricerca degli argomenti circa il tema da trattare, atti a convincere e a commuovere (la quaestio), attinti da un complesso di ‘luoghi’ (topoi). Nei primi tempi i topoi si presentavano come una serie di domande (ricordiamo l’esametro attribuito a Quintiliano?: Quis? Quid? Ubi? Quibus auxilis? Cur? Quomodo? Quando? = Chi? Che cosa? Dove? Con quali mezzi? Perché? In che modo? Quando?) e che poi si riempirono man mano di contenuti (luoghi comuni e strereotipi).
  • Dispositio: la sua funzione è quella di disporre in maniera efficace all’interno del discorso il materiale che proviene dall’inventio. Bisogna, dunque, disporre, gli elementi così riuniti, secondo un ordine generale del discorso. Anche se l’exordium, con l’iniziale captatio benevolentiae, è oggi in disuso, le odierne tecniche giornalistiche non si distinguono poi molto da questo antico ma efficace schema. Subito abbiamo la partitio, una sorta di sommario, (la prima frase dell’articolo “a prova di forbici”). C’è poi la narratio, in cui si riportano semplicemente i fatti; e dopo, la confermatio, in cui si espongono le opposte opinioni. Si ha, infine, un epilogus, che ricapitola le varie tappe e mira a portare il pubblico (allora solo in sala) dalla propria parte. La dispositio si interessava, oltre che delle parti del discorso, anche dell’ordine in cui dovevano essere disposti i fatti e le argomentazioni. Rispetto ai fatti, la tradizione classica imponeva di seguire l’ordine naturale, cioè quello della reale successione cronologica. Più tardi, soprattutto nel Medioevo, però, questa regola fu spesso violata, in modo da creare effetti narrativi particolari. In questi casi si parla di ordine artificiale. Riguardo agli argomenti, invece, sono tre i metodi di cui parla la tradizione: a) ordine crescente = dagli argomenti deboli a quelli forti; il vantaggio è che gli ultimi argomenti trattati si ricordino meglio b) ordine decrescente = dagli argomenti forti a quelli deboli; il vantaggio è il forte impatto del primo argomento c) ordine nestoriano o omerico (cosiddetto perché nel IV libro dell’Iliade36 Nestore pone al centro dello schieramento le truppe meno sicure) gli argomenti forti vengono disposti all’inizio e alla fine.
  • Elocutio: dopo il contenuto e la forma passiamo allo stile. Qui entriamo nel mondo delle figure e degli argomenti (colores retorici) del cursus e di tutto quello che faceva “il bello scrivere”. L’elocutio, nel corso del tempo, ha avuto un’importanza crescente, tanto da essere confusa spesso con l’idea stessa di retorica. Compito dell’elocutio è quello, dunque, di ‘confezionare’ le espressioni che verranno utilizzate. Essa, quindi, viene solamente dopo la selezione degli argomenti che verranno utilizzati (inventio) e la loro organizzazione (dispositio). Inizialmente l’elocutio non era così importante: essa appare solo dopo Gorgia mentre Aristotele le dedica solo una parte del III libro della Retorica. Allo stesso modo Quintiliano dedica molto più spazio all’inventio che non all’elocutio. Ma con la progressiva deriva letteraria della retorica era naturale che l’elocutio acquisisse un’importanza sempre maggiore, dovuta alla ricerca di espressioni più belle, accattivanti, raffinate. La tradizione ciceroniana riconosce quattro virtù dell’espressione. La principale è la ‘convenienza’ che consiste nello scegliere espressioni adatte al raggiungimento degli obiettivi dell’oratore. Questa convenienza si raggiunge essenzialmente attraverso le altre tre virtù, che sono 1) correttezza: cioè il rispetto della lingua, sia dal punto di vista grammaticale che lessicale 2) chiarezza: cioè la necessità di costruire un discorso comprensibile 3) l’ornatus: cioè la bellezza dell’espressione che proviene da vari mezzi e ornamenti. Ogni deviazione rispetto a queste virtù può essere un errore o una licenza. Se allora, facendo riferimento ai testi scritti, questo poteva essere giustificabile (chi leggeva, soprattutto nel Medioevo, era dotto), oggi è una vera sciocchezza e molti, come l’ex direttore trentennale dell’Ansa Sergio Lepri, si sono scagliati contro questa “letterizzazione” del fare informazione. (37) A ben vedere anche gli antichi c’erano in un certo senso arrivati. Cassiodoro, (38) infatti, nella prefazione delle Variae, distinguendo per i vari generi i tre stili, sommo, medio e umile, così si esprime: «Diversamente infatti bisogna parlare a persone rimpinzate da molte letture, o a gente di cultura mediocre, o a chi è del tutto digiuno di lettere, se si vuol persuadere; tanto che, a volte, è una forma di perizia letteraria evitare quello che piace ai dotti». Eccellente esempio di studio del soggetto recettore – o, se preferite di ‘segmentazione di target’ – e potrebbero, forse, imparare qualcosa i nostri giornalisti di politica interna, con i loro incomprensibili “bla-bla-bla”.

Il punto che ci appare fondamentale, dopo questa ennesima dissertazione, tuttavia, si incentra proprio sui due personaggi della cultura antica e medioevale che più hanno intuito ciò che noi, partendo dalla formula ideografica del Prof. Francesco Fattorello, affermiamo ed analizzeremo tra poco.

Parliamo di Aristotele, di cui riprenderemo alcuni concetti, e Guglielmo da Ockham. Niente di azzardato in questa interpretazione; nel primo caso seguiremo fedelmente Umberto Eco39 e, nel secondo, ci rimettiamo ai logici e ai linguisti del XX secolo che hanno esaltato il nostro Ockham40 come un brillante pensatore, riportandolo in auge dopo secoli di oblio.

2.2. Francesco Fattorello: la via italiana alla comunicazione

3. Francesco Fattorello (foto pag 193)

Francesco Fattorello nacque a Pordenone il 22 Febbraio 1902 da Carlo, docente e direttore del Collegio “Toppo Wasserman” di Udine, e Maria Coromer. Laureatosi in Giurisprudenza, indirizzò i suoi studi verso la storia culturale della sua regione, pubblicando su questo argomento numerosi volumi, tra i quali Storia della Letteratura Italiana e della cultura nel Friuli (Udine 1929), Cultura e Lettere in Friuli nei secoli XXIII e XV (ibid. 1934), La cultura del Friuli nel Rinascimento (ibid. 1938). A questo ambito di interessi appartiene anche il profilo critico di Ippolito Nievo (I. Nievo, Bologna 1924), autore del quale continuò in seguito ad occuparsi curandone un’edizione di Lettere (Udine 1932). Al genere del ritratto critico-biografico il Fattorello si era in precedenza già dedicato tracciando i profili di Tommaso Grossi (ibid. 1922), Massimo D’Azeglio (ibid. 1923), A. Fogazzaro (ibid.) e quelli di A.S Novaro, S. Slataper, C. Stuparich e G. Borso raccolti nel volume Eroi e Poeti (ibid. 1930).

In campo letterario è da segnalare anche la sua attività di saggista in periodici e riviste di cui fu anche l’ideatore. Nel 1923 fondò e diresse la Rivista Letteraria delle Tre Venezie pubblicata fino al 1927; in seguito fondò la Rivista Letteraria (1929-1938).

Ad un altro ambito di interessi, il giornalismo, il Fattorello si dedicò per tutta la vita, non solo in qualità di giornalista (già a partire dal ’26 era stato collaboratore del Corriere Padano), ma anche e soprattutto in qualità di teorico, particolarmente impegnato nel costruire e definire, sul piano scientifico come su quello istituzionale e accademico, i caratteri e le competenze di una figura professionale [è stato il primo in Italia a teorizzare e volere una ‘scuola’ o un corso di laurea adatto ai giornalisti, Nda].

Fu direttore dell’importante periodico Il Giornalismo (1939-1942) del cui comitato direttivo facevano parte E. Amicucci e F. Mezzasoma. Attraverso la rivista, il Fattorello manifestò il proprio sostegno all’istituzione di scuole di giornalismo da affiancare ai corsi di storia del giornalismo tenuti nelle facoltà universitarie italiane di Scienze Politiche. Nel primo numero della rivista scriveva: «non è proprio pacifico che le due istituzioni, quella professionale e quella universitaria, debbano restare separate; non è detto che non possano collaborare insieme e che l’una non debba trarre dall’altra elementi indispensabili per il proprio funzionamento e per perseguire i propri fini» (Le scuole Professionali e gli istituti Universitari di Giornalismo, 73).

All’epoca il Fattorello era già uno dei pochi docenti italiani incaricati della cattedra di Storia del giornalismo, attività che aveva svolto, primo in Italia, dal 1928 presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste (il Corso libero era stato autorizzato dal Ministero delle Corporazioni e da quello della Pubblica Istruzione), e dal 1934 presso la medesima facoltà dell’Università degli studi “La Sapienza” di Roma. In questa città (dove il Fattorello si trasferì da Udine dopo la seconda guerra mondiale con la moglie Cosima Fischetto), fondò e diresse, dal 1947 in poi, l’Istituto Italiano di Pubblicismo, con sede presso la Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche e attuariali. L’Istituto svolse una duplice attività : da un lato si dedicò alla formazione professionale, dall’altro all’approfondimento e allo studio sociologico del fenomeno secondo l’interpretazione che lo stesso Fattorello aveva elaborato nella sua Introduzione alla Tecnica Sociale dell’Informazione. I punti del programma furono realizzati con l’istituzione di due scuole: il corso propedeutico alle professioni pubblicistiche e la scuola di tecniche dell’informazione (già scuola di pubblicistica applicata alle tecniche dell’informazione). L’Istituto promosse inoltre la costituzione del Centro Nazionale per gli Studi sull’Informazione, fondato a Roma nel Dicembre 1956 e anch’esso attivo fino al 1975, presieduto dal Fattorello. Il Centro sorse nel quadro della collaborazione internazionale promossa in questo settore dall’Unesco41 per facilitare lo scambio tra istituti specializzati e studiosi, ed era naturalmente legato all’attività del Fattorello in quanto vicepresidente del Comitato per l’Informazione della Commissione Nazionale dell’Unesco (presso il quale il Centro aveva sede a Palazzo Firenze), nonché vicepresidente (dal 1964 al 1981) dell’Aieri (Association Internazionale Etudes et Recherches sur l’Information) fondata a Parigi, nel 1957, sotto gli auspici dell’Unesco, e Presidente della Commissione per lo studio dei problemi relativi alla formazione professionale dei giornalisti.

L’Istituto Italiano di Pubblicismo e il Centro produssero rispettivamente le seguenti pubblicazioni periodiche: il primo la rivista semestrale Saggi e Studi di pubblicistica (1953-1972), il secondo la rivista Notizie e Commenti (1957-1975) e la pubblicazione annuale Bibliografia Nazionale sull’Informazione, compilata a cura di una commissione costituita oltre che dal Fattorello, anche da R. Frattarolo, O. Pinto e B. Balbis.

Nella sua lunga carriera di insegnante, il Fattorello fu anche docente (e membro del Consiglio di amministrazione) del Centre International pour l’enseignement supérieur du journalisme dell’Università di Strasburgo e professore di Sociologia delle Comunicazioni presso la Scuola di perfezionamento in Sociologia e Ricerca Sociale alla Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche Attuariali dell’Università degli Studi ‘La Sapienza’ di Roma. Il Fattorello poi fu legato a numerosi istituti e accademie: ricordiamo, fra le altre, le sue qualifiche di membro effettivo del Centro Nazionale di Difesa e Prevenzione Sociale e dell’Istituto Internazionale di Sociologia, di socio corrispondente della Deputazione di Storia patria per le Venezie, di Presidente dell’accademia di Scienze e Lettere di Udine e del R. Istituto del Risorgimento presso la Consulta Provinciale di Udine. Della sua attività di studioso della storia del giornalismo italiano, ci restano numerose opere tra le quali ricordiamo: Le origini del giornalismo moderno in Italia (Udine 1929), Il Giornalismo Veneziano nel ’700 (ibid. 1932), Il Giornalismo Italiano nei periodi della sua storia (ibid. 1935), Il Giornalismo Italiano dalle origini agli anni 1848-49 (ibid. 1937), Notizie per una bibliografia del Giornalismo (ibid. 1936-38), Il Giornalismo Italiano (ibid. 1941).

Terminata la sua lunga carriera universitaria si era di nuovo trasferito a Udine, dove dopo una lunga malattia, morì il 3 Ottobre 1985. (42)

Alla sua scomparsa l’Istituto Italiano di Pubblicismo prende il nome di Istituto “Francesco Fattorello” che per espressa volontà dello studioso e con il consenso degli eredi, affida [allo scrivente] prof. Giuseppe Ragnetti, la grande responsabilità di continuare la tradizione scientifica e didattica di uno dei massimi studiosi dell’informazione e della comunicazione.

L’Istituto prosegue in forme e strutture adeguate ai tempi la diffusione dell’impostazione teorica fattorelliana promuovendone la conoscenza a tutti i livelli: a conferma di tale impegno è l’attività didattica ininterrottamente proseguita, ormai da settanta anni, in varie sedi italiane e internazionali […] La tecnica Sociale nel contesto internazionale ha acquisito sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica per tutti i ‘maestri della comunicazione’: possiamo tranquillamente affermare che oggi l’approccio mondiale alla comunicazione scaturisce dalla visione largamente anticipatrice di Francesco Fattorello. (43)

2.3. La Tecnica sociale dell’informazione

Come esiste una tecnica industriale per operare sui materiali, così possiamo servirci di una tecnica sociale per agire sulla opinione degli uomini: la tecnica sociale dell’informazione. Già questa prima definizione della “tecnica sociale” ci permette di entrare a pieno titolo nel cuore del nostre discorso: quello su cui possiamo agire sono le opinioni della gente non sul loro comportamento. Il processo comunicativo, secondo la teoria fattorelliana, si caratterizza per l’adesione di opinione che il soggetto recettore dà al soggetto promotore. Egli sceglie liberamente di aderire alla formula proposta dal promotore proprio perché è un soggetto e non un target, dotato di facoltà opinanti e della stessa dignità posseduti dal promotore. La tecnica, infatti, è definita da Fattorello “sociale” perché non ha nulla a che vedere con l’inconscio e con la determinazione dei comportamenti umani, ma considera le opinioni, materia prima del tecnico dell’informazione e di tutto quello che concerne la socialità, l’acculturazione e le pratiche della comunità in cui l’individuo è inserito (approfondiremo tale concetto quando parleremo dell’opinione). Il fenomeno dell’informazione risulta essere, pertanto, di carattere sociale e rientra tra le manifestazioni degli uomini che sono, per natura, inclini all’associazione.

È assurdo pensare alla persuasione occulta o alla semplice persuasione come fenomeno in grado di smuovere la profondità dell’animo umano. Non vi è nulla che appartenga a ‘tecniche magiche’ psicologiche in grado di poter fare ciò. L’unico riferimento all’aspetto psicologico è quello rappresentato dallo studio del “soggetto recettore” (Sr) in quanto soggetto, persona opinante dotata di un suo filtro percettivo, l’apertura o la chiusura del quale, restano saldamente in mano al soggetto medesimo.

Ripetiamo: non vi è, dunque, persuasione né palese né tantomeno occulta, ma adesione di opinione perché vi è libertà di accordare o meno il consenso al messaggio ‘informato’ dal promotore. Il recettore, pertanto, non è più oggetto passivo della comunicazione ma diviene a sua volta un soggetto opinante che interagisce sempre e comunque con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale. Il (Sr) è protagonista anche perché è lui oggetto di studio da parte del promotore affinché quest’ultimo possa mettere in forma un messaggio adattandolo il più possibile al (Sr) stesso, nel tentativo di ottenere un’auspicabile convergenza sull’informazione/interpretazione proposta. Ma andiamo per ordine ed analizziamo la formula ideografica in cui si concreta la Tecnica sociale dell’informazione:

Come si svolge il processo di informazione? Il soggetto promotore della comunicazione (Sp) attiva un rapporto con il soggetto recettore (Sr) usando un particolare mezzo (M) attraverso il quale trasmette una sua opinione (O), un suo modo di rappresentare un fatto di cronaca, un prodotto, un progetto, un’idea. Questo fatto, che è ciò di cui si parla (X), cioè la materia del processo di informazione resta fuori, come abbiamo già detto, dal processo stesso.

Figura pag 197

4. La formula ideografica.

X) M Sp Sr O X) => Fatto Sp => Soggetto Promotore Sr => Soggetto recettore O => Formula d’opinione M => Mezzo 5. Rappresentazione grafica dei processi d’informazione. X) M MM OO O Sp Sr-Sp Sr-Sp Sr-Sp….

Chi, ad esempio, deve riferire al proprio superiore il dibattito che ha avuto corso in una riunione, non pone tra sé e il suo destinatario l’evento accaduto (X), ma solo la propria relazione su quell’evento; una relazione (O), alla quale egli affida il compito di creare nel suo interlocutore una particolare immagine dell’evento. Questa interpretazione della comunicazione viene, dunque, a superare l’idea tradizionale di un soggetto che trasmette ed uno che riceve, ponendo l’accento sulla complessità sociale del fenomeno comunicazionale: infatti i due termini sono entrambi soggetti di comunicazione, non solo perché il promotore trasmette non un fatto ma una sua rappresentazione soggettiva cioè una sua interpretazione, ma anche perché il recettore non si limita a ricevere quella interpretazione, ma la elabora a sua volta per ritrasmetterla ad altri, così rielaborata e reinterpretata, cioè per farsi a sua volta promotore di comunicazione.

figura pag 197

5. Rappresentazione grafica dei processi d’informazione

Ma l’aspetto più rilevante della natura del fenomeno è che i processi di rielaborazione dei due soggetti risultano dello stesso tipo, in quanto la formazione delle opinioni è la risultante delle stesse dinamiche sociali, in continua evoluzione, che scaturiscono dalla condivisione dello stesso ‘modo’, delle stesse sollecitazioni indotte dal comune ambiente esterno. Studiare la comunicazione diventa, allora, analizzare le caratteristiche dell’habitat culturale e delle strutture conoscitive con le quali i soggetti interagiscono nel ruolo di protagonisti della creazione continua di rappresentazione della realtà. Siamo, dunque, ben lontani da quegli individui a cui si riferiva Umberto Eco negli anni sessanta nel suo celebre Apocalittici e integrati44 in totale balia del bombardamento dei mass media che determinano in loro una sorta di regressione psichica, un conformismo spinto, una ottenebrata passività. No. Qui ci troviamo in una visione ben diversa nella quale gli individui, interagendo tra di loro, si scambiano frammenti dei loro mondi conoscitivi che sono il frutto delle loro continue elaborazioni personali e delle pulsioni della loro convivenza sociale. Gli stessi mezzi di comunicazione, nella teoria di Fattorello, non sono scindibili da questa visione in quanto strumenti dotati di uno specifico linguaggio; linguaggio che non è una caratteristica a sé stante ma è legato al tipo di recettore al quale prevalentemente si rivolgono. Allo stesso modo i recettori della comunicazione non sono considerati solo nelle loro dimensioni quantitative che ne limitano ovviamente la loro recettività, ma anche secondo il loro diverso grado di disponibilità all’informazione che ricevono.

Analizziamo i termini singolarmente.

2.4. La (X)

La (X) da sempre rappresenta un’incognita, qualcosa o qualcuno che non si conosce. Anche nei processi di informazione equivale a ciò che è oggetto di un’informazione. Sia esso un fatto, un’ideologia, un prodotto, eccetera. La (X) «rappresenta la materia che è oggetto del processo d’informazione. La lettera è accompagnata da una parentesi che sta ad indicare come il fatto, l’ideologia, il personaggio di cui si parla resta fuori dal processo». (45) Quello che realmente interessa, durante lo sviluppo del processo di informazione, è lo studio del soggetto recettore e del mezzo più efficiente per comunicare e far capire ciò di cui si parla. Perché in un rapporto di comunicazione l’insuccesso e quindi l’inefficacia di un qualsiasi messaggio, risiede nel comunicare senza essere capiti.

2.5. Il Soggetto promotore (Sp)

È colui che trasmette non un fatto ma la ‘forma’ che ha dato a ciò che ha informato, ovvero interpretato o manipolato e viene definito soggetto promotore. ‘Soggetto’ perché in prima persona è il promotore di un’informazione o meglio di un’interpretazione, appunto, di un fatto con cui cerca di entrare in comunione con altri.

In qualsiasi situazione, sia essa una comunicazione in ambito familiare o lavorativo o diversamente a livello mondiale, il soggetto promotore esprime sempre un proprio pensiero, in merito a qualcosa. Anche quando è richiesta l’obiettività assoluta, che non esiste perché non può esistere. Ogni uomo come soggetto opinante è portato ad opinare su tutto, anche su ciò che non conosce. Questo significa che nella soggettività dell’informazione risiede il suo valore e che l’informazione sta nel gioco delle interpretazioni. In questo risiede la grande innovazione degli studi fattorelliani. Considerando che ciascuno di noi ha una propria visione del mondo, creata in base alle esperienze e al bagaglio socio-culturale, è facile capire il perché ciascuno interpreti uno stesso fatto a modo proprio. Qui subentra il discorso della percezione, cui abbiamo accennato prima, che riguarda sia il (Sp) sia il (Sr), dotati entrambi di filtro percettivo che consente di filtrare gli stimoli esterni e di permettere solo ed esclusivamente a quelli conformi alla sua specificità di individuo, dovuta alla sua acculturazione, di entrare. La percezione, infatti, è il processo attraverso cui elaboriamo gli stimoli provenienti dall’ambiente, in modo per noi significativo e utile a rappresentare/ definire il nostro rapporto con l’ambiente esterno; è il filtro tra noi e il mondo. Attraverso meccanismi di filtro percettivo ognuno di noi determina la propria ‘mappa del mondo’ ma la mappa non è il territorio, non rappresenta il mondo oggettivo poiché tutti costruiamo una mappa personale in modo inconsapevole, condizionato ed automatico attraverso un’opera di selezione, cancellazione deformazione e generalizzazione. In sostanza, realizziamo tutto ciò in base alle nostre esigenze e alle funzioni d’uso, e le mappe di ognuno di noi sono diverse da tutte le altre in virtù di questo fortissimo imprinting personale. È chiaro, quindi, come sia impossibile interpretare e trasmettere oggettivamente un fatto. Tutto ciò vale, anche, per chi riceve l’informazione.

2.5.1 Il fenomeno della percezione

È doveroso fare ulteriori approfondimenti sul fenomeno della percezione prima di continuare con la teoria fattorelliana.

La percezione consiste nell’assegnare un significato agli stimoli provenienti dagli organi di senso e nell’attribuire ad essi un valore. Nel corso del tempo si sono sviluppate varie teorie circa il fenomeno percettivo:

  • Teoria empirista di Helmhotz: la percezione è la somma di sensazioni elementari, integrate dalle informazioni apprese in precedenza. Gli stimoli attuali vengono interpretati in base alle esperienze passate;
  • Teoria della Gestalt: gli psicologi della Gestalt avevano un approccio globalistico alla realtà e rifiutarono la frammentarietà di Helmhotz. La percezione, dunque, non è cumulativa e non è influenzata dal passato, ma si compie all’istante in base alla distribuzione degli stimoli, ai loro rapporti e ai ‘principi di unificazione’. Ad esempio tanti segmenti posti uno dopo l’altro vengono unificati in virtù della loro vicinanza.
  • Movimento del New Look of Perception: la percezione è influenzata dal significato emotivo dello stimolo. I bambini poveri percepivano come più grande una moneta rispetto ad un disco di carta di pari dimensioni, perché la loro condizione economica difficoltosa li portava a sopravvalutare stimoli in contrasto con essa (moneta) rispetto a quelli neutri (disco).
  • Teoria ecologica di Gibson: la percezione non è atomistica, né globalistica, né motivazionale. In un ambiente vengono colti di preferenza stimoli che si presentano al raggiungimento di un fine, cioè proprietà strumentali di un oggetto, come commestibilità, percorribilità.

A queste teorie psicologiche si arriva grazie a tutto un discorso di natura filosofica sviluppatosi nel corso del tempo le cui origini, secondo una prospettiva moderna, risalgono ai primi decenni del secolo diciannovesimo allorquando il filosofo francese Auguste Comte diede inizio ad una nuova scuola filosofica, che denominò ‘positivismo’, che si prefiggeva di applicare allo studio del comportamento umano i metodi empirici delle scienze naturali. Secondo Comte lo studio del comportamento sarebbe dovuto diventare una branca delle scienze biologiche e le leggi che governano la mente sarebbero dovute derivare dall’osservazione. Nello sviluppo di questa linea di pensiero Comte fu influenzato dagli empiristi inglesi John Locke, George Berkeley e David Hume, che sostenevano che la conoscenza derivava dall’esperienza sensoriale.

Il termine percezione venne usato anche dai filosofi Cartesio, (46) Leibniz e altri pensatori moderni per designare ogni atto di conoscenza. In questo significato più ampio è oggi però usato solo il verbo corrispondente (per esempio: ‘percepire’ la verità di una proposizione). Assai più diffuso è, invece, il senso più ristretto del termine, introdotto dagli stoici e poi conservatosi nel corso di tutta la storia della filosofia: quello di atto o funzione di conoscenza che si riferisce immediatamente a un oggetto reale, sia esso mentale o fisico. Quando il termine viene usato in questo secondo significato si distingue generalmente percezione da sensazione: la percezione è un processo conoscitivo complesso che comprende, unificandole, una molteplicità di sensazioni (intese come fatti o dati elementari della coscienza sensibile) e le riferisce a un oggetto distinto dal percepire e dagli altri oggetti. È questo il concetto di percezione esterna, da cui si suole distinguere la percezione dei propri stati interiori (sebbene l’uso dell’espressione ‘percezione interiore’ sia oggi piuttosto raro). Della conoscenza percettiva si hanno sostanzialmente due interpretazioni: quella empiristico-associazionistica, che considera la percezione un prodotto dei meccanismi dell’associazione psicologica (Hume (47) e Mill (48); e quella trascendentalistica, che vede, invece, nella percezione un prodotto della spontaneità del soggetto giudicante: l’oggetto della percezione è una elaborazione dei dati sensoriali operata dalla coscienza secondo forme a priori.

Estensione di questa interpretazione kantiana è quella idealistica che, abbandonato ogni riferimento al materiale esterno, concepisce il rapporto tra sensazione e percezione come la tappa iniziale dello sviluppo dello spirito da forme di conoscenza astratte e povere a forme sempre più ricche e concrete (così in Hegel e nella tradizione neohegeliana). Contro l’interpretazione associazionistica si pronunciarono, alla fine del secolo scorso e all’inizio del nostro, varie scuole che peraltro non condividevano neppure l’interpretazione idealistica: in particolare il pragmatismo (Peirce e James), il neorealismo (Whitehead), lo spiritualismo evoluzionistico (Bergson), la fenomenologia (Husserl). Questi indirizzi, e soprattutto la corrente fenomenologia, prepararono in tal modo il terreno alla Gestalt Psychologie, o psicologia della forma, che condusse un attacco a fondo contro l’associazionismo largamente diffusosi nell’ambiente positivistico e recepito dai primi manuali di psicologia. Gli psicologi della forma sostengono, come abbiamo già detto, che nella percezione si ha coscienza immediata di un tutto strutturato, il cui comportamento non è determinato dai suoi supposti elementi, ma da leggi strutturali interne al tutto. La percezione non si sviluppa, dunque, per una sintesi di elementi atomici o di sensazioni particolari, che risultano essere pure entità immaginarie, astrazioni artificiali e teoriche costruite dall’intelletto filosofico. La psicologia della forma confortò queste sue critiche con una serie imponente di prove sperimentali, in base alle quali cercò anche di determinare le condizioni dell’apparire delle forme o totalità e le leggi delle loro trasformazioni. Il limite della Gestalt, più volte rilevato, sembra però essere quello di intendere la percezione come qualcosa di autosufficiente, senza tenere conto delle ‘prestazioni’ del soggetto percipiente in cui occorre reintegrarla; è questo il punto di vista del ‘funzionalismo percettivo’ sviluppatosi verso la metà del nostro secolo (Bruner, Postman, Allport). Pur facendo propria la critica gestaltica dell’associazionismo, esso sottolineava le disposizioni soggettive, i bisogni, i fini, ecc, come fattori codeterminanti l’atto percettivo. In questo quadro si è poi molto insistito sul carattere ipotetico della percezione: le percezioni sono punti di vista, ipotesi, sull’oggetto, suscettibili di modificazioni, approfondimenti, correzioni. Su questa scuola ebbe larga influenza il pragmatismo americano per la sua interpretazione della vita psichica come ‘transazione’ tra organismo e ambiente. L’atteggiamento oggi prevalente tende a sviluppare questi punti di vista sul piano strettamente sperimentale e in ambiti rigorosamente delimitati che non pretendono di pervenire a visioni d’insieme ed esaustive.

2.6 Il mezzo (M)

Nella Tecnica Sociale il mezzo riveste un ruolo fondamentale poiché si collega in modo indissolubile a tutti gli altri punti della formula ideografica. Se non si considera, infatti, il mezzo più adatto per raggiungere il (Sr) di una comunicazione, non si possono ottenere risultati efficaci. Il metodo utilizzato diventa, dunque, la base del risultato. Di qualunque genere esso sia (tecnologico, verbale eccetera) un mezzo risulta essere lo specchio della società che lo esprime, strumento di formazione delle opinioni. Come queste, quindi, è sensibile al cambiamento e le sue innovazioni sono continue.

Il mezzo ha un proprio linguaggio. Parla la lingua del recettore a cui si riferisce, o meglio, così dovrebbe essere in una corretta comunicazione. Tuttavia bisogna porre attenzione a non confondere le prerogative del messaggio con quelle del mezzo e non attribuire quest’ultimo responsabilità che non gli competono. Proprio perché si tratta di un mezzo, infatti, di uno strumento, la sua funzione resterà sempre e comunque “funzione d’uso”, al servizio dell’opinione che si vuole accreditare. Il mezzo non è il messaggio, al contrario di quanto affermava il sociologo canadese McLuhan. (49)

2.7 Il Soggetto recettore (Sr)

Il soggetto recettore è anche lui definito ‘soggetto’ perché non ascolta passivamente le informazioni che gli vengono proposte, bensì, attraverso la sua mappa personale, le percepisce, le interpreta e a sua volta le trasferisce ad altri. Con la messa in atto di un processo di informazione, infatti, hanno inizio le responsabilità sociali di un informatore, che dà avvio ad una catena di rapporti di informazione che può svilupparsi senza soluzioni di continuità. Per questo motivo se il promotore trasmette un messaggio interpretando la realtà così come il recettore l’avrebbe vista, ottiene il suo scopo, che è quello dell’adesione d’opinione.

È proprio sul soggetto recettore che la Tecnica sociale dell’informazione accentra il suo interesse. L’informazione pubblicistica è rivolta, infatti, ad un tipo di recettore che non è né un gruppo fortemente connotato né una folla indistinta, ma un tipo di persone riconoscibili all’interno di un segmento di pubblico soggetto allo stesso mix di dinamiche emotive e razionali, differentemente da quanto avviene per l’informazione di tipo non contingente, (50) che si rivolge ad un pubblico più qualificato e omogeneo, la cui ricettività, lenta e graduale, segue prevalentemente percorsi di tipo logico-razionale. L’analisi, quindi, del soggetto recettore dell’informazione pubblicistica dedica una particolare attenzione alla ricettività di tipo qualitativo dei recettori, connessa con una eterogeneità culturale che richiede perciò da un lato l’uso delle metodologie statistiche e sociologiche, dall’altro le ricerche motivazionali per andare ad individuare le motivazioni culturali e il grado di conformismo sociale. Le dinamiche, quindi, in cui è immerso il recettore dell’informazione pubblicistica non attengono solo alla sfera della razionalità cosciente e a quella delle pulsioni inconsce, ma sono costituite in misura rilevante anche da queste forze esterne di polarizzazione delle opinioni. Se, dunque, il successo teorico di una informazione di tipo pubblicistico si ha nel caso limite in cui l’adesione di opinione del recettore all’opinione che il promotore gli propone sia totale e completa, in pratica dovrà puntare all’obiettivo di posizionare questo ‘fattore di conformità’ sulle adesioni di opinione della maggioranza del nostro pubblico.

L’efficacia dell’informazione, infatti, non può essere misurata solo con i criteri mediati dalla psicologia, in quanto le reazioni emotive e inconsce dell’individuo non sono scindibili dai condizionamenti che egli subisce per il fatto di appartenere al gruppo al quale il messaggio è rivolto. E questo aumenta le difficoltà della misurazione, inducendo il rilevatore a ricorrere anche alle tecniche proprie della psicologia sociale. Ma nella Tecnica sociale di Fattorello l’attenzione dedicata al recettore non opera nella direzione di isolarlo dal contesto del processo informativo, anzi l’interazione tra i vari fattori del processo è molto intensa perché ciascuno dei termini del rapporto di informazione condiziona tutti gli altri. Dal promotore, che sceglie lo strumento più efficace, configura il suo messaggio per ottenere l’adesione all’opinione a cui mira e si deve adeguare al suo recettore; allo strumento, che impone al promotore il rispetto di certe regole tecniche legate alle proprie caratteristiche, e che si deve adattare alla configurazione del contenuto dell’informazione e obbliga il recettore ad usare quel tipo di ricettività necessaria per comprendere il linguaggio tecnico proprio delle sue caratteristiche; al contenuto, che porta nel processo di informazione la forma che gli ha dato il promotore e condiziona la scelta dello strumento da usare; fino al nostro recettore che obbliga il promotore ad accertarne i processi conoscitivi, le attese e i condizionamenti del suo essere parte di un pubblico destinatario dell’informazione.

Questa rete di reciproche influenze tra i vari elementi del processo rende perciò la nostra tecnica sociale ben diversa dalla teoria generale delle comunicazioni e dalla famosa formula di Lasswell. Evidenziando solo gli aspetti più macroscopici, si nota che da un lato il modello del sociologo americano prescinde dal simbolo (X), cioè dalla dinamica fattorelliana che attribuisce un’ampiezza e una complessità ben diverse all’oggetto della comunicazione, che non è una informazione asettica ma un messaggio caricato dal meccanismo dell’opinione che trasforma il recettore in soggetto attivo non solo nella fase di decodifica del messaggio ma anche in quanto, inserito nella dinamica sociale , egli dà vita successivamente a quella reazione a catena diventando egli stesso soggetto promotore dell’informazione ricevuta, interpretata e modificata dalla propria opinione. In secondo luogo si nota l’assenza, nel modello di Fattorello, dell’elemento ‘efficacia’ della comunicazione attivata. Non si tratta certo di una dimenticanza, ma piuttosto della volontà di confinare, in senso rigorosamente scientifico, l’effetto del messaggio al di fuori del rapporto di informazione, come elemento quindi che non entra in quella dinamica vitale di reciproche interrelazioni che abbiamo osservato prima.

È questo il motivo per il quale le accentuate dinamiche della Tecnica sociale, cioè immediata e contingente, consentono di dare spiegazioni sul fenomeno della formazione dell’opinione pubblica (quella cioè che si forma all’interno di un certo raggruppamento sociale intorno ad un particolare tema), che non è considerata come un qualcosa di statico che si può fissare in uno schema di analisi sempre uguale, ma viene interpretata appunto come processo di polarizzazione di opinioni in continua trasformazione secondo certe dinamiche note e misurabili. E la capacità di misurare il fenomeno sociale dell’informazione scaturisce proprio dalla sua bidirezionalità, cioè dal fatto che esso viene considerato come la risultante sia delle interpretazioni soggettive che il promotore dà sull’oggetto dell’informazione, sia delle interpretazioni altrettanto soggettive che il recettore dà a sua volta all’interpretazione del promotore. E queste soggettività che si ripetono all’infinito non sono causali e legate ‘psicanaliticamente’ alle dinamiche interne della coscienza dell’individuo ( il mondo delle sue pulsioni e della sua emotività personale), ma sono ordinate da quelle circostanze della vita sociale, del condividere la stessa visione del mondo e appartenere allo stesso habitat culturale, che formano le attitudini che ci portano a reagire alle opinioni che riceviamo con altre opinioni.

La comunicazione, concludendo il discorso sul soggetto recettore, ha successo quando chi si fa promotore di un processo d’informazione capisce esattamente quello che i suoi soggetti recettori vorrebbero sentire. Questi ultimi, a loro volta, lo comunicano diventando promotori di una nuova comunicazione. L’obiettività, quindi, è la negazione dell’informazione, perché informare equivale a dare il proprio punto di vista.

2.8. Approfondimenti sulla Tecnica Sociale

Ritornando alla formula ideografica, possiamo notare soprattutto due cose, rispetto alle teorie moderne della comunicazione che abbiamo già analizzato. Prima di tutto, la presenza nel processo di informazione del (Sr) ovvero soggetto recettore, elemento attivo a pieno titolo, chiamato appunto ‘soggetto’ e non emittente o target proprio perché rappresenta ognuno di noi nel processo di informazione, dotato di facoltà opinanti, in grado di reagire e non di subire il messaggio. Notiamo poi la presenza della (X) che rappresenta l’oggetto, il fatto, il motivo per cui il promotore mette in atto il processo d’informazione (l’incidente ferroviario, la nuova auto da lanciare sul mercato, eccetera). La (X) però resta fuori dal processo stesso perché la realtà così com’è non può entrare, esiste nella misura in cui il promotore la informa cioè le dà forma. Spiegheremo bene nel prosieguo. Nel processo, quindi, entra la realtà vista dagli occhi del promotore che la informa e la invia al soggetto recettore attraverso la (O) che è la formula d’opinione cioè ‘l’abito’ che il promotore mette alla (X), che così come è, nuda e cruda, proprio come un pezzo di creta informe e freddo. ‘L’abito’, ovvero la formula d’opinione proposta dal promotore, deve essere ‘cucito’ e realizzato in base al soggetto recettore. Il recettore, dunque, condiziona tutto il processo d’informazione perché il promotore per avere adesione alla formula da lui proposta (azzardiamo e diciamo per persuadere il recettore) deve confezionare la stessa in base ai ‘gusti’ del recettore o, per esprimerci in termini più consoni, diciamo che la realtà per presentarsi in pubblico ha bisogno di indossare un ‘abito’ su misura o, meglio, a misura del gusto, dell’interesse, delle attitudini, in un sola parola dell’acculturazione del suo soggetto recettore. Ecco svelato l’arcano: non esiste la persuasione! Paradossalmente per ottenere adesione d’opinione dobbiamo dare al (Sr) quello che lui vuole, solo allora incontreremo il suo accordo, otterremo, dunque, la sua adesione alla formula da noi proposta. E ancora, per meglio capire come avviene tutto ciò:

Affinché la trasmissione dal primo al secondo termine diventi operante è necessario che la forma immessa nel processo abbia una tale ‘carica sociale’ da determinare quell’adesione di opinione che ci proponiamo di ottenere dal recettore. La carica di forza sociale dipende anche dal ‘fattore di conformità’, il quale deve essere tale da raggiungere il recettore nel punto di maggiore sensibilità: ciò si ottiene con un adeguamento ai suoi desideri oppure alla sua curiosità. Il massimo successo di un’informazione dell’ordine pubblicistico si avrà quando il recettore sarà portato a quella adesione di opinione (sulla opinione che il promotore gli propone) che potrà dirsi integrale e completa, ma questo potrà essere solo un caso limite. […] Potremo, dunque, ritenere di aver ottenuto già un notevole successo se sul nostro fattore di conformità convergeranno le adesioni di opinione della maggioranza. Dovremo questo successo non solo alla forma data, come già detto, a ciò che è oggetto di informazione, ma anche al ‘fattore di conformità’. Il fenomeno è stato da noi indicato col termine di ‘polarizzazione delle opinioni’. (51)

Il fattore di conformità è un altro elemento fondamentale per quanto riguarda l’adesione di opinione. Per capire in maniera diretta cosa sia il fattore di conformità, basta riflettere sulla vincita delle elezioni politiche americane (novembre 2004: rivince George W. Bush). Il candidato favorito dagli elettori USA sembrava essere John Carry, fino alla messa in onda di un video di Al Queda. Il leader del gruppo terrorista, Bin Laden, ha ricordato agli americani che i suoi obiettivi statunitensi persistevano, così come il suo odio per l’America. Questo è bastato a risvegliare negli animi statunitensi paura e terrore, davanti ad una situazione che soltanto George Bush avrebbe saputo continuare ad affrontare. Ecco il motivo della sua vittoria. Quindi è sufficiente una distribuzione pianificata e conformata per determinare una pressione che, esercitata sugli individui, determina un’adesione pressoché unanime verso un’opinione. I più comuni fattori di conformità risultano essere la ragione, i valori, l’opinione della maggioranza, l’interesse comune, gli stereotipi, perché ci si illude di avere delle opinioni sulle cose del mondo, ma in realtà è solamente sulla rappresentazione di esse che le opinioni si formano e vengono poi giudicate. Sono questi stereotipi a costituire una vera e propria forza di persuasione.

Un altro aspetto su cui la teoria fattorelliana ci fa riflettere e che caratterizza il giornalismo moderno è il problema dell’obiettività. Ebbene, l’obiettività non esiste perché, ripetiamo, la realtà non esiste, esiste la visione che ognuno di noi ha della realtà che è figlia della nostra acculturazione, di tutto il nostro vissuto sociale e psicologico. Vediamo quello che vogliamo vedere e nessuno stimolo uguale è percepito da tutti allo stesso modo, proprio perché ognuno di noi è diverso dall’altro ed ha un proprio vissuto culturale ed emozionale. Ed ecco, sempre più irrimediabilmente presente, la mediazione tra realtà incombente e quella vissuta attraverso l’interpretazione della sua interpretazione. Interpretiamo e deformiamo continuamente tutto quello che riesce a passare (in verità ben poco) attraverso il nostro filtro percettivo ed è qui che si colloca la figura del giornalista per esempio, del tecnico dell’informazione che ha il compito di raccontare e, quindi, di interpretare e mediare la realtà. E allora informazione, nel significato latino del termine di ‘dare forma’, equivale a deformazione, ma non basta perché a sua volta il (Sr) interpreta, quando aderisce, quello che gli viene trasmesso e lo deforma ulteriormente. Doppia deformazione, dunque, nel processo di informazione: quella messa in atto dal tecnico dell’informazione (Sp) e quella realizzata dall’altro attore del rapporto d’informazione (Sr). Non si trasmette la realtà, ma solo la ‘forma’, l’interpretazione cioè che chi comunica, non può fare a meno di dare all’oggetto-realtà primo motivo del rapporto d’informazione. Ogni volta che noi parliamo di qualcosa, a qualsiasi titolo ed in qualsiasi situazione, la ‘informiamo’, le diamo una nostra interpretazione e ognuna è diversa da un’altra, perché, ripetiamo, ogni persona vive la realtà alla sua maniera, come la sua acculturazione e le sue esperienze gliela fanno vivere (e sull’opinione che dobbiamo agire). E questa impossibilità di essere obiettivi è deducibile da quello che Guglielmo da Ockham espose nella sua teoria della suppositio. Proprio distinguendo e scindendo i verba dalle res, e dimostrando come la funzione dei termini sia simbolica – esprimono qualcosa di diverso da se stessi – Ockham nega alla radice ogni possibile obiettività. Mettendo poi in evidenza come ogni termine assuma un significato diverso in diversi contesti, il fondatore del Nominalismo anticipa una delle conclusioni fondamentali dello strutturalimo. (52)

Abbiamo parlato prima della costruzione del messaggio in base al (Sr) poiché, per il successo della comunicazione, che ricordiamo è quello di ‘mettere in comune’, risulta essere fondamentale l’adesione del (Sr) e per questo possiamo rivolgerci tranquillamente ad Aristotele (ecco la linea immaginaria della comunicazione che si ricongiunge per la retta via a Fattorello).

2.9 L’adesione d’opinione (O)

Aristotele distingueva tre diversi tipi di ragionamento:

  • apodittico: era fondato su principi primi, e si imponeva per l’autorità stessa dei suoi argomenti;
  • dialettico: si fondava su premesse probabili e sfociava in almeno due conclusioni possibili, di cui tentava di individuare la più accettabile;
  • retorico: partiva a sua volta da premesse probabili e mirava – mediante un sillogismo conciso e d’effetto (appunto l’entimema) – a ottenere un assenso razionale e un consenso emotivo.

Nella Retorica Aristotele affermava:

Il fine del discorso è diretto a costui – voglio dire all’ascoltatore. E necessariamente l’ascoltatore è uno spettatore o uno che decide, ed è uno che decide rispetto o agli avvenimenti passati o a quelli futuri. In rapporto agli avvenimenti futuri è il membro dell’assemblea a decidere; riguardo a quelli passati, il giudice del tribunale; riguardo all’abilità dell’oratore, lo spettatore. Pertanto, saranno necessariamente tre i generi di discorsi retorici: deliberativo, giudiziario, epidittico. (53)

Come metteva in evidenza Umberto Eco, trattando l’argomento:

Per convincere l’uditore, l’oratore doveva riuscire a mostrare come la sua conclusione derivasse da alcune premesse che egli non poteva mettere in discussione, e mediante un tipo di argomento la cui ovvietà non fosse revocata in dubbio.

Premesse ed argomenti si presentavano, quindi, come modi di pensare della cui ragionevolezza l’uditore fosse già convinto. La retorica, pertanto, procedeva a recensire questo modo di pensare, queste opinioni comuni e questi argomenti già assimilati da corpo sociale, rispondenti a sistemi di attese precostituiti. […] Perciò da un lato la retorica tende a fissare l’attenzione su un discorso che, in modo inusitato (informativo) – diremmo noi: l’opinione da accreditare – vuole convincere circa qualcosa che l’uditorio non sapeva ancora. Dall’altro ottiene questo risultato da qualcosa che l’uditore sa e vuole già, cercando di dimostrargli come la conclusione ne derivi naturalmente. […] Infatti la retorica codifica solo quelle relazioni di inaspettatezza che, per quanto inusitate, possono integrarsi al sistema di attese dell’uditore. (54)

Il sistema per costruire la (O) è questo: basarsi sulle attitudini sociali dei nostri soggetti recettori; assumere dall’immaginario collettivo miti e stereotipi; propagare i valori delle propria cultura. Informare il nostro messaggio in maniera tale che rientri nell’orizzonte ideologico del nostro interlocutore, che sia in sintonia con la sua acculturazione e lo spinga, quindi, a darci la sua ‘adesione di opinione’ anziché persuaderlo! I tragici greci, indiscussi maestri del genere, lo sapevano benissimo e altrettanto bene lo hanno a mente i nostri tecnici del marketing, che individuano i bisogni del consumatore e si preoccupano solo di soddisfarli: e non di crearli e perdere tempo e denaro a tentare di condizionarli. Sono purtroppo i tecnici dell’informazione (o sedicenti tali) a continuare, insieme a buona parte di blasonati accademici, ad ignorare una lezione nota, praticamente da secoli.

6-9. Opere di Francesco Fattorello. Figure 4 di pag 210

2.10 L’opinione

Lo studio della formula di opinione comporta l’approfondimento del concetto di opinione che ci consente di sottolineare ulteriormente quanto appena detto.

I più abusano del termine opinione e lo usano in modo erroneo perché, nella maggior parte dei casi, non ne conoscono il vero significato. Ma cosa è l’opinione? E come nasce? La storia dell’opinione affonda le proprie radici nella filosofia greca. Il dilemma di quanto questa verità sia opinabile e quindi soggettiva ha coinvolto nei secoli filosofi e studiosi che hanno cercato di dare all’opinione una definizione. Platone ha scritto che «all’opinione piace opinare», perché deriva dai sensi e dagli stimoli della realtà esterna. Questo dimostra non solo la sua imperfezione e mutevolezza ma anche la sua contrapposizione alle scienze matematiche. Hegel ha parlato del concetto sostenendo l’inesistenza di un’opinione filosofica, essendo al filosofia una scienza universale. Anche per Kant l’opinione non può essere motivo di scienza, perché ha valore soggettivo, ma è proprio questa caratteristica a far sì che l’informazione sia lo stimolo e la fonte principale delle opinioni. Questa è la grande rivoluzione degli studi fattorelliani, ogni presunta verità è considerata un’opinione individuale, ossia l’opinione cambia con il mutare della società dei soggetti e degli ambienti, come la definì Cicerone, imbecillam assertionem.

L’opinione pubblica acquistò sempre più importanza nell’arco di tutto il secolo scorso e cominciò ad essere l’oggetto di studio dei ricercatori delle scienze sociali, allora agli albori, provenienti dal campo del diritto. Così, quantunque l’opinione fosse stata oggetto di speculazione anche nei secoli precedenti, è soltanto nel XX sec. che sorgono delle vere e proprie teorie. […] Nei tempi moderni è nota un’interpretazione sociologica, che vede l’opinione pubblica come un fenomeno sociale e cerca di costruire una sociologia adeguata, per meglio comprendere questo fenomeno. Questa corrente, cha parte da Dupréel, ricevette un impulso definitivo con la teoria di Stoetzel, secondo la quale ‘il fenomeno dell’opinione si concreta con l’adesione, a determinate formule, di un’attitudine che può essere valutata sulla scala delle opinioni’. La teoria di Stoetzel ha avuto notevole risonanza soprattutto in Europa particolarmente in Francia e in Italia, dove la Scuola di Roma del Prof. Francesco Fattorello è giunta ai più validi risultati nei confronti dell’informazione e delle sue relazioni con l’opinione pubblica. […] L’opinione proposta da una minoranza ottiene l’adesione dei recettori, ritenuti erroneamente passivi, che poi la sosterranno. È questo il processo d’adesione che fa polarizzare le opinioni individuali in un’opinione comune del gruppo, appoggiandosi sui valori comuni e sull’ordine gerarchico fissato nel gruppo. (55)

Ma procediamo con ordine. Esprimiamo un’opinione quando siamo dubbiosi e incerti. Questo stato di incertezza ci tormenta e non ci consente di essere sereni e, quindi, l’unico modo che abbiamo per uscirne fuori è esprimere un giudizio, un giudizio di opinione. «Fra i giudizi che esprimiamo per uscire dal dubbio, ve ne sono alcuni non veritieri. Sono i giudizi di opinione. L’opinione è uno stadio per uscire dal dubbio, nei riguardi di problemi contingenti. […] l’opinione è, dunque, la propria conoscenza di fatti contingenti» (56) e che, pertanto, attiene alla nostra soggettività. Il giudizio di opinione consente di uscire dal dubbio, ma rimane comunque una sorta di inquietudine che corrisponde alla paura di aver sbagliato, di non aver fatto la scelta giusta. Quando vogliamo liberarci anche di questo stato d’inquietudine, aderiamo completamente all’opinione che si trasforma e diviene ‘convinzione’. La convinzione però è differente dalla certezza: mentre in quest’ultima abbiamo la prova oggettiva dell’esistenza della certezza, nella convinzione questa non c’è per cui, confondendo le due, possiamo ben capire come spesso ognuno di noi è convinto di possedere la verità su cose che sono false e contingenti. La materia di cui si occupa l’opinione è una materia «inadeguata alla quale non compete la certezza» per cui tutto quello che è opinabile possiamo paragonarlo alle onde del mare che nascono con l’unico scopo di infrangersi verso la spiaggia e in questo altalenare nascono sempre opinioni nuove che si creano per spegnersi e così via. In questo senso, il contingente che è materia del tecnico dell’informazione è argomento perfetto in questo senso. Il giornale, strumento per eccellenza del contingente, dall’adesione immediata, è il regno delle opinioni, infatti, il giornale del mattino la sera è già a carta straccia e non può assumere carattere e funzione del non contingente, cioè educare. Cadono allora tutti i miti riguardo al giornale che deve educare, di mazziniana memoria, per non parlare poi della pseudo-funzione educativa della televisione. Le opinioni, ripetiamo, ‘nascono per morire’ perché sono frutto della soggettività di ognuno di noi, che vengono espresse per uscire dal dubbio.

Gli studi sociologici sul fenomeno dell’opinione abbracciati dalla Scuola di comunicazione “Francesco Fattorello”, condividono quelli affrontati da Jean Stoetzel. L’autore francese, in chiave sociologica, ha studiato non solo la natura e la configurazione del fenomeno opinione, ma anche i motivi che determinano un’adesione di opinione e quali soggetti vengono coinvolti. Considerando che un’opinione è sempre relativa ad un problema determinato (materia d’opinione) su cui il soggetto esprime il proprio punto di vista (forma dell’opinione), esistono varie fasi attraverso le quali il recettore passa prima di aderire all’opinione propostagli.

Prima di giungere ad adottare come propria l’opinione del promotore, il soggetto recettore ha bisogno di entrare in contatto con il problema opinabile. Questa prima fase presume un’abilità del promotore che deve carpire l’attenzione e l’interesse fornendo un messaggio attrattivo ed efficace (formula d’opinione proposta). A questo punto il recettore confronta automaticamente l’opinione proposta ed il proprio schema globale di valori, valuta l’informazione e decide: le opinioni in sintonia con il suo modo di pensare vengono ascoltate, le altre rifiutate. Quindi adozione o rifiuto sanciscono la fine dell’evoluzione del recettore che, se aderisce alla proposta, diventa a sua volta un nuovo promotore. Per un tecnico dell’informazione, l’opinione pubblica è il campo d’azione di ogni suo lavoro, pertanto, è importante valutare il giudizio e l’attitudine del recettore.

2.11 L’opinione pubblica

L’interpretazione sociologica studia l’opinione pubblica come fenomeno sociale e tenta di elaborare una tecnica sociale adeguata, per raggiungere una comprensione migliore del fenomeno. Questa corrente, di cui è ideatore Dupréel, ha trovato risonanze soprattutto in Europa. I contributi più interessanti sono stati apportati in Francia e in Italia, dall’opera di professori come Jean Stoetzel e Francesco Fattorello.

L’opinione pubblica è analizzata secondo due punti di vista: sia come concetto sia come fenomeno sociale. Dopo una critica del concetto di ‘opinione pubblica’, si stabilisce una distinzione tra i concetti di opinione in generale e quelli di voce, di credenza, di dubbio, di certezza e di convinzione, per far notare che l’opinione è un giudizio che l’uomo formula per uscire dall’inquietudine del dubbio, ma che non è motivato dal carattere evidente del problema su cui dà il suo giudizio: il consenso è il risultato di un atto di volontà che desidera e ricerca una soluzione di riposo […]

Esiste, dunque, sempre, nell’essenza dell’opinione, un timore dell’errore che non permette all’intelletto di aderire completamente al giudizio emesso. Qualche volta, tuttavia, a causa di questa tendenza innata, il riposo, la volontà s’impone alla ragione e l’obbliga a dare il suo consenso totale, non più a causa dell’evidenza della materia giudicata, ma per motivi extra-razionali. È in quel momento che l’opinione si fa convinzione. Una volta definito in generale il concetto di opinione si passa ad esaminare quello più particolare di ‘opinione pubblica’. Perché un’opinione sia pubblica deve esserla nei due sensi della parola: il soggetto che emette l’opinione deve rappresentare un pubblico (nel senso sociologico del termine, gruppo dalla caratteristiche speciali, il cui unico fattore d’unione è la coscienza di appartenere a questo gruppo), e la materia sulla quale formula l’opinione deve, altresì, essere pubblica (nel senso letterale della parola: conosciuta da un gran numero di persone).

Laddove si parla dell’opinione pubblica come fenomeno sociale, vogliamo sottolineare che la massificazione dell’attuale società pluralista, crea condizioni particolarmente propizie all’apparizione del fenomeno. Vengono evidenziati i diversi modelli di gruppi esistenti ai giorni nostri, ed esaminate più dettagliatamente le differenze sociologiche dell’opinione che si forma in ciascuno di questi gruppi. Subito dopo è la dinamica dell’opinione che va attentamente studiata e colta nel suo estrinsecarsi.

Consideriamo che l’opinione pubblica appare quando un gruppo di persone si costituisce in un pubblico che opina, polarizzato da un atto formale di adesione ad una formula di opinione che gli è stata proposta […]

Gli insegnamenti di Francesco Fattorello e le nostre riflessioni al proposito, scaturite da lunghi anni, ci consentono ormai di affermare che l’informazione è sempre fondamentale e contiene la genesi del fenomeno ‘opinione pubblica’. In effetti, perché l’opinione sia pubblica, la materia sulla quale si forma deve essere conosciuta da un gran numero di persone. Questa conoscenza può essere sia diretta che indiretta, quando il fatto viene narrato. L’informazione consiste nella narrazione di un avvenimento da una persona a molte altre. In ogni narrazione, in ogni informazione, c’è una trasmissione di idee, ma sotto una particolare determinata forma, opinione, che costituisce l’oggetto dell’informazione stessa. Importante e necessaria è la conoscenza, anche comparativa, dei mezzi di cui ci serviamo per trasmettere le nostre informazioni: non si possono ignorare connotazioni e limiti dei principali mezzi quali stampa, radio, cinema, televisione nonché internet che vanno, a loro volta, usati in funzione di connotazioni e limiti del soggetto promotore, del soggetto recettore e delle formule d’opinione che si intendono accreditare.

È interessante poi esaminare le diverse fasi attraverso cui passa il diverso pubblico dei recettori da un primo momento di presa di coscienza del problema su cui opinare, fino all’adesione conclusiva. Le suddette fasi sono: la presa di contatto, l’interesse, l’attenzione, la valorizzazione, l’adesione o il rifiuto o l’adozione. Il pubblico dei recettori prende conoscenza di un’informazione e, se provoca il suo interesse, le dedica la sua attenzione e la raffronta alla sua scala di valori, che è normalmente assimilata a quella del gruppo cui appartiene, e la respinge o le concede l’adesione, potendo anche adottare un’opinione fino al punto di farla sua. La valorizzazione è la fase più interessante perché coincide praticamente con la discussione e lo scambio di opinioni che si fa all’interno dei gruppi. Sono altresì analizzati i luoghi dove le opinioni vengono messe a confronto: si pensi ad esempio alla diversa influenza che può esercitare un contesto di tipo rurale o urbano. Non ci troviamo d’accordo con coloro che, giudicando su quanto appare e rinunciando a indagare su tutto ciò che precede e sovrintende ‘il fenomeno’, distinguono due diversi soggetti dell’opinione pubblica: l’uno attivo, minoritario, che crea l’opinione e la trasmette, l’altro passivo, la maggioranza, che riceve l’opinione, scambia punti di vista e se non la rifiuta, dà la sua adesione e l’adotta. Siamo fermamente convinti della inevitabile circolarità del processo, della pari dignità dei soggetti, ‘promotore’ e ‘recettore’. Questi, inseriti nella medesima ragnatela di rapporti sociali, non possono collocarsi in posizione di ‘splendido isolamento’. Il ragno stesso che ne è materialmente l’autore dipende in maniera totale dalla sua trappola che, sola, gli assicura la sopravvivenza […]

Diversi sono i mezzi di cui ci serviamo per agire sull’opinione: l’educazione, tipica dell’informazione non contingente, la propaganda, la pubblicità e quindi l’informazione contingente. Mentre l’educazione è come una macchina lenta ad espandersi, ma alla lunga più efficace, la propaganda e la pubblicità introducono rapidamente giudizi stereotipati. Non si rivolgono alla ragione, se non superficialmente, come l’educazione, ma piuttosto a sentimenti istintivi o, meglio, ad attitudini sociali scavalcando spesso la riflessione che è sempre lenta e graduale. Non ci interessa analizzare l’informazione dal punto di vista tradizionale (far conoscere un dato fatto o una data idea): sarebbe ancora una volta la descrizione di un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti. Ci preme, invece, analizzare l’informazione ai sensi sociologici della formazione dell’opinione. A tale proposito è da respingere decisamente la tesi secondo cui nella formazione dell’opinione c’è sempre un’azione che va dal promotore al recettore, perché i mezzi che l’informazione utilizza non permetterebbero la comunicazione in senso inverso, per esempio da recettore al promotore. Di fronte a questa azione informativa per mezzo della quale viene trasmessa un’opinione, il solo mezzo di difesa per il recettore sarebbe quello del rifiuto. Così non è: senza scomodare le scuole americane per cui il feedback diretto, indiretto o deduttivo sarebbe già un ottimo mezzo di cui il recettore dispone per agire sul promotore, la moderna società pluralista e articolata offre infinite possibilità a coloro che vogliono e sanno usarle. L’operaio che rifiuta l’opinione espressa dal Presidente delle Confindustria, nel corso della più popolare trasmissione televisiva serale, la volta successiva è lì per proporre la sua opinione. È lui ora il soggetto promotore ed il Presidente della Confindustria è il suo soggetto recettore. I due soggetti sono sullo stesso piano di dignità e potenzialità, fatte salve le problematiche tecniche e gli attributi scientifici o le qualità umane dei singoli. (57)

2.12. La Tecnica sociale dell’informazione: concludendo

L’opera di Fattorello ha un carattere intraprendente e fortemente innovativo. L’attenzione che la sua teoria ha destato, soprattutto all’estero, non solo è la testimonianza della carica innovativa che essa portava nel panorama culturale delle scienze sociali, ma ha persino determinato un graduale avvicinamento della scuola anglosassone alle posizioni della scuola italiana. La differenza nell’approccio scientifico è tutta qui: se nel processo di comunicazione consideriamo il destinatario come un oggetto passivo e, dunque, del tutto manipolabile dai mezzi di ‘persuasione occulta’ che giocano sulle pulsioni inconsce proprie di ogni individuo, l’efficacia della nostra comunicazione sarà sempre condizionata da variabili imprevedibili che spesso mandano in tilt il circuito pazientemente costruito. Se invece consideriamo il soggetto recettore un gruppo di individui da un lato inserito in un contesto sociale che ne condiziona i bisogni e gli atteggiamenti, dall’altro che interagisce in modo attivo alle opinioni che gli vengono trasmesse dal promotore della comunicazione, attraverso proprie opinioni a loro volta comunicate ad altri, allora questa sorta di reazione a catena richiede un tipo di analisi della comunicazione che obbliga a tarare pazientemente su ogni tipo di recettore ciascun messaggio elaborato.

2.13. Corollario: differenze di genere

Abbiamo spesso citato il fenomeno della comunicazione, della trasmissione e dell’ informazione. Anzi, la Tecnica sociale è definita dell’informazione proprio perché a questo termine è attribuito un significato particolare, che è poi alla base della rivoluzione fattorelliana. Molto spesso i tre termini vengono adoperati per indicare erroneamente il fenomeno comunicativo in senso lato, ma non è così poiché ci sono delle differenze sostanziali.

Innanzitutto, distinguiamo l’informazione dal trasmettere. Si tratta di due momenti inscindibili ma distinti del fenomeno di cui ci occupiamo. Per concretare l’informazione fra i due termini che ne sono i soggetti, è necessario un punto di riferimento: l’oggetto, ma non è questo che l’un termine trasmette all’altro, bensì la forma che, tramite una certa interpretazione, il primo dà al detto oggetto.58

Per informazione, dunque, s’intende il mettere ‘in forma’, dare forma alla (X) che s’intende trasmettere. L’informazione è un processo che precede la trasmissione e riguarda non l’oggetto che un individuo vuol trasmettere, bensì la rappresentazione dell’oggetto stesso. La trasmissione, pertanto, risulta essere il momento successivo al processo d’informazione.

«Per quanto riguarda il termine comunicare, esso viene erroneamente confuso con il termine informare. Come abbiamo visto, analizzando le teorie moderne, la comunicazione, fatta eccezione per Watzlavick, ha un significato prettamente matematico, basato sulla codifica e decodifica dei messaggi che provengono da una sorgente, al fine di trasmettere senza ‘rumore’ attraverso un canale. Questo tipo di comunicazione, è alla base della teoria cibernetica, che si è sviluppata in seguito a studi ingegneristici che si sono in seguito trasformati nella teoria delle informazioni» Questo tipo di comunicazione si distacca, come abbiamo avuto modo di dimostrare, dalla Tecnica Sociale, che riprende il carattere sociale dell’informazione. Il significato di comunicazione è ‘mettere in comune’ ed è diverso da chi vuol accreditare delle opinioni. Chi vuol accreditare delle opinioni tratta un tipo d’informazione contingente e si basa su stereotipi per ottenere un’adesione d’opinione tempestiva (esempio: il giornalista che deve dare la notizia del giorno); chi, invece, intende mettere in comune deve tener conto di valori e consuetudini dei suoi interlocutori, pertanto, tratta di un tipo d’informazione non contingente (esempio: il maestro che deve fornire determinate nozioni). Entrambi gli esempi, sono la dimostrazione di un processo d’informazione che ha come destinatari due soggetti diversi, a seconda dei quali, l’informazione (dar forma) ed i mezzi adoperati, dovranno variare.

Questo ci porta direttamente a parlare dell’informazione contingente e non contingente.

2.14. Corollario: le due categorie dell’informazione

Secondo Fattorello le categorie dell’informazione possono essere di due tipi: contingente e non contingente.

L’attualità delle notizie dà vita all’informazione di carattere contingente. È il contingente che dà vita alla notizia; vive quanto quel rapporto contingente tempestivo che si instaura fra l’evento, l’estensore, il testo ed il recettore. Quest’ultimo è costituito da un soggetto generico che può abbracciare anche tutto il mondo ed è proprio per questo che il contenuto di questa informazione non può che essere generico. Importante risulta l’accessibilità e, quindi, la pubblicità dell’informazione dell’attualità. Le opinioni contingenti devono essere ‘fattori di conformità’ per il gruppo a cui si rivolgono. Ciò vuol dire che il successo di un’informazione di ordine pubblicistico si ha quando il recettore è portato ad accettare l’opinione che il promotore gli propone. Per ottenere e concentrare l’attenzione del pubblico è necessaria la ripetizione e la periodicità, elementi caratterizzanti questo tipo di informazione. Strumento principe dell’informazione contingente è il giornale. In generale possiamo evidenziare le seguenti caratteristiche dell’informazione contingente:

  • La materia oggetto dei processi di questa categoria attiene sempre a ciò che è attuale e contingente
  • Importante caratteristica di questi processi è la tempestività
  • La pubblicità del processo contingente è caratteristica fondamentale
  • Il processo contingente trae effetto dal fattore della ‘novità’
  • Il promotore può non avere una qualificazione specifica
  • Nel processo contingente il recettore è generico, è un gruppo di più o meno breve durata, di una certa intensità, più o meno eterogeneo
  • Nel processo contingente il contenuto è generico
  • Il processo contingente che pur si basa sui valori che sono in onore nel gruppo, si giova di opinioni contingenti e fattori di conformità
  • Nel processo contingente si hanno strumenti specifici e a volte comuni con l’altro processo
  • Il contingente può essere processo unilaterale. (59)

Il termine informazione non contingente, indica un lento, non coercitivo e razionale processo di informazione, tipico di notizie che non hanno rapporto con il momento presente (es: il maestro). Si parla, appunto, di cultura, di didattica, di notizie inerenti opinioni cristallizzate e valori. Questo il contenuto di informazioni di carattere non contingente, di cui né la tempestività né la novità sono elementi caratterizzanti. Il promotore in questo caso è per lo più qualificato, così come il recettore, perché il processo è bilaterale. Come dire che tra chi propone un tema e chi lo apprende, è necessaria un’interazione. Seppure il non contingente si articoli tramite procedimenti logici e razionali, su opinioni cristallizzate, può utilizzare gli stessi strumenti validi per l’informazione contingente, quindi la radio, la televisione, il cinema, la cui informazione si distingue per i contenuti. Anche le caratteristiche dell’informazione non contingente possono essere così riassunte:

  • La materia che è oggetto di questi processi attiene ad opinioni cristallizzate
  • Qui la tempestività non è un fattore caratterizzante e non vi sono limiti di tempo
  • Qui la pubblicità non conta
  • Qui la novità non ha effetto
  • Qui normalmente il promotore è un soggetto qualificato

Nel processo non contingente il recettore è di norma qualificato, è un gruppo di più o meno lunga durata e di non grande intensità, più o meno omogeneo – Nel processo non contingente il contenuto è specifico – Il processo non contingente si articola tramite procedimenti logici e razionali ed opinioni cristallizzate e valori – Il processo non contingente è bilaterale. (60)

Considerazioni finali

Quando si parla di “persuasione”, ammesso che esista, il significato che le si attribuisce è molto spesso negativo. Persuadere, nell’immaginario comune, significa detenere il potere e far fare agli altri quello che si desidera. Scientificamente parlando ciò non può avvenire perché dovremmo ignorare, innanzitutto, millenni di storia, filosofia e studi sociali che fin dall’antichità, hanno evidenziato il carattere attivo e non passivo dell’interlocutore che è in grado di scegliere e di aderire o meno alle nostre idee, e poi dovremmo ignorare altrettanti studi e ricerche di carattere psicologico/scientifico che hanno evidenziato come sia impossibile avere una minima influenza sul cervello umano, così estremamente complesso e affascinate.

Nel corso dell’esposizione abbiamo visto come fin dai tempi di Aristotele esista una teoria centrale della persuasione, che si collega strettamente alla retorica, la quale ha evidenziato come si ottenga il massimo delle presa sull’uditorio quando si adattano le proprie linee di ragionamento all’uditorio stesso.

Tale concetto è bene espresso dalla Tecnica sociale dell’informazione del prof. Francesco Fattorello che, diversamente da tutte quelle bizzarre teorie comunicative che si sono sviluppate via via nel secolo scorso, sempre prive di un accettabile humus scientifico, ha restituito dignità al soggetto recettore rendendolo protagonista del processo comunicativo che è di natura sociale. Questo vuol dire che il processo dell’informazione e dell’adesione di opinione ha un carattere sociale perché è figlio del tempo in cui si realizza e non ha nulla a che vedere con il comportamento del recettore. La formula ideografica è chiara: il (Sp) informa la (X), cioè la interpreta secondo la sua visione e la trasmette al (Sr) attraverso un mezzo (M) congeniale a questo ultimo, proponendo una formula di opinione adeguata al soggetto recettore stesso che, dunque, va studiato anteriormente. Il (Sr) può aderire oppure no, ma il processo si ferma lì. Stop! Il conseguente comportamento che assumerà il nostro soggetto recettore non riguarda il processo e né, tanto meno, può essere determinato dallo stesso. Il soggetto recettore può aderire al messaggio che gli abbiamo confezionato ad hoc, ma per tutta una serie di motivi che prescindono dalla natura sociale del processo, può non assumere il comportamento che noi auspichiamo (cioè gli può piacere la pubblicità che abbiamo proposto, ma questo non implica necessariamente che poi acquisti il prodotto reclamizzato, per tutta una serie di motivi, specifici e particolari per ognuno di noi).

Partendo da ciò, l’unica cosa che si può fare è operare sulle opinioni dei recettori e realizzare il messaggio nel modo più adatto per ognuno di loro, ecco perché parliamo di adesione di opinione. Ed è proprio qui che risiede il paradosso della persuasione: il ‘persuasore’ deve solo incanalare la forza delle convinzioni e delle argomentazioni già presenti ed attive nell’interlocutore. Si può indurre qualcuno a fare qualcosa anche contro la sua volontà – ma qui è chiaramente usata la forza fisica e la violenza – mentre non si può persuadere qualcuno a fare qualcosa se non si passa sempre e solo attraverso un moto della sua volontà, attraverso un libero e autonomo cambiamento di credenze ed opinioni.

Attraverso la Tecnica Sociale ricomponiamo quella linea temporale che avevamo ipotizzato , che coniuga il moderno processo comunicativo alle teorie dei classici, che tutt’oggi vengono molto spesso ignorate.

Concludiamo, non proponendo una ‘ricetta’, ma come si addice a degli studiosi che devono chiedersi sempre il perché delle cose, dunque, con degli interrogativi:

  • perché i tecnici dell’informazione, e non solo, ignorano questi studi e si basano sui luoghi comuni che investono il processo comunicativo?
  • ammesso che esista la persuasione, perché ognuno di noi riscontra frequenti incomprensioni nei rapporti sociali, lavorativi, familiari ed amorosi?
  • perché abdichiamo alle nostre straordinarie facoltà intellettive? dopo tutto possiamo sempre cambiare canale

perché…? (eccetera)

Doverose riflessioni alla fine della storia

Fattorello che aveva dapprima conosciuto e praticato il giornalismo, ha vissuto poi, come prestigioso studioso, un periodo storico in cui lo Stato e i suoi valori hanno dominato e soffocato ogni libertà individuale. Anche il “sistema informazione” diventa organico allo Stato: è una funzione pubblica, e deve essere lo strumento più importante e più efficace per educare ed anestetizzare le masse fino a portarle alla condivisone acritica di tutta la politica nazi-fascista.

In Fattorello, tuttavia, in maniera inaspettata e sorprendente, tutto ciò ha via via provocato validi anticorpi ed una sorprendente reattività che lo hanno portato nell’immediato dopoguerra, a rimettere in discussione il “clima culturale” in cui si era trovato a vivere durante le due dittature. E arriva così alla sorprendente intuizione e alla coraggiosa elaborazione della sua teoria della Tecnica sociale dell’informazione. Ecco, allora, che dallo strapotere dell’informazione, impostazione teorica ancora oggi dura a morire, emerge una visione rivoluzionaria che stravolge le logiche di un sistema rigidamente configurato in funzione di una relazione comunicativa fortemente asimmetrica.

Per il nuovo pensiero fattorelliano gli attori del processo comunicativo sono “soggetti” entrambi dotati di facoltà opinanti e quindi di pari dignità.

Non c’è più un tiratore scelto che colpisce l’uomo/bersaglio/target, ma vi sono due soggetti attivi che reagiscono ai numerosi stimoli ricevuti, sulla base delle proprie facoltà opinanti e delle personali attitudini sociali prodotte dalle diverse e determinanti acculturazioni.

L’approccio teorico fattorelliano rappresenta una visione di una incredibile modernità e, ci sembra, poter fornire una risposta adeguata alle crescenti esigenze di informazione e comunicazione che connotano le società democratiche di oggi.

In altri termini possiamo tranquillamente affermare che oggi il corretto ed efficace approccio alla comunicazione, nei diversi Paesi del mondo, scaturisce dall’impostazione teorica di Francesco Fattorello.

E infine, sappiamo che molti autori hanno già spiegato il successo della comunicazione on-line, concentrandosi sul ruolo attivo di tutti i partecipanti e siamo certi che il modello della Tecnica sociale può sostenere e rafforzare tali opinioni, fornendone i presupposti teorici.


Riassunto

Quando si parla di “persuasione”, il significato che le si attribuisce è molto spesso negativo. Persuadere, nell’immaginario comune, significa detenere il potere e far fare agli altri quello che si desidera. Abbiamo visto come fin dai tempi di Aristotele esista una teoria centrale della persuasione, che si collega strettamente alla retorica, la quale ha evidenziato come si ottenga il massimo della presa sull’uditorio quando si adattano le proprie linee di ragionamento all’uditorio stesso.

Tale concetto è bene espresso dalla Tecnica Sociale dell’Informazione del prof. Francesco Fattorello che è stata l’impostazione che abbiamo seguito per la nostra analisi. La Tecnica sociale ha restituito dignità al soggetto recettore rendendolo protagonista del processo comunicativo che è di natura sociale. Questo vuol dire che il processo dell’informazione e dell’adesione di opinione ha un carattere sociale, figlio del tempo e del contesto in cui si realizza e precede sempre senza, tuttavia, determinare il comportamento del recettore. La formula ideografica è chiara: il (Sp) informa la (X), cioè la interpreta secondo la sua visione e la trasmette al (Sr) attraverso un mezzo (M) congeniale a questo ultimo, proponendo una formula di opinione adeguata al soggetto recettore stesso che, dunque, va studiato anteriormente. Il (Sr) può aderire o non aderire, ma il processo si ferma lì. Il conseguente comportamento che assumerà il nostro soggetto recettore non riguarda il processo e né, tanto meno, può essere determinato dallo stesso. Il soggetto recettore può aderire al messaggio che gli abbiamo confezionato ad hoc, ma per tutta una serie di motivi che prescindono dalla natura sociale del processo, può non assumere il comportamento che noi auspichiamo (cioè gli può piacere la pubblicità che abbiamo proposto, ma questo non implica necessariamente che poi acquisti il prodotto reclamizzato, per tutta una serie di motivi, specifici e particolari per ognuno di noi).

Partendo da ciò, l’unica cosa che si può fare è operare sulle opinioni dei recettori e realizzare il messaggio nel modo più adatto per ognuno di loro, ecco perché parliamo di adesione di opinione. Adesione che verrà data se ci sarà una convergenza di interpretazione sull’opinione proposta. Ed è proprio qui che risiede il paradosso della persuasione: il ‘persuasore’ deve solo incanalare la forza delle convinzioni e delle argomentazioni già presenti ed attive nell’interlocutore.


Abstract

When it comes to “persuasion”, the meaning is usually negative. To persuade, for the collecive imagination, means to have the power and make the others do what we want.

It is clearly seen that since Aritotele’s time there has been a central theory of persuasion, which is closely connected to rhetoric, this showing how easy it is to obtain the maximum influence upon the audience when our way of reasoning is adapted to the audiece itself.

This concept is well explained in Social Technique of Information by prof.Francesco Fattorello, which was the line we have followed for our investigation.

Social Tecnique has given dignity back to the audience, making it the protagonist of the communicative process, which is of social nature. This implies that the process of information and opinion acceptance has a social character, son of its time and its context and it always procedes without affecting the audience’s behaviour.

The ideo-graphical formula can be: (Sp) creates an information (X), i.e. he/she interprets it according to his/her own vision and transmits it to (Sr) though a means (M) convenient for the latter, suggesting a formula of opinion adapted to the recipient himself/herself who, therefore, is to be studied beforehand. The recipient may accept or not, but the process stops there. The subsequent behaviour put into being by the recipient is not linked to the process and it cannot be determined buy it either. The recipient may accept the message which was prepared for him ad hoc, but for a series of factors which are independent from the social nature of the process, he/she may not behave like we hoped he/she would (i.e. he/she may like the commercial, but this does not mean the purchase of the advertised object, for a series of reasons which are peculiar to each and every subject).

The only thing we could do is work upon the opinion of the recipients and realize the message in the most suitable way for each recipient, that is why we use the term “acceptance of opinion”. This acceptance will be given if an agreement about the suggested opinion is reached. Here is where the paradox of persuasion lies: the persuader needs only to drive the strength of certainties and arguments which are already present and active inside the interlocutor.


Note

(1) P.E. Ricci Bitti, B. Zani, La comunicazione come processo sociale, Bologna 1983, 17.

(2) G. Ragnetti, Modelli di comunicazione didattica, in Tecnologie dell’istruzione e comunicazione didattica, a cura di F. Falcinelli, R. Salvato, Perugia 1997, 29-35: 31.

(3) Nato nel 35 in Spagna, morì a Roma nel 95. Giunse a Roma nel 68 e qui fu educato alla scuola di illustri maestri di eloquenza. Esercitò in Spagna l’insegnamento e l’avvocatura con notevole successo, finché fu richiamato a Roma da Galba, appunto nel 68, dove esercitò l’avvocatura e soprattutto incominciò la sua attività di maestro di retorica con tanto successo che, nel 78, Vespasiano gli affidò quella che possiamo definire la prima cattedra statale in assoluto: l’imperatore gli accordò un onorario annuo di 100.000 sesterzi, dando così riconoscimento all’importanza dell’arte retorica nella formazione della gioventù e soprattutto mostrando d’aver ben capito l’importanza della retorica come strumento per la formazione del futuro ‘ceto dirigente’ e per l’adesione delle coscienze. Il suo capolavoro è la Institutio oratoria.

(4) «Storicamente, la Teoria ipodermica coincide con il periodo tra le due guerre mondiali e con la diffusione su larga scala delle cosiddette comunicazioni di massa, ed ha rappresentato la prima reazione che questo fenomeno ha provocato nei vari studiosi. Per comprendere appieno questo teoria, bisogna metterla in connessione con le esperienze totalitarie del periodo, e ricordare che si propone come riflessione sulla propaganda. Si basa sulla psicologia behaviorista – elaborata da Watson e ripresa da Skinner – che esprime le relazioni tra individuo e ambiente in termini di stimolo- risposta. Sebbene non si sottovalutassero, nella originale teorizzazione, dei correttivi a questa meccanicità, la trasposizione di questo modello in una analisi sulla società di massa la faceva minimizzare e sottovalutare» (M. Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Milano 2013, cap. 1.2).

(5) La tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello, a cura di G. Ragnetti, Urbino 2005. Per consentirne la diffusione presso un pubblico internazionale, l’opera è stata recentemente tradotta in inglese da Maria Way: F. Fattorello, The theory of the social practice of information, Basingstoke 2015.

(6) R. Cardazzo, La persuasione, 2002 <www.ilcounseling.it/articoli/persuasione.htm>.

(7) Ibid. 

(8) D. McQuail, La comunicazione di massa, Bologna 1993, 41.

(9) R. Cardazzo, La persuasione.

(10) A. Mattelart, La comunicazione mondo, Milano 1994, 102.

(11) H.D. Lasswell, Propaganda Technique in The World War, New York 1927, 14. Questo libro è stato preceduto dal saggio di Walter Lippmann che diverrà l’opera di riferimento per le analisi del giornalismo e dell’informazione: W. Lippmann, Public Opinion, New York 1922 (trad. it. L’opinione pubblica, Milano 1963).

(12) A. Mattelart, La comunicazione mondo, 103-104.

(13) I. Matteucci, Semantica e pragmatica della comunicazione, Urbino 2004, 23-24.

(14) Cfr. P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Roma 1975. Il primo assioma della comunicazione elaborato da Watzlawick e i suoi collaboratori «è impossibile non comunicare». L’inattività, le parole o il silenzio hanno un valore immenso ed equivalgono a messaggi che bisogna saper ascoltare, non solo con l’apparato uditivo fisico, ma soprattutto con il cuore, con lo sguardo, con sentimento ed apertura completa verso il nostro interlocutore. Ciò è fondamentale per stabilire una relazione e trovare il modo appropriato per entrare in contatto con lui e dar vita al fenomeno della comunicazione.

(15) E. Cheli, La realtà mediata, 31-33.

(16) M. Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, 23.

(17) E. Cheli, La realtà mediata, 56.

(18) D. McQuail, La comunicazione di massa, 291-292.

(19) M. Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, 23. 

(20) C.E. Shannon, W. Weawer, The Mathematical Theory of Communication, Urbana 1949 (trad. it. La teoria matematica della comunicazione, Milano 1971).

(21) I. Matteucci, Semantica e pragmatica della comunicazione, 28.

(22) E. Cheli, La realtà mediata, 58.

(23) N. Cavazza, Comunicazione e persuasione, Bologna 1997, 20-21. 

(24) N. Cavazza, Comunicazione e persuasione, 23-24.

(25) Ivi, 25-26.

(26) Ivi, 27-29.

(27) E. Cheli, La realtà mediata, 72.

(28) Ivi, 73-75.

(29) Ivi, 101-102.

(30) Ivi, 106.

(31) Ivi, 107.

(32) M. Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, cap. 2.2.

(33) E. Cheli, La realtà mediata, 110-111.

(34) R. Cardazzo, La persuasione.

(35) Roland Barthes (Cherbourg, 12 Novembre 1915-Parigi 1980) è stato un saggista e critico, fra i maggiori esponenti della nuova ‘critica francese’ di orientamento strutturalista. Ha scritto e pubblicato numerosi saggi critici di particolare acutezza sugli scrittori classici e contemporanei, presentando particolare attenzione alle linee di sviluppo della recente narrativa e indicando nel ‘grado zero’ della scrittura, cioè nel modo parlato, la sua più importante peculiarità. Si è dedicato, inoltre, allo studio delle relazioni esistenti tra miti e feticci della realtà contemporanea e le istituzioni sociali, ha studiato il rapporto di incontro/scontro tra la lingua intesa come patrimonio collettivo e il linguaggio individuale e ha sviluppato una teoria semiologia che prende in considerazione le grandi unità di significato. Il criterio da lui proposto oltrepassa la tesi accademico-filologica e si pone come una continua e sollecita interrogazione del testo.

(36) L’Iliade è un poema epico costituito da circa venticinque mila versi articolati in ventiquattro canti; narra gli episodi del decimo e ultimo anno dell’assedio che i greci posero intorno alle mura di Troia o Ilio. La spedizione contro Troia, secondo la leggenda, nacque per volere di Menelao, re di Sparta per vendicare il rapimento della moglie Elena; a guidarla fu Agamennone il più potente re dei greci. Alla spedizione parteciparono con navi ed eserciti numerosi re e principi. L’Iliade è stata scritta da Omero che compose anche l’Odissea. Le notizie su Omero sono avvolte da leggende e racconti fantastici; neppure gli antichi sapevano di lui notizie certe, ma si affidavano alle numerose Vite, nessuna delle quali aveva però fama di autenticità. La più famosa è la Vita di Omero scritta da Erodoto: il poeta secondo lo storico nacque a Smirne e gli fu dato il nome di Melesigene; viaggiò molto per sviluppare le sue doti artistiche e durante una sosta ad Itaca ebbe notizia delle avventure di Ulisse. In seguito si ammalò agli occhi e perse la vista; da qui il nome Omero che significa appunto cieco.

(37) Cfr. S. Lepri, Scrivere bene e farsi capire, Napoli 1988. Lepri è stato direttore dell’Ansa dal 1961 al 1990.

(38) Flavio Magno Aurelio Cassiodoro fu statista e letterato di fama. Nacque a Squillace (Catanzaro) nel 490 circa. Figlio di un funzionario del re ostrogoto Teodorico, svolse numerosi incarichi politici: fu nominato questore, console e successivamente segretario di Teodorico. Alla morte del sovrano, che avvenne nel 526, divenne ministro di Amalasunta, la figlia di Teodorico, succedutagli sul trono come reggente per il figlio Atalarico. Cassiodoro si impegnò per fondere l’elemento romano con quello gotico e per attuare una politica di mediazione tra le varie popolazioni barbare assoggettate all’impero; nel 540 si ritirò dalla vita politica a Vitige e fondò il monastero di Vivario presso Squillace, in Calabria, dove trascorse il resto dei suoi anni dedicandosi allo studio e alla scrittura. Qui istituì uno scriptorium per la raccolta e la riproduzione di manoscritti, che fu modello per i successivi monasteri medioevali. Fu autore della Historia Gotica, un elogio della politica di Teodorico pervenuto solo nella versione ridotta dello storico medioevale Giordane, e di una raccolta di lettere e documenti Variae in dodici volumi, divenuta poi riferimento per lo stile cancelleresco.
Morì nel monastero di Vivario nel 583.

(39) Cfr. U. Eco, La struttura assente, Milano 1968.

(40) G. di Ockham, Scritti filosofici, a cura di A. Ghisalberti, Milano 1974.

(41) Fin dal 1947 le commissioni istituite presso l’Unesco per studiare i problemi connessi al giornalismo, avevano stabilito che «nell’ordine di tali studi occorreva lasciare ampio spazio alle scienze sociali e a quella particolare scienza, in via di formazione, che ha per oggetto l’opinione pubblica». Fattorello fu chiamato più volte a partecipare come esperto a numerose Assemblee Generali dell’Unesco, poiché in questa sede internazionale si era dato un forte impulso a tutta una serie di iniziative di ricerca a coordinamento degli studi sull’informazione.

(42) F. D’Intino, Fattorello, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, 45, Roma 1995, 335-336.

(43) <www.istitutofattorello.org/pag19.html>.

(44) U. Eco, Apocalittici e integrati, Milano 1964.

(45) La tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello, 71.

(46) Con Cartesio nasce un nuovo pensiero filosofico detto “razionalismo” che caratterizzò tutto il ’600. Cartesio, come tutti i razionalisti, pone al centro della sua discussione la ragione e la pone come fondamento filosofico al pensiero scientifico. Il suo pensiero è racchiuso nella famosissima espressione Cogito ergo sum.

(47) David Hume, filosofo inglese (Edimburgo 1711-1776). È stato il massimo esponente dell’empirismo. La filosofia di Hume rappresenta l’estremo sviluppo dell’empirismo inglese. La conoscenza non è innata ma sorge dall’esperienza. Hume nega sia la sostanza materiale sia quella spirituale, tutto riducendo a sensazione e stato di coscienza. Queste percezioni si dividono, secondo Hume, in due classi, che si differenziano soltanto per la maggiore o minore vivacità con cui si presentano al soggetto: le impressioni e le idee, che sono la copia delle impressioni. Quanto ai rapporti che legano tra loro le sensazioni da noi provate, cioè gli stati di coscienza, Hume li riduce, seguendo la linea tradizionale dell’empirismo, alle leggi dell’“associazionismo’’ cioè ai rapporti di somiglianza, di continuità nel tempo e nello spazio e, infine al rapporto di causa.

(48) Nato a Londra nel 1806, primogenito di James Mill, venne educato dal padre in condizione di stretto isolamento dai suoi coetanei. Fin dall’infanzia venne sottoposto dal padre ad una rigida disciplina intellettuale e, infatti divenne ben presto un’intellettuale seguace dell’ utilitarismo, una dottrina propugnata da Bentham, che identifica il bene con l’utile inteso come benessere durevole e non come piacere momentaneo. Dopo aver lavorato per 35 anni nella East India Company, fu membro del parlamento inglese dal 1865 al 1868 come radicale, ove ebbe modo di manifestare la modernità del suo pensiero; infatti, fu uno dei più accesi patrocinatori, alla House of Common, del diritto di voto per le donne, degli interessi dei lavoratori, della riforma agraria in Irlanda, dell’equità del sistema fiscale e di altre riforme. John Stuart Mill si spense ad Avignone nel 1873.

(49) M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Milano 1964.

(50) L’informazione contingente e non contingente sono le due categorie dell’informazione che Fattorello individua. Esse hanno caratteristiche proprie e si connotano per due tipi diversi di fare informazione. Analizzeremo in seguito queste due categorie.

(51) G. Ragnetti, Opinioni sull’opinione, Urbino 2006, 82-83.

(52) Movimento filosofico, scientifico e critico-letterario che sviluppatosi prevalentemente in Francia durante gli anni Sessanta, estese all’antropologia, alla filosofia, alla psicoanalisi e alla epistemologia le teorie e i metodi dello ‘Strutturalismo linguistico’ o semiotica. 

(53) Aristotele, Retorica, 1358 b.

(54) U. Eco, La struttura assente, 87.

(55) G. Ragnetti, Opinioni sull’opinione, 54.

(56) Ivi, 86.

(57) Ivi, 137-138.

(58) La tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello, 54. 

(59) La tecnica sociale dell’informazione di Francesco Fattorello, 129-130.

(60) Ivi, 130. 

“Attacco alla Vulnerabilità”, il nuovo libro di Giorgia Butera

Attacco alla Vulnerabilità

La Fattorelliana Giorgia Butera in libreria dal 4 febbraio 2026 con il titolo: “Attacco alla Vulnerabilità”


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Giorgia Butera

Giorgia Butera

Breve Biografia di Giorgia Butera

Presidente METE/OIDUR e della Comunità Internazionale ‘Sono Bambina, Non Una Sposa’. Interviene nella Diplomazia Culturale e Democratica. Il suo impegno è riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Esperta in Programmi Educativi, Campagne di Responsabilità Sociale, Ricerca ed Analisi. Manager in Benessere Organizzativo e Sociale. Impegnata nella ‘Conference Life’.

Studia i processi evolutivi sociali e relazionali, il Valore Umano e l’industria culturale. È noto il suo impegno nella prevenzione oncologica e nella lotta contro l’abuso minorile, avendo ideato iniziative come ‘Partire per abusare i bambini è un crimine contro l’umanità’. Ho ideato per l’OIDUR, il ‘Programme Femmes Plus’.

La sua carriera è iniziata nel 1997 affermandosi come Autrice e Tecnico della Comunicazione. Ha scritto numerosi libri su temi sociali e digitali, tra cui ‘Hijab. Il Velo e la Libertà’, ‘Dal Sexting al Revenge Porn’ e ‘Attacco alla Vulnerabilità’.

Dal 2000 è difensore dei Diritti Umani. Dal 2015 è Oratrice ONG al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra ed intervengo in Meeting Internazionali e World Social Forum.

Dalla storia del giornalismo agli studi sull’informazione: l’attività didattica e scientifica di Francesco Fattorello dagli anni Venti agli anni Cinquanta

Francesco Fattorello

Desidero ringraziare il Dott. Paolo Martinino che nella sua Tesi di Laurea su “Francesco Fattorello” presso l’Università di Firenze, è riuscito, in maniera esemplare, a mettere ordine nel disordine da me fornitogli, dandomi un sostanziale aiuto nella stesura della biografia del Prof. Fattorello.

Prof. Giuseppe Ragnetti


Qui la versione in PDF della Biografia integrale di Francesco Fattorello a cura di Paolo Martinino


1 – Gli esordi nella critica letteraria

Francesco Fattorello nacque il 22 febbraio 1902 a Pordenone da Carlo, maestro elementare, e Maria Coromer e visse i suoi primi anni spostandosi nei paesi del Friuli dove il padre era chiamato ad insegnare. Negli anni della prima guerra mondiale, Fattorello iniziò i suoi studi al Liceo “G. Berchet” di Milano, entrando in contatto con la cultura classica e, soprattutto, con gli ambienti interventisti, impegnandosi attivamente in politica.[1] Dopo Caporetto egli si trasferì a Firenze dove partecipò all’azione di propaganda dirigendo, tra l’altro, due giornali: “Giovinezza Italica” e “Riscossa Morale”.[2]

Dopo la licenza liceale, conseguita nell’anno scolastico 1919-20,[3] tornò a Udine, dove contribuì alla nascita della sezione locale della Lega Studentesca Italiana e strinse rapporti con il nascente fascismo.[4]

In questi anni Fattorello iniziò la sua attività di pubblicista con articoli di critica letteraria scritti su alcuni giornali locali, come “La Patria del Friuli” e “Il Giornale di Udine” che, insieme agli opuscoli e alle conferenze svolte, testimoniano l’interesse e la passione che in lui suscitarono gli studi classici. Emergono, inoltre, da queste prime esperienze di critica letteraria, pubblicate sulla “Patria del Friuli” con lo pseudonimo Giorgio Werret, alcuni tratti caratteristici della formazione culturale di Fattorello che verranno sviluppati nelle opere successive. La rilettura degli autori classici della tradizione letteraria italiana si realizza nella ricerca, fortemente ideologizzata, di aspetti spirituali, “ideali”. Per Fattorello, l’impegno degli intellettuali borghesi, la cui legittimazione passava attraverso il recupero della tradizione letteraria nazionale, doveva essere rivolto alla rivalutazione della letteratura classica e veniva tematizzato come “missione”.

Con questi obiettivi nel 1923 Francesco Fattorello fondò e diresse la “Rivista Letteraria delle Tre Venezie. Bimestrale di letteratura italiana”. La rivista veniva creata nella convinzione che la letteratura avesse una missione di civiltà nazionale:

La letteratura, a nostro giudizio, ha una missione: essa non è l’ultima fonte di cui la civiltà nostra si alimenta; per questo non deve solo rivolgersi all’espressione della bellezza e al diletto, ma essere intellettualmente, moralmente, scientificamente utile.[5]

Sulla linea della “ricerca della tradizione”, del recupero della letteratura nazionale si colloca la serie di profili di poeti e di scrittori del XIX secolo che Fattorello – “un giovane non ancora ventenne, che già ebbe applausi per ottime conferenze letterarie all’Università Popolare di Udine ed all’Accademia Olimpica di Vicenza”[6] – scrisse per la casa editrice “Libreria Carducci”. Questi ritratti di letterati, che non sembravano distaccarsi dalla tradizionale critica letteraria contemporanea,[7] costituiscono per la maggior parte la pubblicazione di lezioni e di conferenze che Fattorello teneva in diversi Istituti ed Accademie. Nel 1922 venne pubblicato il primo volume dedicato ad Ippolito Nievo,[8] in cui il giovane critico insisteva molto sui “sentimenti” e sui valori dello spirito, mentre alcuni anni dopo Fattorello, nel suo nuovo saggio sul Nievo, [9] accentuerà in maniera enfatica il valore storico delle Confessioni “quale segno di una vocazione patriottica del romanticismo”. Nell’ambito della letteratura patriottica risorgimentale si collocano anche i due lavori su Tommaso Grossi e Massimo D’Azeglio. [10]

Nel 1923 venne pubblicato il saggio su Antonio Fogazzaro.[11] L’interesse per Fogazzaro era rivolto soprattutto ai contenuti ideali e agli intenti morali e religiosi delle sue opere. Il 20 marzo 1923, nell’Aula Magna del Regio Istituto Tecnico di Udine, Fattorello tenne una lezione sui Promessi Sposi in cui ribadì la sua concezione dell’arte come mezzo per elevare l’anima, come strumento per l’educazione morale, che corrispondeva a quanto esposto nel programma della “Rivista Letteraria delle Tre Venezie”.[12]

Durante l’ultimo anno di università Fattorello proseguì i suoi studi sulla letteratura, dedicandosi evidentemente poco alla stesura della sua tesi di laurea che poi gli darà, infatti, risultati alquanto modesti. Trasferitosi probabilmente di nuovo ad Udine, si immerse in un’appassionata ricerca filologica nella Biblioteca Comunale Joppi, dove riuscì a rintracciare lettere e testimonianze varie della cultura locale. Egli cercava di rintracciare autori che manifestassero ideali patriottici[13] o dei caratteri che, oltrepassando la scrittura regionale, potessero contribuire a costruire il profilo della letteratura nazionale.[14] Nel 1925 uscì il saggio Uno scrittore dimenticato: Giovanni Ruffini, interessante in quanto, mantenendosi sempre sugli stessi temi (letteratura nazionale, letteratura patriottica), introduce un concetto che si ritrova alla base degli studi successivi di Fattorello sul giornalismo. Il fine di questo saggio è, ancora una volta, la dimostrazione della “italianità” di Giovanni Ruffini, letterato e patriota risorgimentale, che scrisse tutte le sue opere in lingua inglese. Fattorello ricorda le teorie di Luigi Settembrini, secondo cui la lingua era

la manifestazione parlata di un gran pensiero organico il quale comprende tutta la vita di un popolo. Perciò essa è, in altro modo, non solo il mezzo onde una stirpe s’intende e realizza nella parola il proprio sentimento, ma è qualche cosa conforme a questo sentimento istesso.[15]

L’autore deduce, di conseguenza, che l’uomo, parlando fin da bambino una determinata lingua, struttura il proprio modo di pensare in maniera conforme a quella lingua. Ecco quindi che Giovanni Ruffini può essere inserito nella letteratura nazionale in quanto

ebbe informato l’ingegno al pensiero ed alle speranze della nazione, coltivò la sua mente con le virtù custodite dalle speranze degli italiani, e rappresentò nell’opera sua, il sentimento nazionale […] la vita del popolo italiano.[16]

La cosa che ci interessa è quella definizione di “lingua” come “manifestazione parlata di un gran pensiero organico”. Vedremo in seguito quanta parte avrà questo concetto nello sviluppo, da parte di Fattorello, dell’idea del giornalismo come manifestazione scritta dell’opinione pubblica.

Il 24 novembre del 1924 Fattorello si laureò in legge con una tesi in Storia del diritto italiano intitolata Il diritto penale nelle Costituzioni Patriae Forum Julii, riportando la votazione di 58/80. [17] I suoi interessi non erano evidentemente rivolti alla giurisprudenza; anzi, con l’esperienza della “Rivista Letteraria delle Tre Venezie” appena avviata, si indirizzavano sempre di più verso gli studi letterari. Nel 1925, l’anno in cui venne riformato dal servizio militare,[18] pubblicò altri saggi sulla cultura friulana[19] e l’anno seguente proseguì nella analisi dei rapporti tra letteratura regionale e nazionale sulla rivista “I libri del giorno”.

Lo spazio in cui si svolgeva la sua produzione culturale di questi anni era sempre la letteratura, e sempre nel rapporto tra giornalismo e storia della letteratura si realizzarono le varie collaborazioni al “Corriere Padano”, alla “Gazzetta di Venezia” e al “Popolo Toscano” con articoli che ancora andavano nella direzione del recupero della tradizione letteraria nazionale.

2 – La storia del giornalismo

Il 2 febbraio 1929 il Ministero delle Corporazioni e quello della Pubblica Istruzione autorizzarono un corso straordinario di otto lezioni sulla storia del giornalismo italiano, da tenersi presso l’Università degli Studi economici e commerciali di Trieste nell’anno accademico 1928-29.[20] Il Segretario del Sindacato fascista dei giornalisti giuliani, Michele Risolo[21], propose di tenere questo corso a Francesco Fattorello[22], il quale proprio in questi anni,[23] si era orientato verso gli studi di storia del giornalismo.

Si trattava di una disciplina che faceva proprio in quegli anni per la prima volta il suo ingresso nell’università e, nella prefazione al volume in cui raccolse le lezioni tenute a Trieste,[24] Fattorello sottolineò tutte le incertezze e le perplessità incontrate in questo nuovo insegnamento. Occorreva infatti definire a fini didattici l’ambito della disciplina, affrontare il problema delle origini e della periodizzazione del fenomeno giornalistico, offrirne una trattazione sistematica ed organica.

Ma che cosa dovevo trattare nelle mie lezioni? – scriveva – Fare un corso su “tutta” la storia del nostro giornalismo sarebbe stata impresa troppo vasta per il tempo che era a mia disposizione, anche perché un argomento siffatto, ove fosse stato trattato in così ristretto periodo, sarebbe riuscito un lavoro superficiale e di scarsissimo valore. Più opportuno mi parve quindi incominciare una trattazione sistematica, rifacendomi dalle origini, anche perché l’Italia non ha ancora una storia del suo giornalismo.[25]

Gli studi storici sul giornalismo realizzati fino agli anni Venti, erano stati condizionati da un’impostazione prevalentemente letteraria. La mancanza di analisi approfondite sul giornale, quale moderno strumento di comunicazione, rendeva “pioneristiche” le prime cattedre di storia del giornalismo. Fattorello insisteva molto su questo aspetto e criticava quegli studiosi, e molto autorevoli,

che, considerando la storia del giornalismo sotto un punto di vista prettamente teorico e letterario, si sono creduti in diritto di metterla al bando. E fecero male ed ebbero il torto soprattutto di considerare codesta materia alla stregua della storia letteraria, non avvertendo invece che la storia del giornalismo è una disciplina ben distinta, che con la letteratura non ha molto a che fare, che ha una sua individualità ben precisa nel campo delle scienze storiografiche.[26]

Egli era interessato a questi “nuovi” studi e, dopo l’esperienza delle lezioni straordinarie di storia del giornalismo italiano, il 29 maggio 1929 Fattorello scrisse all’Università degli Studi Economici e Commerciali di Trieste, chiedendo se fosse possibile inserire la storia del giornalismo tra gli insegnamenti impartiti presso quella università, ma la risposta fu negativa.[27]

Le sue ricerche proseguirono tramite la “Rivista Letteraria delle Tre Venezie” che venne pubblicata con questo titolo fino ai primi mesi del 1927 e trasformata nel 1929 in “Rivista Letteraria”.[28] La rivista continuò a caratterizzarsi come strumento di informazione e critica letteraria, attraverso delle rubriche dove venivano pubblicati profili di scrittori, recensioni e contributi bibliografici,[29]ma si aprì anche a studi storici e, soprattutto, riservò uno spazio specifico al giornalismo. Già dal primo anno, infatti, per suggerimento di Antonio Pilot, venne realizzata una rubrica dedicata ai “Contributi alla storia del giornalismo”,[30] che, come scriveva Fattorello nell’introduzione al primo numero della seconda annata:

ha incontrato i migliori consensi nel mondo letterario italiano e che si propone di lumeggiare, nei limiti delle possibilità, questo nuovo campo d’indagini.[31]

I vari articoli, redatti da giornalisti come Gino Tomajuoli[32] e Guido Piovene[33], professori universitari come Giuseppe Santonastaso,[34] e da archivisti e bibliotecari come Guido Bustico,[35]costituiscono un materiale ricco di indicazioni utili, una fonte preziosa di dati per future indagini sulla storia del giornalismo italiano. La “Rivista Letteraria”, segnalando le opere più importanti e gli articoli meno rilevanti apparsi su riviste e quotidiani, informando sulle iniziative, le celebrazioni e le mostre sul giornalismo, offre elementi indispensabili per una ricerca approfondita sulle linee di tendenza in cui si muoveva la storia del giornalismo fascista.

Nelle lezioni tenute a Trieste Fattorello si pose il problema di individuare le peculiarità del fenomeno giornalistico, distinguendolo da ogni altra produzione letteraria, e, soprattutto, di stabilirne le origini. Egli riteneva che la storia del giornalismo non fosse solo la storia del giornale ma, più in generale, dell’opinione pubblica che si era manifestata, nel corso della storia, con mezzi diversi: dagli “acta diurna” dell’antica Roma alle cronache medievali, dalle lettere mercantili del Quattrocento alle prime gazzette del Seicento.

Il giornalismo, scriveva Fattorello, studia tutti i mezzi e gli strumenti con i quali attraverso il tempo si è manifestata la pubblica opinione. E il giornalismo, in quanto è la manifestazione della pubblica opinione, è molto più antico di quanto si crede: è antico quanto la società e non riguarda la storia soltanto dei giornali, ma di tutti gli altri mezzi che sono serviti a manifestarla.[36]

Queste idee vennero criticate da diversi studiosi. Fattorello ottenne, tramite Gioacchino Brognoligo, anche il parere di Benedetto Croce, il quale riteneva che

una storia del giornalismo italiano politico non può cominciare che dai giornali che si pubblicarono nelle varie Repubbliche giacobine dal 1796 in poi, cioè da quando essi, ottenuta la libertà di stampa, furono veri e propri strumenti dell’opinione pubblica.[37]

Secondo Luigi Piccioni[38], che intervenne in questa polemica sulla “Nuova Antologia”, rintracciare così lontano le origini del giornalismo era una forzatura, dettata da motivi ideologici, che non contribuiva ad una definizione del giornale e della sua funzione.

Se noi, scriveva Piccioni, per desiderio di dare al giornalismo una nobiltà di origini troppo antica, allarghiamo imprudentemente la base di quella definizione, noi rischiamo di estendere talmente i confini della storia del giornalismo, da confonderla con la storia stessa della coltura e da giustificare così anche l’affermazione conclusiva del Fattorello, per quale “la storia del giornale è una sola cosa con quella delle idee e delle dottrine politiche”![39]

Piccioni richiamava anche le critiche mosse da Rodolfo Mosca il quale concordava sul fatto che la storia del giornalismo, come asseriva Fattorello, non coincideva con la storia del giornale, ma non accettava l’idea di rintracciare elementi della storia del giornale nell’antichità. Mosca non concordava neanche con la definizione di Paolo Orano[40] del giornalismo come “manifestazione di critica e di controllo”. Stabilire un rapporto tra stampa e opinione pubblica, secondo Mosca, non era sufficiente per definire le caratteristiche del giornalismo, le quali, invece, andavano rintracciate in quelli che venivano considerati come i caratteri propri della funzione giornalistica: “la tempestività e l’attualità”.[41]

Le posizioni di Fattorello non erano condivise neppure da Antonio Panella, che intervenne sulle pagine de “Il Marzocco” per confutarle.[42] Per Panella il termine giornale doveva comprendere esclusivamente il giornale moderno, poiché “il giornale è, volere o no, una produzione essenzialmente moderna e, a far molto, non si può risalire per rintracciarne le origini, oltre gli ultimi due o tre secoli.”[43] Anche se gli antecedenti del giornale potevano essere considerati i “fogli di avvisi”, risalenti al XVI secolo, di carattere politico, creati allo scopo di informare, tuttavia, secondo Panella, è solo nel momento in cui il giornalismo diventa letterario che, diffondendo idee, inizia la sua missione. Egli si ricollegava alle teorie di Orano che, nell’articolo Verso una dottrina storica del giornalismo, aveva insistito sulla funzione contemporanea del giornalismo, di controllo e di critica e quindi sulla necessità di far partire lo studio della storia del giornalismo dalla fine del secolo XVIII, quando il giornale diventò un elemento importante della vita pubblica.[44]

Lo stesso articolo veniva ripreso anche da Fattorello che condivideva le posizioni sostenute da Orano circa il legame tra giornalismo e opinione pubblica, ma non per quanto riguarda l’inizio della storia del giornalismo, aggiungendo: “obiettiamo ancora al Panella che la nostra disciplina non ha per oggetto di studio semplicemente il giornale, come egli dice, ma il giornalismo e che giornale e giornalismo sono una cosa ben diversa.”[45]

Sia Orano che Fattorello posero alla base della storia del giornalismo l’opinione pubblica; tuttavia le differenze tra le teorie dei due studiosi sono significative. Per il primo, condizionato dai suoi precedenti studi di psicologia sociale sul rapporto tra stampa e opinione pubblica, il giornalismo andava studiato da quando riflette “l’aspetto psicologico della società moderna”, dal momento in cui i principi della Rivoluzione francese avevano dato vita alla contrapposizione della stampa al potere politico e fino a quando il regime fascista non aveva riportato il giornalismo all’ordine, ponendolo al servizio dello Stato. Con la Rivoluzione francese, infatti, la stampa era divenuta il “tribunale del pubblico” e aveva svolto un ruolo fondamentale come arbitro del conflitto politico.

Per Fattorello, invece, la storia del giornalismo doveva interessarsi di tutte le espressioni dell’opinione pubblica e quindi doveva partire da quando essa iniziò a manifestarsi.[46] Nell’identificazione tra storia del giornalismo e storia dell’opinione pubblica si può intravedere, forse, l’intuizione di forme più generali di comunicazione, quasi una definizione abbozzata del concetto d’informazione al quale Fattorello dedicherà i suoi studi nel secondo dopoguerra.

Con il passare degli anni la “Rivista Letteraria” dedicò al giornalismo sempre più spazio,[47] tanto che, nel 1935, Fattorello poteva osservare:

“Ormai si può dire che il nostro periodico è decisamente orientato verso la storia del giornalismo; che solo nella nostra Rivista ha in Italia una diligente, periodica rassegna”.[48]

3 – Dalla storia del giornalismo alla scienza del giornalismo

Dopo il 1929, gli studi di Fattorello sul giornalismo si indirizzarono verso temi capaci di evidenziare storicamente l’importanza della funzione politica che il giornalismo aveva svolto nella storia d’Italia. Nell’approccio alla storia del giornalismo Fattorello passò, negli anni tra il 1929 e il 1935, attraverso una serie di cambiamenti graduali che si manifestano, spesso, solo come orientamenti programmatici, a volte come indicazioni metodologiche. Sono testimonianze percepibili anche nella trattazione di alcuni temi e momenti di storia del giornalismo e, soprattutto, nella scelta di nuovi argomenti di ricerca.

Nel 1931, ad esempio, Fattorello pubblicò un saggio su Pacifico Valussi[49], giornalista friulano protagonista delle vicende risorgimentali.[50] Al di là dei riferimenti alla cultura friulana, che pure possono giustificare la scelta di intraprendere lo studio di questo personaggio assai conosciuto a livello locale, Valussi era considerato importante in quanto figura di rilievo nazionale, sia come patriota che come giornalista. Dal volume di Fattorello emerge la volontà di suggerire una lettura strettamente politica delle vicende di questo personaggio, appartenente alla schiera dei “profeti” nazionali; una lettura quasi agiografica, giustificata dal fatto che Valussi, occupandosi della questione veneta, aveva esaltato il ruolo dell’Italia in campo internazionale. Ma è soprattutto del Valussi giornalista che Fattorello sottolineò l’importanza in questo lavoro e in articoli pubblicati quasi contemporaneamente sulla “Rivista Letteraria”.[51] A suo avviso Valussi aveva infatti teorizzato la missione del giornalismo nella società, ed aveva inoltre sottolineato la necessità di un “giornalismo obiettivo” libero dalle consorterie, al servizio della nazione. Scriveva Fattorello:

“Il giornalista, dice il Valussi, deve sempre ricordare che la sua è una missione che egli compie in seno alla società”.[52]

Un terreno di ricerca utile per testimoniare la funzione politica del giornalismo nella storia d’Italia era il Settecento. Fattorello si interessò molto del giornalismo di questo periodo, evidenziandone l’importanza nella formazione della coscienza nazionale. Particolare successo ebbe, nel 1932, il saggio su Il giornalismo veneziano nel ‘700 in cui, partendo dal periodico “Minerva” e dal “Giornale dei letterati d’Italia”, Fattorello rilevò le “note d’italianità”[53] del giornalismo veneziano, allargando l’indagine ai giornali politici, ai fogli stranieri, alla “Gazzetta Veneta” e all’“Osservatore”.[54] Questo lavoro venne ristampato l’anno successivo escludendo il periodo dal 1797 al 1815 ed estendendo invece l’indagine a tutto il Veneto.[55]

Nel 1932 Fattorello intrattenne una fitta corrispondenza con vari studiosi per la preparazione della seconda edizione del volume sulle origini del giornalismo in Italia. Questo carteggio, conservato dall’Istituto italiano di pubblicismo, offre interessanti elementi per ricostruire i suoi rapporti con alcuni personaggi dell’ambiente culturale degli anni Trenta. Personaggi del mondo accademico, come Luigi Piccioni e Giulio Natali, bibliotecari, archivisti come Antonio Panella,[56] alcuni dei quali, come Luigi Madaro, erano anche collaboratori della “Rivista Letteraria”.[57] Le numerose richieste di informazioni su argomenti particolareggiati della storia del giornalismo testimoniano gli interessi eruditi di Fattorello ma, soprattutto, segnalano un allontanamento dal tema delle origini del giornalismo, su cui finora si erano concentrati i suoi studi. Egli mantenne ancora la visione unitaria della storia del giornalismo, che dagli acta diurna giungeva fino al giornalismo fascista, ma, in questi anni, iniziò ad occuparsi di quelle che venivano generalmente considerate come le prime manifestazioni del giornalismo moderno. Infatti, nella seconda edizione del volume sulle origini del giornalismo in Italia Fattorello iniziò la ricostruzione della storia del giornalismo italiano dalle gazzette del Seicento.[58]

Il successo ottenuto nei primi anni Trenta dalla “Rivista Letteraria” e da alcune opere sul giornalismo, i numerosi contatti accademici e culturali diedero a Fattorello la possibilità di farsi conoscere e di ottenere il prestigioso incarico di collaborazione all’Enciclopedia italiana.[59] Egli scrisse con Giulio Natali la parte intitolata Le origini del giornalismo della voce Giornale,[60] mentre le altre sezioni della stessa voce vennero redatte da Stefano La Colla[61] e Telesio Interlandi, direttore de “Il Tevere”.[62] Nelle parte sulle origini del giornalismo Fattorello mantenne la sua teoria che univa nel concetto di “giornalismo” il giornale con gli altri diversi e precedenti mezzi di informazione e di espressione dell’opinione pubblica.

Difficile, scriveva Fattorello, determinare con esattezza quale paese abbia creato il primo giornale nel senso moderno: e ciò non solo per le molte mistificazioni ma anche per il fatto che i moderni giornali furono preceduti da forme e strumenti analoghi. Oggi pressoché finite le grandi discussioni del passato, tutti sanno che il giornale non fu inventato, bensì si sviluppò in modo lento e continuo prima di giungere alle forme a noi note.[63]

Nell’Enciclopedia Italiana Fattorello ricostruì, quindi, la storia del giornalismo legando gli acta diurna dell’antica Roma, come aveva fatto nelle sue opere precedenti, alle lettere mercantili del XIII secolo, alle prime gazzette del Seicento, ma questa volta si soffermò, con particolare attenzione, sul Settecento e sulle repubbliche giacobine, in cui veniva ravvisato l’inizio del giornalismo politico; si occupò, infine, della stampa risorgimentale.

Nell’anno accademico 1934-35 Fattorello tenne, come libero docente presso la Facoltà di Scienze Politiche della Regia Università di Roma, il primo corso di storia del giornalismo.[64] Nella prolusione[65] egli ripercorse la storia del giornalismo italiano, soffermandosi sulla funzione politica della stampa risorgimentale, sulla concezione educativa di Mazzini ed infine sulle trasformazioni avvenute tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta.[66] La modernizzazione dell’industria giornalistica, la diffusione del cinema e della radio segnarono l’avvento, anche in Italia, di un moderno sistema delle comunicazioni di massa. Gli studi sul giornalismo, in questi anni, si avviarono verso analisi sempre più interessate a sottolineare i meccanismi di funzionamento dell’informazione e della propaganda.

A partire dall’anno accademico 1935-1936, quando il corso libero tenuto da Fattorello a Roma si trasformò in insegnamento ufficiale, le lezioni vennero divise in due parti: una riguardava un periodo storico particolare, l’altra trattava della dottrina e della scienza giornalistica.[67]

Da un articolo pubblicato sulla “Rivista Letteraria” da Osvaldo Costanzi, assistente alla cattedra di Storia del Giornalismo, emerge il tipo di insegnamento impartito da Fattorello. I giornali erano studiati all’interno del contesto culturale e politico in cui erano nati e si erano sviluppati, sottolineandone il programma e i mutamenti di percorso. Ad esempio, nell’analisi dell’attività di Ugo Foscolo giornalista si studiavano gli scritti riguardanti il giornalismo, gli articoli pubblicati nei periodici da lui fondati o ai quali aveva collaborato, all’interno di un contesto più generale della storia delle idee politiche e filosofiche.[68] Su questo modello Fattorello tenne delle lezioni, ad esempio, sulla politica giornalistica di Cavour o sull’organizzazione della propaganda da parte di Garibaldi. Questi studi dovevano permettere di trarre dall’esperienza del passato insegnamenti e dati utili allo studio dei modi in cui la stampa aveva rappresentato il più efficace supporto per la diffusione di idee politiche.[69]

Fattorello insisteva prima di tutto sull’importanza del “fenomeno giornalistico” la cui conoscenza doveva diventare parte integrante della cultura generale moderna. Il giornale doveva essere studiato in tutti i suoi aspetti e, soprattutto, a livello tecnico, analizzando i meccanismi di produzione dell’informazione. Inoltre, la storia del giornalismo non si doveva limitare alla ricostruzione delle vicende politiche delle singole testate, ma doveva essere funzionale alla scienza del giornalismo, fornendo elementi storici per l’analisi del giornale come fatto sociale, economico, politico, culturale.

L’interesse per l’analisi scientifica del rapporto tra opinione pubblica e mezzi di comunicazione di massa, che in questi anni era considerata solo una “consulenza sussidiaria” all’operazione pubblicitaria e all’organizzazione della propaganda di regime, verrà sviluppata negli anni successivi e costituirà il nucleo della “scienza del giornalismo”.

4 – La scienza del giornalismo

Durante gli anni Trenta si stabilirono nuovi rapporti culturali tra l’Italia e la Germania anche riguardo al settore dell’informazione. Con la proclamazione dell’asse Roma – Berlino vennero intraprese diverse iniziative culturali, visite, studi e collaborazioni. a lungo termine. Già dal 1937 Goebbels promosse la fondazione di una “Associazione della stampa italo-tedesca”, allo scopo di incrementare i contatti fra i due Paesi, tramite delegati permanenti, conferimento di borse di studio, scambi di articoli, e convegni bilaterali.[70] In seguito all’accordo firmato a Roma il 23 novembre 1938, aumentarono le iniziative in molti settori e il 15 maggio 1939 si fondò l'”Ente italiano per gli scambi tecnico-culturali con la Germania”.

Dalla “Rivista Letteraria”, che nella seconda metà degli anni Trenta andò dedicandosi maggiormente alla storia del giornalismo[71], emergono, in modo sempre più consistente, i rapporti, nel campo degli studi sul giornalismo, tra l’Italia e la Germania, tramite le recensioni delle opere di studiosi tedeschi e, soprattutto, attraverso la segnalazione delle varie mostre della stampa italiana che venivano organizzate in Germania.

Nella seduta del 25 febbraio 1935 la Giunta Centrale per gli Studi Storici, presieduta da Cesare Maria De Vecchi, Ministro per l’Educazione Nazionale, designò Francesco Fattorello come rappresentante italiano nella Commissione per la Bibliografia del Giornalismo del Comitato Internazionale di Scienze Storiche.[72] Il progetto di quest’opera internazionale andava dai primi giornali a stampa al 1914 e comprendeva tutti gli stati i cui storici aderivano al Comitato Internazionale di Scienze Storiche attraverso i Comitati Nazionali.

Il 28 maggio 1935 Fattorello venne invitato a prendere parte ad una riunione dei delegati rappresentanti l’Italia all’interno del Comitato Internazionale di Scienze Storiche e alle Commissioni Scientifiche da esso dipendenti. Per tale occasione gli venne richiesto di preparare, in qualità di membro della Commissione per la Bibliografia del Giornalismo, una relazione sul progetto che intendeva realizzare, corredandola con indicazioni relative alle esigenze di carattere finanziario dell’iniziativa.[73]

L’adunanza dei delegati venne fissata per il 6 luglio nel Salone del Consiglio Superiore dell’Educazione Nazionale[74] In quell’occasione Fattorello presentò il suo progetto; per l’attuazione del repertorio dei giornali italiani egli prevedeva di far collaborare tutte le biblioteche italiane e le sovraintendenze bibliografiche. Il repertorio doveva comprendere un elenco dei periodici usciti in ogni provincia dal 1600 al 1915, un elenco generale più dettagliato, per ordine alfabetico, di tutti i giornali italiani e un altro dei giornali stranieri esistenti nelle biblioteche. Per ognuno dei giornali, agli istituti che li possedevano si chiedeva di indicare gli estremi richiesti dal Comitato internazionale. Tutte le schede bibliografiche dovevano essere raccolte presso l’Istituto italiano del libro di Roma. La parte sulla letteratura del giornalismo italiano, invece, poteva essere compilata più facilmente sulla base delle bibliografie esistenti.[75]

Il 20 novembre venne comunicata a Fattorello l’approvazione da parte della Giunta Centrale per gli Studi Storici, avvenuta nella seduta del 13 novembre, di uno stanziamento di mille lire, come primo contributo per il finanziamento della bibliografia. Il 26 febbraio 1936 De Vecchi richiese a Fattorello di presentare una relazione sullo stato dei lavori,[76] ma poi De Vecchi, evidentemente non soddisfatto di quanto inviato dallo studioso, gli richiese una copia della bibliografia e la nota delle spese[77] Questa bibliografia doveva essere presentata alla Commissione Internazionale in occasione dell’Assemblea di Bucarest ma, inspiegabilmente, il 17 giugno Fattorello venne invitato a non inviare la documentazione raccolta.[78]

Tutto il materiale reperito per la bibliografia internazionale del giornalismo, venne poi pubblicato sulla “Rivista Letteraria”, in una serie di fascicoli usciti dal 1936 al 1938, dal titolo Notizie per una bibliografia del giornalismo italiano, che Fattorello considerava come “parte generale” di un lavoro più ampio e approfondito che sarebbe dovuto proseguire negli anni successivi.[79] Le dispense erano suddivise in sezioni: Giornalismo italiano in generale, Giornalismo per città, provincia, regione; giornalismo nei vari periodi storici; Giornalismo italiano all’estero; Sommari storici, Pubblicazioni di carattere giuridico; Scuole di giornalismo; Stampa tecnica e altre varietà della stampa periodica; Giornalismo di parte; Giornalismo letterario; Articoli bibliografici, Repertori, Cataloghi, Fonti. Da queste note bibliografiche emerge l’interesse di Fattorello di allargare i suoi studi da un’impostazione storica verso l’analisi di alcune caratteristiche specifiche del giornalismo, giuridiche, economiche, tecniche; tutti aspetti che rientravano in quegli studi di “scienza del giornalismo” che proprio in quegli anni iniziarono a svilupparsi anche in Italia.

Nel saggio pubblicato nel 1938, dal titolo Verso una scienza del giornalismo, lo studioso fece un bilancio degli studi italiani sul giornalismo nell’ultimo decennio e richiamò l’attenzione sui risultati raggiunti negli altri paesi in questo settore.[80] Egli sottolineò come fosse stata da sempre una sua esigenza definire e disciplinare queste ricerche che in Italia, sosteneva, avevano visto degli sviluppi soprattutto attraverso il suo insegnamento. Ricordava, infatti, come, nel primo corso di storia del giornalismo, tenuto come libero docente all’Università di Roma nell’anno accademico 1934-35, egli, oltre alla parte storica, aveva cercato di risolvere problemi di ordine metodologico relativi alla “dottrina del giornalismo”. E dall’anno seguente, quando, in seguito alla riforma De Vecchi, era stato inaugurato l’insegnamento ufficiale di storia del giornalismo presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma, i suoi corsi erano stati divisi in due parti, una delle quali di carattere storico e l’altra relativa alla dottrina e della scienza giornalistica.

La mia attenzione e quella dei miei allievi, scriveva Fattorello, fu concentrata soprattutto su questo argomento sul quale invece in Italia nessuno che io sappia si soffermava con certa larghezza, fatta eccezione di quei pochi che, più o meno polemizzando, avevano letto e recensito il volume nel quale erano state raccolte le lezioni del mio primo corso e la prolusione di quel corso stesso.[81]

La scienza del giornalismo non doveva essere confusa con la formazione professionale dei giornalisti e tanto meno con la storia del giornalismo. Fattorello tentava di definire i limiti della nuova disciplina che, oltre all’analisi storica, doveva fissare il proprio oggetto di studio nelle forme di realizzazione e di manipolazione della pratica giornalistica.

Innanzitutto osserviamo che quando parliamo di scienza del giornalismo non intendiamo parlare di storia del giornalismo. La storia del giornalismo può essere soltanto una specialità della scienza, quella specialità più esattamente attraverso la quale il giornalismo viene studiato storicamente. Ma il giornalismo è un fenomeno complesso che va studiato non solo per quello che è stato, ma anche qual è, quale si presenta in un determinato momento.[82]

Egli sosteneva che il giornalismo era uno strumento politico, un fenomeno sociale, e che quindi andava studiato anche dal punto di vista della scienza politica e sociale, in tutti i suoi aspetti di ordine giuridico, industriale e commerciale, tecnico e statistico. Si tentava di introdurre un approccio interdisciplinare totalmente nuovo per quella che era stata finora la tradizione di studi sul giornalismo. Una prospettiva d’analisi che sicuramente costituì il prototipo degli studi sul giornalismo realizzati nel secondo dopoguerra ma che, in questi anni, era motivato essenzialmente dall’esigenza di “inquadrare” il giornalismo come fenomeno complesso e di fissarne i limiti, le forme, le funzioni in tutti gli aspetti che esso esprimeva.

Mettiamo dunque vicino allo storico lo statista, il sociologo, il giurista, l’economista, il sindacalista, il giornalista stesso, il tecnico della stampa giornalistica, lo statistico. Essi sono i collaboratori della scienza giornalistica. Tutte le loro particolari discipline possono giovare per una maggiore intesa della scienza giornalistica. Un istituto che si proponga questo genere di studi giornalistici non potrà prescindere da una organizzazione dove tutte queste ed altre branche siano rappresentate e rechino, ognuna per la propria parte, il particolare contributo.[83]

Fattorello sottolineava l’esigenza di abbandonare l’impostazione dei letterati e degli storici, i pionieri di questi studi in Italia, che avevano visto la storia del giornalismo in funzione della storia letteraria o della storia politica. Questa impostazione viene chiaramente evidenziata anche dalla recensione del volume di A. Gennarini Il giornalismo letterario della nuova Italia, pubblicata nel 1938 sulla “Rivista Letteraria”,[84] in cui Fattorello sosteneva l’inutilità di studiare il giornalismo dal punto di vista letterario senza analizzare anche gli altri aspetti, attaccando non solo Gerrarini, ma anche Piccioni:

Il fenomeno giornalistico, scriveva Fattorello, e perciò la storia della stampa periodica, non può accettare queste distinzioni. Né si può dire che il giornalismo letterario è il punto di partenza e la base di detti studi. Uno studio come quello del Piccioni (Il giornalismo letterario in Italia, Torino, 1894) che il Gennarini definisce “base prima di ogni altra storia del giornalismo nostro”, porta necessariamente fuor di strada. Il giornalismo non è dominio esclusivo dei letterati, come non è dominio esclusivo dei cultori della storia politica: va studiato come qualche cosa che tiene dell’uno e dell’altro campo e di altri campi ancora: è un fenomeno sociale complesso, sul quale in Italia si hanno idee ancora molto errate e preconcetti portati avanti da una tradizione creata soprattutto da coloro che fin qui si sono occupati di questa disciplina col solo programma di tirare l’acqua al proprio mulino.[85]

Con la pubblicazione dell’articolo Verso una scienza del giornalismo la “Rivista Letteraria” fissò in maniera più precisa e definitiva il suo orientamento verso gli studi di scienza del giornalismo e nel 1939 si trasformò nella rivista “Il Giornalismo”, ponendo al centro del suo programma il giornale, in tutti i suoi aspetti e problemi. La storia del giornalismo venne ormai ad assumere un ruolo subalterno rispetto alla scienza del giornalismo. Nella nuova disciplina, la ricostruzione storica della “tradizione” della stampa italiana cedette il posto all’analisi dei meccanismi di funzionamento dell’informazione, allo studio delle pratiche di realizzazione e di manipolazione della notizia; tecniche che, negli anni della Seconda guerra mondiale, diventarono sempre più necessarie per costruire un giornalismo efficace nella propaganda e nel controllo dell’opinione pubblica. Nell’introduzione al primo numero del nuovo periodico Fattorello affermava:

La rivista “Il Giornalismo” si propone di richiamare l’attenzione del mondo politico e culturale italiano sui problemi della stampa. Essa vuol essere una vera palestra degli studi giornalistici e rappresentare, come le riviste simili della Francia e della Germania, l’apporto dell’Italia in questo campo di discussioni, indagini, ricerche. La necessità di creare un siffatto periodico, di dare ordine e disciplina a questa complessa materia, sorge anche dallo sviluppo che gli studi e l’insegnamento delle discipline giornalistiche vengono assumendo in Italia e presso la Facoltà di Scienze Politiche. […] Il giornalismo sta diventando oggetto d’indagini e di ricerche molto serie. Non si studia soltanto la storia del giornalismo; non si dà impulso ad un ordine di studi sussidiari, centro dei quali è la storia. S’intende promuovere un ordine di studi centro dei quali è il giornale: il giornale in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi problemi vivi, palpitanti, attuali.[86]

“Il Giornalismo” riservò una rubrica specifica all’insegnamento e alle scuole di giornalismo, con una visione internazionale. Da questi articoli è possibile ricavare importanti elementi per ricostruire la storia degli studi sulla stampa in Germania negli anni del nazismo, un argomento che da pochi anni è diventato oggetto di analisi da parte della storiografia tedesca.[87]

In Germania già esistevano insegnamenti universitari e studi specifici di Scienza del giornalismo che, con il nazismo, videro un ulteriore sviluppo nell’ambito di una più generale riorganizzazione delle funzioni della stampa. Oltre ai vari istituti creati tra gli tra gli anni Venti e Trenta, tra i quali a Monster (1919), Colonia (1920 e 1933), Friburgo e Monaco (1924), Berlino (1925), Heidelberg e Halle (1927), Marburg (1936) e Konisberg (1937), gli studi di scienza del giornalismo trovarono spazio nella rivista mensile “Zeitungswissenschaft”, fondata nel 1926 da Walter Heide e Carlo d’Ester. Nel 1935 fu fondata la rivista trimestrale l’“Archivio per il diritto della stampa” e nello stesso anno la Società dei giornalisti tedeschi pubblicò il piano unitario per l’insegnamento del giornalismo in Germania. Nel 1937 il Capo della stampa del Reich, Otto Dietrich[88], commissionava degli studi che dessero veste scientifica alla storia della stampa del partito nazionalsocialista.[89]

Gli istituti di scienza del giornalismo creati in Germania non erano di tipo professionale, ma tendevano ad offrire agli addetti all’informazione una preparazione generale che comprendeva nozioni economiche, politiche, storiche, tecniche e, soprattutto, ideologiche. Il carattere di questi istituti era visto con estremo interesse in Italia, come osservava Fattorello, che coglieva l’occasione per ribadire la necessità di superare un approccio esclusivamente storico nell’ordine di questi studi e di introdurre, invece, una metodologia interdisciplinare, in modo da analizzare “scientificamente” i diversi aspetti e le molteplici potenzialità del moderno giornalismo.

Fuori d’Italia si parla già da tempo di una scienza del giornalismo, di un complesso di materie cioè, centro delle quali è il giornale; mentre da noi lo studio del giornalismo pare che sia ammesso soltanto come un ramo della storiografia, che trova il suo fondamento nella stampa periodica e null’altro. Con ciò non vogliamo negare l’importanza della storia giornalistica nell’ordine degli studi moderni. Ma la storia non basta. Per una maggiore comprensione ed un maggior approfondimento del fenomeno giornalistico è necessario che il centro di detti studi sia il giornale e non la storia; che un complesso di studi, imperniato sul giornale, valuti secondo i diversi aspetti e le esigenze di varie discipline, l’apporto del giornalismo alla vita sociale, politica, economica, industriale.[90]

Fattorello si era ormai distanziato dalle ricerche che aveva condotto alla fine degli anni Venti e che lo avevano portato a ripercorrere la storia della stampa italiana, legando in un percorso ideale gli acta diurna dell’antica Roma al giornalismo fascista. La storia del giornalismo ora doveva diventare una parte della scienza del giornalismo, al pari di altre discipline come la sociologia, l’economia, la giurisprudenza. Sull’esempio tedesco anche “Il Giornalismo” si dedicò alla scienza del giornalismo, tentando di formulare spiegazioni scientifiche dei meccanismi di funzionamento dell’informazione. Già sulla “Rivista Letteraria” Michele Del Vescovo aveva definito uno Schema per una “Scienza del giornalismo”, [91] e, successivamente, egli mostrò per quali motivi il criterio di scienza doveva ritenersi applicabile al giornalismo, definendo la scienza del giornalismo come

l’indagine (euristica, vertente su “ciò che è”) e la valutazione (luetica, vertente su “quel che dev’essere” e “come deve essere”) delle cause o principi del giornalismo, intendendo per giornalismo quel fenomeno che oggi si prospetta come un servizio sociale periodico di informazione e di formazione a carattere o ideologico o finanziario o ideologico-finanziario.[92]

Con decreto del Ministero dell’Educazione Nazionale del 5 agosto 1939 Fattorello venne chiamato a far parte della commissione per abilitazione alle libere docenze in Storia delle dottrine politiche, Storia e dottrina del fascismo, Storia del giornalismo, insieme a Rodolfo De Mattei, Guido Mancini, Paolo Orano, Arnaldo Volpicelli.[93]e il 26 agosto 1940 venne confermato definitivamente all’abilitazione alla libera docenza in Storia del giornalismo.[94]

I contatti italo-tedeschi si fecero ancora più frequenti con l’inizio della Seconda guerra mondiale. Recarsi in Germania, per incontrare gli alti quadri della stampa nazista, diventò una costante per i direttori dei grandi quotidiani italiani, come Guglielmotti, della “Tribuna”, Borelli, del “Corriere della Sera”, e Gayda, del “Giornale d’Italia”, e per gli studiosi del giornalismo. Anche Fattorello, nella seconda metà del gennaio 1943, fece un viaggio in Germania per tenere delle conferenze e visitare alcuni Istituti di giornalismo, su incarico dell’Ufficio italiano dell’Unione tra le Associazioni nazionali dei giornalisti.[95] A Vienna, il 26 gennaio 1943, tenne una conferenza su “Il giornalismo nella storia politica dell’Italia”, presso la sede locale dell’Unione. In seguito, su invito dell’Associazione Germanica per gli studi scientifici sulla stampa, visitò gli Istituti di Scienza del Giornalismo presso le Università di Vienna, diretto dal professor Kurt, a Monaco del professor Dester, a Lipsia l’istituto diretto dal professor Munster e a Berlino, del professor Dovifat, dove vennero allestite, per l’occasione, delle mostre sul giornalismo italiano. Il rapporto con la Germania diventò ancora più stretto durante la Repubblica di Salò, quando i tedeschi ottennero il controllo della radio e dei giornali attraverso l’ufficio della Propaganda Staffel, istituito a Milano, che, con la collaborazione dei giornalisti italiani, “emanava” gli articoli che i giornali erano obbligati a pubblicare.[96] Tra la documentazione e le testimonianze che è stato possibile reperire, dopo accurate indagini, rimangono ben poche tracce per ricostruire gli studi sul giornalismo di questi anni e, in particolare, dell’attività di Fattorello. La rivista “Il Giornalismo” terminò le sue pubblicazioni nel 1942 e Fattorello, negli anni compresi tra il 1943 e il 1945, tornò a Udine dove ebbe la presidenza dell’Istituto Commerciale di Toppo Wassermann.[97]

5 – Gli studi sull’informazione

L’insegnamento della storia del giornalismo, nel secondo dopoguerra, subì una battuta di arresto: nelle università rimasero attivi solo gli insegnamenti di Fattorello e di Carlo Barbieri.

Gli studi che si svilupparono nel dopoguerra interpretarono la nuova importanza e gli sviluppi che in quegli anni stavano avendo la pubblicità, le ricerche sull’opinione pubblica e le inchieste di mercato. Gli studi e gli insegnamenti relativi al fenomeno pubblicitario si svilupparono sotto l’influenza culturale degli Stati Uniti che erano interessati ad esportare i propri modelli di ricerca e ad ottenere il controllo delle strutture d’informazione esistenti in Italia.[98]

Lo studio del giornale quale “strumento pubblicistico” era suggerito dalle commissioni d’inchiesta dell’Unesco[99] che sottolineavano l’esigenza di dare spazio alle scienze sociali e, in particolare, a quella scienza che andava sviluppandosi e che aveva per oggetto l’opinione pubblica.

In un contributo apparso sul primo numero di “Saggi e studi di pubblicistica”, la rivista fondata da Fattorello nel 1953, Carmelo D’Agata[100] sottolineava come lo sviluppo degli studi sull’opinione pubblica avesse stupito “financo gli stessi sociologi americani che lo hanno promosso e incoraggiato”[101] e ribadiva l’importanza di queste ricerche, al punto da affermare che “conoscere esattamente ciò che il pubblico pensa e vuole dovrebbe essere la preoccupazione maggiore di ogni governante”.[102]

Fattorello, nel primo dopoguerra, si allontanò definitivamente da Udine dove, probabilmente per ragioni politiche, trovò un clima decisamente ostile, nonostante l’amicizia di alcuni suoi collaboratori, come Alessandro Vigevani.[103] La sua attività didattica proseguì all’interno della Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali di Roma dove, nel 1947, fondò l’Istituto Italiano di Pubblicismo, grazie al “particolare interessamento” di Corrado Gini, preside di quella Facoltà.[104]

I suoi collaboratori più stretti erano Filippo Paolone e Renato Lefevre. Paolone era anche assistente alla cattedra di Pedagogia, docente nei corsi di Filmologia della Facoltà di Magistero dell’Università di Roma ed inoltre membro fondatore del Centro Italiano per gli studi sull’informazione collegato all’Unesco.

Renato Lefevre durante il fascismo si era occupato di storia e politica coloniale e, nel dopoguerra, diventò docente di Legislazione pubblicistica nella Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Roma e poi Ispettore Capo del Servizio Informazioni e Documentazione della Presidenza del Consiglio. Gli altri docenti dell’Istituto Italiano di Pubblicismo erano Antonio Giuliani, già assistente di Fattorello negli anni Quaranta, Michele Del Vescovo, collaboratore della rivista “Il Giornalismo”, Carmelo D’Agata, docente di Scienze Statistiche nel Pontificio Ateneo Lateranense e nella Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali dell’Università di Roma.

L’Istituto Italiano di Pubblicismo fu creato allo scopo di promuovere un movimento di studi sulla “pubblicistica” moderna, cioè sull’informazione, sulla propaganda delle ideologie, sulla pubblicità commerciale e su quante altre tecniche miravano al controllo dell’opinione pubblica.[105] Tale fine veniva perseguito attraverso una duplice attività, didattica e scientifica: la prima dedicata all’istruzione di quanti intendevano prepararsi all’esercizio di professioni pubblicistiche; la seconda dedicata ad approfondire e diffondere l’interpretazione sociologica del fenomeno.

Gli altri istituti e scuole esistenti in Italia che si occupavano della preparazione alle professioni giornalistiche erano: il Corso di giornalismo istituito presso l’Università di Urbino e presieduto da Leonardo Azzarita, Consigliere Delegato della F.N.S.I.; e l’Istituto Superiore di Scienze dell’Opinione Pubblica, presso l’Università Internazionale degli Studi Sociali, diretto da Edoardo Martino. Un altro centro importante era quello di Studi e Indagini sull’Opinione Pubblica, creato a Roma presso la Facoltà di Scienze Politiche, nel 1950, in sostituzione del precedente corso di demodossalogia fondato nel 1939 da Paolo Orano.

Nel dopoguerra Fattorello proseguì i suoi studi sul giornalismo, inteso come fenomeno sociale che contribuisce a formare l’opinione pubblica, ma estese la sua analisi a tutto il fenomeno “pubblicistico”, considerandolo da un punto di vista sociologico. In questi anni Fattorello elaborò le sue teorie in rapporto a diversi studiosi stranieri, come Jean Stoetzel, dal quale riprese la teoria dell’opinione,[106] un argomento sul quale si soffermò, in particolare, nel corso delle sue prime lezioni.[107]

Lo sforzo teorico e culturale era quello di riuscire a configurare scientificamente una disciplina che fosse in grado di analizzare il fenomeno giornalistico, in particolare, e quello dell’informazione, in generale, al di là degli schemi letterari e storici. Questo mutamento definitivo nell’approccio allo studio del giornalismo diede vita a diverse polemiche come, ad esempio, con Giuliano Gaeta[108] in seguito alla pubblicazione del saggio Oggetto e limite della storia giornalistica,[109] recensito da Gaeta sulla rivista “Pagine Istriane”.[110]

Questa polemica testimonia l’evoluzione del percorso degli studi italiani sul giornalismo, la necessità di ridefinire, in quegli anni, l’oggetto di studio della disciplina. Ciò emerge dalle posizioni di Fattorello che, apparentemente, giunge ad un ribaltamento delle sue teorie elaborate fino alla fine degli anni Trenta, ma in realtà sviluppa quelle che erano state le premesse della scienza del giornalismo. Questa disciplina, importata dalla Germania nella seconda metà degli anni Trenta, aveva ampliato la metodologia di ricerca dalla storia del giornalismo ad una dimensione interdisciplinare, in modo da analizzare tutte le potenzialità del giornalismo quale moderno strumento di comunicazione di massa. Questo cambiamento di metodo aveva, di conseguenza, ampliato l’oggetto di studio. Nel dopoguerra infatti Fattorello si spostò sul concetto di “pubblicismo” inteso nella nuova accezione di pubblicità e propaganda, così come Federico Aususto Perini Bembo si spostò sul concetto di “demodossalogia”, una disciplina che aveva per oggetto l’opinione pubblica.

Il concetto di “pubblicismo” permetteva di differenziare al suo interno i diversi mezzi di informazione. Fattorello riteneva che la caratteristica fondamentale del giornale fosse la stampa e non riconosceva la validità di studiare altre forme di giornalismo, come quello cinematografico o radiofonico.

Quando questa caratteristica vien meno – scriveva – anche se si tratta di strumenti per i quali la funzione informativa è preminente, come si ha per il c. d. giornale cinematografico e per il c. d. giornale radiofonico; si tratta d’informazione, ma non di giornalismo: di informazione tramite il cinema o tramite la radio, non tramite il giornale, quindi di cinematografia e radiofonia.[111]

E soprattutto, nell’ambito della Teoria sociale dell’informazione che aveva elaborato nei primi anni del secondo dopoguerra, cercava di individuare delle definizioni del processo di informazione.

Giuliano Gaeta, che aveva del giornalismo una visione che egli stesso definiva “umanistica, in antitesi com’è a quella che trova le sue basi su elementi tecnici e formali”,[112] criticava le posizioni di Fattorello in merito alla differenza che egli individuava nel processo di informazione pubblicistica tra soggetto operante e soggetto recettore.

Osserviamo, scriveva Gaeta, in ogni modo subito che per il Fattorello “il giornalismo sussiste in quanto il giornale attua il rapporto tra soggetto operante e pubblico”. Dunque funzione di un soggetto operante su di un soggetto paziente, dal che si deduce che il Fattorello ha colto nel giornalismo uno solo dei suoi due momenti per noi essenziali relativamente all’opinione pubblica. Lo considera senza dubbio quale creatore di tale opinione, non lo considera affatto come espressione di essa.[113]

Gaeta riteneva che il fenomeno giornalistico non si dovesse limitare allo strumento pubblicistico, inteso come azione di un soggetto operante su di un pubblico paziente per la creazione di un gusto o di un’opinione pubblica. Come, del resto, il fenomeno giornalistico non doveva limitarsi allo strumento “demodossalogico”, teorizzato da Perini Bembo che faceva del giornalismo la pura espressione dell’opinione pubblica. Secondo Gaeta il fenomeno giornalistico consisteva nella sintesi di entrambi i concetti: sia come strumento di azione, che come espressione dell’opinione pubblica. Come si è accennato, le polemiche in merito a queste teorie nascevano soprattutto per difficoltà di comprendere le diverse definizioni. Fattorello, infatti, rispose alle critiche di Gaeta, scrivendo:

quando mai ho scritto io che il giornalismo attua un rapporto tra “soggetto operante” e un “soggetto paziente”? Oltre tutto questo sarebbe un grosso sproposito sociologico. E quando mai ho negato all’attività che si sviluppa tramite il giornale il significato che essa necessariamente ha come espressione dell’ambito sociale? Se ciò avessi detto avrei infirmato tutta la mia interpretazione.[114]

E Gaeta diede ragione alle osservazioni di Fattorello, rispondendo:

Effettivamente tu non hai detto che “il giornalismo attua un rapporto fra “soggetto operante” ed un “soggetto paziente”. Hai detto che “il giornalismo sussiste in quanto il giornale attua il rapporto tra soggetto operante e pubblico”.[115]

Dalle polemiche sull’inizio della storia del giornalismo, sostenute alla fine degli anni Venti, Fattorello aveva attraversato la ricerca sul giornalismo italiano nel ventennio fascista, passando attraverso diverse teorie, anche contrastanti tra di loro, per giungere negli anni Cinquanta agli studi sull’informazione. Questo si rivelerà il principale territorio d’indagine, in anni in cui il giornalismo stesso verrà “sorpassato” dagli altri mass media. Così lo studioso concludeva la polemica con Giuliano Gaeta:

So bene che il mio punto di vista non è da te condiviso (ed io ritengo che il tuo sia errato). Il motivo del nostro dissentire dipende dal fatto che usiamo un diverso linguaggio, soprattutto partiamo da diverse concezioni, da diversi presupposti […] possiamo fare una cosa molto semplice: far a meno di continuare giacché io non ho mai pensato di condurre te sul mio sentiero né di discutere a questo modo di tali problemi.[116]

Note

[1]
A questo periodo risalgono dei quaderni in cui il giovane studente liceale, rivelando già un precoce interesse per la “manipolazione” dell’informazione, incollava dei ritagli di giornali e che intitolava Avanti i giovani per l’avvenire e L’anima nuova. Questi quaderni, entrambi dell’anno scolastico 1918-19, sono conservati dalla signora Cosima Fischetto, moglie di Francesco Fattorello, che gentilmente me ne ha permesso la consultazione.

[2]              F. Fattorello, Ricordi del tempo di guerra, in “Rivista Letteraria” (d’ora in poi RL), a. IX, n. 2, pp. 33-35.

[3]              Come risulta dal diploma conservato nell’Archivio storico della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Ferrara.

[4]              F. Fattorello, Ricordi del tempo di guerra, cit., p. 35)

[5]              F. Fattorello, in “Rivista Letteraria delle Tre Venezie”, (d’ora in poi RLTV), a. I, 1923, n. 1.

[6]              G. D., Ippolito Nievo e Tommaso Grossi, in “Bollettino della Libreria Carducci”, a. I, s. I, n. 3, (dicembre 1922), p. 79.

[7]
Vedi le recensioni di G. Floris in “Rassegna”, a. XXXI, 1923, p. 298, su Grossi e di L. Deminelli in “Rassegna”, a. XXXI, 1923, pp. 302-3 su Fogazzaro. In entrambe la conclusione è: “nulla di nuovo”.

[8]              F. Fattorello, Ippolito Nievo, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1922. Fattorello non si limitò all’analisi de Le Confessioni d’un italiano, ma si occupò di tutte le opere letterarie del Nievo.

[9]              F. Fattorello, Ideali, speranze e vicende del Risorgimento nelle Confessioni d’I.N., Udine, Doretti, 1930. Per la collocazione di questo lavoro nell’ambito della critica letteraria coeva cfr. Ippolito Nievo, Le Confessioni d’un italiano, a cura di Marcella Gorra, Milano, A. Mondadori, Editore, 1981, p. 1154.

[10]             F. Fattorello, M. D’Azeglio, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1923; Id., Tommaso Grossi, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1922.

[11]             F. Fattorello, A. Fogazzaro: profilo, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1923. Si tratta del discorso tenuto da Fattorello il 19 novembre 1922 all'”Olimpica” di Vicenza per l’inaugurazione dell’anno accademico 1922-1923, precedentemente letto all'”Università Popolare di Udine”. Sui rapporti tra Fogazzaro e l’idealismo cfr. L. Mangoni, Una crisi fine secolo. La cultura italiana e la Francia fra Otto e Novecento, Torino, Einaudi, 1985, pp. 62-63.

[12]             F. Fattorello, I Promessi Sposi, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1923.

[13]                    Cfr. F. Fattorello, L’Astichello di Giacomo Zanella, in RLTV, a. I, 1923, n. IV, p. 50. Conferenza tenuta all’Olimpica di Vicenza nell’aprile 1924.

[14]                    Cfr. Id., Note ed appunti sull’opera e l’arte di R. Fucini, ivi, n. 2, p. 27.

[15]             F. Fattorello, Uno scrittore dimenticato: Giovanni Ruffini, Bologna, L. Cappelli Editore, p. 1.

[16]                    Ibidem.

[17]             Certificato di laurea. Archivio privato Istituto Italiano di Pubblicismo (d’ora in poi Archivio I.I.P.).

[18]             Copia del foglio matricolare. Archivio I. I. P.

[19]             F. Fattorello, Appunti sulla letteratura italiana del Friuli nel ‘400, Rocca S. Casciano, Tip. L. Cappelli, 1925; Id., Notizie storico-critiche su Cornelio Frangipane il giovane, Rocca S. Casciano, Tip. L. Cappelli, 1925.

[20]             Il corso venne autorizzato dal Ministero della Pubblica Istruzione il 2 febbraio 1929, come attesta il certificato dell’Università degli Studi Economici e Commerciali di Trieste, Prot. 1073, del 16 maggio 1929. Archivio I.I.P.

[21]             Michele Risolo, nato a Uggiano la Chiesa (Lecce) nel 1889, esordì nel 1922 come giornalista nel “Popolo di Trieste”, di cui fu anche vicedirettore tra il 1923 e il 1925 e direttore dal 1931 al 1932. Collaborò poi al “Piccolo di Trieste”, ove rimase dal 1926 al 1930, e a “Critica Fascista”. Segretario del Sindacato regionale dei giornalisti giuliani, ricoprì cariche importanti nel Fascio triestino. Cfr. Annuario della stampa 1937-38, a cura del Sindacato nazionale fascista dei giornalisti, Bologna, Zanichelli, 1937, p. 442.

[22]             Cfr. F. Fattorello, Le origini del giornalismo in Italia, Udine, Editrice “La Rivista Letteraria”, 1929, p. V.

[23]             In questi anni ebbe inizio anche la lunga carriera di Fattorello nell’insegnamento. Nell’anno scolastico 1927-28 egli insegnò materie letterarie nel Regio Istituto Tecnico inferiore “A. Zanon” di Udine e materie giuridiche ed economiche nello stesso Istituto superiore. Nel 1928-29 insegnò materie giuridiche ed economiche nell’Istituto Commerciale “Toppo Wassermann” di Udine, del quale divenne direttore nel 1929-30. In tale istituto insegnò lingua e letteratura italiana e storia fino al 1934-35. Cfr. il curriculum compilato dallo stesso Fattorello e gli attestati rilasciati dagli istituti. Archivio I.I.P.

[24]             F. Fattorello, Le origini del giornalismo in Italia, cit.

[25]             Ivi, p. VI.

[26]             Ivi, p. 4.

[27]             Il rettore rispose che l’Università degli studi economiche e commerciali, per le sue finalità, non poteva comprendere una cattedra di storia del giornalismo che invece poteva rientrare nella facoltà di scienze politiche, in quel momento inesistente. Venne chiesto quindi a Fattorello di interessarsi dell’istituzione di quella facoltà, promettendogli che “ottenendo quella di scienze politiche il Consiglio Accademico non mancherà d’inserire fra gli insegnamenti istituzionali la cattedra di storia del giornalismo.” (Lettera del rettore dell’Università degli Studi Economici e Commerciali di Trieste inviata a Fattorello il 4 giugno 1929. La data della precedente richiesta di Fattorello – 29 maggio – si desume da questa lettera. Archivio I.I.P.)

[28]             Cfr. F. Fattorello, In cammino, in RL, a. V, 1933, n. 1, p. 1.

[29]             Si vedano le rubriche: Scrittori contemporanei, Note ed appunti, La vita letteraria nelle città d’Italia, Gli scomparsi e Rassegna bibliografica che, già dal primo anno, prese il nome di Cronache. Cfr. F. Fattorello, L’anno dodicesimo della Rivista, in RL, a. VII, 1935, n. 1, p. 1 e Id., La Rivista Letteraria nel suo XI anno, in RL, a. VI, 1934, n. 1, p. 1.

[30]             Di questa rubrica Antonio Pilot intendeva diventare uno dei più assidui collaboratori, ma morì poco dopo, il 2 gennaio 1930. Socio della Deputazione veneta di storia patria e dell’Ateneo Veneto, segretario dell’Istituto Tecnico “Paolo Sarpi” di Venezia, Antonio Pilot fu uno studioso di cultura veneta, collaborò a diverse riviste, tra cui la “Rassegna Nazionale”, dove pubblicò numerosi saggi dedicati alla storia del giornalismo veneziano. Cfr. G. B. Cervellini, Antonio Pilot, in RL, a. II, 1930, n. 1, p. 12. Della scomparsa di Pilot si parla in F. Fattorello, Secondo esordio, in RL, a. II, 1930, n. 1, p. 2. Precedentemente Pilot aveva collaborato anche alla “Rivista Letteraria delle Tre Venezie”.

[31]             F. Fattorello, Secondo esordio, cit.., p. 2.

[32]             Gino Tomajuoli, redattore de “La Gazzetta di Venezia” (1927-32), collaboratore de “La Tribuna”, di “Circoli”, de “La Fiera Letteraria” (1933-37). Partecipò, come volontario, alla campagna d’Etiopia; redattore del “Corriere dell’Impero” (1938), inviato speciale per “La Gazzetta del Popolo” nel Medio Oriente, redattore de “Il Giornale d’Italia”, e corrispondente da Belgrado (1939-41) durante la seconda guerra mondiale fu inviato di guerra de “Il Giornale d’Italia”. Già direttore di “Affari internazionali”, redattore de “Il Tempo” di Roma e corrispondente dalla Conferenza di Pace di Parigi del 1946; redattore e inviato speciale in Asia e Estremo Oriente del “Corriere di Milano” (1947-48); redattore de “La Stampa”, e corrispondente degli Stati Uniti dal 1949. (Cfr. Chi è?, 1957, p. 547; Annuario della stampa 1939-1940, cit., p. 598).

[33]             Guido Piovene, corrispondente dell'”Ambrosiano” dalla Germania nel 1930, poi critico letterario dello stesso giornale; dal 1923 redattore di “Pan” e dal 1935 del “Corriere della Sera” di cui fu prima corrispondente da Londra, poi critico cinematografico; passò poi a “La Stampa” di Torino. Direttore della divisione Arte e Lettere dell’Unesco dal 1949 al 1950. Cfr. Chi è?, 1957, p. 435; Annuario della stampa 1937-38, cit., p. 361.

[34]             Giuseppe Santonastaso, insegnante di filosofia e storia nei licei. Libero docente di storia delle dottrine politiche nell’Università di Roma e incaricato di tale materia all’Università di Bari. Collaboratore di riviste filosofiche e politiche. (Cfr. Chi è?, 1957, p. 496).

[35]             Guido Bustico (Pavia, 1876 – Torino, 1942) Insegnante, direttore nel 1901 della “Rivista pedagogica italiana”; dal 1907 bibliotecario della Biblioteca universitaria di Genova, dal 1918 al 1930 direttore della civica Biblioteca Negroni di Novara. Scrisse saggi di storia letteraria, di pedagogia e contributi bibliografici alla storia del teatro; infine si occupò di giornalismo in Nicolò Tommaseo giornalista, Roma, 1907; Giornali e giornalisti del Risorgimento, Milano, Caddeo, 1924. (Cfr. Chi è?, 1928, p. 110).

[36]             F. Fattorello, Le origini, cit., p. 15.

[37]             Lettera di Gioacchino Brognoligo inviata a Fattorello il 12 maggio 1930. Archivio I.I.P.

[38]             Luigi Piccioni (1870 – 1955). Insegnò lingua e letteratura italiana nelle scuole medie e nei licei dal 1896. Libero docente di letteratura italiana nell’Università di Torino dal 1905, dove, nell’anno accademico 1912-13, tenne un corso libero di storia del giornalismo italiano. Pubblicò la Rassegna storica del giornalismo italiano prima sulla “Rivista d’Italia” (1913-17) e poi dal 1918 al 1928, sulla “Rassegna Nazionale”. Curò, inoltre, l’edizione nazionale delle opere del Baretti. Cfr. E. Codignola, Pedagogisti ed educatori, in Enciclopedia bio-bibliografica italiana, 1939, ad vocem.

[39]             L. Piccioni, Storia del giornalismo, in “Nuova Antologia”, a. 66, n. 1424, 16 luglio 1931, p. 263.

[40]          Paolo Orano (Roma, 1875 – Padule, 1945) sindacalista rivoluzionario, aderì al Pnf nel 1922 e fu membro della commissione che preparò la riforma elettorale del 1923. Studioso e docente di storia del giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche di Perugia, nel 1937 partecipò alla campagna contro gli ebrei con la pubblicazione di un opuscolo, dal titolo Gli Ebrei in Italia. Due anni dopo fu nominato senatore. Morì in un campo di concentramento a Padule, nel 1945. Cfr. P. V. Cannistraro, Historical dictionary, ad voce

[41]             Cfr. R. Mosca, Storia del giornale e del giornalismo, in “La Parola e il libro”, XIII, n. 11, novembre 1930, pp. 532-534.

[42]             A. Panella, Spunti di storia del giornalismo, in “Il Marzocco”, a. XXXV, n. 18, 4 maggio 1930, pp. 2-3. Antonio Panella, direttore in quegli anni dell’Archivio di Stato di Firenze, ebbe con Fattorello diversi scambi culturali. Si interessò al giornalismo scrivendo alcuni articoli sul “Marzocco”. Cfr. A. Panella, Giornalismo siciliano del Risorgimento, in “Il Marzocco”, 13 settembre 1931, pp. 2-3; Id., L’ultimo giornale del Risorgimento, ibidem, 17 gennaio 1932, pp. 1-2; Giornalismo letterario nella Toscana del Risorgimento, ibidem, 13 agosto 1922, pp. 1-2.

[43]             A. Panella, Spunti di storia, cit., p. 2.

[44]             P. Orano, Verso una dottrina storica del giornalismo, in “L’Eloquenza”, a. XVIII, n. 5-6, pp. 451-474. L’articolo costituisce la prima delle lezioni di Orano sulla storia del giornalismo all’Università di Perugia.

[45]             F. Fattorello, Discussione sul concetto di storia del giornalismo, in “Il Marzocco”, a. XXXV, 1935, n. 22, p. 4.

[46]             Cfr. F. Fattorello, Postilla, in “Il Marzocco”, XXXV, n. 23, 8 giugno 1930, p. 4; ed inoltre Id., A proposito di una nostra polemica sul Marzocco, in RL, II, 1930, n. 2, pp. 43-44.

[47]             Cfr. F. Fattorello, Verso il decimo esordio, in RL, a. IV, 1932, n. 1, p. 2.

[48]             F. Fattorello, L’anno dodicesimo della Rivista, in RL, a. VII, 1935, n. 1, p. 1. Per ricostruire l’evoluzione della “Rivista Letteraria” negli studi sul giornalismo si vedano le introduzioni di Fattorello: Al lettore nel XIII° annuale della “Rivista Letteraria”, in RL, a. VIII, 1936, n. 4, p. 1; Verso il quindicesimo esordio, in RL, a. IX, 1937, n. 2, p. 1; Al lettore nel 15° annuale della Rivista, in RL, a. X, 1938, n. 2, p. 1.

[49]             Cfr. F. Fattorello, Pacifico Valussi, Udine, Regia Scuola complementare e secondaria d’avviamento al lavoro, 1931.

[50]             Pacifico Valussi, nacque a Talmasson (Friuli) il 30 novembre 1813 e morì a Udine il 28 ottobre 1893. Durante la rivoluzione del 1848 si recò a Venezia dove gli venne affidata da Niccolò Tommaseo, che faceva parte del governo della Repubblica, la direzione della “Gazzetta ufficiale”. In seguito si stabilì a Udine, dove diresse il “Friuli”, e a Milano, dove fu uno dei fondatori, nel 1859, de “La Perseveranza”. Cfr. V. Castronovo, Stampa e opinione pubblica, cit., p. 18.

[51]             Su Pacifico Valussi Fattorello pubblicò i seguenti articoli: Pacifico Valussi a N. Tommaseo, in RL, a. IV; 1932, n. 4, pp. 12-14; Dissertazioni sul giornalismo di Pacifico Valussi, in RL, a. VII, 1935, n. 6, pp. 26-27, P. Valussi e “Il Friuli”, in RL, a. II, 1930, n. 4-5, pp. 28-30; Pacifico Valussi e il “Giornale di Udine”, in “Giornale del Friuli”, 2 giugno 1931; R. Bonghi, P. Valussi e il giornalismo italiano, in “Giornale del Friuli”, 28 dicembre 1930.

[52]             Cfr. F. Fattorello, Dissertazioni sul giornalismo di P. Valussi, cit.

[53]             Come osservava Paolo Orano nella recensione dal titolo Storici del giornale, in “Corriere della Sera”, 30 agosto 1932. Cfr., inoltre, G. Perale, Il giornalismo veneziano del Settecento, in “Popolo del Friuli”, 28 maggio 1932.

[54]             Cfr. F. Fattorello, Il giornalismo veneziano nel ‘700, 2 voll., Udine, Editrice “La Rivista Letteraria”, 1932.

[55]             Cfr. F. Fattorello, Il giornalismo veneto nel Settecento, 2a ed., Udine, Istituto delle Edizioni Accademiche, 1933.

[56]             Si vedano alcune lettere che si trovano all’Archivio di Stato di Firenze: Archivio di Stato di Firenze, Archivio, Busta 482, prot. 1654, n. 52; Archivio, n. 458, n. 6712, 29 settembre 1932 (richiesta di notizie su “Avvisi Veneziani”); Prot. 6712, Sez. II, Firenze, 12 ottobre 1932 (risposta alla richiesta precedente); Busta 458, n. 7157, 24 ottobre 1932 (richiesta di notizie sulla prima “Gazzetta a stampa”); Prot. 7157, Sez. II, 3 novembre 1932 (risposta alla richiesta precedente); cartolina postale scritta da Fattorello a Panella (datata 6 novembre 1932 – Archivio di Stato 8 novembre 1932, Prot. Gen. 7448).

[57]             Cfr. la lettera di Luigi Madaro a Fattorello, 13 ottobre 1932. Archivio I.I.P.

[58]             Cfr. F. Fattorello, Le origini del giornalismo moderno in Italia, Udine, Editrice “La Rivista Letteraria”, 1933.

[59]             Sull’Enciclopedia Italiana cfr. G. Turi, Il fascismo e il consenso, cit., pp. 13-150; Id., Giovanni Gentile, cit., 421-435.

[60]             Cfr. Enciclopedia italiana, 1933, vol. XVII, pp. 184-186.

[61]             Cfr., nella voce Giornale, le sezioni Il giornalismo italiano, I giornali italiani dal 1848 ad oggi, Il giornalismo estero in Enciclopedia italiana, 1933, vol. XVII , pp. 186-206.

[62]             Cfr. il capitolo Il giornale moderno in Enciclopedia italiana, 1933, vol. XVII, pp. 206-207. Telesio Interlandi, nacque a Chiaramonte Gulfi nel 1894. Esordì nel 1915 come redattore de “Il Giornale dell’Isola”. Fu poi redattore de “Il Travaso delle Idee”, de “La Nazione” e de “L’Impero”. Fondatore e direttore de “Il Tevere”, in seguito direttore di “Quadriviro” e de “La Difesa della Razza”. Cfr. Annuario della stampa 1939-1940, cit., p. 379.

[63]             F. Fattorello, Giornale, cit., p. 184.

[64]             La commissione giudicatrice per l’abilitazione alla libera docenza in Storia del giornalismo, composta da Gioacchino Volpe (presidente), Maurizio Maraviglia (segretario), Paolo Orano (relatore), diede parere favorevole. Cfr. la relazione della Commissione, datata 3 aprile 1933 (Archivio I.I.P.) ed inoltre il verbale del giuramento prestato da Fattorello l’11 giugno 1934 (Archivio I.I.P.). Con decreto ministeriale del 26/8/1940 a Fattorello venne confermata definitivamente la libera docenza in Storia del giornalismo. Cfr. la comunicazione inviata a Fattorello da parte dell’Università degli Studi di Roma, il 24 settembre 1940, prot. N. 6621. Archivio I.I.P.

[65]             La prolusione al corso venne pubblicata nella “Rivista Letteraria” col titolo Il giornalismo italiano nei periodi della sua storia, a. VII, 1935, n. 1, pp. 2-14, e ristampata l’anno successivo nel volume Notizie per una bibliografia del giornalismo italiano (Udine, “Rivista Letteraria”, 1936) con l’aggiunta della parte bibliografica.

[66]             F. Fattorello, Il giornalismo italiano nei periodi della sua storia, cit., p. 12.

[67]             Dal 1934 al 1938 Fattorello svolse i seguenti corsi: 1934-35: Le origini del giornalismo moderno in Italia; 1935-36: Il giornalismo italiano nel secolo XVIII; 1936-37: Il giornalismo in Italia e in Europa avanti il periodo napoleonico; 1937-38: Il giornalismo politico italiano avanti il ’48. Cfr. F. Fattorello, Verso una scienza del giornalismo, Tolmezzo, Carnia, 1938, p. 4 (pubblicato anche sulla “Rivista Letteraria”, a. X, 1938, n. 3). Recensioni di questo saggio apparvero in “Zeitungswissenschaft”, 1938, n 10 e in “Cahiers de la Presse”, gennaio-marzo 1939.

[68]             Cfr. O. Costanzi, Ugo Foscolo e il giornalismo, in RL, a. X, 1938, n. 2, pp. 2-23.

[69]             Cfr. F. Fattorello, Il giornalismo “quarta arma”, in “Il Giornalismo” (d’ora in poi G), a. IV, 1942, n. 1-2, p. 14.

[70]             Cfr. J. Petersen, L’accordo culturale fra l’Italia e la Germania del 23 novembre 1938, in Fascismo e nazionalsocialismo, a cura di Karl Dietrich Bracher e Leo Valiani, Bologna, Il Mulino, 1986, p. 334.

[71]             Nell’introduzione al primo numero del 1937 Fattorello scriveva: “Un punto del suo programma ora è quello che viene dando alla “Rivista” sempre più precisa funzione, sempre più precisa ragione di essere: la storia del giornalismo. Sempre più verremo orientando il periodico verso questa disciplina. Sempre più la letteratura, la storia saranno oggetto di esame entro gli orizzonti di questa materia.” (F. Fattorello, Verso il quindicesimo esordio, in RL, a. IX, 1937, n. 2, p. 1.)

[72]             La proposta di questa nomina venne rivolta a Fattorello con una lettera, inviata il 23 aprile 1935. Archivio I.I.P.

[73]             Lettera inviata a Fattorello il 28 maggio 1935. Archivio I.I.P.

[74]             Si veda la comunicazione inviata a Fattorello il 1 luglio 1935. Archivio I.I.P.

[75]             Si veda la relazione di Fattorello. Archivio I.I.P.

[76]             Lettera inviata il 26 febbraio 1936. Archivio I.I.P. Pochi giorni dopo Fattorello inviò quanto richiesto. Lettera di Fattorello del 3 marzo 1936. Archivio I.I.P.

[77]             Si veda la lettera di De Vecchi del 30 marzo 1936 e la risposta di Fattorello del 30 aprile 1936. Archivio I.I.P. Il materiale richiesto venne spedito da Fattorello il 30 aprile. Archivio I.I.P.

[78]             Lettera inviata a Fattorello il 17 giugno 1936.

[79]             F. Fattorello, Al lettore nel XIII° annuale della “Rivista Letteraria”, in RL, a. VIII, 1936, n. 4, p. 1.

[80]             F. Fattorello, Verso una scienza del giornalismo, cit..

[81]             Ivi, p. 10.

[82]             Ibidem.

[83]             Ivi, p. 11.

[84]             F. Fattorello, Del giornalismo e della sua storia, in RL, a. X, 1938, n. 3, pp. 26-29. Recensione di A. Gennarini, Il giornalismo letterario della nuova Italia, Napoli, 1938.

[85]             Ivi, p. 26.

[86]             Al lettore, in G, a. I, 1939, n. 1, p. 3.

[87]             Cfr. Alfried Große, Wilhelm Kapp und die Zeitungswissenschaft. Geschichte des Instituts für Publizistik und Zeitungswissenschaft an der Universität Freiburg i. Br. (1922-1943), 1989; Hans G. Klose, Die Zeitungswissenschaft in K`ln, ein Beitrag zur Professionalizierung der deutschen Zeitungswissenschaft in der ersten H@lfte des 20, 1989; Gert Hagelweide, Zeitungswissenschaft/Bibliographie Quellenkunde zur Pressegeschichte Dortmunds und der grafschaft mark. Bibliographie, Standortnachweis, Archivien und literatur, 1990.

[88]             Di Otto Dietrich: Mit Hitler in die Macht, personliche Erlebnisse mit meinem Fuhrer, Munchen, 1939. Trad. it. Con Hitler verso il potere. Vicende personali del dr. O. D., capo dell’ufficio stampa del partito N.S.D.A.P., Milano, Italica Editoriale, 1934.

[89]             Cfr. A. Dresler, Lo sviluppo, cit., p. 69.

[90]             F. Fattorello, Le scuole professionali e gl’Istituti Universitari di giornalismo, in G, a. I, 1939, n. 1, p. 73.

[91]             M. Del Vescovo, Schema per una “Scienza del giornalismo”, in RL, a. X, 1937, n. 3, pp. 35-39.

[92]             M. Del Vescovo, Criterio di scienza e sue applicabilità agli studi giornalistici, in G, a. I, 1939, n. 1, p. 26.

[93]             Si veda la comunicazione inviata, per telegramma, a Fattorello il 21 agosto 1938. Archivio I.I.P.

[94]             Cfr. la comunicazione della definitiva abilitazione, inviata a Fattorello da parte della Regia Università degli Studi di Roma, il 24 settembre 1940, prot. N. 6621. Archivio I.I.P.

[95]             Risulta da una lettera che Umberto Guglielmotti scrisse al Rettorato dell’Università di Roma, il 13 gennaio 1943, per informare del viaggio di Fattorello, approvato dal Ministero della Cultura Popolare. Archivio I.I.P.

[96]             Sulla stampa durante la Repubblica sociale italiana cfr. G. De Luna, I “quarantacinque giorni” e la repubblica di Salò, in V. Castronovo e N. Tranfaglia (a cura di), Storia della stampa italiana, vol. V, La stampa italiana dalla resistenza agli anni Sessanta, a cura di G. De Luna, N. Torcellan, P. Murialdi, Bari, Laterza, 1980, pp. 5-89; M. Isnenghi, Autorappresentazioni dell’ultimo fascismo nella riflessione e nella propaganda, in Annali della Fondazione Luigi Micheletti, La repubblica sociale italiana 1943-45 (Atti del Convegno, Brescia 4-5 ottobre 1985), a cura di P. P. Poggio, Brescia, 1985; V. Paolucci, I quotidiani della Repubblica Sociale italiana, Urbino, Argalia, 1987.

[97]             Cfr. Certificato dell’Istituto Commerciale di Toppo Wassermann. Archivio I.I.P.

[98]             Sul ruolo degli Stati Uniti e la loro influenza nel formarsi dell’Italia repubblicana cfr. F. Romero, Gli Stati Uniti in Italia: il Piano Marshall e il Patto atlantico, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. I: La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Torino, Einaudi, 1994, pp. 231-289; J. L. Harper, L’America e la ricostruzione dell’Italia, 1945-48, Bologna, Il Mulino, 1987; R. Quartararo, Italia e Stati Uniti: gli anni difficili, 1945-1952, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1986.

[99]             L’United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) venne costituita, come istituzione specializzata dell’ONU, il 4 novembre 1946; l’Italia vi aderì nel 1947. Per il dibattito politico all’interno dell’Unesco cfr. S. Dutt, The politicization of the United Nations specialized agencies. A case study of Unesco, Lerviston/Lampeter, Mellen University Press, 1995.

[100]            Carmelo D’Agata, nato a Viagrande (Catania) il 24 marzo 1905. Laureato in Scienze Economiche. si dedicò soprattutto allo studio statistico dei fenomeni sociali. Fu docente di sociologia e di statistica giudiziaria nell’Università di Roma. Cfr. Chi è? Dizionario biografico degli italiani d’oggi, VII ed., Roma, Scarano, 1961, p. 204.

[101]            C. D’Agata, La tecnica dei sondaggi nell’analisi della pubblica opinione, in “Saggi e studi di pubblicistica”, a. I, 1953, n. 1, p. 55.

[102]            Ibidem.

[103]            “Le vigliaccherie di cui sono stato oggetto nella città di Udine non mi consentono di dare più il mio nome ad alcuna di quelle istituzioni che portano la denominazione di udinese”: così Fattorello scriveva in una lettera inviata il 6 maggio 1947 a Carlo Someda de Marco, presidente dell’Accademia di Udine, confermando le sue dimissioni già precedentemente annunciate. Dopo una lunga discussione, testimoniata da numerose lettere conservate nell’Archivio dell’Istituto Italiano di Pubblicismo, le dimissioni di Fattorello vennero accettate il 19 giugno 1947. Tra queste si conserva anche quella di Alessandro Vigevani, in quegli anni Consigliere dell’Accademia.

[104]            Come scrive Fattorello nell’articolo che apre la pubblicazione di “Saggi e studi di pubblicistica”, il corso propedeutico alle professioni pubblicistiche “per il particolare interessamento dell’insigne sociologo prof. Corrado Gini, Preside della Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali e in seguito alle decisioni dei competenti organi Accademici e Ministeriali, è stato inserito nel seno di quella Facoltà presso l’Università di Roma”; F. Fattorello, Dagli studi sul giornalismo agli studi sulla pubblicistica generale, in “Saggi e studi di pubblicistica”, a. I, 1953, n. 1, p. 7. Inoltre vedi F. Fattorello, Il corso propedeutico alle professioni giornalistiche, in Annuario della stampa italiana 1954-1955, a cura della Federazione nazionale della stampa italiana, Milano-Roma, Fratelli Boca, 1954, pp. 487-489.

[105]            R. Lefevre, Albo, titolo di studio e Scuole di giornalismo, in Annuario della stampa italiana 1957-1958, a cura della Federazione nazionale della stampa italiana, Milano, Garzanti, 1957, pp. 329-342.

[106]            Cfr. J. Stoetzel, La psychologie sociale, Paris, Flammarion, 1964, trad. it. La psicologia sociale, Roma, Editore Armando, 1964.

[107]            F. Fattorello, Teoria dell’opinione, cit.

[108]            Giuliano Gaeta si laureò in Storia del giornalismo, presso la Facoltà di Scienze Politiche di Perugia. Insegnò, in seguito, Storia del Giornalismo nella Facoltà di Scienze Politiche di Trieste e collaborò a diversi periodici, tra cui “La Porta Orientale”, “Rassegna storica del Risorgimento”, “Quaderni di storia del giornalismo” dell’Istituto Nazionale per la storia del giornalismo. La sua opera più famosa rimane la Storia del giornalismo (Milano, Vallardi, 1966). Si vedano, inoltre: Domenico Manzoni propugnatore di una scuola universitaria di giornalismo, Trieste, La Editoriale Libraria, 1956 (Estratto da “Pagine Istriane”, 1956, n. 25); “Fenomeno giornalistico” e “Storia del Giornalismo”, Trieste, L’Università, 1946 (Estratto dagli “Annali Triestini” a cura dell’Università di Trieste, vol. XVII, fasc. I-II); Giornalismo, propaganda e pubblicità, Trieste, La Editoriale Libraria, 1953; Trieste durante la guerra mondiale. Opinione pubblica e giornalismo a Trieste dal 1914 al 1918, con prefazione di Paolo Orano, Trieste, Ed. Delfino, 1938.

[109]            F. Fattorello, Oggetto e limite della storia giornalistica, in Miscellanea di scritti di bibliografia ed erudizione in memoria di Luigi Ferrari, Firenze, Leo Olschki, 1952.

[110]            G. Gaeta, Giornalismo, Propaganda e pubblicità, in “Pagine Istriane”, a. IV, n. 14-15, luglio-ottobre 1953, pp. 29-33. La polemica con Gaeta è testimoniata da un consistente carteggio conservato dall’Istituto di Pubblicismo e riportato in appendice.

[111]            F. Fattorello, Oggetto e limite della storia giornalistica, cit., p. 20.

[112]            G. Gaeta, Premessa, in Id., Storia del giornalismo, Milano, Vallardi, 1966, vol. I, p. VII. Si veda anche “Fenomeno giornalistico” e “Storia del giornalismo”, in Annali Triestini, Università di Trieste, 1946, vol. XVII, fasc. I-II.

[113]            G. Gaeta, Giornale, propaganda e pubblicità, cit., p. 30.

[114]            Lettera di Fattorello a Gaeta del 31 dicembre 1953. Archivio I.I.P.

[115]            Lettera di Gaeta del 14 gennaio 1954. Archivio I.I.P.

[116]            Lettera di Fattorello a Gaeta del 17 aprile 1954. Archivio I.I.P.

Intervista a Giuseppe Ragnetti, direttore dell’Istituto “Francesco Fattorello”

Prof. Ragnetti negli ultimi decenni la letteratura e il dibattito sul fenomeno della comunicazione e del giornalismo si sono progressivamente ampliati. Ma non sempre si ricorda che la teoria della comunicazione scaturisce dalla visione lungimirante del professor Francesco Fattorello che cominciò ad occuparsi di queste tematiche con un approccio scientifico e strutturato già nella prima metà del Novecento. Chi era Francesco Fattorello?

Ha perfettamente ragione. È un dato di fatto che oggi si parli molto di comunicazione, in ambito accademico, mediatico, persino aziendale, ma troppo spesso ci si dimentica delle radici profonde di questo campo, almeno nel contesto italiano ed europeo.

Francesco Fattorello è stato un maestro straordinario, una figura davvero centrale nel campo dell’informazione e della comunicazione. Considerando gli anni in cui ha svolto i suoi studi, può essere considerato davvero un lungimirante e un grande innovatore.

È nato a Pordenone il 22 febbraio del 1902, e oltre ad essere un grande studioso, era anche un letterato, uno storico, un sociologo.

Dopo aver studiato giurisprudenza, si è dedicato alla cultura del Friuli, cercando di far emergere quegli aspetti che potessero unire culturalmente la regione al resto d’Italia, andando oltre le tradizioni locali.
Ha fatto tantissime ricerche, ha scritto libri e fondato riviste per raccontare la storia e la letteratura friulana.

Ma non si è occupato solo di questo: come dicevo è stato anche uno dei primi a studiare il giornalismo come materia seria, insegnandolo all’università e creando istituti di ricerca dedicati allo studio dell’informazione.

Attraverso i suoi studi ha elaborato e strutturato  una dettagliata teoria sulla comunicazione “La Tecnica Sociale dell’Informazione” che ancora oggi è considerata molto innovativa. Insomma, è stato un intellettuale a tutto tondo, che ha lasciato un segno importante sia nella cultura che nel giornalismo in Italia.

Ho avuto l’onore di essere suo allievo e, da anni ormai, porto avanti la sua eredità culturale, cercando di far conoscere il suo lavoro e il suo pensiero attraverso iniziative promosse in numerosi contesti formativi.

Francesco Fattorello, Pordenone 1902 – Udine 1985


Ci racconti quando e come ha conosciuto il Prof. Francesco Fattorello e cosa è nato in lei da quell’incontro?

Ho conosciuto il Professor Fattorello molti anni fa, in un contesto accademico in cui si discuteva di informazione e comunicazione non solo come strumenti tecnici, ma come vere e proprie pratiche sociali. Quel primo incontro non è stato solo personale ma profondamente intellettuale. Sono rimasto colpito dalla sua visione innovativa: non parlava dell’informazione come semplice trasmissione di notizie, ma come relazione tra soggetti, fondata su un confronto di punti di vista e sulla valorizzazione dell’interlocutore.

Da quell’incontro è nata in me una profonda adesione alla sua Tecnica Sociale dell’Informazione, che ho poi studiato, applicato e diffuso nel corso degli anni. È stato un vero rapporto maestro-allievo, fondato su stima, rigore e dialogo. Fattorello non insegnava solo una teoria, ma un metodo di pensiero critico e responsabile. Da allora, ho sentito il dovere, nonché il privilegio, di portare avanti il suo lavoro, dirigendo l’Istituto a lui intitolato, curando la pubblicazione delle sue opere, insegnando i suoi principi nelle università e aggiornandone l’applicazione ai tempi di oggi.

Posso certamente affermare che da quell’incontro è nata una vera missione culturale: rendere la comunicazione uno strumento autentico di partecipazione sociale.

Francesco Fattorello - Teoria della Tecnica Sociale dell' Informazione - a cura di Giuseppe Ragnett

Francesco Fattorello – Teoria della Tecnica Sociale dell’ Informazione – a cura di Giuseppe Ragnetti


È possibile sintetizzare i punti principali della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione?

Sì, è possibile ed è anche utile farlo perché la teoria di Fattorello, pur essendo stata formulata nel secolo scorso, è ancora oggi sorprendentemente attuale.

Il primo punto fondamentale è che non esiste un’informazione oggettiva. Secondo Fattorello, ogni volta che comunichiamo un fatto, in realtà stiamo offrendo una rappresentazione soggettiva di quel fatto, costruita da chi comunica in base al proprio punto di vista, al contesto e agli obiettivi che intende raggiungere.

Il secondo elemento chiave riguarda proprio il ruolo del comunicatore che non è un semplice tramite neutrale tra realtà e pubblico. Al contrario, è un soggetto attivo, che sceglie, seleziona e interpreta i contenuti. È lui a decidere cosa raccontare e come farlo.

Un terzo aspetto centrale è che la comunicazione, per Fattorello, non è mai un atto meccanico o puramente tecnico. È sempre un’azione sociale, che si svolge in una circostanza specifica e che coinvolge relazioni, valori, interpretazioni. Comunicare significa agire nel mondo sociale.

C’è un altro punto oggi considerato essenziale che Fattorello ha intuito con grande anticipo: la centralità del destinatario. Il messaggio dev’essere costruito in funzione di chi lo riceve. Il comunicatore deve conoscere il suo pubblico, comprenderne il linguaggio, le aspettative, i codici culturali. In questo senso, l’audience non è un’entità passiva, ma un soggetto attivo della comunicazione.

Ed è proprio da qui che nasce un’ultima riflessione molto attuale: il superamento del concetto di “target”, inteso come “bersaglio” passivo da colpire, a favore di quello di “audience”, cioè un insieme di persone consapevoli, capaci di interagire e partecipare. Oggi questa visione è condivisa anche nel mondo anglosassone e nelle moderne teorie del marketing e dei media.

In sintesi, Fattorello ha spostato l’attenzione dal messaggio al processo comunicativo, e soprattutto al rapporto tra chi comunica e chi riceve. Una prospettiva che oggi può apparire consolidata ma che in realtà ha anticipato di decenni le dinamiche della comunicazione contemporanea.

Fattorello prolusione Corso 1948

Francesco Fattorello alla prolusione del Corso del 1948


Quali sono le principali differenze della Teoria Fattorelliana rispetto ai più noti studi anglosassoni, a partire da McLuhan?

È una domanda molto interessante, perché ci permette di mettere a confronto due modi di intendere la comunicazione che sono davvero molto diversi. Da una parte abbiamo la Teoria Fattorelliana, sviluppata in Italia da Fattorello già negli anni ’30. Dall’altra, le teorie più conosciute a livello internazionale, come quelle di McLuhan, Lazarsfeld e Habermas, che arrivano invece da contesti anglosassoni o centro-europei.

La differenza più importante riguarda proprio il modo in cui si intende la comunicazione. Fattorello non crede che la comunicazione serva a trasmettere la realtà così com’è. Al contrario, sostiene che ogni comunicazione trasmette sempre una rappresentazione della realtà, costruita da chi comunica. E questa rappresentazione non è mai neutra o oggettiva: è il risultato di una scelta consapevole, fatta da un soggetto operante, che ha un obiettivo preciso e comunica in funzione di esso.

Questo punto di vista è molto diverso, per esempio, da quello di Paul Felix Lazarsfeld, che si occupa soprattutto degli effetti della comunicazione di massa e del ruolo di figure come gli opinion leader. In questo caso si parte dall’idea che i media diffondano contenuti già definiti e che il punto centrale sia vedere come reagisce il pubblico, quanto viene influenzato.

Marshall McLuhan, invece, ci dice qualcosa di ancora diverso: per lui, “il medium è il messaggio”. In altre parole, non è tanto importante il contenuto che trasmettiamo, ma il mezzo che usiamo per farlo. Ogni nuova tecnologia cambia profondamente il modo in cui percepiamo la realtà. È una riflessione molto affascinante, ma rimane su un piano molto generale e culturale, mentre Fattorello propone un approccio più concreto e applicabile, soprattutto in ambiti come il giornalismo, la comunicazione pubblica o le relazioni istituzionali.

Infine, c’è Jürgen Habermas, che ha una visione della comunicazione legata all’idea di dialogo razionale. Per lui, comunicare dovrebbe servire a costruire un consenso basato sulla trasparenza, sull’argomentazione e sulla ricerca condivisa della verità. Ma anche in questo caso, si parte dall’idea che ci sia una verità da raggiungere, mentre per Fattorello non esiste una verità oggettiva da comunicare, solo rappresentazioni della realtà che vengono costruite da chi comunica, in base a uno scopo.

In sintesi, mentre le altre teorie si concentrano su aspetti come gli effetti, i media o il pubblico, è Fattorello a porre l’attenzione sui processi sociali, mettendo al centro chi comunica: cosa rappresenta, come lo fa e, soprattutto, perché. È una teoria molto pratica e strategica, pensata per fornire strumenti a chi lavora nella comunicazione, non solo per analizzarla ed è molto innovativa per il suo tempo, perché ha anticipato idee che oggi diamo quasi per scontate, come il fatto che la realtà, nel discorso pubblico, viene sempre costruita.

Il Prof. Giuseppe Ragnetti a Porto Alegre in Brasile, 2004


Professor Ragnetti, potrebbe fare un esempio pratico che aiuti a capire come queste differenze si manifestano nella realtà, ad esempio nel giornalismo o nella comunicazione quotidiana?

Certo! Un esempio semplice può chiarire bene la differenza. Immaginiamo una giornata di pioggia intensa in città. Diversi giornali devono raccontare la stessa notizia, ma ognuno sceglie di farlo in modo diverso.

Un quotidiano locale potrebbe dare il titolo: “Città paralizzata dal maltempo: ore di caos per automobilisti e pendolari.”

Mentre una testata ambientalista potrebbe scrivere: “Piogge record: i cambiamenti climatici mettono in ginocchio la città.”

Si tratta dello stesso evento, ma la prospettiva cambia.

Per Fattorello, questa differenza è il cuore stesso della comunicazione: nessuno dei due articoli “riporta la realtà” in modo oggettivo, perché ogni atto comunicativo costruisce una rappresentazione del reale, elaborata dal soggetto che comunica in funzione dei propri obiettivi.
Il giornalista non è un semplice intermediario tra fatti e pubblico, ma un soggetto operante che interpreta e struttura la realtà per proporne una versione coerente con la propria linea editoriale.

Secondo Lazarsfeld, l’interesse si sposta sugli effetti della comunicazione. In questo caso, la domanda centrale diventa: come reagisce il pubblico? La notizia genera paura, fiducia, indifferenza? Quali figure — opinion leader, commentatori, influencer — contribuiscono a orientare la percezione del fatto?
La comunicazione è analizzata in termini di influenza e ricezione.

Per McLuhan, ciò che conta non è tanto il contenuto della notizia, quanto il mezzo attraverso cui viene trasmessa.
Una foto su un social network, un servizio televisivo o un articolo stampato non producono mai lo stesso effetto percettivo: il medium, infatti, modella il messaggio.
Nel caso della pioggia, la diretta sui social può trasmettere immediatezza e coinvolgimento, mentre un articolo scritto può apparire più riflessivo e analitico.

Infine, per Habermas, la comunicazione giornalistica dovrebbe contribuire a costruire uno spazio di confronto critico e partecipativo.
Ciò significa offrire informazioni chiare, verificate e accessibili, che rendano possibile ai cittadini valutazioni consapevoli e autonome. Non si tratta di proporre una versione utile solo a chi comunica, ma di creare le condizioni per un dialogo chiaro e condiviso.

Giuseppe Ragnetti

Giuseppe Ragnetti


Lei ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione della Teoria Fattorelliana soprattutto attraverso l’attività dell’Istituto Fattorello. In quali ambiti formativi e professionali è stato possibile seminare i contenuti Fattorelliani?

Credo fermamente che Francesco Fattorello meriti di essere ricordato e valorizzato, non solo come teorico, ma come vero e proprio pioniere della comunicazione in Italia. Il lavoro che abbiamo portato avanti attraverso l’Istituto Francesco Fattorello ha avuto proprio questo obiettivo: non lasciare che il suo pensiero restasse confinato nei libri, ma farlo vivere nei percorsi formativi, professionali e culturali più diversi.

Nel corso degli anni, abbiamo avuto la possibilità di diffondere la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione in numerosi contesti: dal mondo universitario alla formazione professionale, dalla pubblica amministrazione alle imprese private. E questo perché la teoria di Fattorello non è un impianto teorico astratto o chiuso in sé, è una visione operativa della comunicazione, pensata per aiutare chi comunica a farlo con consapevolezza e strategia.

Attraverso l’Istituto, abbiamo organizzato corsi e seminari rivolti sia a studenti sia a professionisti: giornalisti, comunicatori pubblici, operatori della cultura, ma anche funzionari di enti locali, membri di associazioni, insegnanti, e persino figure attive nel sociale e nel volontariato. L’approccio Fattorelliano ha trovato terreno fertile soprattutto in quei contesti dove la comunicazione non è solo un fatto tecnico, ma anche un atto etico e relazionale, dove la costruzione del messaggio incide direttamente sul modo in cui le persone percepiscono la realtà.

Penso che Fattorello abbia avuto un’intuizione incredibile, soprattutto se consideriamo il periodo in cui elaborò la sua teoria: gli anni Trenta e Quaranta, in cui parlare di comunicazione come disciplina autonoma era qualcosa di totalmente controcorrente.

E questo è ciò che cerchiamo di trasmettere anche oggi, a chi si avvicina ai nostri percorsi: che la comunicazione non è mai neutrale, che ogni messaggio è il risultato di una scelta, di un punto di vista e che quindi va costruito con responsabilità e competenza. È un insegnamento che non ha perso valore con il tempo, anzi oggi, in un’epoca dominata da social media, manipolazione dell’informazione, fake news e disinformazione organizzata, la visione di Fattorello si rivela più attuale che mai.

Purtroppo, in Italia facciamo spesso fatica a valorizzare i nostri pionieri, soprattutto quando si muovono fuori dalle logiche accademiche più rigide. Fattorello non si è mai piegato a mode intellettuali o compromessi istituzionali: ha portato avanti la sua linea teorica con rigore e coerenza, forse anche a costo di restare ai margini. Ma è proprio per questo che oggi abbiamo il dovere di tornare a studiarlo, a far conoscere il suo pensiero, soprattutto ai giovani che si formano nel campo della comunicazione.

Perché quello che ci ha lasciato non è solo un metodo, ma un invito alla consapevolezza critica: chiederci sempre chi comunica, con quali scopi, e quale rappresentazione della realtà ci sta proponendo.

Francesco Fattorello – Università di Lipsia, 1978


In quali Università dell’Italia e del Mondo si studia la Teoria Fattorelliana?

È una domanda interessante, e anche un po’ complessa, perché la Teoria Fattorelliana, pur essendo una delle più originali e coerenti del panorama europeo, non ha avuto la diffusione sistematica e accademica che meriterebbe sebbene ci siano contesti, anche a livello internazionale, in cui è stata insegnata, apprezzata e riconosciuta come un modello di riferimento metodologico e pratico per tutti coloro che operano nei campi dell’informazione e della comunicazione. Si può affermare che l’impostazione teorica proposta da Fattorello abbia influenzato profondamente l’approccio alla comunicazione adottato su scala globale.

In Italia, la sede principale dello studio della teoria è sempre stato l’Istituto “Francesco Fattorello”, che prosegue l’attività formativa ispirata direttamente al pensiero del fondatore. Ma non va dimenticato che già negli anni ’50, Fattorello insegnava all’Università “La Sapienza” di Roma, all’interno della Facoltà di Scienze Statistiche, dove aveva istituito un Corso propedeutico alle professioni pubblicistiche: un’iniziativa davvero audace per l’epoca, che faceva della “Tecnica Sociale dell’Informazione” il cuore del piano didattico. Questo corso, e la scuola di applicazione ad esso collegata, rappresentarono il primo riconoscimento accademico italiano della comunicazione come disciplina autonoma e scientifica.

Ma è sul piano internazionale che abbiamo un episodio particolarmente significativo: nel 1958, Fattorello fu chiamato a tenere un corso presso l’Università di Strasburgo, nell’ambito del Centre International pour l’Enseignement Supérieur du Journalisme. Questo Centro era stato istituito sotto l’egida dell’UNESCO, proprio con lo scopo di formare e aggiornare i docenti universitari di giornalismo e comunicazione provenienti da tutto il mondo.

La presenza di Fattorello in quel contesto fu molto più che simbolica: la sua lezione inaugurale sulla Tecnica Sociale dell’Informazione aprì ufficialmente l’anno accademico, e le esperienze didattiche maturate in Italia furono considerate tanto innovative da essere inserite come caso di studio nel programma internazionale. Pensiamo che in quell’aula sedevano studiosi e docenti provenienti da Europa, America, Asia, Africa, URSS e India. Si trattò di un riconoscimento importante non solo per il professor Fattorello, ma per tutto il pensiero italiano sulla comunicazione.

Detto questo, oggi la sua teoria non è insegnata in modo strutturato nei curricula universitari esteri, almeno non sotto la dicitura ufficiale di “Teoria Fattorelliana”. Molti dei suoi concetti chiave, come il ruolo del soggetto operante, la rappresentazione della realtà, la funzione strategica della comunicazione, si ritrovano in numerose scuole di comunicazione, sia in Europa che oltreoceano, anche se spesso non ne viene riconosciuta la corretta paternità.

È anche per questo che ritengo importante continuare il lavoro dell’Istituto, affinché il suo pensiero non solo venga preservato, ma anche rilanciato e studiato con il rispetto che merita. Perché in un’epoca in cui tutti parliamo di fake news, storytelling, disinformazione e costruzione del consenso, le intuizioni di Francesco Fattorello sono più attuali che mai.

Porto Alegre in Brasile nel 2004: Federica Consolini, Giuseppe Ragnetti e Alessandra Romano


Ci racconti i tre aneddoti che più conserva della sua esperienza divulgativa Fattorelliana.

C’è un piccolo aneddoto che spesso racconto, e che per me rappresenta in modo quasi poetico il cuore della teoria di Fattorello.

È la storia di un bambino che trovava una felicità profonda nell’essere portato a letto dalla madre mentre si addormentava, un gesto semplice ma pieno di amore e sicurezza. Questa esperienza lo accompagnò per tutta la vita. Anche da adulto, diventato una figura rispettata e matura, continuava inconsciamente a “portarsi a letto” in uno stato di semiveglia, come se cercasse ancora quel conforto originario. Quando provò a parlarne pubblicamente, cercando risposte tra esperti e studiosi, nessuno seppe spiegare razionalmente quel bisogno così umano e profondo.

Ecco, quel bambino ero io. Ma non è questo il punto. Il punto è che quel gesto, quel “portarsi a letto” in semiveglia, continua a essere per me una realtà soggettiva potente. Non è razionale, non è giustificabile, ma per me è reale.

E sa cosa diceva Fattorello? Diceva che la realtà, nella comunicazione, non è ciò che esiste oggettivamente, ma ciò che il soggetto percepisce come tale nel suo contesto. Il “farsi portare a letto” non è una favola, è una rappresentazione di realtà.

Così come, nel metodo fattorelliano, la comunicazione non trasmette ‘informazioni oggettive’, ma costruisce rappresentazioni che il destinatario riconosce e fa proprie.

Quella sensazione di protezione, di abbandono fiducioso, è una realtà vera per quel bambino, per me, anche se oggi è un uomo adulto con la barba bianca.

Questo dimostra che nessuna comunicazione è neutra: ogni nostro gesto, ogni nostro racconto, si inserisce in un contesto o in una rappresentazione personale.

Ecco perché la teoria di Fattorello non è una teoria astratta, è uno strumento vivo. Non ci dice ‘cosa è vero’, ma ci chiede: ‘per chi, e in che contesto, è vero?’

Per quanto riguarda la mia esperienza divulgativa Fattorelliana, uno degli episodi che ricordo con maggiore intensità risale al 2004, quando fui invitato al “Forum Mondiale della Comunicazione” a Porto Alegre, in Brasile. Portavo con me una relazione dal titolo: “La Tecnica Sociale dell’Informazione come alta espressione della libertà di opinione”.

In quell’ambiente, multiculturale e pieno di tensioni comunicative, ho avuto la possibilità di esporre i principi della Tecnica Sociale di Francesco Fattorello. Ricordo lo stupore negli occhi di alcuni colleghi sudamericani, abituati alla rigidità di modelli comunicativi verticali. In quel momento capii che la nostra teoria aveva una valenza universale, perché parlava all’umano prima ancora che al tecnico.

Un altro ricordo vivo, e forse uno dei più rappresentativi del mio modo di intendere la didattica Fattorelliana, riguarda il mio approccio con gli studenti universitari.

Devo dire, amo insegnare, anche se il termine “insegnare” non mi piace. Io non voglio “insegnare” qualcosa come se avessi la verità in tasca. Quello che cerco di fare è accompagnare chi mi ascolta a guardarsi dentro, a scoprire l’unicità di ciascuno, anche nel modo in cui comunica, interpreta e rappresenta il mondo.

Non ricordo nemmeno più quante cattedre ho avuto. Ho insegnato dove mi chiamavano e dove sentivo che c’era bisogno, purché potessi trasmettere ciò che per me era fondamentale: la teoria di Francesco Fattorello.

E gli studenti rispondono. Sono sensibili, ricettivi, partecipi. Il problema spesso siamo noi: li sottovalutiamo. Non vediamo le loro potenzialità e la loro capacità intuitiva.

Ricordo con particolare emozione i corsi di “Tecniche di relazione” che tenevo all’Università “Carlo Bo” di Urbino negli anni 1990 e 2000. Era strutturato come un ciclo di lezioni frontali, ma estremamente interattive, in cui il confronto diretto con gli studenti era continuo e autentico. La particolarità di quel corso, rispetto a molti altri, era che veniva seguito da un numero sorprendentemente alto di studenti; esauriti i posti a sedere, si sedevano anche per terra! Non venivano solo per ottenere un credito, ma perché lì trovavano spazio per mettersi in gioco, riflettere su di sé e sperimentare un approccio diverso alla comunicazione.

The Theory of the Social Practice of Information

The Theory of the Social Practice of Information


Negli ultimi decenni la Comunicazione, in particolare con l’avvento delle tecnologie digitali, si è esponenzialmente evoluta e diffusa in ogni contesto. La Teoria Fattorelliana è ancora valida? E in caso affermativo perché?

Sì, la Teoria Fattorelliana è ancora valida e, anzi, oggi assume un significato ancora più rilevante alla luce dei cambiamenti introdotti dalle tecnologie digitali e dai nuovi media.

Negli ultimi decenni, la comunicazione è diventata pervasiva: è presente in ogni aspetto della vita quotidiana, e l’avvento del digitale ha moltiplicato i canali, gli attori e le dinamiche di diffusione delle informazioni. In questo contesto, molte delle teorie dominanti continuano ad essere insegnate nelle università, nonostante si fondino su un modello verticale e riduzionista: l’idea di una comunicazione unidirezionale, dove il mittente manipola un ricevente passivo, facilmente influenzabile. Questo approccio non fa che enfatizzare il potere dei media di plasmare opinioni e comportamenti.

Al contrario, la Teoria di Fattorello offre un modello più umano, interattivo e orizzontale, che tiene conto della capacità critica del ricevente.

Questa visione si dimostra particolarmente rilevante in un’epoca come la nostra, dove gli utenti non sono più solo consumatori di contenuti, ma anche produttori attivi (si pensi ai social media, ai blog, ai podcast). Il modello comunicativo non può più essere pensato in modo verticale o autoritario; deve invece riconoscere la pluralità delle fonti e la competenza diffusa tra i partecipanti al processo informativo.

Secondo il mio parere, la Teoria Fattorelliana non solo è ancora valida, ma è forse una delle chiavi interpretative più efficaci per comprendere e gestire la complessità comunicativa del nostro tempo, basata su relazioni, interazione e consapevolezza.

Quattro dei membri fondatori della IAMCR si sono riuniti a Strasburgo per la prima sessione del Centro internazionale per l’istruzione superiore in giornalismo nell’ottobre del 1957, alla vigilia della Conferenza Costituente IAMCR a Parigi. Da sinistra a destra: Francesco Fattorello, Fernand Terrou, Khoudiakoff, che non hanno partecipato all’incontro di Parigi, Jacques Léauté e Mieczyslaw Kafel. È interessante notare che i partecipanti a questa prima sessione del Centro di Strasburgo hanno partecipato in gran numero alla Conferenza costituente.


Cosa vorrebbe consigliare ai giovani che oggi vogliono intraprendere gli studi e i mestieri nel campo della Comunicazione?

Ai giovani direi innanzitutto una cosa semplice, ma fondamentale: non correte dietro alle mode, cercate la sostanza. Oggi si parla tanto di comunicazione digitale, di influencer, di intelligenza artificiale… e va benissimo, è il nostro tempo. Ma nessuno strumento, per quanto avanzato, potrà mai sostituire la competenza umana nel comprendere, costruire e gestire i rapporti sociali.

La comunicazione non è solo trasmettere messaggi: è comprendere le relazioni, rispettare chi ascolta, dare dignità a chi riceve l’informazione. Questo è ciò che ci ha insegnato Fattorello, ed è ciò che ancora oggi manca in tanta comunicazione contemporanea: si pensa solo a “colpire”, a “convertire”, a “convincere”, ma raramente a dialogare.

Studiate, certo. Ma soprattutto imparate ad osservare, a porvi domande, a pensare con la vostra testa. E soprattutto non dimenticate che chi comunica ha una responsabilità enorme: quella di contribuire a formare, non a deformare, l’opinione pubblica.

A chi vuole entrare in questo mondo, dico: non diventate specialisti della superficialità. Diventate costruttori di senso.

Prof. Giuseppe Ragnetti

Giuseppe Ragnetti


Perché è importante riprendere e divulgare il messaggio di Francesco Fattorello oggi?

È fondamentale perché la sua visione della comunicazione è una delle poche che mette al centro la persona, in un mondo in cui l’informazione è utilizzata spesso a fini commerciali o politici.

La sua impostazione propone una relazione informativa paritaria e critica: chi riceve l’informazione ha le stesse capacità cognitive e interpretative di chi la propone. È un pensiero che responsabilizza e che educa alla libertà di giudizio. E proprio per questo, oggi, rappresenta un’alternativa concreta a modelli comunicativi impersonali, che dominano nel marketing, nei media e nei social network.

Ma per mantenere vivo questo messaggio serve un luogo, una scuola, una comunità. E qui entra in gioco la Scuola Fattorello, che è un’istituzione essenziale, senza scopo di lucro, che non riceve finanziamenti esterni, che non si piega a logiche commerciali, ma che da più di settant’anni resiste e insiste con entusiasmo, grazie a contenuti autentici, a un pensiero solido e a persone che credono in un’idea.

Questa non è solo una scuola di comunicazione: è una scuola di pensiero. E divulgare oggi il messaggio di Fattorello significa difendere la comunicazione come strumento di libertà, di relazione umana, di cittadinanza consapevole. Significa non lasciare che si spenga un pensiero italiano e indipendente, che può ancora oggi offrire risposte vere a chi vuole comunicare non per vendere, ma per costruire senso e dialogo.

Francesco Fattorello – 1983


intervista a cura di Stefania Schipani, Sara Domenici e Carlo d’Aloisio Mayo

“Fattorello 2.0”

Il Prof. Giuseppe Ragnetti e la Dott.ssa Francesca Romana Seganti hanno cofirmato l’articolo dal titolo “Fattorello 2.0”, pubblicato nel Volume 6, Numero 1 (2012) della rivista scientifica internazionale Journal of Psychosocial Research on Cyberspace – Cyberpsychology.

Il contributo è stato inserito come ottavo articolo all’interno del fascicolo, che ospita studi di carattere interdisciplinare, con particolare attenzione agli aspetti psicosociali connessi all’uso di Internet e alle dinamiche del ciberspazio.

Il volume è disponibile gratuitamente online sul sito ufficiale della rivista, all’indirizzo: https://cyberpsychology.eu/article/view/4263.
La traduzione italiana del presente contributo è stata realizzata da Sara Domenici.


Cyberpsychology: Journal of Psychosocial Research on Cyberspace è una rivista scientifica online ad accesso aperto “diamond” (senza costi né per i lettori né per gli autori), sottoposta a revisione paritaria (revisione effettuata da esperti del settore), pubblicata dall’Università Masaryk.

La rivista è focalizzata sulla ricerca nelle scienze sociali relativa al cyberspazio.

Offre riflessioni psicosociali sull’impatto di Internet sulle persone e sulla società.

È interdisciplinare, e pubblica lavori scritti da studiosi di psicologia, studi sui media, scienze della comunicazione, sociologia, scienze politiche, sicurezza informatica (ICT security), psicologia del lavoro, e anche di altre discipline rilevanti per gli aspetti psicosociali del cyberspazio.

La rivista accetta articoli di ricerca originali, così come studi teorici e meta-analisi di ricerche.


Introduzione

L’obiettivo di questo articolo è fornire a studenti e studiosi nel campo della Comunicazione la conoscenza della teoria di Francesco Fattorello (la Tecnica Sociale dell’Informazione scritta negli anni ’50), che può aiutarci a comprendere le dinamiche della comunicazione online ed è una risposta appropriata alle esigenze delle società democratiche odierne.

Fattorello è stato membro del gruppo fondatore dell’International Association of Media and Communication Research (IAMCR/AIERI) a Parigi nel 1957. Il suo lavoro è stato tradotto solo in francese e spagnolo dall’originale italiano. Recentemente è stato tradotto in inglese e sarà presto pubblicato da IAMCR.

Tuttavia, fino a oggi il suo lavoro non è conosciuto a livello internazionale, soprattutto nell’ambito accademico anglosassone. Ciò è dovuto al fatto che, quando la teoria di Fattorello è stata sviluppata, non è stata presa in considerazione a causa del predominio della teoria critica della Scuola di Francoforte che, attraverso autori come Adorno, Marcuse e Horkheimer, individuava nella comunicazione di massa un processo che determinava i comportamenti delle persone.

Gli studiosi della Scuola di Francoforte, sia in Germania sia successivamente negli Stati Uniti, dove alcuni di loro si trasferirono per sfuggire al regime nazista, miravano a spiegare il fallimento del liberalismo e la conseguente mancanza di libertà di parola e creatività. Essi evidenziavano la cancellazione della personalità unica dell’individuo operata dalla società e dai mass media. La Scuola di Francoforte vedeva la funzione dei media come controllo del pubblico negli interessi del capitale.

Come spiega Gephart (1999), il presupposto fondamentale della tradizione della teoria critica è che il mondo materiale che incontriamo è sia reale sia prodotto dai e attraverso i modi di produzione capitalisti. Il capitalismo è visto come un sistema diseguale in cui i proprietari dei mezzi di produzione (i capitalisti) non solo hanno il diritto di sfruttare la forza lavoro (sottopagata e che non beneficia affatto del profitto o del valore del lavoro in eccedenza che invece rende i proprietari delle imprese poche potenti corporation dominanti), ma anche la capacità di mascherare le forme di sfruttamento tramite l’ideologia (Gephart, 1999).

Secondo la Scuola di Francoforte, i mass media sono agenti di degenerazione, sono industrie culturali che manipolano la società sostituendo i veri valori culturali con un insieme imposto di valori e credenze la cui funzione è mantenere il potere della classe dominante. La cultura volgare prodotta da radio, cinema e televisione crea “un’aura che fa sembrare allo spettatore di vivere una realtà inesistente” (Adorno, 1965, p. XIV).

Da quanto sopra emerge chiaramente che, sessant’anni fa, non era facile per studiosi e operatori del settore accettare l’idea di Fattorello di un pubblico dotato di pari dignità rispetto al soggetto promotore, perché avente le stesse capacità di pensiero. Invece di accettare l’idea che le imprese dell’industria mediatica imponessero valori, comportamenti e schemi finalizzati al mantenimento del dominio, Fattorello negli anni ’50 si concentrava sul pubblico come partecipante attivo, come perno del processo comunicativo.

Dopo una breve presentazione della vita e dell’opera di Fattorello, nella terza sezione dell’articolo illustreremo il suo modello, la Tecnica Sociale dell’Informazione. Vedremo che la formula diagrammatica con cui è espresso il modello di Fattorello appare molto simile a qualcosa che ci è ormai molto familiare: il paradigma comunicativo del Web. Sosteniamo che il modo in cui gli utenti si sono appropriati del Web rappresenti l’evoluzione naturale delle dinamiche della comunicazione umana interpretate attraverso un modello che, come suggerirebbe McQuail, ha sempre dato il giusto peso al fatto che “gli effetti (della comunicazione mediata) sono determinati almeno tanto dal mittente quanto dal destinatario” (McQuail, 2005, p. 456).

A questo proposito, nella quarta sezione dell’articolo spieghiamo perché Fattorello tracciò una differenza tra “opinione” e “conoscenza” e come questa differenza possa aiutare a comprendere perché egli riteneva che i mass media non potessero determinare il comportamento delle persone.

Nella quinta sezione si spiega che la teoria di Fattorello non si occupava mai degli effetti mediatici. Il modello di Fattorello, che differisce significativamente da alcuni degli approcci teorici dominanti attuali nei media e nella comunicazione, viene confrontato con i modelli predominanti della comunicazione di massa (dai primi modelli fino ai paradigmi contemporanei) per arricchire ulteriormente il dibattito. Riteniamo che il modello di Fattorello possa gettare nuova luce su altri modelli di comunicazione di massa.

Infine, a causa dei limiti di spazio non possiamo trattare alcuni ulteriori aspetti della Tecnica Sociale dell’Informazione, che richiederebbero una discussione più approfondita, ma speriamo che questa breve panoramica possa servire da stimolo per ulteriori riflessioni.

Chi era Francesco Fattorello

Prima di spiegare in dettaglio la teoria di Fattorello, desideriamo dedicare alcune parole alla sua vita e carriera professionale. Di seguito si propone un breve riassunto.

Fattorello nacque a Pordenone (Nord Italia) nel 1902.

Si laureò in Giurisprudenza nel 1924. Era appassionato di classici e letteratura.

Nel 1923 fondò la Rivista Letteraria delle Tre Venezie, una rivista periodica dedicata alla storia del giornalismo.

All’inizio del 1929, Fattorello iniziò a insegnare presso l’Università di Studi Economici di Trieste. Tra le altre cose, curò la seconda edizione di un libro sulle origini del giornalismo in Italia.

Nell’anno accademico 1934-1935, Fattorello tenne il suo primo corso di storia del giornalismo presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Regia Università di Roma.

Fattorello intraprese un’analisi scientifica che, sviluppata negli anni successivi, iniziò a costituire la base per una ‘scienza del giornalismo’. Esaminando i mezzi di informazione attraverso i secoli, giunse alla conclusione che la storia del giornalismo era, prima di tutto, la storia dell’opinione pubblica e delle sue varie manifestazioni, piuttosto che la storia del giornalismo in sé (si veda nella sezione cinque una spiegazione più dettagliata di cosa intenda per “opinione”).

Questa idea innovativa conteneva già nella sua forma iniziale una versione sperimentale della teoria dell’informazione a cui si dedicò dopo la Seconda Guerra Mondiale. Infatti, a quel tempo aveva già iniziato a insegnare la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione, con la quale cercava di fornire ai futuri giornalisti una tecnica sociale per ottenere l’adesione dell’opinione dei lettori.

Si sa poco sull’attività di Fattorello nei primi anni ’40, ma possiamo immaginare che non abbia confrontato il suo modello con il “modello a due fasi dell’influenza mediata” (che si concentrava sul ruolo delle reti sociali e degli opinion leader – Katz e Lazarsfeld, 1955), con gli “effetti limitati” (o modello dell’effetto minimo, che spostava l’attenzione sul ruolo del pubblico nel processo di comunicazione di massa – Klapper, 1960) e con la “teoria degli “usi e gratificazioni” (che sostiene che dovremmo investigare “non ciò che i media fanno al pubblico, ma ciò che il pubblico fa con i media” – Katz, Blumler e Gurevitch, 1974), perché il suo scopo principale non era contribuire alla ricerca e alla teoria della comunicazione, ma solo formare giornalisti.

Supponiamo che non fosse interessato a confutare la teoria della Scuola di Francoforte sull’indottrinamento di massa da parte dei media. L’obiettivo dei suoi studi era l’individuazione delle caratteristiche specifiche del fenomeno giornalistico.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Fattorello si trasferì a Roma e iniziò a insegnare presso la Facoltà di Statistica e Scienze Attuariali dell’Università “La Sapienza”. Fattorello fu uno dei pochi studiosi in Italia a tenere corsi di storia del giornalismo nel dopoguerra.

A causa dell’influenza culturale degli USA, in Italia vi era una tendenza a privilegiare corsi di pubblicità e ricerche di marketing. Nel 1947 Fattorello fondò l’Istituto Italiano di Pubblicismo.

Inoltre, fu membro fondatore del Centro Italiano per gli Studi sull’Informazione, sostenuto dall’UNESCO.

Presentò il suo modello di comunicazione al Centre Internationale d’Enseignement Supérieur du Journalisme presso l’Università di Strasburgo, per poi pubblicare la prima edizione dell’Introduzione alla Tecnica Sociale dell’Informazione. Seguirono diverse edizioni; l’ultima fu stampata nel 1970 ed è ora introvabile.

Come menzionato nell’introduzione, dal 1964 al 1981, quando fu nominato Membro Onorario a Vita, Fattorello fu Vicepresidente dell’IAMCR/AIERI.

Francesco Fattorello morì a Udine il 3 ottobre 1985.

La Teoria Sociale dell’Informazione

Secondo Fattorello esiste una differenza tra trasmettere, informare e comunicare. Trasmettere e informare sono due processi alleati, ma distinti.

Trasmettere è un’operazione meccanica; è l’atto di passare un’informazione da un mittente a un destinatario.

Informare, come inteso nella filosofia scolastica e nel neoscolasticismo, è l’atto di dare una forma a qualcosa; cioè, l’atto di interpretare una realtà ed esprimere l’interpretazione attraverso una rappresentazione.

Comunicazione, invece, è l’atto di stabilire una relazione.

Secondo Fattorello, si può trasmettere un’informazione, ma laddove il mittente (nelle sue parole, il Soggetto Promotore) non è in grado di stabilire una relazione con il destinatario (il Soggetto Ricevente), non c’è comunicazione. Pertanto, il principio più importante della scuola di Palo Alto, “Non si può non comunicare”, non sarebbe valido per Fattorello. Egli affermerebbe: “Non si può non trasmettere segnali”. Condizione indispensabile per comunicare è che tra il Soggetto Promotore e il Soggetto Ricevente vi sia una convergenza di interpretazione sull’interpretazione proposta; cioè, sulla “O” (“formula di opinione” in italiano).

Per raggiungere un accordo è fondamentale che il Promotore adatti la sua versione della realtà alle capacità cognitive dei Soggetti Riceventi. Inoltre, deve essere in grado di scegliere il mezzo ideale. Ne segue la formula diagrammatica riportata di seguito.

La lettera “x” indica la realtà oggettiva. Questa lettera è tra parentesi per indicare che resta fuori dal processo. Se desidero comunicare che c’è stato un terremoto, non è il terremoto stesso che metto tra me e il Ricevente, ma la mia interpretazione dell’evento. Quindi, secondo Fattorello, il Soggetto Promotore trasmette, attraverso i mezzi appropriati, la ‘forma’ che ha dato a ciò che ha interpretato. Nel caso in cui il Soggetto Promotore riesca a suscitare l’interesse del Soggetto Ricevente, ad attirare la sua attenzione e a far sì che egli comprenda e concordi con l’interpretazione proposta, allora accade che il Soggetto Ricevente a sua volta diventi un Promotore. Pertanto, il Soggetto Ricevente non si limita a ricevere la forma (“O”) o, meglio, a decodificare il messaggio, ma la interpreta e a sua volta diventa promotore. Di conseguenza, nel contesto sociale la formula di Fattorello può essere ampliata come nella tabella sottostante:

Secondo Fattorello, il fenomeno dell’informazione non ha né un inizio né una fine, proprio come la formula sopra attraverso cui viene rappresentato.

È interessante notare che quanto sopra somiglia a una rappresentazione ormai molto nota; cioè, il modo in cui solitamente viene rappresentata la comunicazione online. Occorre considerare che l’intuizione di Fattorello precede di circa trentacinque anni la nascita del Web.

La differenza tra “Opinione” e “Conoscenza”

Secondo Fattorello, utilizzando la Tecnica Sociale dell’Informazione, è possibile influenzare le opinioni, che non hanno stabilità e possono cambiare rapidamente. L’opinione, come definita da Stoetzel (1943), non è radicata negli individui. L’opinione è provvisoria, effimera, contestuale e, soprattutto, soggettiva. In particolare, attraverso strumenti quali propaganda, pubblicità e informazione, si può agire facilmente sull’opinione.

La propaganda mira a ottenere l’adesione immediata del pubblico con tutti i mezzi e metodi disponibili. Analogamente, la pubblicità punta a ottenere un’adesione immediata, con la differenza che il suo scopo è vendere prodotti. Questo obiettivo si raggiunge attraverso lo studio degli atteggiamenti sociali che caratterizzano l’acculturazione del pubblico.

Per “acculturazione”, Fattorello intende tutto ciò che si trova nell’ambiente sociale che inevitabilmente accompagna tutta la vita di ogni individuo. Per fare un esempio, un giornale che si rivolge a lettori molto generici, inclusi specialisti e riceventi meno qualificati, non tratterà temi complessi, né potrà utilizzare una terminologia complessa, ma dovrà usare un linguaggio comune. In altre parole, secondo Fattorello, le forme che agiscono sull’informazione giornalistica politica o, ad esempio, sulla propaganda o sulla pubblicità devono, per quanto possibile, essere “fattori di conformità”. Quanto più sono simili, tanto maggiore sarà il successo del processo informativo.

Inoltre, l’informazione che si rivolge a un pubblico generico è solitamente caratterizzata da una mancanza di precisione. Questa mancanza di precisione a cui il testo dell’informazione giornalistica politica deve rispondere è naturalmente cosa diversa dalla “diffusione” didattica. Un giornalista politico deve sempre ottenere un accordo temporaneo, contingente al destinatario, su ciò che vuole comunicargli. Il giornale è il mezzo ideale per veicolare informazioni contingenti perché è pubblicato quotidianamente ed è sempre nuovo. Ciò che è scritto sul giornale è valido e importante oggi, ma non più valido e importante domani. Leggerlo non richiede al Soggetto Ricevente attenzione e impegno continui. Il giornale emerge quindi come il mezzo perfetto per veicolare informazioni temporanee e contingenti come l’adesione alle opinioni che i giornalisti cercano di ottenere.

Al contrario, la conoscenza che condividiamo attraverso l’educazione non è legata al presente e ha un effetto profondo perché non è contingente. Quando il Promotore non è un giornalista o un pubblicitario, ma un insegnante, allora il processo informativo non può basarsi su fattori stereotipati di conformità, ma su valori. I processi del fenomeno saranno quelli di una persuasione lenta, graduale e logica. Il Promotore, dunque, non ha limiti di tempo (come, per esempio, nel caso dell’uso della televisione come mezzo) nell’informare i suoi Riceventi e non deve conformarsi alle esigenze delle opportunità contingenti. A differenza del giornalista, l’insegnante cerca di arricchire lo schema mentale precedentemente assimilato dal Ricevente con una procedura logica, graduale e razionale. I mezzi degli insegnanti sono i libri, che richiedono concentrazione, silenzio, solitudine e danno al lettore la possibilità di fermarsi a pensare e riflettere. Il Ricevente non ha più le caratteristiche psicosociali del pubblico generico, ma è impegnato ad ascoltare, comprendere e apprendere. Un processo simile non può essere attivato attraverso l’uso dei media di massa, che possono dare agli spettatori l’illusione di aver imparato qualcosa ma che in pratica veicolano solo informazioni contingenti che non contribuiscono alla nostra esperienza.

Per Fattorello i contenuti dei media di massa possono rafforzare valori e credenze preesistenti ma non possono crearli. Solo la conoscenza derivata dall’esperienza diretta e da fonti specializzate contribuisce alla formazione della persona. Invece, i media di massa possono solo influenzare le nostre opinioni, il che implica un effetto temporaneo che non va a incidere sulla nostra identità.

Il modello di Fattorello e i paradigmi dominanti nella comunicazione di massa

McQuail (2005) delinea quattro modelli di base per lo studio della comunicazione di massa che, a suo avviso, si sono sviluppati in un contesto di transizione verso una società industriale altamente organizzata e centralizzata del XX secolo. I quattro paradigmi dominanti da lui individuati sono: il modello trasmissivo, il modello della pubblicità, il modello rituale e il modello della ricezione. Il modello di comunicazione di Fattorello può aiutarci a comprendere questi paradigmi dominanti.

Ad esempio, il modello di Lasswell (1927) rappresenta il paradigma trasmissivo, secondo il quale segnali o messaggi vengono trasmessi a distanza con lo scopo di esercitare un controllo. Nella Tabella 1, possiamo osservare in che modo il modello di Fattorello si differenzia dalla formula di Lasswell.

Da quanto sopra emerge che la domanda di Lasswell “Cosa viene detto?” non prende in considerazione l’esistenza della x, ovvero la realtà oggettiva che Fattorello colloca al di fuori del processo. Osservando il modello di Lasswell, sembra che la realtà possa essere interpretata in modo oggettivo. Inoltre, nel modello di Fattorello non viene posta la domanda “con quale effetto?”. Ciò non significa che la sua importanza venga trascurata, ma che Fattorello riteneva impossibile prevedere gli effetti della comunicazione di massa.

L’obiettivo del Promotore è ottenere un accordo sulla formula d’opinione che trasmette e, pertanto, è necessario che il Promotore tenti di adattarsi ai desideri dei Riceventi o, forse, di rispondere alla loro curiosità. Anche quando si verifica un “accordo di opinione” su determinate formule — cioè, l’accordo su una formula all’interno della scala di opinione costituita dal problema x — il Promotore non può essere certo di ottenere l’effetto desiderato.

Il promotore di un’informazione contingente, come una notizia, non può incidere sull’esperienza del Ricevente dell’informazione e quindi non può determinarne il comportamento. Fattorello intendeva sottolineare che i Riceventi portano con sé un contesto nella ricezione di ogni messaggio. Questo contesto deriva dalla conoscenza, non dall’opinione. Egli si opponeva chiaramente a una visione lineare che riduce la comunicazione a un processo meccanico, anticipando così ciò che autori come Denis McQuail e David Gauntlett avrebbero sostenuto in seguito.

Dopo oltre sessant’anni di intenso sforzo di ricerca, non sono stati identificati in modo chiaro effetti diretti dei media sul comportamento; pertanto, dovremmo concludere che semplicemente non esistono (Gauntlett, 1998,).

Gauntlett sostiene che la ricerca sugli effetti dei media ha, in modo piuttosto coerente, adottato un approccio sbagliato nei confronti dei media di massa, del loro pubblico e della società in generale e, dopo aver criticato vari aspetti del “modello degli effetti”, sottolinea che il fallimento di tale modello non implica che l’impatto dei media di massa non possa più essere considerato o studiato.

Poiché è evidente che non è possibile offrire una guida operativa su “come fare”, il nostro intento è fornire agli studiosi un approccio alternativo a un’area di studio tanto complessa.

McQuail (2005) afferma che anche nei casi in cui è possibile fare previsioni, ciò avviene solitamente sulla base dell’esperienza e di regole empiriche, piuttosto che su una conoscenza precisa di come un determinato effetto si verifichi o possa verificarsi. Secondo lui, è proprio la disponibilità di questo tipo di conoscenza pragmatica, basata sull’esperienza, che permette ai media e ai loro clienti di continuare a operare senza troppe pretese. McQuail sostiene che non sia facile dimostrare un caso in cui i media possano essere considerati la causa unica e indispensabile di un determinato effetto sociale.

A partire dalla Tecnica Sociale dell’Informazione, sviluppiamo la teoria della struttura cristallografica della comunicazione. In quest’ottica, il Soggetto che partecipa al processo comunicativo è situato in un qualsiasi punto di una struttura cristallografica. Tale struttura, descritta di seguito, rappresenta simbolicamente il complesso sistema comunicativo in cui viviamo e comprende un numero infinito di stimoli percettivi.

Dal momento della nascita, il soggetto è immerso nell’incommensurabile mare della comunicazione. Questo fluido amniotico è composto da una varietà di messaggi che contribuiranno — o meno — alla formazione della sfera individuale, unica in ciascuno di noi. Alcuni stimoli filtreranno attraverso la mente del soggetto, in base a fattori come l’intelligenza emotiva, le risorse motivazionali e l’acculturazione.

Ad esempio, gli stimoli derivano dalle informazioni che riceviamo da persone con cui condividiamo lo spazio sociale: amici, genitori, nonni, insegnanti, ecc.

Anche tutti i concetti che apprendiamo e interpretiamo dai libri sono considerati stimoli. Gli stimoli possono essere sociali, ambientali, geografici, meteorologici. Tutti gli stimoli a cui siamo sottoposti nel corso della nostra vita partecipano alla formazione della struttura cristallografica.

La percezione è quindi un tema cruciale all’interno di questo sistema. A nostro avviso, la percezione è estremamente soggettiva e funziona in modo diverso in ciascuno di noi. È il processo attraverso cui elaboriamo stimoli provenienti dall’ambiente esterno in modo utile e significativo. La percezione crea una mappa del mondo personale attraverso la quale ci rapportiamo e reagiamo all’ambiente esterno. In sostanza, essa crea una mappa corrispondente alle nostre credenze culturali e sociali, ai nostri valori e interessi. Crea il nostro filtro personale.

All’interno della struttura cristallografica della comunicazione, l’informazione non contingente (quella che genera conoscenza) riesce ad attivare meccanismi difficilmente reversibili. L’informazione non contingente viene quindi “cristallizzata” e diventa parte di noi, dei nostri schemi di pensiero che necessitano di essere espressi e trasformati continuamente.

La struttura cristallografica della comunicazione è metaforicamente come una rete di ragnatele multidimensionali che si intersecano e si tessono in modo continuo. È come un marchingegno con molte teste, nel quale decidiamo dove collocarci e quali informazioni lasciar entrare (solo noi possediamo la chiave del cancello/filtro).

Possiamo dunque paragonare anche il modello di Fattorello al modello della pubblicità, secondo il quale “lo scopo principale dei mass media non è trasmettere particolari informazioni né unire un pubblico in un’espressione culturale, ma semplicemente catturare e mantenere l’attenzione visiva o uditiva” (McQuail, 2005, p.71).

McQuail spiega che, secondo questo modello, i media perseguono uno scopo economico diretto: ottenere ricavi attraverso l’audience (dato che l’attenzione equivale al consumo — nella maggior parte dei casi) e vendere l’attenzione del pubblico agli inserzionisti. Il fatto di essere conosciuti diventa più importante del contenuto di ciò che si conosce. Quindi, l’ottenimento dell’attenzione diventa un fine in sé, e forma e tecnica hanno la precedenza sul contenuto del messaggio.

Secondo il modello di Fattorello, invece, non ha senso concentrarsi sulla forma del messaggio se ciò avviene senza considerare il ruolo del Soggetto Ricevente. Come sostiene Fattorello, certi messaggi filtrano nella nostra mente solo quando il Soggetto Promotore adatta il significato del messaggio al Soggetto Ricevente, al fine di ottenere una convergenza di interpretazione sulle opinioni proposte.

Possedendo capacità di pensiero attivo, ogni Soggetto può decidere se aderire o meno alle formule di opinione proposte (nei termini di Fattorello) che i media di massa ci presentano ogni giorno.

L’interpretazione (“O”) del messaggio diventa quindi la chiave per aprire il “cancello” di ogni essere umano; ciascuno può decidere quali stimoli ricevuti elaborare, sviluppare e migliorare in base alla propria percezione. La convergenza di interpretazione dipende dalla condivisione di codici e significati.

Ciò è in linea con approcci meno lineari, meccanici e riduttivi che oggi prevalgono negli studi sui media. Il modello della ricezione, ad esempio, che si sviluppa dal modello di codifica e decodifica di Stuart Hall (1980), può essere integrato con la Tecnica Sociale dell’Informazione.

Hall sostiene che i testi sono polisemici e che non esista una corrispondenza necessaria tra il messaggio codificato dal produttore (regista, autore, giornalista) e quello decodificato dal pubblico. Analogamente, per Fattorello, l’interpretazione (“O”) è sempre soggettiva, può variare e non può essere prevista.

In generale (dato che i Cultural Studies non sono un paradigma rigido), quando Hall (1974/1980) afferma che i riceventi non sono obbligati ad accettare i messaggi così come vengono inviati, ma possono opporsi all’influenza ideologica applicando letture alternative o oppositive, secondo la propria esperienza o visione del mondo, la corrispondenza tra la sua teoria e quella di Fattorello è evidente.

In linea con Hall, Fattorello sosteneva che per comprendere il ruolo dei media sia necessario osservare come i diversi individui rispondano a uno specifico contenuto e analizzare come si articola la relazione informativa tra Promotore e Soggetto Ricevente. Come Hall, anche Fattorello promuoveva una teoria sociale della soggettività e della costruzione del significato.

Così come il modello di codifica-decodifica di Stuart Hall, anche il lavoro di James Carey (1989) e la sua idea di modello rituale della comunicazione (in opposizione al modello trasmissivo) offrirono agli studiosi un nuovo orientamento.

Carey si oppose al modello lineare dominante e definì la comunicazione come un processo simbolico attraverso il quale la realtà viene prodotta, mantenuta, riparata e trasformata. La comunicazione rituale è relativamente senza tempo e immutabile. Fattorello sarebbe d’accordo, purché il rituale venga inteso come un evento contingente che attiva e stimola nel Soggetto Ricevente la ricezione di informazioni non contingenti — ovvero la conoscenza profonda e non stereotipata (ad esempio valori, atteggiamenti e convinzioni) — che non risponde alla logica del consumo mediatico, ma rafforza valori preesistenti.

Inoltre, secondo la visione rituale, il messaggio della comunicazione rituale è solitamente latente e ambiguo, a seconda delle associazioni e dei simboli che non sono scelti dai partecipanti, ma resi disponibili dalla cultura (McQuail, 2005, p.70). Fattorello aggiungerebbe che i Soggetti Riceventi partecipano al rituale quando la loro acculturazione permette loro di convergere con l’interpretazione della realtà proposta durante il rituale. I partecipanti giocano dunque un ruolo attivo nel rituale, in cui simboli e messaggi culturali vengono rinnovati e legittimati.

Il fenomeno dell’informazione come flusso continuo: Fattorello 2.0

Al contrario delle applicazioni broadcast, oggi i media online offrono agli individui canali di comunicazione uno-a-uno e molti-a-molti, consentendo l’invio e la ricezione di messaggi in una comunità condivisa. Questo modo di comunicare ha permesso agli utenti varie forme di partecipazione (contenuti generati dagli utenti, cultura DIY, peer-to-peer) e il pubblico non è più confinato nella posizione di “lettore critico”, ma può contare su nuove strutture sociali connesse a livello mondiale, su comunicazione e canali di distribuzione (Jenkins, 2006, p.246).

Il ruolo attivo del Soggetto Ricevente è dunque “sotto il sole” nel Web. Ciò evidenzia tutti gli elementi che Fattorello aveva teorizzato circa 20 anni prima del lancio dell’ARPANET (Advanced Research Projects Agency Network) e quasi 40 anni prima dell’avvento del Web. In questa sezione spiegheremo le dinamiche della comunicazione online secondo il suo modello. Il nostro obiettivo finale è mostrare che la Tecnica Sociale può fungere da trait d’union tra i modelli della comunicazione di massa e i più recenti modelli.

Come si è visto nella terza sezione dell’articolo, nel modello di Fattorello il Soggetto Ricevente può considerare di diventare a sua volta un Promotore dell’informazione, creando così una catena che si sviluppa orizzontalmente. In tal caso, il contenuto mediato non è solo consumato ma anche prodotto. La struttura della comunicazione che si sviluppa è:

  • Reciproca: la comunicazione è bidirezionale perché deve esserci una relazione tra il Soggetto Promotore e il Soggetto Ricevente;
  • Paritaria: Fattorello ha sempre affermato che il Soggetto Ricevente possiede le stesse facoltà di pensiero del Promotore (il Soggetto Ricevente deve lasciar entrare l’informazione, deve decodificarla);
  • Decentralizzata e Aperta: le dinamiche della relazione informativa operano secondo un modello molti-a-molti, come mostrato nella Figura 2;
  • Basata sulla reputazione e sul significato piuttosto che su gerarchie: come spiegato, il fenomeno sociale dell’informazione si basa su una convergenza di interpretazione che deriva dal fatto che il Promotore adatta la forma del messaggio ai bisogni del Ricevente, altrimenti non sarebbe aperto a decodificarlo. In parole povere, il Promotore deve mettersi nei panni del Ricevente. Pertanto, un atteggiamento autorevole piuttosto che autoritario.

Descritta in questo modo, potrebbe sembrare che, se interpretiamo la comunicazione online attraverso il modello di Fattorello, il Web emerga come uno spazio in cui tutti possono comunicare con tutti, come accade nei discorsi celebrativi retorici sul cyberspazio e nelle visioni utopiche che vedono il Web come uno spazio in cui le differenze sono cancellate.

Tuttavia, il modello di Fattorello prende in considerazione che all’interno di una rete di persone la comunicazione non è data per scontata. Fattorello sostiene che solo un accordo sull’interpretazione proposta può garantire una convergenza. La convergenza è data dalla condivisione dell’acculturazione ed è interessante notare che questo pensiero anticipa le ipotesi di Appadurai (1997) riguardo a quei requisiti che contribuiscono alla creazione di “vicinati virtuali” sostenuti dal Web. Appadurai sostiene che oggi i requisiti per l’inizio delle relazioni sono: sentimenti e interessi condivisi, conoscenza comune e la capacità di partecipare a discorsi e comunicazione. Si riferisce a contesti in cui lo sviluppo e l’estensione delle agglomerazioni urbane, la moltiplicazione delle reti di trasporto e comunicazione, la globalizzazione dell’informazione e delle immagini, e le migrazioni hanno prodotto cambiamenti profondi. Come tutti sappiamo, nello spazio online gli utenti hanno la potenzialità di condividere una varietà di contenuti, ma quando manca una corrispondenza culturale, la relazione informativa non si instaura. Il contenuto non può essere ricevuto o compreso, o verrà frainteso, oppure lo sarà con difficoltà e con notevole distonia.

Studi su Internet (Graham, 2004; Wakeford, 2004; Silver, 2004; Jones, 2005) suggeriscono che la vita offline ha notevoli ripercussioni sulle relazioni e comunità online, e che l’interdipendenza tra online e offline non deve mai essere sottovalutata. Allo stesso modo, anche se non c’è dubbio che esistano numerose comunità transnazionali sul Web, dobbiamo ricordare che molte interazioni online sono “profondamente locali” (Graham, 2004, p.21).

Analizzando l’uso e l’esperienza dei nuovi media nei contesti urbani contemporanei, Graham sostiene che i nuovi media sono sempre più usati per riconfigurare i mondi basati sul luogo e le mobilità della vita urbana quotidiana. Egli invita i ricercatori di Internet a non sottovalutare che l’identità è sempre da qualche parte e sempre localizzata in un senso di luogo, anche quando i nuovi media agiscono come “protesi” per estendere le azioni, le identità e le comunità umane nel tempo e nello spazio (Graham, 2004, p.22). Possiamo quindi vedere quanto sia rilevante condividere la formazione acquisita condividendo informazioni non contingenti (il fenomeno della cultura è legato a questa categoria) per garantire la reciprocità negli scambi sociali online. Questi ultimi, a loro volta, avvengono anche tramite informazioni contingenti che contribuiscono al processo di socializzazione e a confermare opinioni cristallizzate e valori preesistenti.

Ad esempio, uno studio recente di Seganti e Smahel (2011), che analizzava le dinamiche online di interazione tra un gruppo di subculturalisti italiani, ha dimostrato che l’assenza di pratiche quotidiane concrete condivise ha spinto adolescenti che si incontravano su Social Network Sites (SNS) a creare marker identitari, come soprannomi e codici di abbigliamento, evocando simboli condivisi e offrendo a chi ha poco da condividere online qualcosa su cui parlare.

Seganti e Smahel hanno riscontrato che gli SNS fornivano alla maggior parte dei subculturalisti, specialmente a quelli che abitavano lontani l’uno dall’altro, uno spazio temporaneo per esprimere la loro “diversità”. Gli SNS supportano la diffusione e amplificano la popolarità di “simboli subculturali”, “celebrità subculturali” e “storie subculturali” che sono “formule d’opinione” volte a creare un accordo provvisorio attraverso il quale giovani precedentemente isolati possono confluire e “rinascere” come soggetti la cui differenza è riconosciuta come familiare da altri subculturalisti.

A seconda dell’acculturazione dei soggetti, la maggior parte delle relazioni costruite sulla condivisione di tali formule sono risultate tanto effimere quanto le informazioni contingenti su cui erano fondate. Per noi, dunque, l’effetto di tali relazioni deve essere ricercato in una fase successiva, che è già lontana, non in senso spazio-temporale, ma motivazionale, nella relazione informativa primitiva.

Conclusioni

Il nostro obiettivo era spiegare che la teoria della comunicazione sviluppata da Fattorello negli anni ’30, per dimostrare che la storia del giornalismo somiglia alla storia dell’opinione pubblica, può essere usata per fare luce sui paradigmi dominanti della comunicazione di massa, ma anche per aiutarci a comprendere le dinamiche della comunicazione online.

In linea con la teoria di Fattorello, riteniamo che il modo in cui la comunicazione si sviluppa nello spazio online sia il risultato di profondi bisogni sociali che ciascuno di noi può avere. Il Web non ha creato il bisogno di uno stile di comunicazione decentralizzato, orizzontale e paritario, ma ha solo fornito un supporto tecnico per esprimere un modo di comunicare che, secondo Fattorello, è l’unico possibile.

Per Fattorello, comunicare è sinonimo di condividere, di “avere in comune”, che è la condizione necessaria per stabilire la relazione che il Promotore dell’informazione deve instaurare per ottenere l’adesione d’opinione del Ricevente.

Secondo Fattorello, i bisogni umani non possono essere creati né imposti, come invece sosteneva la teoria della Scuola di Francoforte. Dove non c’è uguaglianza, non c’è scambio e quindi non c’è comunicazione. Il Soggetto Promotore può solo riuscire a trasmettere un messaggio al Soggetto Ricevente se adatta la propria versione della realtà alla mappa percettiva del Ricevente. L’atto del Promotore di adattare la sua interpretazione al Ricevente mostra che il pubblico ha un ruolo attivo nel processo comunicativo. Il Ricevente deve aprire il suo filtro percettivo e solo successivamente può concordare con la formula d’opinione proposta, e può, a sua volta, diventare un Promotore.

Dunque, la nostra personalità non può essere annullata dall’esposizione ai mass media perché questi ultimi, come giornali, radio e televisione, possono solo essere usati per promuovere informazioni contingenti che non contribuiscono alla formazione della soggettività individuale. All’interno della struttura cristallografica della comunicazione, la capacità di produrre pensieri e comportarsi in un certo modo non è mai il risultato di pochi stimoli conosciuti, ma di una quantità immisurabile di stimoli. Quindi, i mass media certamente possono agire sulle nostre opinioni temporanee (siamo tutti contro la guerra) o rinforzare i nostri valori, ma sono incapaci di influenzare il comportamento degli uomini. Ci sono altre ragioni, alcune note, come per esempio le conseguenze del processo di informazione non contingente, e altre meno note, che stanno alla base delle nostre azioni.

Vorremmo concludere citando un passo dal libro di McQuail. McQuail spiega che i modelli base della comunicazione di massa da lui menzionati sono stati sviluppati in una situazione particolare (comunicazione massiva e unidirezionale) e in un contesto molto diverso dall’oggi. Egli afferma:

«Non tutto è cambiato, ma oggi ci troviamo davanti a nuove possibilità tecnologiche di comunicazione che sono molti-a-molti, e c’è uno spostamento dalla prima massificazione della società. Questi cambiamenti sono già riconosciuti nella teoria della comunicazione di massa, anche se il passaggio è cauto e gran parte del quadro concettuale costruito sulla comunicazione di massa rimane rilevante. Abbiamo ancora politica di massa, mercati di massa e consumo di massa. I media hanno esteso la loro scala a una dimensione globale. Le credenze nel potere della pubblicità, delle relazioni pubbliche e della propaganda sotto altre denominazioni sono ancora ampiamente diffuse tra coloro che detengono potere economico e politico. Il “paradigma dominante” emerso nelle prime ricerche sulla comunicazione è ancora con noi perché si adatta a molte delle condizioni di funzionamento dei media contemporanei e risponde ai bisogni delle industrie mediatiche, degli inserzionisti e dei pubblicitari. I propagandisti dei media rimangono convinti della capacità manipolativa dei media e della malleabilità delle “masse”» (McQuail, 2005, p. 71).

Infine, vogliamo diffondere il modello di Fattorello perché desideriamo offrire agli studiosi della Comunicazione e ai loro studenti, che diventeranno giornalisti, copywriter e politici, un modello che possa aiutare a comprendere i modelli precedenti e che si opponga una volta per tutte alla visione dei propagandisti dei media. Sosteniamo che per chi detiene il potere economico è comodo far credere alla gente nel potere della pubblicità, delle relazioni pubbliche e della propaganda. Così, le persone possono dare la colpa ai media e non pensare alla propria responsabilità nel cambiamento sociale. Invece, se giornalisti, copywriter e politici che non sono ancora potenti e non appartengono all’industria mediatica dominante diventassero consapevoli del ruolo attivo del pubblico nel processo di comunicazione, potrebbero creare un cambiamento nelle relazioni di potere, come dimostra il successo del giornalismo partecipativo.

I giornalisti cittadini utilizzano, senza saperlo, la Tecnica Sociale dell’Informazione, come mostrato nella figura qui sotto. Conoscono molto bene i loro lettori perché fanno parte della comunità a cui si rivolgono. Per loro è facile adattare la propria versione della realtà all’acculturazione dei lettori. Essendo parte della comunità di riferimento, sono allo stesso livello dei Soggetti Riceventi.

Sappiamo che molti autori, come Jenkins, hanno già spiegato il successo della comunicazione online focalizzandosi sul ruolo attivo dei pubblici, ma speriamo che il modello di Fattorello possa supportare e rafforzare tali posizioni. Speriamo di diffondere la nostra visione della comunicazione, che è il frutto della nostra acculturazione, e speriamo che questa visione venga condivisa da qualcun altro, che a sua volta ne parli ad altri.

 

Riferimenti bibliografici

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Biografie degli autori

Francesca Romana Seganti – Istituto Fattorello, Roma, Italia

Ha conseguito la laurea magistrale in Antropologia Culturale presso l’Università di Roma La Sapienza. Nel 2003 ha vinto una borsa di studio e si è trasferita alla London Metropolitan University, Regno Unito. Qui ha ottenuto il dottorato di ricerca nel 2007 con una tesi sul ruolo di una comunità online nella vita dei migranti italiani a Londra. Successivamente ha lavorato come borsista post-dottorato presso la Masaryk University di Brno, Repubblica Ceca. Dal 2007 è assistente didattico presso l’Istituto Fattorello di Roma. Attualmente lavora come professore aggiunto di Comunicazione presso la American University of Rome.

Giuseppe Ragnetti – Istituto Fattorello, Roma, Italia

Giuseppe Ragnetti ha raccolto l’eredità culturale di Francesco Fattorello e ne prosegue il lavoro, approfondendo lo studio della teoria originale della Tecnica Sociale dell’Informazione, che insegna in diversi contesti. È Presidente dell’Istituto ‘Francesco Fattorello’ di Roma, che gestisce la Scuola Superiore di Metodologia dell’Informazione e Tecniche della Comunicazione. È docente nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione e nel corso di laurea specialistica in Media e Giornalismo presso l’Università degli Studi ‘Carlo Bo’ di Urbino.

Traduzione a cura di Sara Domenici

Fonte: https://cyberpsychology.eu/ – https://cyberpsychology.eu/article/view/4263

Intervista a Francesco Fattorello per il suo 80° compleanno nel 1982

Riprendiamo l’intervista al Prof. Francesco Fattorello che Roberto di Nunzio pubblicò sulla rivista “Antologia di Cultura, Arte e Scienza” – Anno IV, N.14 – Roma – Luglio 1982 – Pag.1

“In occasione del suo ottantesimo compleanno abbiamo sentito il desiderio di approfondire, direttamente con lui, alcuni aspetti, talora inediti, della sua lunga attività di ricercatore e docente.”


Professor Fattorello, cominciamo con una domanda che può sembrare banale; quando è nato e dove è nato?

«Sono nato il 22 febbraio 1902, là dove le Alpi chiudono nella loro cerchia il Friuli e aprono le loro porte alla Regione veneta».

Questa sua descrizione geografica sembra voler porre un particolare accento sulle sue origini, facendo della sua città natale un anello di congiunzione tra il Friuli, una regione che, nel 1902 appariva particolarmente “chiusa”, ed il resto dell’Italia. Ci sono forse degli intenti polemici?

«No, non c’è alcun intento polemico. Io mi sono sempre occupato, sin dal 1920, di studiare le manifestazioni letterarie e culturali di lingua italiana nel Friuli. Questa regione, soprattutto ai tempi della mia giovinezza, era invece particolarmente attenta ad esaltare le manifestazioni culturali e letterarie della lingua ladina. Il mio impegno andava in senso opposto. Così nel ricercare le manifestazioni culturali in lingua italiana che si erano avute nel corso dei secoli e che si avevano in Friuli».

Può citarci qualche sua opera in campo letterario?

«Ce ne sono parecchie, tutte edite più o meno negli anni ’30. Ho fondato e diretto due riviste e scritto diversi libri. Particolarmente cara mi è l’attività di ricerca svolta proprio attraverso le due riviste: la “Rivista Letteraria delle Tre Venezie” (1923-1927) e la “Rivista Letteraria” (1929-1.930). Dai lavori di ricerca apparsi, elaborai il mio volume, pubblicato nel 1929, “Storia della letteratura italiana e della cultura in Friuli”».

Professor Fattorello, lei è conosciuto, forse più all’estero che in Italia, non per i suoi lavori letterari, ma per la sua attività; prima, di storico del giornalismo e, poi, di sociologo dell’informazione. Come mai passò dagli studi letterari a quelli sul giornalismo?

«Furono le mie ricerche in campo letterario che mi portarono a quelle in campo giornalistico. Molti letterati erano stati giornalisti e le loro opere erano apparse su giornali. Già nella “Rivista Letteraria” vennero pubblicate opere attinenti al giornalismo. Meglio, alla storiografia e alla bibliografia del giornalismo».

Giornalismo e letteratura, una commistione, un tempo molto frequente e ancor oggi dura a morire. Lei si è mai occupato del giornalismo letterario anche in sede nazionale e non solo regionale?

«Certo. Nel 1929 pubblicai una breve storia del giornalismo letterario in Italia nella collana «PROBLEMI ED ORIENTAMENTI CRITICI DI LINGUA E LETTERATURA ITALIANA», sotto il semplice titolo di “Giornali e Riviste”. La collana era diretta da Attilio Momigliano e fu edita da Marzorati, che la ristampò nel 1960».

Professore, vorremmo chiederle perché, ad un certo momento della sua vita di studioso, arrivò alla determinazione di cambiare oggetto del suo studio?

«Non direi che l’oggetto del mio studio sia mutato. Piuttosto è mutato l’approccio. Nel 1929, iniziò ufficialmente nelle nostre Università l’insegnamento della Storia giornalistica sia con dei corsi liberi, come quello che tenni a Trieste, sia con corsi ufficiali. Successivamente, la “Storia Giornalistica” fu inserita, dopo che ci fu il riordinamento delle Facoltà di Scienze Politiche, nelle materie “complementari” di dette facoltà. Ma sia agli inizi che in seguito ci furono grosse difficoltà nello stabilire i compiti e i limiti di questa disciplina. Tale incertezza era dovuta al fatto che non si avevano chiare nozioni scientifiche proprio del “fenomeno giornalistico”, né contribuiva al chiarimento il clima culturale dominante dell’epoca che era di indirizzo esclusivamente storicistico letterario. Ebbi in dubbio che la vicenda dei giornali costituisse un ramo della storiografia, ma non si era ancora definito cosa fosse in realtà il giornale e quindi Il giornalismo. Nel corso degli anni, ma soprattutto nell’immediato dopoguerra venni maturando l’idea, grazie all’apporto della Sociologia e della “Teoria dell’opinione”, che il giornale altro non era se non uno strumento, tramite il quale si agisce sull’opinione pubblica. Cioè, il giornale era uno degli strumenti pubblicistici dell’informazione contingente».

Professore, l’anno scorso lei è diventato Vicepresidente “onorario”, dopo esserlo stato “effettivo”, per circa 20, dell’Association Internationale des Etudes et Recherches sur l’Information, istituita nel 1957 dall’UNESCO, per studiare i problemi dell’informazione dei vari stati membri. Questi riconoscimenti, se non andiamo errati, le sono venuti soprattutto per aver sviluppato una sua teoria del processo dell’informazione. Potrebbe veramente sintetizzarla?

«Come esiste una tecnica industriale per lavorare sulle cose, così esiste una tecnica per agire sulle opinioni degli uomini. Da qui la possibilità, una volta individuata questa tecnica, di agire in ogni attività sociale. Infatti, la dinamica della vita condotta in società si concreta in rapporti sociali: costituiscono l’ordito del tessuto sociale. Essi sono messi in moto dalla iniziativa dei soggetti promotori e si articolano tramite i mezzi di cui detti soggetti si possono giovare: sia quelli di cui la natura ha dotato l’uomo, sia quelli artificiali, inventati nella età nella quale viviamo. Sono questi i rapporti di informazione. Questi rapporti si sviluppano nel rispetto di determinate leggi e di una tecnica che l’uomo pratica se ne è consapevole, ma nei termini della quale è costretto ad operare anche se, per avventura, la ignora. Secondo le leggi di questa tecnica l’uomo non comunica, cioè non trasmette come una macchina, l’oggetto della informazione, ma trasmette la forma nella quale ha configurato per se e per gli altri l’oggetto che ha percepito. L’uomo è un essere intelligente e perciò dotato delle facoltà di percepire, e poi di configurare ciò che ha percepito e quindi di predisporre la trasmissione ad altri di questa rappresentazione. La trasmissione non avviene senza uno scopo, che è sempre quello di ottenere da parte del soggetto recettore una adesione di opinione a quella forma o formula di opinione che il promotore ha proposta. In questa forma si identifica lo scopo della informazione. Ma questa formula, proprio per le intenzioni del promotore, e anche al di là di queste intenzioni, può essere più o meno rappresentativa dell’oggetto del rapporto di informazione, può anche divergere in tutto o in parte: non ci potrà mai essere identificazione fra oggetto della informazione, rappresentazione del medesimo al recettore, ricezione della medesima da parte del recettore. È questa una delle caratteristiche fondamentali del rapporto di informazione».

Da quanto ci ha detto ci sembra di capire che per lei “informazione” e “comunicazione”, non sono affatto sinonimi. Potrebbe chiarirci questo concetto?

«La domanda mi interessa particolarmente perché proprio l’anno scorso sono rimasto colpito da un episodio che considero molto increscioso. Come è noto, il Ministero della pubblica istruzione, ha proposto agli studenti candidati agli esami di maturità nella sessione estiva dell’anno corrente, fra gli altri il tema: “L’influenza dei mezzi di comunicazione di massa nell’evoluzione della società”. L’interpretazione di questo tema ha suscitato gravi divergenze perché, gli estensori del medesimo, poco esperti della materia cui quel tema faceva riferimento, avvalendosi dell’autorità dei luoghi comuni o edotti soltanto della letteratura degli americani culminata nelle teorie di MacLuhan, avevano inteso di fare riferimento ai grandi mezzi di informazione, mentre altri più semplicemente intendevano fare riferimento ai treni, alle navi, agli aerei che sono senza dubbio mezzi per le comunicazioni di massa. Il guaio sta nel fatto che i comuni modi di dire, il linguaggio dell’uomo della strada e anche quello dei giornalisti, non possono essere assunti, specie in sede ufficiale e tanto autorevole quale è quella del Ministero della Pubblica Istruzione, senza una verifica, in sede scientifica, della loro significazione. In un paese come il nostro dove vi è stato un Ministero delle comunicazioni, cioè dei trasporti, dove vi è un Istituto Internazionale delle comunicazioni che si interessa proprio alle comunicazioni dei treni, delle navi, degli aerei non vi è dubbio che il termine “mezzi di comunicazione di massa”, sta a indicare il rapporto fra questi mezzi e gli effetti da essi esercitati sulla società; si ricordi per esempio quanto lo sviluppo della rete ferroviaria abbia contribuito alla unificazione politica dell’Italia. Che oggi, dopo la Seconda guerra mondiale, il termine abbia assunto convenzionalmente anche un diverso significato è un fatto, ma è convenzione non universalmente accettata. Infatti, i cultori della cibernetica che hanno preteso di configurare una teoria della comunicazione dicono che si può parlare di comunicazione sia fra le macchine che fra gli uomini; ma è difficile accettare questa tesi che evidentemente confonde fenomeni di diversa natura perché non si possono identificare rapporti meccanici con rapporti sociali.   I rapporti fra gli uomini di cui qui si parla, danno luogo a fenomeni di opinione e le macchine evidentemente non possono diventare soggetti opinanti».

Professore, noi sappiamo che lei continua la sua attività di docente e di ricercatore, quale presidente di alcuni organismi nazionali, oltre ad essere Vicepresidente di un organismo internazionale, le facciamo quindi, visti i suoi ottanta anni una domanda provocatoria che è però anche il nostro caloroso augurio. Quali sono i suoi progetti per il futuro?

«Credo, continuare le mie attività: a settembre sarò a Parigi, all’Assemblea Generale dell’Association Internationale des études et recherches sur l’lnformation».

Auguri caro Professore e buon viaggio!

Roberto Di Nunzio

“IL VALORE UMANO” Programma di Educazione Sociale

Il Programma, ideato e promosso dalla Associazione METE – diretta da Giorgia Butera (fattorelliana DOC) – in sinergia con l’OIDUR, è inserito nell’ambito del Manifesto di Attenzione Sociale, dal titolo: ‘Interveniamo nella Cura della Società’.

Focalizza i vari aspetti della Società Contemporanea in un confronto costante con i diversi Target, partendo dall’analisi sociale per approdare in metodologie di intervento in relazione al soggetto recettore (secondo la Tecnica fattorelliana).

La nostra Organizzazione vanta una importante (e concreta) esperienza nell’ambito di Programmi Educativi, Campagne di Responsabilità Sociale, Ricerca ed Analisi.

Abbiamo ritenuto che si dovesse agire su un principio insindacabile: ‘Trasmettere la cultura delle regole, l’attenzione verso la vita, il valore delle persone e la pratica della cura. La cura verso il sentimento del mondo, il senso delle relazioni, la conoscenza dell’altro. Attribuire valore genera rispetto e protezione. Il Valore Umano accresce nel tempo, ma può anche disperdersi se smettiamo di nutrirlo correttamente’.

Il Programma si compone di 5 Fasi.

I destinatari sono: studenti, famiglie, cittadini, operatori del settore ed Istituzioni.

Uno sguardo attento lo rivolgiamo alle nuove generazioni, le quali devono essere abituate già dai primi dell’infanzia e dell’adolescenza a riflettere, indagare, parlare, comprendere ed esprimere i sentimenti sul valore umano, sociale e simbolico (oltre che affettivo) dei rapporti tra gli individui. Anche nella sfera digitale.

Modalità di Svolgimento: Organizziamo Incontri e Conferenze On/Offline offrendo differenti piani educativi/formativi in qualunque luogo ne richieda l’intervento, incluse le Comunità Parrocchiali. Incontri On/Offline pubblici con la Cittadinanza. Produzione Video e Produzione Grafica. Conferenze istituzionali, e di settore.

Luogo di svolgimento: Territorio internazionale e nazionale con eventi locali

Destinatari dell’iniziativa: Studenti, famiglie, cittadini, operatori del settore ed Istituzioni

Siti Web di Riferimento: www.meteassociazione.it, www.culturaldemocracy.eu, www.oidur.eu, www.giorgiabutera.it

PROGRAMMA

1° Fase: Campagna di Sensibilizzazione attraverso la realizzazione di un Manifesto e Spot; 2° Fase: Dossier informativi su infanzia, adolescenza, famiglia e cultura femminile;
3° Fase: Campagna Social ‘In ogni parte del Mondo’;
4° Fase: Panel, Seminari e Ricerca Sociale;
5° Fase: Conferenza Formativa: 1) Principi Generali; 2) Il Rispetto delle Regole e la Tutela del Valore Umano Individuale, sociale e collettivo; 3) Il Valore Umano nelle sue Prospettive, analisi e criticità;
4) Metodologie di Intervento nella Risoluzione dei casi; 5) Conclusioni.

a cura di Giorgia Butera

Giorgia Butera: con la metodica fattorelliana, al via la “Conferenza Permanente sulla Società Contemporanea’ e Programma ‘Il Valore Umano”

Dal San Paolo Palace (Palermo), lanciamo la prima “Conferenza Permanente sulla Società Contemporanea: Analisi, Prospettive e Criticità“.

La Conferenza focalizzerà i vari aspetti della società contemporanea in un confronto costante con i diversi Target, partendo dall’analisi sociale per approdare in metodologie di intervento in relazione al soggetto recettore (secondo la Tecnica fattorelliana). E ciascuna, avrà un Item dedicato.

L’esigenza arriva dalla società in bilico, da un crollo valoriale di enorme incisività, dal non comprendere cosa sia corretto, e cosa no. Contestualmente, valorizziamo i fattori positivi che determinano la crescita sociale.

Altro intervento è il Programma di Educazione e Benessere Sociale, dal titolo ‘Il Valore Umano’, formalizzato insieme al dottor Francesco Ghirelli (Presidente Onorario METE), Sara Baresi (Direttrice Generale OIDUR), Barbara Galli (Founder Talent Up) e Rosa Iudici (Manager Di Marca Service).

Ne ‘Il Valore Umano’, si affrontano aspetti della vita da trattare con armonia ed equilibrio, capaci di determinare le personalità e le azioni di ciascun individuo.

Il nostro principio incarna il diritto ed il dovere di insegnare la cultura di attenzione e valorizzazione della pratica sulla cura. Aver cura delle cose, della gente. Della vita. La cura verso il sentimento del mondo, il senso delle relazioni, la conoscenza dell’altro.

In questo modo, si ha la capacità di ripristinare ordine nell’animo umano, attribuendone ulteriore valore. Vengono offerti servizi di aiuto e conoscenza alle persone riguardante la realtà sociale, inclusa la sfera digitale.

L’Équipe è formata da operatori professionali e multidisciplinari. Sono interessate diverse tipologie organizzative in un perfetto sistema di partenariato. Riteniamo importante sensibilizzare ed educare, e fornire contestualmente strumenti di aiuto globale.

Giorgia Butera

Giorgia Butera: “Nuova Pubblicazione, Programma di Educazione Sociale e Conferenza Permanente sulla Società Contemporanea”

METE, Organizzazione presieduta da Giorgia Butera (Autrice ed Oratrice alle Nazioni Unite), riconosciuta in ambito nazionale ed internazionale, sviluppa la sua azione attraverso la Tecnica Sociale dell’Informazione di Francesco Fattorello.

Anche i recenti lavori hanno utilizzato la Teoria di Fattorello, citiamoli.

Nell’ambito del “Manifesto di Attenzione Sociale”, dal titolo ‘Interveniamo nella Cura della Società’, la Presidente METE/OIDUR ha annunciato in occasione dell’ultimo Consiglio Direttivo, l’istituzionalizzazione della ‘Conferenza Permanente sulla Società Contemporanea: Analisi, Prospettive e Criticità’.

La Conferenza focalizzerà i vari aspetti della società contemporanea in un confronto costante con i diversi Target, partendo dall’analisi sociale per approdare in metodologie di intervento in relazione al soggetto recettore (secondo la Tecnica fattorelliana). E ciascuna, avrà un Item dedicato.

L’esigenza arriva dalla società in bilico, da un crollo valoriale di enorme incisività, dal non comprendere cosa sia corretto, e cosa no. Contestualmente, valorizziamo i fattori positivi che determinano la crescita sociale.

Altro intervento è il Programma di Educazione e Benessere Sociale, dal titolo ‘Il Valore Umano’, formalizzato insieme al dottor Francesco Ghirelli (Presidente Onorario METE), Sara Baresi (Direttrice Generale OIDUR), Barbara Galli (Founder Talent UP) e Rosa Iudici (Manager Di Marca Service).

Ne ‘Il Valore Umano’, si affrontano aspetti della vita da trattare con armonia ed equilibrio, capaci di determinare le personalità e le azioni di ciascun individuo. Il nostro principio incarna il diritto ed il dovere di insegnare la cultura di attenzione e valorizzazione della pratica sulla cura. Aver cura delle cose, della gente. Della vita. La cura verso il sentimento del mondo, il senso delle relazioni, la conoscenza dell’altro. In questo modo, si ha la capacità di ripristinare ordine nell’animo umano, attribuendone ulteriore valore.

Vengono offerti servizi di aiuto e conoscenza alle persone riguardante la realtà sociale, inclusa la sfera digitale. L’Équipe è formata da operatori professionali e multidisciplinari. Sono interessate diverse tipologie organizzative in un perfetto sistema di partenariato. Riteniamo importante sensibilizzare ed educare, e fornire contestualmente strumenti di aiuto globale.

In ultimo, l’uscita del Testo ‘Manifesto della Società Contemporanea. Comportamenti, Linguaggi, Diritti Umani, Intelligenza Artificiale’ per Gemma Edizioni. Introduzione a cura del Prof. Antonio Votino, e Postfazione a cura di Elisa Giomi (Commissario AGCOM). All’interno del Testo viene presentata la Teoria fattorelliana.

Infine, tra i vari appuntamenti in Agenda, ricordiamo giorno 17 maggio 2025 la presenza della Butera a Varese, in occasione della Giornata Mondiale per le Telecomunicazioni e della Società dell’Informazione, invitata dalla “Fondazione Felicita Morandi est” per intervenire e riflettere su come i nuovi canali di telecomunicazione siano diventati luoghi dove si genera violenza. Sarà presentato il Testo ‘Dal Sexting al Revenge Porn’ (Castelvecchi Editore).

L’azione è contestualmente attiva in ambito internazionale: in essere il ‘Programme Femmes Plus’ in Congo, dove interviene per porre fine ai matrimoni precoci nella provincia del Katanga in Partnership con Andrè Shongo Diamba (Docteur Programme Intégré de Santé de Reproduction et Familial) dalla Democratic Republic of Congo.

Il ‘Programme Femmes Plus’ è ideato da Giorgia Butera e Sara Baresi nell’ambito del Manifesto di Attenzione Sociale, ed è attivo sia in ambito nazionale sia internazionale. Si compone di 3 Global Goals:

– Benessere Sociale ed Organizzativo: Aziendale, Manageriale, Associativo, Accademico e Cooperazione;
– Formazione: Educazione, Sensibilizzazione Informazione, Affermazione, Autodeterminazione e Leadership;
– Sostenibilità: Tutela Ambientale, Giovani, Migrazione, Rispetto e Valorizzazione della Diversità.

Per ulteriori informazioni:
www.meteassociazione.it
www.culturaldemocracy.eu
www.giorgiabutera.it
www.oidur.eu

Le buone maniere e i corretti comportamenti per l’acquisizione e la fidelizzazione della clientela

Istituto IFPAN – Roma

Seminario Specialistico di Formazione

“La comunicazione efficace interna ed esterna di uno studio notarile e la costruzione della corretta immagine”

a cura del prof Giuseppe Ragnetti

“Le buone maniere e i corretti comportamenti per l’acquisizione e la fidelizzazione della clientela”

Per mantenere a lungo fedele il cliente del vostro studio notarle, piccoli ma importanti consigli che, molto spesso, vengono disattesi …

  1. Chiamate ogni cliente con il suo cognome o direttamente per nome ma sempre con il dovuto rispetto (es: Signora Maria lei …)
  2. Ascoltate sempre e con attenzione ciò che ogni cliente ha da dire
  3. Interessatevi di ogni cliente nella sua specificità
  4. Siate cortesi in maniera naturale e spontanea con tutti i clienti
  5. Siate sensibili alle necessità individuali di ciascun cliente
  6. Conoscete la storia e le motivazioni del vostri clienti
  7. Dedicate ad ogni cliente il tempo necessario
  8. Coinvolgete i clienti nel vostro lavoro. Ascoltate sempre pareri e suggerimenti
  9. Valorizzate la vostra esperienza di lavoro ma non fatela pesare come una chiusura verso soluzioni nuove
  10. Non dimenticate mai che il vostro cliente non è un arido dato statistico, ma una persona con sentimenti ed emozioni, esattamente come voi.