Il Medium è il Messaggio ? la valenza comunicativa della Piazza

Il Medium è il Messaggio ? la valenza comunicativa della Piazza è questo il titolo della Tesi di Laurea che nell’anno 2007 proposi ad un’ottima studentessa del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, all’Università di Urbino.

Giulia Pasini si laureò brillantemente in Scienze della Comunicazione e poi nella Laurea Specialistica in Editoria Media e Giornalismo con il massimo dei voti e lode.

Non potevo immaginare che tredici anni dopo l’argomento  della Piazza sarebbe diventato così attuale, grazie all’uso che il Movimento delle Sardine ne sta facendo: e tanto meno che la Tesi di Giulia Pasini potesse fornire interessanti spunti di riflessione al suddetto movimento.

La Piazza può essere considerata un potente mezzo di comunicazione.

La Tesi contiene un’analisi della sua valenza comunicativa a partire dalla sua simbologia, dalle antiche piazze, Agorà e Foro Romano, alle piazze del Medioevo, sedi di roghi e impiccagioni; dalle Piazze politiche del Novecento a quelle odierne; dalla Piazza sede di antiche feste e, oggi, di eventi culturali, alla Piazza religiosa, fino alla nascita della “Piazza virtuale” di internet.

In linea con gli obiettivi che ci eravamo posti, dalla Tesi è emersa un’analisi della valenza comunicativa della Piazza, attraverso le sue diverse interpretazioni: commerciale, politica, culturale, religiosa.

La Piazza come luogo di costruzione di una comunità nell’antichità, cuore della vita civile, religiosa e commerciale; come luogo di punizione nel Medioevo; la Piazza politica come strumento di protesta e di manifestazioni politico-sociali; la Piazza ludica come scenografia per eventi culturali; la Piazza “dell’abbraccio” come strumento di comunicazione religiosa; la nascita di una nuova Piazza, virtuale, grazie allo sviluppo della nuove tecnologie.

D’accordo con Giulia Pasini proponiamo agli amici del nostro Istituto Fattorello l’Introduzione, la Premessa, il Sommario e le Conclusioni della Tesi stessa.

Giuseppe Ragnetti


Introduzione

“Ogni volta che si entra nella piazza ci si trova in mezzo in mezzo ad un dialogo”

Italo Calvino [1]

La piazza è un potente mezzo di comunicazione, lo è stato fin dall’antichità, lo è ancora oggi.

Ciò che ha ispirato questa mia ricerca sono state, prima di tutto, le immagini offerte dai  media, piazze affollate, persone di ogni età che, durante le manifestazioni di protesta contro i governi degli ultimi anni, hanno riempito, con le loro rivendicazioni, gli spazi di quotidiani e telegiornali, facendo emergere la voglia di “lottare” insieme a persone sconosciute, in favore di interessi comuni.

La piazza è un dialogo, riprendendo Italo Calvino, perché è il luogo in cui ogni individuo si affaccia alla dimensione pubblica, è lo spazio-tempo della condivisione, dello stare insieme, ambito privilegiato di chiacchiere e microcomunicazioni, luogo della protesta ma anche luogo della festa.

Perché l’uomo ha bisogno della piazza? Perché essa è un vero “ crocevia dell’opinione”[2], luogo privilegiato per la genesi e l’evoluzione dell’opinione pubblica.

Si può ipotizzare che ogni piazza gremita di gente sia un mezzo attraverso cui si comunica: la piazza, essendo un mezzo familiare e amato, può diventare di volta in volta messaggio politico, ludico, culturale, religioso.

La ricerca ha inizio con una breve analisi della storia della piazza e della sua triplice funzione, delineatasi nel Medioevo, di piazza religiosa, politica e commerciale e della simbologia della piazza e di tutti i luoghi pubblici e gli elementi che si affacciano su di essa: i caffè e le osterie, luoghi di ritrovo e di scambio di opinioni; la chiesa e il sagrato; le bande musicali, musica di piazza; l’uso della piazza per gli eventi militari come le parate.

Segue una descrizione delle antiche piazze, centro della vita civile, commerciale e religiosa della polis greca e dell’ Impero romano: Agorà e Foro.

Le piazze nel Medioevo diventano luogo del terrore e della punizione, teatro di esecuzioni, di roghi e di impiccagioni, remora per tenere vivo il potere temporale della Chiesa: ne sono emblema Piazza del Mercato Vecchio di Rouen sede del rogo di Giovanna D’Arco, Piazza della Signoria a Firenze per l’esecuzione di Girolamo Savonarola e Piazza Campo de’ Fiori a Roma per quella di Giordano Bruno.

La Piazza Politica nasce nell’ Ottocento: la piazza diventa mezzo per gridare la propria voce nelle prime manifestazioni di protesta e di lotta per problemi sociali.

La comunicazione politica attraverso la piazza si esprime tramite il comizio, strumento utilizzato per attirare la folla, soprattutto con l’avvento del microfono.

Secondo la sociologia francese le manifestazioni di piazza sono “l’affermazione fisica di un’opinione”[3] e diventano un canale privilegiato per la presentazione pubblica delle opinioni[4]. Analizzando i dati Istast che emergono dalla ricerca “Piazza, popoli e rappresentanza” realizzata nell’ambito dell’iniziativa “Un mese di sociale. Leaders senza popolo. Popolo senza leaders”, presentata al Censis nel giugno 2004 dal Direttore Giuseppe Roma, da Maria Pia Canusi, curatrice della ricerca, e da Giuseppe De Rita, Segretario generale del Censis[5], vedremo che la piazza  è vissuta come strumento che può influire sulle decisioni politiche e come esperienza di vicinanza fisica e di protesta.

La piazza Ludica è la piazza che ha ospitato le antiche feste del passato, gli spettacoli d’animazione di giocolieri, cantastorie, saltimbanchi e burattini, girovaghi di piazza in piazza, e oggi è scenografia degli eventi culturali, mezzo attraverso cui si comunica tradizione e cultura. Attraverso la descrizione di due eventi fortemente legati alla piazza, il Palio di Ferrara e il Festival dei Due Mondi di Spoleto, emerge quanto sia profondo e radicato il rapporto tra piazza e dimensione ludica, tra piazza e dimensione culturale.

La Piazza dell’Abbraccio è Piazza San Pietro, luogo di comunicazione religiosa, sede di eventi memorabili legati alla storia della Chiesa, potente richiamo per i fedeli di tutto il mondo. Attraverso la televisione, a partire dalla seconda metà del Novecento, questa piazza è entrata in tutte le case del mondo: le immagini del “discorso alla luna” di Giovanni XXIII, le folle di Giovanni Paolo II e i suoi funerali in mondovisione rimangono indelebili nell’immaginario collettivo.

Infine un accenno alle nuove Agorà virtuali che nascono su internet, “non luoghi” di discussione in cui nascono comunità virtuali, i cui membri possono “incontrarsi” senza vincolo di compresenza spazio-temporale.

[1] I. Calvino, Le città invisibili, Mondatori, Milano, 1993

[2] G. Ragnetti, Opinioni sull’opinione, Ed. QuattroVenti, Urbino, 2006

[3] P. Champagne, Faire l’opinion. Le nouveau jeux politique, Ed.de Minuti, Paris, 1990 p.62, cit in G. Grossi, L’opinione Pubblica,Laterza, Roma-Bari,2004, p.113.

[4] G. Grossi, L’opinione Pubblica,Laterza, Roma-Bari,2004, p.113.

[5] www.censis.it


PREMESSA

La mia ricerca sulla piazza come medium di trasmissione di un messaggio ha come fondamento teorico la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione di Francesco Fattorello[1] che spiega, con una breve ma esaustiva formula, quali siano le correlazioni tra i vari fattori che operano in ogni processo di informazione.

La formula ideografica della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione ha una duplice caratteristica: la prima analitica, in quanto affronta lo studio delle condizioni necessarie e sufficienti ad una corretta informazione; la seconda operativa, perché spiega come attivare un rapporto di informazione.

La sua rappresentazione grafica è la seguente:

Dove:

X) = motivo per cui si mette in atto un rapporto di informazione

SP = Soggetto Promotore

M = Mezzo

O = Formula di Opinione, modo in cui il Soggetto Promotore interpreta i fatti

SR = Soggetto Recettore

L’informazione è un fenomeno sociale che diventa concreto nel rapporto tra chi informa, il Soggetto Promotore (SP), ed il suo destinatario, il Soggetto Recettore (SR).

Il Soggetto Promotore interpreta secondo la propria visione soggettiva un fatto, la materia oggetto del processo di informazione (X), che può essere tutto ciò di cui si vuole informare l’altro (un avvenimento, un evento, un personaggio…). Il Soggetto Promotore trasmette l’informazione grazie ad un Mezzo (M), strumento attraverso cui si comunica il messaggio al Soggetto Recettore.

Il Soggetto Recettore elabora l’informazione usando un modo di raccontare l’accaduto: questo elemento è chiamato “ Formula d’Opinione” e varia a seconda del destinatario del messaggio.

A seconda del Soggetto Recettore varieranno sia la Formula d’Opinione, sia il Mezzo.

Il Soggetto Promotore è colui che si fa carico di iniziare il rapporto di informazione. La lettera S rappresenta un punto chiave nell’identificazione di questo termine, in primo luogo perché tale lettera lo accomuna al Soggetto Recettore e li rende pari, dotati delle medesime capacità cognitive e opinanti, ed in secondo luogo perché mette in evidenza che ciò che il Soggetto Promotore emana è soggettivo. Ogni azione e informazione promossa dal Soggetto Promotore porterà sempre con se la paternità di chi l’ha generata, quindi l’informazione non potrà mai essere obiettiva, sradicata dal contesto di chi la propone, ma al contrario sarà segnata da quei fattori di cui si è nutrito il Soggetto Promotore.

Il Soggetto Promotore, nella formula ideografica, è saldamente legato, da tratti che non hanno un verso preferenziale di percorrenza per sottolineare come tutto sia mutuamente collegato e interdipendente, sia ad M, che rappresenta il mezzo, sia ad O, che rappresenta la formula di opinione adottata per il singolo rapporto di informazione. Il Soggetto Promotore quindi ha la facoltà di scegliere di quale mezzo avvalersi per trasmettere l’informazione scelta.

Il Soggetto Recettore è colui al quale è indirizzato il rapporto di informazione, è il destinatario e il fruitore dell’azione. Non lo si può considerare passivo perché è condizionatore delle opinioni proposte ed è libero di decidere se e a quale formula aderire. I Soggetti Recettori non ricevono un solo rapporto di informazione, quindi bisogna tenere conto che altri Soggetti Promotori potrebbero cercare di interessarlo e di arrivare fino a lui.

Inoltre egli è limitato dal mezzo utilizzato: alcuni strumenti hanno un’estensione limitata, ad esempio i quotidiani locali o regionali, altri strumenti, quali i mass media o i new media, diventano accessibili solo per chi li possiede e per chi può utilizzarli.

Considerando l’enorme diversificazione tra Soggetti Recettori, è necessario avvalersi di studi e di metodi statistico-sociologici per l’analisi del recettore, per sapere dove vive, cosa fa, quali valori sono comuni al suo gruppo. Questi metodi danno vita ai sondaggi d’opinione.

Il Soggetto Recettore, nella formula ideografica, è legato al mezzo M e alla formula d’opinione O, collegamento indispensabile perché è il Soggetto Recettore che influenza O e che suggerisce come dovrebbe essere affinché egli stesso non la rifiuti. Esiste infatti anche la possibilità di rifiutare l’informazione e di non condividere l’opinione proposta.

O rappresenta la formula di opinione, l’interpretazione del fatto, è il tramite tra il Soggetto Promotore e il Soggetto Recettore. Il Soggetto Promotore deve tener conto delle attitudini sociali del Soggetto Recettore: infatti è solo quando i due soggetti sono sullo stesso piano che ci può essere comunicazione, perché entrambi devono avere qualcosa da mettere in comune e qualcosa su cui convergere, cioè l’opinione. Le formule d’opinione possono essere innumerevoli perché dipendono dalle personalità del Soggetto Promotore e del Soggetto Recettore; O quindi dipende soltanto da SP e da SR e non da X). Infatti su uno stesso avvenimento (a parità di X) ),  promotori diversi possono costruire formule di opinione diverse per diversi recettori.

Nella rappresentazione ideografica della formula Fattorelliana tutti i punti sono tra loro correlati: e così  O deve comunque influenzare  la scelta e l’utilizzo di M.

Il punto M nella formula ideografica coincide con il mezzo con cui il Soggetto Promotore intende contattare il Soggetto Recettore e rappresenta quella serie di strumenti (voce, editoria, cinema, radio, televisione, internet) che mettono in comunicazione i due soggetti. Il Soggetto Promotore deve scegliere il mezzo più opportuno per selezionare il Soggetto Recettore,  e contattarlo con buone probabilità di successo.

Come spiega Giuseppe Ragnetti[2] la teoria di Fattorello è stata definita “sociale” perché il Soggetto Promotore deve tener conto di tutto ciò che ha socializzato l’individuo, i meccanismi sociali che mette in atto nei gruppi, che sono all’origine del processo dell’opinione pubblica.

L’informazione utilizza i mezzi di comunicazione  di massa destinati ad un pubblico indeterminato, tra cui stampa, radio, cinema, televisione ed internet. L’attività del promotore è limitata nella quantità di mezzi di cui dispone e nelle caratteristiche tecniche di questi mezzi.

La realtà non può essere comunicata, ma può essere trasmessa la formula d’opinione che il Soggetto Promotore propone in modo da adattarsi al Soggetto Recettore ed ottenerne l’adesione.

La Tecnica Sociale dell’Informazione del professor Fattorello  ha restituito dignità al Soggetto Recettore, rendendolo protagonista del processo comunicativo. “Il processo dell’informazione e dell’adesione di opinione ha un carattere sociale perché è figlio del tempo in cui si realizza e non ha nulla a che vedere con il comportamento del recettore”.[3]


La piazza come punto M

Nella ricerca sulla valenza comunicativa della piazza ho considerato questa come punto M della rappresentazione ideografica della formula di Fattorello: la piazza diventa il mezzo attraverso cui Soggetti Promotori e Soggetti Recettori di volta in volta diversi accreditano le opinioni.

La piazza è un mezzo familiare alle persone, è accessibile a tutti, è un punto di ritrovo e di incontro e strumento adatto sia per comunicare le insoddisfazioni, attraverso manifestazioni di tipo politico, sia per comunicare le origini e le identità di un luogo e di una comunità, attraverso la promozione di eventi culturali.

Della piazza si può parlare da più punti di vista: a partire dalle antiche piazze (agorà greca, foro romano) che erano mezzo di costruzione di una comunità, al periodo medioevale in cui la piazza diventa luogo di punizione e terrore, teatro di numerose esecuzioni tramite roghi, impiccagioni e ghigliottine; dalla piazza teatro delle adunate oceaniche del fascismo fino ai giorni nostri in cui emergono tre principali connotazioni della piazza: luogo privilegiato di eventi culturali; luogo di manifestazioni di dissenso attraverso manifestazioni politico-sociali; infine luogo”dell’abbraccio” ai fedeli e mezzo di comunicazione religiosa riferendomi, in particolare, a Piazza San Pietro a Roma.  Un’ultima analisi può essere riferita ai nuovi ambiti comunicativi messi in atto dalle nuove tecnologie: un diverso tipo di piazza,” la Piazza Virtuale” , luogo di incontro tra gli utenti di internet.

Giuseppe Ragnetti[4] indica alcuni luoghi deputati alla conversazione, allo scambio di opinioni e al confronto che vengono chiamati”crocevia delle opinioni” perché”attorno ad una rotatoria centrale (oggetto dell’opinione) si dipartono più e più percorsi laddove le chiacchiere si inoltrano alla ricerca di un’auspicabile opinione condivisa dai più”[5].

I crocevia delle opinioni si identificano, soprattutto nei piccoli centri,  con i bar dello sport, i circoli ricreativi, la Chiesa nelle ore di massima frequenza la domenica, ma anche la piazza, “laddove gli intellettuali del paese con scienza e coscienza risolvono i problemi delle società attuale”[6].

“Il medium è il messaggio?”Si può ipotizzare che il nostro mezzo, cioè la piazza, venga a coincidere con ciò che si vuole comunicare, cioè il messaggio, riprendendo l’ipotesi di Mc Luhan? Il centro di un agorà o del foro, le piazze delle esecuzioni, dei roghi e delle impiccagioni, le piazze dei teatranti e dei giocolieri e oggi le piazze degli eventi culturali, le piazze delle manifestazioni politiche o dei fedeli riuniti diventano un messaggio? Cercheremo un risposta analizzando le funzioni e i diversi usi della piazza nei secoli.

[1]              F. Fattorello, La teoria della Tecnica sociale dell’informazione, a cura di G.Ragnetti, Quattro Venti, Urbino, 2005.

[2]              G. Ragnetti, Opinioni sull’opinione, Ed. QuattroVenti, Urbino, 2006

[3]              Ibidem, p.112

[4]              Ibidem

[5]              Ibidem, p.119.

[6]              Ibidem


Conclusioni

Il viaggio attraverso le piazze si conclude con nuove piazze, definite “virtuali”, generate dalle nuove tecnologie della rete, svincolate dalla fisicità di ogni contesto spazio-temporale.

Siamo partiti considerando la piazza come punto M della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione di Fattorello, cioè mezzo attraverso cui Soggetti Promotori e Soggetti Recettori di volta in volta diversi accreditano le opinioni.

Abbiamo potuto conoscere la piazza da più punti di vista, una piazza che diventa mezzo polivalente per diversi tipi di comunicazione.

Analizzando la simbologia della piazza italiana è emerso come questa sia ricca di luoghi di socializzazione ed incontro ed abbia molti elementi tipici che si sono sviluppati durante i secoli: i Caffè e le Osterie, una Chiesa che si affaccia su di essa, le Bande Musicali, nate per la piazza. Abbiamo potuto comprendere l’intreccio, nato nel Medioevo, ma già presente nelle piazze dell’antichità, tra piazza religiosa, piazza civile e piazza del mercato.

Le antiche piazze, Agorà Greca e Foro Romano, erano i centri della vita civile, commerciale e religiosa, luoghi di costruzione dell’identità comunitaria.

Le piazze del Medioevo hanno comunicato un messaggio di terrore e punizione, attraverso i roghi e il patibolo posti al centro del cuore della vita di una città.

La piazza è stata teatro delle manifestazioni del Primo Maggio, delle adunate oceaniche del fascismo, degli scontri del Sessantotto e degli anni di piombo.

Oggi emergono tre principali connotazioni della piazza: luogo di manifestazioni di dissenso attraverso manifestazioni politico-sociali; luogo privilegiato di eventi culturali che utilizzano gli spazi pubblici come scenografia; infine luogo”dell’abbraccio” ai fedeli e mezzo di comunicazione religiosa.

L’ultimo capitolo apre a nuovi ambiti comunicativi messi in atto dalle nuove tecnologie: un diverso tipo di piazza,” la Piazza Virtuale” , luogo di incontro tra gli utenti di internet, in cui, come abbiamo visto, viene meno la comunicazione non verbale, essenziale in un dialogo tra comunicanti.

Si aprono nuovi scenari nella comunicazione contemporanea che fanno nascere importanti interrogativi. Le Piazze Virtuali sostituiranno i luoghi di circolazione delle opinioni, dell’incontro e dello scambio?

È possibile trasmettere un messaggio in modo completo senza i tipici indizi non verbali, uno sguardo, un sorriso, la vicinanza spaziale?

Cosa ci riserveranno i nuovi legami delle comunità virtuali che nascono nella rete?

La piazza in futuro sarà ancora luogo di aggregazione o circoleranno solo alter ego virtuali che si incontreranno in un punto o nell’altro del cyberspazio?

Le emozioni derivanti da uno sguardo potranno mai essere sostituite?

Vedremo cosa ci riserverà il futuro!


LA MIA TESI “ IL MEDIUM è IL MESSAGGIO?  LA VALENZA COMUNICATIVA DELLA PIAZZA” è STRUTTURATA IN QUESTO MODO:

  • INTRODUZIONE
  • PREMESSA

LA TEORIA DI FATTORELLO, LA PIAZZA COME PUNTO M DELLA FORMULA IDEOGRAFICA

  • CAPITOLO 1 :STORIA E SIMBOLOGIA DELLA PIAZZA

CON LA DESCRIZIONE DI TUTTI GLI ELEMENTI TIPICI DI UNA PIAZZA (CHIESA, CAFFE’, OSTERIA, LE BANDE MUSICALI, ecc) LA PIAZZA MILITARE

  • CAPITOLO 2: LE ANTICHE PIAZZE:

L’AGORA’ LA POLIS STRUTTURA DELLA POLIS IL FORO ROMANO

  • CAPITOLO 3: LE PIAZZE DELLA PUNIZIONE

(ROGHI, IMPICCAGIONI E GHIGLIOTTINE NELLE PIAZZE PUBBLICHE)

  • CAPITOLO 4: LA PIAZZA POLITICA

LE MANIFESTAZIONI DI PIAZZA E L’OPINIONE PUBBLICA; FOLLA, MASSA E PUBBLICO NELLA PIAZZA; LA COMUNICAZIONE POLITICA ATTRAVERSO IL COMIZIO IN PIAZZA; LE PIAZZE POLITICHE DEL 900 ( in particolare le piazze oceaniche fasciste) E LE PIAZZE POLITICHE OGGI TIPOLOGIA DEGLI EVENTI DI PIAZZA IL NUOVO POPOLO DELLA PIAZZA PERCHE’ SCENDERE IN PIAZZA LA PIAZZA COME ESPERIENZA DI VICINANZA FISICA E DI PROTESTA

  • CAPITOLO 5: LA PIAZZA LUDICA LA PIAZZA SEDE DI EVENTI CULTURALI

DALLE ANTICHE FESTE AGLI EVENTI CULTURALI ODIERNI

  • CAPITOLO 6: LA PIAZZA DELL’ABBRACCIO

PIAZZA SAN PIETRO COME LUOGO DELLA COMUNICAZIONE RELIGIOSA STORIA DELLA PIAZZA IL “DISCORSO ALLA LUNA”: PAPA GIOVANNI XXIII LE FOLLE DI GIOVANNI PAOLO II TUTTO IL MONDO IN PIAZZA SAN PIETRO

  • CAPITOLO 7; PIAZZE VIRTUALI
  • CONCLUSIONI

Il Bullismo: di chi è la colpa?

Tecniche di Relazione

Prof. Giuseppe Ragnetti

di Giulia Pasini – Matricola 231485

 

IL BULLISMO: DI CHI E’ LA COLPA?

OPINIONI A CONFRONTO

LA TECNICA DELLA TEORIA SOCIALE DELL’INFORMAZIONE DI FATTORELLO COME METODO DI INTERAZIONE CON I RAGAZZI

 

  Introduzione

 

Il bullismo è un malessere sociale fortemente diffuso, sinonimo di un disagio relazionale che si manifesta soprattutto tra adolescenti e giovani, ma sicuramente non circoscritto a nessuna categoria, né sociale, né anagrafica.

Questo fenomeno si evolve con gli anni, cambia forma, ed in età adulta lo ritroveremo in tante prevaricazioni sociali, lavorative e famigliari.

Provando a dare una sintetica definizione, in genere uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni[1].

Una recente indagine in Italia sul bullismo nelle scuole superiori ha evidenziato che un ragazzo su due subisce episodi di violenza verbale, psicologica e fisica ed il 33% è una vittima ricorrente di abusi.

Quindi il bullismo è una piaga sociale in continuo aumento. I media ci offrono spesso descrizioni di episodi di violenza tra ragazzi. Ma di chi è la colpa? Genitori, insegnanti, psicologi hanno diverse opinioni: c’è chi incolpa la scuola, chi la famiglia, chi i ragazzi stessi, accusati di non avere più valori.

Attraverso questa ricerca ho tentato di raggruppare le opinioni degli adulti e dei ragazzi in merito a questo tema. Per la psicologia i ragazzi che opprimono e quelli che subiscono sono il frutto di tutto una società che tollera la sopraffazione, in parte per cecità, in parte per tornaconto personale. Ignoranza ed indifferenza aggravano la situazione, oltre al tipo di educazione ricevuta in famiglia.

Secondo i giovani, per risolvere questo disagio, bisognerebbe creare un miglior rapporto tra studente ed insegnante, in modo che la quotidianità sia seguita e supportata sempre.

Gli insegnanti, la maggior parte con molti anni di esperienza professionale, rispondono che il bullismo è un fenomeno che si verifica in ragazzi soli interiormente, che hanno il desiderio di farsi notare dagli amici, per cercare l’approvazione che a livello scolastico e familiare non hanno. Per risolvere il problema la maggior parte dei docenti pensa che si debba riflettere con i ragazzi, attraverso il dialogo, mantenendo però la fermezza. Solo una piccola parte di loro suggerisce non il confronto, ma metodi più severi.

I genitori invece, spesso indicati come unici colpevoli, si difendono e chiedono il loro coinvolgimento nelle attività scolastiche e adeguati corsi per educare alla genitorialità.

Se analizziamo il problema a fondo vediamo che non esistono colpe specifiche, ma si potrebbe dire che è colpa della vita. Gli adulti tendono ad incolpare i ragazzi, accusandoli di non identificarsi con alcun valore. Ma ciò rappresenta un’analisi molto superficiale del problema. Non è vero che i giovani non hanno valori, ma hanno valori altri che gli adulti non riescono a cogliere. Bisogna cercare di capire i valori dei giovani per far si che le formule di opinione di genitori, insegnanti e psicologi riescano a trovare accoglimento nei ragazzi.

Bisogna conoscere i valori delle persone con cui interagiamo. Solo così riusciremo ad ottenere la loro adesione e a far capire la piaga sociale che il bullismo comporta.

Questi assunti sono alla base della Teoria della Tecnica Sociale dell’informazione di Francesco Fattorello, l’unica teoria italiana sull’informazione e sulla comunicazione formulata su rigorose basi scientifiche. Questa teoria si basa sul presupposto che non esiste una impostazione teorica sulla comunicazione sempre valida ed applicabile a qualunque recettore, ma una metodologia che si occupi di processi di relazione comunicativa deve essere necessariamente modellata sul recettore. Il recettore, non più soggetto passivo, diventa a sua volta un soggetto opinante di pari dignità che interagisce con il promotore, all’interno di una complessa dinamica sociale.

Vedremo che i recettori-ragazzi hanno un proprio sistema di valori che non coincide con quello degli adulti. Per poter veramente comunicare con loro occorre prima di tutto conoscerli, capirli. Solo in questo modo gli adulti potranno formulare le più adatte formule di opinione per averne l’adesione.

 

Capitolo 1

Il bullismo

 

Il bullismo è un concetto ancora privo di una sua puntuale definizione tecnica, sia giuridica che sociologica, ma è usato pressoché unanimemente per indicare tutta quella serie di comportamenti tenuti da soggetti giovani (bambini, adolescenti) nei confronti di loro coetanei, ma non solo, caratterizzati da intenti violenti, vessatori, e persecutori. Il fenomeno ha anche legami con la criminalità giovanile, il teppismo ed il vandalismo. Il bullismo per essere definito tale deve presentare tre caratteristiche precise:

  1. intenzionalità;
  2. persistenza nel tempo;
  3. asimmetria nella relazione.

Deve essere un’azione fatta intenzionalmente per provocare un danno alla vittima; ripetuta nei confronti di un particolare compagno; caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto.

Esistono due tipi di bullismo: diretto ed indiretto.

  • Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come:
  • bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci o spintoni, o la molesta sessualmente;
  • bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi o minacciandola;
  • bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto;
  • cyberbullying o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms e chat, la fotografa e la filma in momenti in cui non desidera essere ripresa e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarla.
  • Il bullismo indiretto è meno visibile, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con altre persone, escludendola ed isolandola per mezzo di violenze verbali.

Le cause primarie di questo fenomeno sono da ricercarsi, secondo gli esperti,  non solo nella personalità del giovane bullo, ma anche nei modelli familiari sottostanti, negli stereotipi imposti dai media, nella società di oggi a volte disattenta alle relazioni sociali. L’enorme eco che gli episodi di bullismo hanno ottenuto in quest’ultimo anno sui media segnala la diffusione di una crescente consapevolezza del problema. È di fondamentale importanza, infatti, che tutti riconoscano la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per la crescita sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei piccoli prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Da non sottovalutare la causa più importante: una libera scelta incondizionata e consapevole da parte del prevaricatore di danneggiare il compagno.

 

  1. 1 Alcuni dati

 

L’attenzione che i media hanno riservato nel corso dell’ultimo anno ad alcuni episodi particolarmente gravi di bullismo verificatosi all’interno delle scuole del nostro paese, e l’emergere del fenomeno del cyberbullismo, ovvero di atti di bullismo e di molestia effettuati o diffusi tramite mezzi elettronici, hanno contribuito a porre sotto i riflettori dell’opinione pubblica un tema non certo inedito, ma oggi particolarmente sentito.

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha deciso di operare per comprendere meglio la dimensione e le caratteristiche del problema, costituendo un’apposita Commissione Legalità ed emanando, il 5 febbraio 2008, la Direttiva “ Linee di indirizzo generali ed azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo”. Con la Direttiva, oltre a dare conto di quanto stava accadendo all’interno delle scuole e ad invitare i singoli istituti ad intervenire inserendo adeguati strumenti sanzionatori all’interno  dei propri regolamenti interni, si è dato il via ad alcune iniziative quali gli Osservatori regionali sul bullismo presso gli Uffici Scolastici regionali, un numero verde di ascolto, consulenza, prevenzione ed un sito web[2].

Negli ultimi anni, infatti, il bullismo è stato oggetto di diverse ricerche che si sono occupate prevalentemente della sua dimensione qualitativa e psicologica, o comunque, della diffusione in porzioni ristrette di territorio.

Per colmare questa lacuna, l’ex Ministro della Pubblica Istruzione, Giusepppe Fioroni, ha deciso di realizzare la prima indagine nazionale sul bullismo che ha l’obbiettivo di ricostruire caratteristiche  ed entità del fenomeno a partire dalle opinioni dei diretti protagonisti.

Il Censis ha realizzato un’indagine significativa presentata a Roma nell’aprile 2008 dal titolo “Prima Indagine Nazionale sul Bullismo. Il Bullismo visto dai genitori”[3]: il primo dato che emerge riguarda   la massiccia consistenza e diffusione del fenomeno.

Altissima, pari al 49,9% del totale, risulta la quota di famiglie che segnala il verificarsi di prepotenze di diverso tipo (verbale, fisico, psicologico) all’interno delle classi frequentate dai propri figli, con una diffusione che risulta elevata in tutti gli ordini di scuola, e particolarmente nella scuola secondaria inferiore dove raggiunge il 59% delle classi.

Un altro elemento che emerge dall’indagine è quello per cui, spesso, in uno stesso gruppo di classe, i bulli tendono a combinare prepotenze di diverso tipo: entrando nello specifico delle singole azioni, i genitori nel 28,7% dei casi registrano offese ripetute ai danni di uno stesso alunno, nel 25,9% segnalano alunni che subiscono scherzi pesanti e umiliazioni, nel 24,6% riferiscono casi di isolamento, nel 21,7% di botte, calci e pugni. I furti di oggetti personali si verificano nel 21,4% delle classi. Meno diffuse, ma comunque presenti, le nuove forme di bullismo note come il nome di cyberbullismo, che presuppongono l’utilizzo della rete web e delle nuove tecnologie informatiche per far conoscere ad una platea quanto più vasta possibile l’accaduto. Il 5,8% degli intervistati dichiara che nella classe del figlio vengono fatte riprese e sono diffuse umiliazioni tramite cellulare; il 5,2% sa di insulti inviati attraverso sms o via e-mail.

Il bullismo è un fenomeno di gruppo in cui, oltre al bullo e alla vittima, è necessario che siano presenti altri componenti, ciascuno con il proprio ruolo.

 

1.2  Di chi è la colpa? Opinioni a confronto

 

Vediamo ora alcune opinioni degli specialisti e dei protagonisti del fenomeno, cioè gli adulti più vicini ai ragazzi: psicologi, genitori, professori.

 

1.2.1 La psicologia

 

In psicologia[4] il bullismo è considerato una categoria del comportamento aggressivo, con alcune caratteristiche distintive:

  • intenzionalità: il comportamento in oggetto è volto a creare un danno alla vittima;
  • le diverse forme in cui si manifesta: si può avere prepotenza fisica, verbale, indiretta;
  • sistematicità: il fenomeno ha caratteristiche di ripetitività e perseveranza nel tempo;
  • asimmetria di potere: nella relazione il bullo è più forte e la vittima più debole e spesso incapace di difendersi[5].

Il bullismo ha una modalità proattiva, ossia, è messo in atto senza provocazione da parte della vittima ed è agito al fine di giungere allo scopo dell’aggressore. Il bullismo trova la sua motivazione nell’affermazione di dominanza interpersonale, anche se in alcune forme può essere strumentale, ossia finalizzato al possesso di un oggetto o di uno spazio. Sono stati identificati i ruoli principali che i soggetti possono ricoprire in un contesto di prepotenza:

 

  1. IL BULLO: secondo Olweus[6] è caratterizzato da un comportamento aggressivo verso i coetanei e verso gli adulti, mostra scarsa empatia per la vittima e spesso è connotato da un forte bisogno di dominare gli altri. Molte ricerche indicano che i maschi hanno più probabilità delle femmine di essere coinvolti (Olwes, 1993; Whitney e Smith, 1993; Genta, 1996)[7].
  2. LA VITTIMA: Solitamente è più ansiosa ed insicura degli altri studenti, se attaccata reagisce piangendo e chiudendosi in se stessa. Soffre spesso di scarsa autostima e ha un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze; vive in condizione di isolamento ed esclusione nella classe.
  3. IL BULLO-VITTIMA PROVOCATRICE: è caratterizzato da una combinazione di due modelli reattivi, quello ansioso proprio della vittima passiva, e quello aggressivo proprio del bullo. Ha comportamenti iper-reattivi, presenta difficoltà di regolazione a livello emotivo a differenza dei bulli non vittimizzati che mostrano invece un comportamento aggressivo più organizzato ed orientato verso uno scopo (Sutton, Smith e Swettenham, 1999[8]).
  4. SOGGETTI DI CONTROLLO o ESTERNI: si tratta di coloro che a nessun titolo sono coinvolti nel fenomeno. Per la rilevazione dei ruoli entro il gruppo si possono usare strumenti di autovalutazione, come il questionario anonimo sulle prepotenze di Olweus[9], dove si trovano domande a risposta multipla che chiedono ai soggetti di riferire circa prepotenze subite o agite in rapporto ad un arco di tempo definito, o la nomina dei pari che prevede la presentazione della definizione di prepotenza, e la successiva nomina dei compagni che spesso fanno prepotenze e di coloro che più spesso le subiscono.

Nella letteratura socio-psicologica i ruoli sono definiti come modelli di comportamento attesi da parte dei membri del gruppo. I ruoli perciò sorgono sempre nell’interazione sociale e sono determinati sia dalle caratteristiche individuali sia dalle aspettative degli altri. Parlare di bullo entro una classe non significa solo che quel soggetto compie certi comportamenti, ma che egli è percepito come tale dalla maggior parte dei membri del gruppo. E’ infatti da notare un’altra caratteristica distintiva del fenomeno bullismo, ossia che esso ha luogo in contesti di gruppi; si verifica a scuola, nei luoghi di lavoro o in altri gruppi sociali. Il potere del bullo risulta rafforzato dal supporto degli aiutanti, dall’allineamento dei sostenitori e dall’indifferenza di coloro che si tengono  fuori dal problema.

Con il termine bullismo la psicologia si riferisce perciò ad un processo dinamico in cui persecutori e vittime sono coinvolti in egual misura. Esistono due forme di bullismo:

  1. Diretto: si articola in prepotenze fisiche e verbali, parte dal prevaricatore e si rivolge direttamente alla vittima, che subisce attacchi fisici e verbali
  2. Indiretto: ha una vittima intrappolata in una serie di dicerie sul suo conto e in atteggiamenti di esclusione nei suoi confronti che la condannano all’isolamento.

 

Quanto all’atteggiamento delle figure di riferimento, i dati delle ricerche sono sconfortanti; secondo quanto riferito da Olweus[10], gli insegnanti non sembrano mettere in atto interventi diretti per contrastare il fenomeno e i genitori non sembrano esserne a conoscenza.

Rispetto alla stabilità nel tempo dei comportamenti rilevati, sembra che una volta che persecutori e vittime si sono insediati nel loro ruolo, non riescano più ad uscirne e continuino a recitare la stessa parte, pena la perdita della propria identità.

Circa le cause del bullismo, gli studi fino ad oggi condotti rimandano a una visione pessimistica della società nel suo complesso. Come afferma Olweus, i ragazzi che opprimono e quelli che subiscono sono il frutto di tutto una società che tollera la sopraffazione, in parte per cecità, in parte per tornaconto personale. Ignoranza ed indifferenza aggravano la situazione. Ciò che sembra correlarsi stabilmente con il manifestarsi di comportamenti prepotenti, sono il clima familiare ed in particolare gli stili educativi messi in atto dai genitori. Bambini che vivono in famiglie in cui regnano violenza e sopraffazione hanno maggiori probabilità di interiorizzare schemi di comportamento disadattivi; una madre con scarso coinvolgimento emotivo, uno stile di educazione improntato al permissivismo, sono altri fattori che predispongono ad un rapporto alterato con il mondo esterno.

Rispetto alle caratteristiche personologiche dei protagonisti dell’evento, Olweus dice che i bulli sono caratterizzati da aggressività generalizzata sia verso gli adulti sia verso i coetanei, da impulsività e scarsa empatia verso gli altri, hanno una buona opinione di sé e un atteggiamento positivo verso la violenza. Le vittime sono caratterizzate invece da atteggiamenti ansiosi e insicuri e da scarsa autostima.

Si è constatato che la condizione sia di vittima che di bullo appare legata a difficoltà nel riconoscimento delle emozioni.

Il bullo non agisce da solo, alcuni compagni infatti, svolgono un ruolo di rinforzo, altri formano un pubblico che incita e sostiene l’attività del persecutore, altri ancora si disinteressano; non manca poi chi tenta di opporsi fattivamente alle prepotenze per proteggere la vittima. In questo ruolo di difesa si trovano essenzialmente le femmine.

Godere del favore dei compagni significa disporre di preziose opportunità sociali, il rifiuto al contrario, porta l’ostilità dei compagni che si traduce, di solito, nell’esclusione dalle attività collettive.

Alcuni autori hanno sottolineato la funzione protettiva della relazione amicale: i soggetti con caratteristiche a rischio di vittimizzazione, nella misura in cui hanno amici, sono in grado di reagire e difendersi. Recentemente però l’ipotesi della funzione protettiva si è ridimensionata perchè l’amicizia tra soggetti antisociali può costituire un contesto in cui si pratica la coercizione. I ragazzi che hanno amici aggressivi possono essere spinti ad agire con prepotenza verso i coetanei.

Una ricerca apparsa sulla rivista Journal of Child Psychology and Psychiatry, svolta da Peter Fonagy dell’University College di Londra[11], ha dimostrato che il miglior modo per combattere il bullismo nelle scuole non sia quello di soffermarsi su coloro che compiono atti di violenza, ne sugli studenti che ne sono vittima, ma piuttosto su coloro che stanno ad osservare, cioè professori, genitori e studenti. Il team di Fonagy ha sottoposto 4000 studenti delle scuole elementari ad un programma della durata di tre anni in cui si invitano gli stessi ragazzi a prendere consapevolezza del proprio ruolo nei confronti degli episodi di violenza, descrivendo le proprie paure e il grado di empatia nei confronti degli studenti molestati. Nessuna punizione veniva inflitta a coloro che compivano atti di bullismo, e nessun tipo di supporto veniva offerto a coloro che subivano angherie. A tre anni dell’inizio del programma, i risultati hanno mostrato una significativa diminuzione degli episodi di violenza nelle scuole che avevano adottato questo programma rispetto alle scuole che avevano messo in atto un programma di controllo, in cui gli studenti vittime ricevevano un supporto psicologico continuo.

Secondo Fonagy la ricerca dimostra che la migliore arma contro il bullismo sia rappresentata dalla consapevolezza del proprio ruolo e di quello degli altri nei confronti degli atti di violenza. Nessun bisogno di intervenire come paladini della giustizia in aiuto dei compagni molestati, ma solo cercare di non chiudere i propri occhi facendo finta di niente. La causa quindi sarebbe dell’indifferenza secondo questo team di psicologi.

 

 1.2.2 I genitori

 

L’Associazione Italiana Genitori A. Ge. negli ultimi tempi si è opposta alla strumentalizzazione mediatica che mette la famiglia sul banco degli accusati a proposito dei problemi connessi al bullismo.

La sera del 13 marzo 2007 si è tenuto un processo mediatico in alcune trasmissioni televisive (Rai 1 e La 7) nei confronti dei genitori che, essendosi avvalsi della facoltà di non rispondere, in quanto assenti, si sono ritrovati pressoché gli unici e colpevoli responsabili delle inefficienze del sistema educativo nazionale e delle politiche scolastiche[12].

Secondo l’Associazione Italiana Genitori molto spesso nascono campagne, anche sulla carta stampata, volte a dimostrare, senza possibilità di replica, che i genitori sono colpevoli del bullismo e del degrado dell’istituzione scolastica, a causa dell’impossibile dialogo con le famiglie.

La famiglia però è sola ad affrontare tutte queste problematiche. Secondo i genitori, manca una adeguata politica di sostegno alle famiglie che consenta loro di affrontare le varie forme di disagio. E manca un vero protagonismo delle famiglie, che a volte sono consultate, spesso sono oggetto di interventi, ma difficilmente sono coinvolte nelle scelte.

Anche sul versante scolastico, si parla sempre più spesso del genitore-utente, e mai del genitore come componente attiva della scuola, come prevede invece la legge. Vi sono temi da sempre elusi dagli operatori della scuola: la partecipazione dei genitori a scuola, faticosamente operata e conquistata, l’alleanza educativa scuola-famiglia, i genitori come possibile risorsa per l’educazione, la corresponsabilità di tutti gli attori dell’educazione scolastica nell’affrontare i problemi vecchi e nuovi, l’associazionismo educativo dei genitori, riconosciuto dalla legge ma ignorato nella pratica.

Un ruolo attivo negli organi collegiali della scuola, il funzionamento dei Forum delle Associazioni dei Genitori nella Scuola, il coinvolgimento dei genitori negli osservatori sul Bullismo: questi sono gli impegni concreti che i genitori chiedono alle istituzioni e al Ministero della Pubblica Istruzione. Spazio e risorse alle associazioni dei genitori per fare formazione ed educazione alla genitorialità.

 

1.2.3 Professori ed Alunni

 

E’ difficile avere una visione completa su ciò che i ragazzi stessi e i professori pensano circa questo fenomeno.

Secondo un’ intervista condotta da un giornalista di “La Stampa” a professori e studenti del liceo scientifico “Galilei” di Cirié, in provincia di Torino[13], alla domanda “Che cosa è per te il bullismo?” gli studenti rispondono che è una forma di espressione adottata da ragazzi soli, immaturi e senza alcuna fiducia in se stessi che cercano di mascherare la loro fragilità attaccando ragazzi più deboli, e a volte più giovani di loro. Questo comportamento, dovuto principalmente a problemi familiari, permette agli adolescenti di costruirsi un mondo parallelo nel quale si sentono ingenuamente migliori.

Alla domanda “Hai mai assistito o sei mai stato vittima di episodi di bullismo?” la maggioranza dei ragazzi risponde di non avere mai subito violenza né verbale né fisica, ma alcuni dicono di essere stati più volte oggetto di scherno, nell’ambito scolastico, da parte di coetanei. Inoltre un gran numero di studenti afferma di aver assistito a fatti di bullismo, ma al di fuori della scuola. Secondo i giovani, per risolvere questo problema, bisognerebbe creare un miglior rapporto tra studente ed insegnante, in modo che la quotidianità sia seguita e supportata sempre, e non solo attraverso uno sportello di ascolto, già presente in questa scuola.

Gli insegnanti, la maggior parte con molti anni di esperienza professionale, rispondono che il bullismo è un fenomeno che si verifica in ragazzi soli interiormente, che hanno il desiderio di farsi notare dagli amici, per cercare l’approvazione che a livello scolastico e familiare non hanno. La maggior parte dei docenti rivela di non aver mai assistito a veri episodi di bullismo.

Secondo gli insegnanti l’atteggiamento costante di sfida, a volte  riscontrabile in classe nei confronti dell’insegnante stesso, e dei compagni, è il segno distintivo del bullo. Per risolvere il problema la maggior parte dei docenti pensa che si debba riflettere con i ragazzi, attraverso il dialogo, mantenendo però la fermezza. Solo una piccola parte di loro suggerisce non il confronto, ma metodi più severi.

 

Capitolo 2

La Teoria della Tecnica Sociale di Fattorello come metodo di interazione con i ragazzi

 

 

2.1 La Teoria della Tecnica Sociale

 

La Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione di Francesco Fattorello[14] spiega, con una breve ma esaustiva formula, quali siano le correlazioni tra i vari fattori che operano in ogni processo di informazione.

La formula ideografica della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione ha una duplice caratteristica: la prima analitica, in quanto affronta lo studio delle condizioni necessarie e sufficienti ad una corretta informazione; la seconda operativa, perché spiega come attivare un rapporto di informazione.

La sua rappresentazione grafica è la seguente:

X)

M                                                                   M’

 

 

SP                                                            SR-SP’                                                      SR’-SP’’…

 

O                                                                   O’

 

 

Dove:

  1. X) = motivo per cui si mette in atto un rapporto di informazione

SP = Soggetto Promotore

M = Mezzo

O = Formula di Opinione, modo in cui il Soggetto Promotore interpreta i fatti

SR = Soggetto Recettore

 

L’informazione è un fenomeno sociale che diventa concreto nel rapporto tra chi informa, il Soggetto Promotore ( SP), ed il suo destinatario, il Soggetto Recettore (SR).

Il Soggetto Promotore interpreta secondo la propria visione soggettiva un fatto, la materia oggetto del processo di informazione (X), che può essere tutto ciò di cui si vuole informare l’altro (un avvenimento, un evento, un personaggio…). Il Soggetto Promotore trasmette l’informazione grazie ad un Mezzo (M), strumento attraverso cui si comunica il messaggio al Soggetto Recettore.

Il Soggetto Recettore elabora l’informazione usando un modo di raccontare l’accaduto: questo elemento è chiamato “ Formula d’Opinione” e varia a seconda del destinatario del messaggio.

A seconda del Soggetto Recettore varieranno sia la Formula d’Opinione, sia il Mezzo.

Il Soggetto Promotore è colui che si fa carico di iniziare il rapporto di informazione. La lettera S rappresenta un punto chiave nell’identificazione di questo termine, in primo luogo perché tale lettera lo accomuna al Soggetto Recettore e li rende pari, dotati delle medesime capacità cognitive e opinanti, ed in secondo luogo perché mette in evidenza che ciò che il Soggetto Promotore emana è soggettivo. Ogni azione e informazione promossa dal Soggetto Promotore porterà sempre con se la paternità di chi l’ha generata, quindi l’informazione non potrà mai essere obiettiva, sradicata dal contesto di chi la propone, ma al contrario sarà segnata da quei fattori di cui si è nutrito il Soggetto Promotore.

Il Soggetto Promotore, nella formula ideografica, è saldamente legato, da tratti che non hanno un verso preferenziale di percorrenza per sottolineare come tutto sia mutuamente collegato e interdipendente, sia ad M, che rappresenta il mezzo, sia ad O, che rappresenta la formula di opinione adottata per il singolo rapporto di informazione. Il Soggetto Promotore quindi ha la facoltà di scegliere di quale mezzo avvalersi per trasmettere l’informazione scelta.

Il Soggetto Recettore è colui al quale è indirizzato il rapporto di informazione, è il destinatario e il fruitore dell’azione. Non lo si può considerare passivo perché è condizionatore delle opinioni proposte ed è libero di decidere se e a quale formula aderire. I Soggetti Recettori non ricevono un solo rapporto di informazione, quindi bisogna tenere conto che altri Soggetti Promotori potrebbero cercare di interessarlo e di arrivare fino a lui.

Inoltre egli è limitato dal mezzo utilizzato: alcuni strumenti hanno un’estensione limitata, ad esempio i quotidiani locali o regionali, altri strumenti, quali i mass media o i new media, diventano accessibili solo per chi li possiede e per chi può utilizzarli.

Considerando l’enorme diversificazione tra Soggetti Recettori, è necessario avvalersi di studi e di metodi statistico-sociologici per l’analisi del recettore, per sapere dove vive, cosa fa, quali valori sono comuni al suo gruppo. Questi metodi danno vita ai sondaggi d’opinione.

Il Soggetto Recettore, nella formula ideografica, è legato al mezzo M e alla formula d’opinione O, collegamento indispensabile perché è il Soggetto Recettore che influenza O e che suggerisce come dovrebbe essere affinché egli stesso non la rifiuti. Esiste infatti anche la possibilità di rifiutare l’informazione e di non condividere l’opinione proposta.

O rappresenta la formula di opinione, l’interpretazione del fatto, è il tramite tra il Soggetto Promotore e il Soggetto Recettore. Il Soggetto Promotore deve tener conto delle attitudini sociali del Soggetto Recettore: infatti è solo quando i due soggetti sono sullo stesso piano che ci può essere comunicazione, perché entrambi devono avere qualcosa da mettere in comune e qualcosa su cui convergere, cioè l’opinione. Le formule d’opinione possono essere innumerevoli perché dipendono dalle personalità del Soggetto Promotore e del Soggetto Recettore; O quindi dipende soltanto da SP e da SR e non da X). Infatti su uno stesso avvenimento ( a parità di X) ),  promotori diversi possono costruire formule di opinione diverse per diversi recettori.

Nella rappresentazione ideografica della formula Fattorelliana O non è legato ad M ma ne influenza ugualmente la scelta e l’utilizzo.

Il punto M nella formula ideografica coincide con il mezzo con cui il Soggetto Promotore intende contattare il Soggetto Recettore e rappresenta quella serie di strumenti (voce, editoria, cinema, radio, televisione) che mettono in comunicazione i due soggetti. Il Soggetto Promotore deve scegliere il mezzo più opportuno per selezionare il Soggetto Recettore, cioè per contattare esclusivamente il target prescelto.

Come spiega Giuseppe Ragnetti[15] la teoria di Fattorello è stata definita “sociale” perché il Soggetto Promotore deve tener conto di tutto ciò che ha socializzato l’individuo, i meccanismi sociali che mette in atto nei gruppi, che sono all’origine del processo dell’opinione pubblica.

L’informazione utilizza i mezzi di comunicazione  di massa destinati ad un pubblico indeterminato, tra cui stampa, radio, cinema, televisione ed internet. L’attività del promotore è limitata nella quantità di mezzi di cui dispone e nelle caratteristiche tecniche di questi mezzi.

La realtà non può essere comunicata, ma può essere trasmessa la formula d’opinione che il Soggetto Promotore propone in modo da adattarsi al Soggetto Recettore ed ottenerne l’adesione.

La Tecnica Sociale dell’Informazione del professor Fattorello  ha restituito dignità al Soggetto Recettore, rendendolo protagonista del processo comunicativo. “Il processo dell’informazione e dell’adesione di opinione ha un carattere sociale perché è figlio del tempo in cui si realizza e non ha nulla a che vedere con il comportamento del recettore.”[16]

 

 2.2 La Tecnica Sociale come metodo di interazione con i ragazzi

 

Una metodologia che si occupi dei processi della relazione comunicativa deve, in base a questa impostazione, necessariamente essere modellata sul recettore.

Come vi è una tecnica industriale per lavorare sui materiali, così esiste una tecnica sociale per agire sulle opinioni degli uomini[17].

Nel caso del bullismo i recettori dell’adulto, professore o genitore che sia, sono i ragazzi. Questi recettori necessitano di un determinato linguaggio e di un determinato mezzo congeniale al loro mondo, al sistema di socializzazione in cui sono cresciuti e ai loro valori.

E’ impensabile voler trovare soluzioni al fenomeno del bullismo senza tener conto dei ragazzi e delle loro esigenze, senza entrare in contatto con loro. Non si possono costruire politiche scolastiche, modelli educativi e sanzionatori dall’alto, senza prima aver capito l’ambito culturale dei giovani e i loro valori. Si, perché non è vero che i giovani di oggi non hanno più valori come molti dicono, ma hanno “valori altri”, che gli adulti, troppo impegnati su sé stessi, non riescono a cogliere.

E’ facile dare la colpa ai rapporti famigliari, alla scuola, al sistema sociale, ai modelli offerti dai media. Ognuno ha la sua opinione ma nessuno si è mai chiesto: “come si può comunicare con i ragazzi entrando in contatto con loro per fargli capire che i loro problemi e le angosce quotidiane non vanno sfogate con la violenza?”. Il punto di partenza sono loro, i ragazzi-recettori.

Solo analizzando i recettori, i ragazzi, si può trovare la forma più opportuna per trasmettere loro una determinata formula di opinione, cioè la negatività dei comportamenti violenti contro i loro compagni.

L’analisi preventiva del recettore deve tener conto della conoscenza dei motivi culturali che possono ispirare il suo comportamento, quindi di credenze e tradizioni che appartengono al suo mondo. Il singolo comportamento spesso è condizionato anche dal conformismo sociale e dai fattori di conformità[18].

Affinché la trasmissione dal primo al secondo termine, cioè dal soggetto promotore al soggetto recettore, diventi operante “è necessario che la forma immessa nel processo abbia una tale carica sociale da determinare quella adesione di opinione che ci proponiamo di ottenere dal recettore. La carica di forza sociale dipende anche dal fattore di conformità, il quale deve essere tale da raggiungere il recettore nel punto di maggiore sensibilità: ciò si ottiene con un adeguamento ai suoi desideri oppure alla sua curiosità”[19]. Solo così può verificarsi il fenomeno che Fattorello chiama “polarizzazione delle opinioni”. Adeguarsi ai desideri dei ragazzi, alla loro curiosità. Parlare con loro mettendosi alla pari, capire le loro esigenze. Questo potrebbe essere un metodo di prevenzione agli episodi di bullismo.

Il promotore sceglie lo strumento più adatto al suo scopo e configura il messaggio nel modo più conveniente al fine di ottenere l’adesione di opinione cui mira. Il recettore infatti obbliga il promotore alla conoscenza delle sue possibilità e facoltà recettive e condiziona l’elaborazione dei messaggi che gli devono essere adeguati, altrimenti non saranno percepiti.

I messaggi destinati ai ragazzi devono essere formulati in base ai valori dei giovani: solo così le formule di opinione di genitori e insegnanti riusciranno a trovare accoglimento nei ragazzi e la loro adesione. La comunicazione avverrà quando, tra promotore-adulto e recettore-ragazzo, ci sarà convergenza di interpretazione su quanto proposto. I ragazzi interpretano il messaggio accettando o respingendo le formule di opinione proposte a seconda che queste rispecchino o meno la loro scala di valori, le loro attitudine sociale e la loro acculturazione.

Spesso si parla di divario generazionale e di contestazione da parte delle nuove generazioni. Questo è dovuto semplicemente al fatto che, nell’interazione, gli adulti applicano la loro scala di valori, ma questa differisce completamente da quella dei ragazzi.

In conclusione, le armi migliori sono quelle più semplici: ascoltare i ragazzi e farli parlare.

 

Bibliografia e Sitografia

 

Fagnani G., Il bullismo e i suoi aspetti. Il fattore amicizia, www.psicolab.net.

Fattorello F., La teoria della Tecnica sociale dell’informazione, a cura di G.Ragnetti, Quattro Venti, Urbino, 2005

Olweus D., Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti Editore, Firenze 1996

Ragnetti G., Opinioni sull’opinione, Ed. QuattroVenti, Urbino, 2006

 

www.age.it

www.censis.it

www.lastampa.it

www.opsonline.it

www.psicolab.net