Desidero ringraziare il Dott. Paolo Martinino che nella sua Tesi di Laurea su “Francesco Fattorello” presso l’Università di Firenze, è riuscito, in maniera esemplare, a mettere ordine nel disordine da me fornitogli, dandomi un sostanziale aiuto nella stesura della biografia del Prof. Fattorello.
Prof. Giuseppe Ragnetti
Qui la versione in PDF della Biografia integrale di Francesco Fattorello a cura di Paolo Martinino
1 – Gli esordi nella critica letteraria
Francesco Fattorello nacque il 22 febbraio 1902 a Pordenone da Carlo, maestro elementare, e Maria Coromer e visse i suoi primi anni spostandosi nei paesi del Friuli dove il padre era chiamato ad insegnare. Negli anni della prima guerra mondiale, Fattorello iniziò i suoi studi al Liceo “G. Berchet” di Milano, entrando in contatto con la cultura classica e, soprattutto, con gli ambienti interventisti, impegnandosi attivamente in politica.[1] Dopo Caporetto egli si trasferì a Firenze dove partecipò all’azione di propaganda dirigendo, tra l’altro, due giornali: “Giovinezza Italica” e “Riscossa Morale”.[2]
Dopo la licenza liceale, conseguita nell’anno scolastico 1919-20,[3] tornò a Udine, dove contribuì alla nascita della sezione locale della Lega Studentesca Italiana e strinse rapporti con il nascente fascismo.[4]
In questi anni Fattorello iniziò la sua attività di pubblicista con articoli di critica letteraria scritti su alcuni giornali locali, come “La Patria del Friuli” e “Il Giornale di Udine” che, insieme agli opuscoli e alle conferenze svolte, testimoniano l’interesse e la passione che in lui suscitarono gli studi classici. Emergono, inoltre, da queste prime esperienze di critica letteraria, pubblicate sulla “Patria del Friuli” con lo pseudonimo Giorgio Werret, alcuni tratti caratteristici della formazione culturale di Fattorello che verranno sviluppati nelle opere successive. La rilettura degli autori classici della tradizione letteraria italiana si realizza nella ricerca, fortemente ideologizzata, di aspetti spirituali, “ideali”. Per Fattorello, l’impegno degli intellettuali borghesi, la cui legittimazione passava attraverso il recupero della tradizione letteraria nazionale, doveva essere rivolto alla rivalutazione della letteratura classica e veniva tematizzato come “missione”.
Con questi obiettivi nel 1923 Francesco Fattorello fondò e diresse la “Rivista Letteraria delle Tre Venezie. Bimestrale di letteratura italiana”. La rivista veniva creata nella convinzione che la letteratura avesse una missione di civiltà nazionale:
La letteratura, a nostro giudizio, ha una missione: essa non è l’ultima fonte di cui la civiltà nostra si alimenta; per questo non deve solo rivolgersi all’espressione della bellezza e al diletto, ma essere intellettualmente, moralmente, scientificamente utile.[5]
Sulla linea della “ricerca della tradizione”, del recupero della letteratura nazionale si colloca la serie di profili di poeti e di scrittori del XIX secolo che Fattorello – “un giovane non ancora ventenne, che già ebbe applausi per ottime conferenze letterarie all’Università Popolare di Udine ed all’Accademia Olimpica di Vicenza”[6] – scrisse per la casa editrice “Libreria Carducci”. Questi ritratti di letterati, che non sembravano distaccarsi dalla tradizionale critica letteraria contemporanea,[7] costituiscono per la maggior parte la pubblicazione di lezioni e di conferenze che Fattorello teneva in diversi Istituti ed Accademie. Nel 1922 venne pubblicato il primo volume dedicato ad Ippolito Nievo,[8] in cui il giovane critico insisteva molto sui “sentimenti” e sui valori dello spirito, mentre alcuni anni dopo Fattorello, nel suo nuovo saggio sul Nievo, [9] accentuerà in maniera enfatica il valore storico delle Confessioni “quale segno di una vocazione patriottica del romanticismo”. Nell’ambito della letteratura patriottica risorgimentale si collocano anche i due lavori su Tommaso Grossi e Massimo D’Azeglio. [10]
Nel 1923 venne pubblicato il saggio su Antonio Fogazzaro.[11] L’interesse per Fogazzaro era rivolto soprattutto ai contenuti ideali e agli intenti morali e religiosi delle sue opere. Il 20 marzo 1923, nell’Aula Magna del Regio Istituto Tecnico di Udine, Fattorello tenne una lezione sui Promessi Sposi in cui ribadì la sua concezione dell’arte come mezzo per elevare l’anima, come strumento per l’educazione morale, che corrispondeva a quanto esposto nel programma della “Rivista Letteraria delle Tre Venezie”.[12]
Durante l’ultimo anno di università Fattorello proseguì i suoi studi sulla letteratura, dedicandosi evidentemente poco alla stesura della sua tesi di laurea che poi gli darà, infatti, risultati alquanto modesti. Trasferitosi probabilmente di nuovo ad Udine, si immerse in un’appassionata ricerca filologica nella Biblioteca Comunale Joppi, dove riuscì a rintracciare lettere e testimonianze varie della cultura locale. Egli cercava di rintracciare autori che manifestassero ideali patriottici[13] o dei caratteri che, oltrepassando la scrittura regionale, potessero contribuire a costruire il profilo della letteratura nazionale.[14] Nel 1925 uscì il saggio Uno scrittore dimenticato: Giovanni Ruffini, interessante in quanto, mantenendosi sempre sugli stessi temi (letteratura nazionale, letteratura patriottica), introduce un concetto che si ritrova alla base degli studi successivi di Fattorello sul giornalismo. Il fine di questo saggio è, ancora una volta, la dimostrazione della “italianità” di Giovanni Ruffini, letterato e patriota risorgimentale, che scrisse tutte le sue opere in lingua inglese. Fattorello ricorda le teorie di Luigi Settembrini, secondo cui la lingua era
la manifestazione parlata di un gran pensiero organico il quale comprende tutta la vita di un popolo. Perciò essa è, in altro modo, non solo il mezzo onde una stirpe s’intende e realizza nella parola il proprio sentimento, ma è qualche cosa conforme a questo sentimento istesso.[15]
L’autore deduce, di conseguenza, che l’uomo, parlando fin da bambino una determinata lingua, struttura il proprio modo di pensare in maniera conforme a quella lingua. Ecco quindi che Giovanni Ruffini può essere inserito nella letteratura nazionale in quanto
ebbe informato l’ingegno al pensiero ed alle speranze della nazione, coltivò la sua mente con le virtù custodite dalle speranze degli italiani, e rappresentò nell’opera sua, il sentimento nazionale […] la vita del popolo italiano.[16]
La cosa che ci interessa è quella definizione di “lingua” come “manifestazione parlata di un gran pensiero organico”. Vedremo in seguito quanta parte avrà questo concetto nello sviluppo, da parte di Fattorello, dell’idea del giornalismo come manifestazione scritta dell’opinione pubblica.
Il 24 novembre del 1924 Fattorello si laureò in legge con una tesi in Storia del diritto italiano intitolata Il diritto penale nelle Costituzioni Patriae Forum Julii, riportando la votazione di 58/80. [17] I suoi interessi non erano evidentemente rivolti alla giurisprudenza; anzi, con l’esperienza della “Rivista Letteraria delle Tre Venezie” appena avviata, si indirizzavano sempre di più verso gli studi letterari. Nel 1925, l’anno in cui venne riformato dal servizio militare,[18] pubblicò altri saggi sulla cultura friulana[19] e l’anno seguente proseguì nella analisi dei rapporti tra letteratura regionale e nazionale sulla rivista “I libri del giorno”.
Lo spazio in cui si svolgeva la sua produzione culturale di questi anni era sempre la letteratura, e sempre nel rapporto tra giornalismo e storia della letteratura si realizzarono le varie collaborazioni al “Corriere Padano”, alla “Gazzetta di Venezia” e al “Popolo Toscano” con articoli che ancora andavano nella direzione del recupero della tradizione letteraria nazionale.
2 – La storia del giornalismo
Il 2 febbraio 1929 il Ministero delle Corporazioni e quello della Pubblica Istruzione autorizzarono un corso straordinario di otto lezioni sulla storia del giornalismo italiano, da tenersi presso l’Università degli Studi economici e commerciali di Trieste nell’anno accademico 1928-29.[20] Il Segretario del Sindacato fascista dei giornalisti giuliani, Michele Risolo[21], propose di tenere questo corso a Francesco Fattorello[22], il quale proprio in questi anni,[23] si era orientato verso gli studi di storia del giornalismo.
Si trattava di una disciplina che faceva proprio in quegli anni per la prima volta il suo ingresso nell’università e, nella prefazione al volume in cui raccolse le lezioni tenute a Trieste,[24] Fattorello sottolineò tutte le incertezze e le perplessità incontrate in questo nuovo insegnamento. Occorreva infatti definire a fini didattici l’ambito della disciplina, affrontare il problema delle origini e della periodizzazione del fenomeno giornalistico, offrirne una trattazione sistematica ed organica.
Ma che cosa dovevo trattare nelle mie lezioni? – scriveva – Fare un corso su “tutta” la storia del nostro giornalismo sarebbe stata impresa troppo vasta per il tempo che era a mia disposizione, anche perché un argomento siffatto, ove fosse stato trattato in così ristretto periodo, sarebbe riuscito un lavoro superficiale e di scarsissimo valore. Più opportuno mi parve quindi incominciare una trattazione sistematica, rifacendomi dalle origini, anche perché l’Italia non ha ancora una storia del suo giornalismo.[25]
Gli studi storici sul giornalismo realizzati fino agli anni Venti, erano stati condizionati da un’impostazione prevalentemente letteraria. La mancanza di analisi approfondite sul giornale, quale moderno strumento di comunicazione, rendeva “pioneristiche” le prime cattedre di storia del giornalismo. Fattorello insisteva molto su questo aspetto e criticava quegli studiosi, e molto autorevoli,
che, considerando la storia del giornalismo sotto un punto di vista prettamente teorico e letterario, si sono creduti in diritto di metterla al bando. E fecero male ed ebbero il torto soprattutto di considerare codesta materia alla stregua della storia letteraria, non avvertendo invece che la storia del giornalismo è una disciplina ben distinta, che con la letteratura non ha molto a che fare, che ha una sua individualità ben precisa nel campo delle scienze storiografiche.[26]
Egli era interessato a questi “nuovi” studi e, dopo l’esperienza delle lezioni straordinarie di storia del giornalismo italiano, il 29 maggio 1929 Fattorello scrisse all’Università degli Studi Economici e Commerciali di Trieste, chiedendo se fosse possibile inserire la storia del giornalismo tra gli insegnamenti impartiti presso quella università, ma la risposta fu negativa.[27]
Le sue ricerche proseguirono tramite la “Rivista Letteraria delle Tre Venezie” che venne pubblicata con questo titolo fino ai primi mesi del 1927 e trasformata nel 1929 in “Rivista Letteraria”.[28] La rivista continuò a caratterizzarsi come strumento di informazione e critica letteraria, attraverso delle rubriche dove venivano pubblicati profili di scrittori, recensioni e contributi bibliografici,[29]ma si aprì anche a studi storici e, soprattutto, riservò uno spazio specifico al giornalismo. Già dal primo anno, infatti, per suggerimento di Antonio Pilot, venne realizzata una rubrica dedicata ai “Contributi alla storia del giornalismo”,[30] che, come scriveva Fattorello nell’introduzione al primo numero della seconda annata:
ha incontrato i migliori consensi nel mondo letterario italiano e che si propone di lumeggiare, nei limiti delle possibilità, questo nuovo campo d’indagini.[31]
I vari articoli, redatti da giornalisti come Gino Tomajuoli[32] e Guido Piovene[33], professori universitari come Giuseppe Santonastaso,[34] e da archivisti e bibliotecari come Guido Bustico,[35]costituiscono un materiale ricco di indicazioni utili, una fonte preziosa di dati per future indagini sulla storia del giornalismo italiano. La “Rivista Letteraria”, segnalando le opere più importanti e gli articoli meno rilevanti apparsi su riviste e quotidiani, informando sulle iniziative, le celebrazioni e le mostre sul giornalismo, offre elementi indispensabili per una ricerca approfondita sulle linee di tendenza in cui si muoveva la storia del giornalismo fascista.
Nelle lezioni tenute a Trieste Fattorello si pose il problema di individuare le peculiarità del fenomeno giornalistico, distinguendolo da ogni altra produzione letteraria, e, soprattutto, di stabilirne le origini. Egli riteneva che la storia del giornalismo non fosse solo la storia del giornale ma, più in generale, dell’opinione pubblica che si era manifestata, nel corso della storia, con mezzi diversi: dagli “acta diurna” dell’antica Roma alle cronache medievali, dalle lettere mercantili del Quattrocento alle prime gazzette del Seicento.
Il giornalismo, scriveva Fattorello, studia tutti i mezzi e gli strumenti con i quali attraverso il tempo si è manifestata la pubblica opinione. E il giornalismo, in quanto è la manifestazione della pubblica opinione, è molto più antico di quanto si crede: è antico quanto la società e non riguarda la storia soltanto dei giornali, ma di tutti gli altri mezzi che sono serviti a manifestarla.[36]
Queste idee vennero criticate da diversi studiosi. Fattorello ottenne, tramite Gioacchino Brognoligo, anche il parere di Benedetto Croce, il quale riteneva che
una storia del giornalismo italiano politico non può cominciare che dai giornali che si pubblicarono nelle varie Repubbliche giacobine dal 1796 in poi, cioè da quando essi, ottenuta la libertà di stampa, furono veri e propri strumenti dell’opinione pubblica.[37]
Secondo Luigi Piccioni[38], che intervenne in questa polemica sulla “Nuova Antologia”, rintracciare così lontano le origini del giornalismo era una forzatura, dettata da motivi ideologici, che non contribuiva ad una definizione del giornale e della sua funzione.
Se noi, scriveva Piccioni, per desiderio di dare al giornalismo una nobiltà di origini troppo antica, allarghiamo imprudentemente la base di quella definizione, noi rischiamo di estendere talmente i confini della storia del giornalismo, da confonderla con la storia stessa della coltura e da giustificare così anche l’affermazione conclusiva del Fattorello, per quale “la storia del giornale è una sola cosa con quella delle idee e delle dottrine politiche”![39]
Piccioni richiamava anche le critiche mosse da Rodolfo Mosca il quale concordava sul fatto che la storia del giornalismo, come asseriva Fattorello, non coincideva con la storia del giornale, ma non accettava l’idea di rintracciare elementi della storia del giornale nell’antichità. Mosca non concordava neanche con la definizione di Paolo Orano[40] del giornalismo come “manifestazione di critica e di controllo”. Stabilire un rapporto tra stampa e opinione pubblica, secondo Mosca, non era sufficiente per definire le caratteristiche del giornalismo, le quali, invece, andavano rintracciate in quelli che venivano considerati come i caratteri propri della funzione giornalistica: “la tempestività e l’attualità”.[41]
Le posizioni di Fattorello non erano condivise neppure da Antonio Panella, che intervenne sulle pagine de “Il Marzocco” per confutarle.[42] Per Panella il termine giornale doveva comprendere esclusivamente il giornale moderno, poiché “il giornale è, volere o no, una produzione essenzialmente moderna e, a far molto, non si può risalire per rintracciarne le origini, oltre gli ultimi due o tre secoli.”[43] Anche se gli antecedenti del giornale potevano essere considerati i “fogli di avvisi”, risalenti al XVI secolo, di carattere politico, creati allo scopo di informare, tuttavia, secondo Panella, è solo nel momento in cui il giornalismo diventa letterario che, diffondendo idee, inizia la sua missione. Egli si ricollegava alle teorie di Orano che, nell’articolo Verso una dottrina storica del giornalismo, aveva insistito sulla funzione contemporanea del giornalismo, di controllo e di critica e quindi sulla necessità di far partire lo studio della storia del giornalismo dalla fine del secolo XVIII, quando il giornale diventò un elemento importante della vita pubblica.[44]
Lo stesso articolo veniva ripreso anche da Fattorello che condivideva le posizioni sostenute da Orano circa il legame tra giornalismo e opinione pubblica, ma non per quanto riguarda l’inizio della storia del giornalismo, aggiungendo: “obiettiamo ancora al Panella che la nostra disciplina non ha per oggetto di studio semplicemente il giornale, come egli dice, ma il giornalismo e che giornale e giornalismo sono una cosa ben diversa.”[45]
Sia Orano che Fattorello posero alla base della storia del giornalismo l’opinione pubblica; tuttavia le differenze tra le teorie dei due studiosi sono significative. Per il primo, condizionato dai suoi precedenti studi di psicologia sociale sul rapporto tra stampa e opinione pubblica, il giornalismo andava studiato da quando riflette “l’aspetto psicologico della società moderna”, dal momento in cui i principi della Rivoluzione francese avevano dato vita alla contrapposizione della stampa al potere politico e fino a quando il regime fascista non aveva riportato il giornalismo all’ordine, ponendolo al servizio dello Stato. Con la Rivoluzione francese, infatti, la stampa era divenuta il “tribunale del pubblico” e aveva svolto un ruolo fondamentale come arbitro del conflitto politico.
Per Fattorello, invece, la storia del giornalismo doveva interessarsi di tutte le espressioni dell’opinione pubblica e quindi doveva partire da quando essa iniziò a manifestarsi.[46] Nell’identificazione tra storia del giornalismo e storia dell’opinione pubblica si può intravedere, forse, l’intuizione di forme più generali di comunicazione, quasi una definizione abbozzata del concetto d’informazione al quale Fattorello dedicherà i suoi studi nel secondo dopoguerra.
Con il passare degli anni la “Rivista Letteraria” dedicò al giornalismo sempre più spazio,[47] tanto che, nel 1935, Fattorello poteva osservare:
“Ormai si può dire che il nostro periodico è decisamente orientato verso la storia del giornalismo; che solo nella nostra Rivista ha in Italia una diligente, periodica rassegna”.[48]
3 – Dalla storia del giornalismo alla scienza del giornalismo
Dopo il 1929, gli studi di Fattorello sul giornalismo si indirizzarono verso temi capaci di evidenziare storicamente l’importanza della funzione politica che il giornalismo aveva svolto nella storia d’Italia. Nell’approccio alla storia del giornalismo Fattorello passò, negli anni tra il 1929 e il 1935, attraverso una serie di cambiamenti graduali che si manifestano, spesso, solo come orientamenti programmatici, a volte come indicazioni metodologiche. Sono testimonianze percepibili anche nella trattazione di alcuni temi e momenti di storia del giornalismo e, soprattutto, nella scelta di nuovi argomenti di ricerca.
Nel 1931, ad esempio, Fattorello pubblicò un saggio su Pacifico Valussi[49], giornalista friulano protagonista delle vicende risorgimentali.[50] Al di là dei riferimenti alla cultura friulana, che pure possono giustificare la scelta di intraprendere lo studio di questo personaggio assai conosciuto a livello locale, Valussi era considerato importante in quanto figura di rilievo nazionale, sia come patriota che come giornalista. Dal volume di Fattorello emerge la volontà di suggerire una lettura strettamente politica delle vicende di questo personaggio, appartenente alla schiera dei “profeti” nazionali; una lettura quasi agiografica, giustificata dal fatto che Valussi, occupandosi della questione veneta, aveva esaltato il ruolo dell’Italia in campo internazionale. Ma è soprattutto del Valussi giornalista che Fattorello sottolineò l’importanza in questo lavoro e in articoli pubblicati quasi contemporaneamente sulla “Rivista Letteraria”.[51] A suo avviso Valussi aveva infatti teorizzato la missione del giornalismo nella società, ed aveva inoltre sottolineato la necessità di un “giornalismo obiettivo” libero dalle consorterie, al servizio della nazione. Scriveva Fattorello:
“Il giornalista, dice il Valussi, deve sempre ricordare che la sua è una missione che egli compie in seno alla società”.[52]
Un terreno di ricerca utile per testimoniare la funzione politica del giornalismo nella storia d’Italia era il Settecento. Fattorello si interessò molto del giornalismo di questo periodo, evidenziandone l’importanza nella formazione della coscienza nazionale. Particolare successo ebbe, nel 1932, il saggio su Il giornalismo veneziano nel ‘700 in cui, partendo dal periodico “Minerva” e dal “Giornale dei letterati d’Italia”, Fattorello rilevò le “note d’italianità”[53] del giornalismo veneziano, allargando l’indagine ai giornali politici, ai fogli stranieri, alla “Gazzetta Veneta” e all’“Osservatore”.[54] Questo lavoro venne ristampato l’anno successivo escludendo il periodo dal 1797 al 1815 ed estendendo invece l’indagine a tutto il Veneto.[55]
Nel 1932 Fattorello intrattenne una fitta corrispondenza con vari studiosi per la preparazione della seconda edizione del volume sulle origini del giornalismo in Italia. Questo carteggio, conservato dall’Istituto italiano di pubblicismo, offre interessanti elementi per ricostruire i suoi rapporti con alcuni personaggi dell’ambiente culturale degli anni Trenta. Personaggi del mondo accademico, come Luigi Piccioni e Giulio Natali, bibliotecari, archivisti come Antonio Panella,[56] alcuni dei quali, come Luigi Madaro, erano anche collaboratori della “Rivista Letteraria”.[57] Le numerose richieste di informazioni su argomenti particolareggiati della storia del giornalismo testimoniano gli interessi eruditi di Fattorello ma, soprattutto, segnalano un allontanamento dal tema delle origini del giornalismo, su cui finora si erano concentrati i suoi studi. Egli mantenne ancora la visione unitaria della storia del giornalismo, che dagli acta diurna giungeva fino al giornalismo fascista, ma, in questi anni, iniziò ad occuparsi di quelle che venivano generalmente considerate come le prime manifestazioni del giornalismo moderno. Infatti, nella seconda edizione del volume sulle origini del giornalismo in Italia Fattorello iniziò la ricostruzione della storia del giornalismo italiano dalle gazzette del Seicento.[58]
Il successo ottenuto nei primi anni Trenta dalla “Rivista Letteraria” e da alcune opere sul giornalismo, i numerosi contatti accademici e culturali diedero a Fattorello la possibilità di farsi conoscere e di ottenere il prestigioso incarico di collaborazione all’Enciclopedia italiana.[59] Egli scrisse con Giulio Natali la parte intitolata Le origini del giornalismo della voce Giornale,[60] mentre le altre sezioni della stessa voce vennero redatte da Stefano La Colla[61] e Telesio Interlandi, direttore de “Il Tevere”.[62] Nelle parte sulle origini del giornalismo Fattorello mantenne la sua teoria che univa nel concetto di “giornalismo” il giornale con gli altri diversi e precedenti mezzi di informazione e di espressione dell’opinione pubblica.
Difficile, scriveva Fattorello, determinare con esattezza quale paese abbia creato il primo giornale nel senso moderno: e ciò non solo per le molte mistificazioni ma anche per il fatto che i moderni giornali furono preceduti da forme e strumenti analoghi. Oggi pressoché finite le grandi discussioni del passato, tutti sanno che il giornale non fu inventato, bensì si sviluppò in modo lento e continuo prima di giungere alle forme a noi note.[63]
Nell’Enciclopedia Italiana Fattorello ricostruì, quindi, la storia del giornalismo legando gli acta diurna dell’antica Roma, come aveva fatto nelle sue opere precedenti, alle lettere mercantili del XIII secolo, alle prime gazzette del Seicento, ma questa volta si soffermò, con particolare attenzione, sul Settecento e sulle repubbliche giacobine, in cui veniva ravvisato l’inizio del giornalismo politico; si occupò, infine, della stampa risorgimentale.
Nell’anno accademico 1934-35 Fattorello tenne, come libero docente presso la Facoltà di Scienze Politiche della Regia Università di Roma, il primo corso di storia del giornalismo.[64] Nella prolusione[65] egli ripercorse la storia del giornalismo italiano, soffermandosi sulla funzione politica della stampa risorgimentale, sulla concezione educativa di Mazzini ed infine sulle trasformazioni avvenute tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta.[66] La modernizzazione dell’industria giornalistica, la diffusione del cinema e della radio segnarono l’avvento, anche in Italia, di un moderno sistema delle comunicazioni di massa. Gli studi sul giornalismo, in questi anni, si avviarono verso analisi sempre più interessate a sottolineare i meccanismi di funzionamento dell’informazione e della propaganda.
A partire dall’anno accademico 1935-1936, quando il corso libero tenuto da Fattorello a Roma si trasformò in insegnamento ufficiale, le lezioni vennero divise in due parti: una riguardava un periodo storico particolare, l’altra trattava della dottrina e della scienza giornalistica.[67]
Da un articolo pubblicato sulla “Rivista Letteraria” da Osvaldo Costanzi, assistente alla cattedra di Storia del Giornalismo, emerge il tipo di insegnamento impartito da Fattorello. I giornali erano studiati all’interno del contesto culturale e politico in cui erano nati e si erano sviluppati, sottolineandone il programma e i mutamenti di percorso. Ad esempio, nell’analisi dell’attività di Ugo Foscolo giornalista si studiavano gli scritti riguardanti il giornalismo, gli articoli pubblicati nei periodici da lui fondati o ai quali aveva collaborato, all’interno di un contesto più generale della storia delle idee politiche e filosofiche.[68] Su questo modello Fattorello tenne delle lezioni, ad esempio, sulla politica giornalistica di Cavour o sull’organizzazione della propaganda da parte di Garibaldi. Questi studi dovevano permettere di trarre dall’esperienza del passato insegnamenti e dati utili allo studio dei modi in cui la stampa aveva rappresentato il più efficace supporto per la diffusione di idee politiche.[69]
Fattorello insisteva prima di tutto sull’importanza del “fenomeno giornalistico” la cui conoscenza doveva diventare parte integrante della cultura generale moderna. Il giornale doveva essere studiato in tutti i suoi aspetti e, soprattutto, a livello tecnico, analizzando i meccanismi di produzione dell’informazione. Inoltre, la storia del giornalismo non si doveva limitare alla ricostruzione delle vicende politiche delle singole testate, ma doveva essere funzionale alla scienza del giornalismo, fornendo elementi storici per l’analisi del giornale come fatto sociale, economico, politico, culturale.
L’interesse per l’analisi scientifica del rapporto tra opinione pubblica e mezzi di comunicazione di massa, che in questi anni era considerata solo una “consulenza sussidiaria” all’operazione pubblicitaria e all’organizzazione della propaganda di regime, verrà sviluppata negli anni successivi e costituirà il nucleo della “scienza del giornalismo”.
4 – La scienza del giornalismo
Durante gli anni Trenta si stabilirono nuovi rapporti culturali tra l’Italia e la Germania anche riguardo al settore dell’informazione. Con la proclamazione dell’asse Roma – Berlino vennero intraprese diverse iniziative culturali, visite, studi e collaborazioni. a lungo termine. Già dal 1937 Goebbels promosse la fondazione di una “Associazione della stampa italo-tedesca”, allo scopo di incrementare i contatti fra i due Paesi, tramite delegati permanenti, conferimento di borse di studio, scambi di articoli, e convegni bilaterali.[70] In seguito all’accordo firmato a Roma il 23 novembre 1938, aumentarono le iniziative in molti settori e il 15 maggio 1939 si fondò l'”Ente italiano per gli scambi tecnico-culturali con la Germania”.
Dalla “Rivista Letteraria”, che nella seconda metà degli anni Trenta andò dedicandosi maggiormente alla storia del giornalismo[71], emergono, in modo sempre più consistente, i rapporti, nel campo degli studi sul giornalismo, tra l’Italia e la Germania, tramite le recensioni delle opere di studiosi tedeschi e, soprattutto, attraverso la segnalazione delle varie mostre della stampa italiana che venivano organizzate in Germania.
Nella seduta del 25 febbraio 1935 la Giunta Centrale per gli Studi Storici, presieduta da Cesare Maria De Vecchi, Ministro per l’Educazione Nazionale, designò Francesco Fattorello come rappresentante italiano nella Commissione per la Bibliografia del Giornalismo del Comitato Internazionale di Scienze Storiche.[72] Il progetto di quest’opera internazionale andava dai primi giornali a stampa al 1914 e comprendeva tutti gli stati i cui storici aderivano al Comitato Internazionale di Scienze Storiche attraverso i Comitati Nazionali.
Il 28 maggio 1935 Fattorello venne invitato a prendere parte ad una riunione dei delegati rappresentanti l’Italia all’interno del Comitato Internazionale di Scienze Storiche e alle Commissioni Scientifiche da esso dipendenti. Per tale occasione gli venne richiesto di preparare, in qualità di membro della Commissione per la Bibliografia del Giornalismo, una relazione sul progetto che intendeva realizzare, corredandola con indicazioni relative alle esigenze di carattere finanziario dell’iniziativa.[73]
L’adunanza dei delegati venne fissata per il 6 luglio nel Salone del Consiglio Superiore dell’Educazione Nazionale[74] In quell’occasione Fattorello presentò il suo progetto; per l’attuazione del repertorio dei giornali italiani egli prevedeva di far collaborare tutte le biblioteche italiane e le sovraintendenze bibliografiche. Il repertorio doveva comprendere un elenco dei periodici usciti in ogni provincia dal 1600 al 1915, un elenco generale più dettagliato, per ordine alfabetico, di tutti i giornali italiani e un altro dei giornali stranieri esistenti nelle biblioteche. Per ognuno dei giornali, agli istituti che li possedevano si chiedeva di indicare gli estremi richiesti dal Comitato internazionale. Tutte le schede bibliografiche dovevano essere raccolte presso l’Istituto italiano del libro di Roma. La parte sulla letteratura del giornalismo italiano, invece, poteva essere compilata più facilmente sulla base delle bibliografie esistenti.[75]
Il 20 novembre venne comunicata a Fattorello l’approvazione da parte della Giunta Centrale per gli Studi Storici, avvenuta nella seduta del 13 novembre, di uno stanziamento di mille lire, come primo contributo per il finanziamento della bibliografia. Il 26 febbraio 1936 De Vecchi richiese a Fattorello di presentare una relazione sullo stato dei lavori,[76] ma poi De Vecchi, evidentemente non soddisfatto di quanto inviato dallo studioso, gli richiese una copia della bibliografia e la nota delle spese[77] Questa bibliografia doveva essere presentata alla Commissione Internazionale in occasione dell’Assemblea di Bucarest ma, inspiegabilmente, il 17 giugno Fattorello venne invitato a non inviare la documentazione raccolta.[78]
Tutto il materiale reperito per la bibliografia internazionale del giornalismo, venne poi pubblicato sulla “Rivista Letteraria”, in una serie di fascicoli usciti dal 1936 al 1938, dal titolo Notizie per una bibliografia del giornalismo italiano, che Fattorello considerava come “parte generale” di un lavoro più ampio e approfondito che sarebbe dovuto proseguire negli anni successivi.[79] Le dispense erano suddivise in sezioni: Giornalismo italiano in generale, Giornalismo per città, provincia, regione; giornalismo nei vari periodi storici; Giornalismo italiano all’estero; Sommari storici, Pubblicazioni di carattere giuridico; Scuole di giornalismo; Stampa tecnica e altre varietà della stampa periodica; Giornalismo di parte; Giornalismo letterario; Articoli bibliografici, Repertori, Cataloghi, Fonti. Da queste note bibliografiche emerge l’interesse di Fattorello di allargare i suoi studi da un’impostazione storica verso l’analisi di alcune caratteristiche specifiche del giornalismo, giuridiche, economiche, tecniche; tutti aspetti che rientravano in quegli studi di “scienza del giornalismo” che proprio in quegli anni iniziarono a svilupparsi anche in Italia.
Nel saggio pubblicato nel 1938, dal titolo Verso una scienza del giornalismo, lo studioso fece un bilancio degli studi italiani sul giornalismo nell’ultimo decennio e richiamò l’attenzione sui risultati raggiunti negli altri paesi in questo settore.[80] Egli sottolineò come fosse stata da sempre una sua esigenza definire e disciplinare queste ricerche che in Italia, sosteneva, avevano visto degli sviluppi soprattutto attraverso il suo insegnamento. Ricordava, infatti, come, nel primo corso di storia del giornalismo, tenuto come libero docente all’Università di Roma nell’anno accademico 1934-35, egli, oltre alla parte storica, aveva cercato di risolvere problemi di ordine metodologico relativi alla “dottrina del giornalismo”. E dall’anno seguente, quando, in seguito alla riforma De Vecchi, era stato inaugurato l’insegnamento ufficiale di storia del giornalismo presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma, i suoi corsi erano stati divisi in due parti, una delle quali di carattere storico e l’altra relativa alla dottrina e della scienza giornalistica.
La mia attenzione e quella dei miei allievi, scriveva Fattorello, fu concentrata soprattutto su questo argomento sul quale invece in Italia nessuno che io sappia si soffermava con certa larghezza, fatta eccezione di quei pochi che, più o meno polemizzando, avevano letto e recensito il volume nel quale erano state raccolte le lezioni del mio primo corso e la prolusione di quel corso stesso.[81]
La scienza del giornalismo non doveva essere confusa con la formazione professionale dei giornalisti e tanto meno con la storia del giornalismo. Fattorello tentava di definire i limiti della nuova disciplina che, oltre all’analisi storica, doveva fissare il proprio oggetto di studio nelle forme di realizzazione e di manipolazione della pratica giornalistica.
Innanzitutto osserviamo che quando parliamo di scienza del giornalismo non intendiamo parlare di storia del giornalismo. La storia del giornalismo può essere soltanto una specialità della scienza, quella specialità più esattamente attraverso la quale il giornalismo viene studiato storicamente. Ma il giornalismo è un fenomeno complesso che va studiato non solo per quello che è stato, ma anche qual è, quale si presenta in un determinato momento.[82]
Egli sosteneva che il giornalismo era uno strumento politico, un fenomeno sociale, e che quindi andava studiato anche dal punto di vista della scienza politica e sociale, in tutti i suoi aspetti di ordine giuridico, industriale e commerciale, tecnico e statistico. Si tentava di introdurre un approccio interdisciplinare totalmente nuovo per quella che era stata finora la tradizione di studi sul giornalismo. Una prospettiva d’analisi che sicuramente costituì il prototipo degli studi sul giornalismo realizzati nel secondo dopoguerra ma che, in questi anni, era motivato essenzialmente dall’esigenza di “inquadrare” il giornalismo come fenomeno complesso e di fissarne i limiti, le forme, le funzioni in tutti gli aspetti che esso esprimeva.
Mettiamo dunque vicino allo storico lo statista, il sociologo, il giurista, l’economista, il sindacalista, il giornalista stesso, il tecnico della stampa giornalistica, lo statistico. Essi sono i collaboratori della scienza giornalistica. Tutte le loro particolari discipline possono giovare per una maggiore intesa della scienza giornalistica. Un istituto che si proponga questo genere di studi giornalistici non potrà prescindere da una organizzazione dove tutte queste ed altre branche siano rappresentate e rechino, ognuna per la propria parte, il particolare contributo.[83]
Fattorello sottolineava l’esigenza di abbandonare l’impostazione dei letterati e degli storici, i pionieri di questi studi in Italia, che avevano visto la storia del giornalismo in funzione della storia letteraria o della storia politica. Questa impostazione viene chiaramente evidenziata anche dalla recensione del volume di A. Gennarini Il giornalismo letterario della nuova Italia, pubblicata nel 1938 sulla “Rivista Letteraria”,[84] in cui Fattorello sosteneva l’inutilità di studiare il giornalismo dal punto di vista letterario senza analizzare anche gli altri aspetti, attaccando non solo Gerrarini, ma anche Piccioni:
Il fenomeno giornalistico, scriveva Fattorello, e perciò la storia della stampa periodica, non può accettare queste distinzioni. Né si può dire che il giornalismo letterario è il punto di partenza e la base di detti studi. Uno studio come quello del Piccioni (Il giornalismo letterario in Italia, Torino, 1894) che il Gennarini definisce “base prima di ogni altra storia del giornalismo nostro”, porta necessariamente fuor di strada. Il giornalismo non è dominio esclusivo dei letterati, come non è dominio esclusivo dei cultori della storia politica: va studiato come qualche cosa che tiene dell’uno e dell’altro campo e di altri campi ancora: è un fenomeno sociale complesso, sul quale in Italia si hanno idee ancora molto errate e preconcetti portati avanti da una tradizione creata soprattutto da coloro che fin qui si sono occupati di questa disciplina col solo programma di tirare l’acqua al proprio mulino.[85]
Con la pubblicazione dell’articolo Verso una scienza del giornalismo la “Rivista Letteraria” fissò in maniera più precisa e definitiva il suo orientamento verso gli studi di scienza del giornalismo e nel 1939 si trasformò nella rivista “Il Giornalismo”, ponendo al centro del suo programma il giornale, in tutti i suoi aspetti e problemi. La storia del giornalismo venne ormai ad assumere un ruolo subalterno rispetto alla scienza del giornalismo. Nella nuova disciplina, la ricostruzione storica della “tradizione” della stampa italiana cedette il posto all’analisi dei meccanismi di funzionamento dell’informazione, allo studio delle pratiche di realizzazione e di manipolazione della notizia; tecniche che, negli anni della Seconda guerra mondiale, diventarono sempre più necessarie per costruire un giornalismo efficace nella propaganda e nel controllo dell’opinione pubblica. Nell’introduzione al primo numero del nuovo periodico Fattorello affermava:
La rivista “Il Giornalismo” si propone di richiamare l’attenzione del mondo politico e culturale italiano sui problemi della stampa. Essa vuol essere una vera palestra degli studi giornalistici e rappresentare, come le riviste simili della Francia e della Germania, l’apporto dell’Italia in questo campo di discussioni, indagini, ricerche. La necessità di creare un siffatto periodico, di dare ordine e disciplina a questa complessa materia, sorge anche dallo sviluppo che gli studi e l’insegnamento delle discipline giornalistiche vengono assumendo in Italia e presso la Facoltà di Scienze Politiche. […] Il giornalismo sta diventando oggetto d’indagini e di ricerche molto serie. Non si studia soltanto la storia del giornalismo; non si dà impulso ad un ordine di studi sussidiari, centro dei quali è la storia. S’intende promuovere un ordine di studi centro dei quali è il giornale: il giornale in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi problemi vivi, palpitanti, attuali.[86]
“Il Giornalismo” riservò una rubrica specifica all’insegnamento e alle scuole di giornalismo, con una visione internazionale. Da questi articoli è possibile ricavare importanti elementi per ricostruire la storia degli studi sulla stampa in Germania negli anni del nazismo, un argomento che da pochi anni è diventato oggetto di analisi da parte della storiografia tedesca.[87]
In Germania già esistevano insegnamenti universitari e studi specifici di Scienza del giornalismo che, con il nazismo, videro un ulteriore sviluppo nell’ambito di una più generale riorganizzazione delle funzioni della stampa. Oltre ai vari istituti creati tra gli tra gli anni Venti e Trenta, tra i quali a Monster (1919), Colonia (1920 e 1933), Friburgo e Monaco (1924), Berlino (1925), Heidelberg e Halle (1927), Marburg (1936) e Konisberg (1937), gli studi di scienza del giornalismo trovarono spazio nella rivista mensile “Zeitungswissenschaft”, fondata nel 1926 da Walter Heide e Carlo d’Ester. Nel 1935 fu fondata la rivista trimestrale l’“Archivio per il diritto della stampa” e nello stesso anno la Società dei giornalisti tedeschi pubblicò il piano unitario per l’insegnamento del giornalismo in Germania. Nel 1937 il Capo della stampa del Reich, Otto Dietrich[88], commissionava degli studi che dessero veste scientifica alla storia della stampa del partito nazionalsocialista.[89]
Gli istituti di scienza del giornalismo creati in Germania non erano di tipo professionale, ma tendevano ad offrire agli addetti all’informazione una preparazione generale che comprendeva nozioni economiche, politiche, storiche, tecniche e, soprattutto, ideologiche. Il carattere di questi istituti era visto con estremo interesse in Italia, come osservava Fattorello, che coglieva l’occasione per ribadire la necessità di superare un approccio esclusivamente storico nell’ordine di questi studi e di introdurre, invece, una metodologia interdisciplinare, in modo da analizzare “scientificamente” i diversi aspetti e le molteplici potenzialità del moderno giornalismo.
Fuori d’Italia si parla già da tempo di una scienza del giornalismo, di un complesso di materie cioè, centro delle quali è il giornale; mentre da noi lo studio del giornalismo pare che sia ammesso soltanto come un ramo della storiografia, che trova il suo fondamento nella stampa periodica e null’altro. Con ciò non vogliamo negare l’importanza della storia giornalistica nell’ordine degli studi moderni. Ma la storia non basta. Per una maggiore comprensione ed un maggior approfondimento del fenomeno giornalistico è necessario che il centro di detti studi sia il giornale e non la storia; che un complesso di studi, imperniato sul giornale, valuti secondo i diversi aspetti e le esigenze di varie discipline, l’apporto del giornalismo alla vita sociale, politica, economica, industriale.[90]
Fattorello si era ormai distanziato dalle ricerche che aveva condotto alla fine degli anni Venti e che lo avevano portato a ripercorrere la storia della stampa italiana, legando in un percorso ideale gli acta diurna dell’antica Roma al giornalismo fascista. La storia del giornalismo ora doveva diventare una parte della scienza del giornalismo, al pari di altre discipline come la sociologia, l’economia, la giurisprudenza. Sull’esempio tedesco anche “Il Giornalismo” si dedicò alla scienza del giornalismo, tentando di formulare spiegazioni scientifiche dei meccanismi di funzionamento dell’informazione. Già sulla “Rivista Letteraria” Michele Del Vescovo aveva definito uno Schema per una “Scienza del giornalismo”, [91] e, successivamente, egli mostrò per quali motivi il criterio di scienza doveva ritenersi applicabile al giornalismo, definendo la scienza del giornalismo come
l’indagine (euristica, vertente su “ciò che è”) e la valutazione (luetica, vertente su “quel che dev’essere” e “come deve essere”) delle cause o principi del giornalismo, intendendo per giornalismo quel fenomeno che oggi si prospetta come un servizio sociale periodico di informazione e di formazione a carattere o ideologico o finanziario o ideologico-finanziario.[92]
Con decreto del Ministero dell’Educazione Nazionale del 5 agosto 1939 Fattorello venne chiamato a far parte della commissione per abilitazione alle libere docenze in Storia delle dottrine politiche, Storia e dottrina del fascismo, Storia del giornalismo, insieme a Rodolfo De Mattei, Guido Mancini, Paolo Orano, Arnaldo Volpicelli.[93]e il 26 agosto 1940 venne confermato definitivamente all’abilitazione alla libera docenza in Storia del giornalismo.[94]
I contatti italo-tedeschi si fecero ancora più frequenti con l’inizio della Seconda guerra mondiale. Recarsi in Germania, per incontrare gli alti quadri della stampa nazista, diventò una costante per i direttori dei grandi quotidiani italiani, come Guglielmotti, della “Tribuna”, Borelli, del “Corriere della Sera”, e Gayda, del “Giornale d’Italia”, e per gli studiosi del giornalismo. Anche Fattorello, nella seconda metà del gennaio 1943, fece un viaggio in Germania per tenere delle conferenze e visitare alcuni Istituti di giornalismo, su incarico dell’Ufficio italiano dell’Unione tra le Associazioni nazionali dei giornalisti.[95] A Vienna, il 26 gennaio 1943, tenne una conferenza su “Il giornalismo nella storia politica dell’Italia”, presso la sede locale dell’Unione. In seguito, su invito dell’Associazione Germanica per gli studi scientifici sulla stampa, visitò gli Istituti di Scienza del Giornalismo presso le Università di Vienna, diretto dal professor Kurt, a Monaco del professor Dester, a Lipsia l’istituto diretto dal professor Munster e a Berlino, del professor Dovifat, dove vennero allestite, per l’occasione, delle mostre sul giornalismo italiano. Il rapporto con la Germania diventò ancora più stretto durante la Repubblica di Salò, quando i tedeschi ottennero il controllo della radio e dei giornali attraverso l’ufficio della Propaganda Staffel, istituito a Milano, che, con la collaborazione dei giornalisti italiani, “emanava” gli articoli che i giornali erano obbligati a pubblicare.[96] Tra la documentazione e le testimonianze che è stato possibile reperire, dopo accurate indagini, rimangono ben poche tracce per ricostruire gli studi sul giornalismo di questi anni e, in particolare, dell’attività di Fattorello. La rivista “Il Giornalismo” terminò le sue pubblicazioni nel 1942 e Fattorello, negli anni compresi tra il 1943 e il 1945, tornò a Udine dove ebbe la presidenza dell’Istituto Commerciale di Toppo Wassermann.[97]
5 – Gli studi sull’informazione
L’insegnamento della storia del giornalismo, nel secondo dopoguerra, subì una battuta di arresto: nelle università rimasero attivi solo gli insegnamenti di Fattorello e di Carlo Barbieri.
Gli studi che si svilupparono nel dopoguerra interpretarono la nuova importanza e gli sviluppi che in quegli anni stavano avendo la pubblicità, le ricerche sull’opinione pubblica e le inchieste di mercato. Gli studi e gli insegnamenti relativi al fenomeno pubblicitario si svilupparono sotto l’influenza culturale degli Stati Uniti che erano interessati ad esportare i propri modelli di ricerca e ad ottenere il controllo delle strutture d’informazione esistenti in Italia.[98]
Lo studio del giornale quale “strumento pubblicistico” era suggerito dalle commissioni d’inchiesta dell’Unesco[99] che sottolineavano l’esigenza di dare spazio alle scienze sociali e, in particolare, a quella scienza che andava sviluppandosi e che aveva per oggetto l’opinione pubblica.
In un contributo apparso sul primo numero di “Saggi e studi di pubblicistica”, la rivista fondata da Fattorello nel 1953, Carmelo D’Agata[100] sottolineava come lo sviluppo degli studi sull’opinione pubblica avesse stupito “financo gli stessi sociologi americani che lo hanno promosso e incoraggiato”[101] e ribadiva l’importanza di queste ricerche, al punto da affermare che “conoscere esattamente ciò che il pubblico pensa e vuole dovrebbe essere la preoccupazione maggiore di ogni governante”.[102]
Fattorello, nel primo dopoguerra, si allontanò definitivamente da Udine dove, probabilmente per ragioni politiche, trovò un clima decisamente ostile, nonostante l’amicizia di alcuni suoi collaboratori, come Alessandro Vigevani.[103] La sua attività didattica proseguì all’interno della Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali di Roma dove, nel 1947, fondò l’Istituto Italiano di Pubblicismo, grazie al “particolare interessamento” di Corrado Gini, preside di quella Facoltà.[104]
I suoi collaboratori più stretti erano Filippo Paolone e Renato Lefevre. Paolone era anche assistente alla cattedra di Pedagogia, docente nei corsi di Filmologia della Facoltà di Magistero dell’Università di Roma ed inoltre membro fondatore del Centro Italiano per gli studi sull’informazione collegato all’Unesco.
Renato Lefevre durante il fascismo si era occupato di storia e politica coloniale e, nel dopoguerra, diventò docente di Legislazione pubblicistica nella Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Roma e poi Ispettore Capo del Servizio Informazioni e Documentazione della Presidenza del Consiglio. Gli altri docenti dell’Istituto Italiano di Pubblicismo erano Antonio Giuliani, già assistente di Fattorello negli anni Quaranta, Michele Del Vescovo, collaboratore della rivista “Il Giornalismo”, Carmelo D’Agata, docente di Scienze Statistiche nel Pontificio Ateneo Lateranense e nella Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali dell’Università di Roma.
L’Istituto Italiano di Pubblicismo fu creato allo scopo di promuovere un movimento di studi sulla “pubblicistica” moderna, cioè sull’informazione, sulla propaganda delle ideologie, sulla pubblicità commerciale e su quante altre tecniche miravano al controllo dell’opinione pubblica.[105] Tale fine veniva perseguito attraverso una duplice attività, didattica e scientifica: la prima dedicata all’istruzione di quanti intendevano prepararsi all’esercizio di professioni pubblicistiche; la seconda dedicata ad approfondire e diffondere l’interpretazione sociologica del fenomeno.
Gli altri istituti e scuole esistenti in Italia che si occupavano della preparazione alle professioni giornalistiche erano: il Corso di giornalismo istituito presso l’Università di Urbino e presieduto da Leonardo Azzarita, Consigliere Delegato della F.N.S.I.; e l’Istituto Superiore di Scienze dell’Opinione Pubblica, presso l’Università Internazionale degli Studi Sociali, diretto da Edoardo Martino. Un altro centro importante era quello di Studi e Indagini sull’Opinione Pubblica, creato a Roma presso la Facoltà di Scienze Politiche, nel 1950, in sostituzione del precedente corso di demodossalogia fondato nel 1939 da Paolo Orano.
Nel dopoguerra Fattorello proseguì i suoi studi sul giornalismo, inteso come fenomeno sociale che contribuisce a formare l’opinione pubblica, ma estese la sua analisi a tutto il fenomeno “pubblicistico”, considerandolo da un punto di vista sociologico. In questi anni Fattorello elaborò le sue teorie in rapporto a diversi studiosi stranieri, come Jean Stoetzel, dal quale riprese la teoria dell’opinione,[106] un argomento sul quale si soffermò, in particolare, nel corso delle sue prime lezioni.[107]
Lo sforzo teorico e culturale era quello di riuscire a configurare scientificamente una disciplina che fosse in grado di analizzare il fenomeno giornalistico, in particolare, e quello dell’informazione, in generale, al di là degli schemi letterari e storici. Questo mutamento definitivo nell’approccio allo studio del giornalismo diede vita a diverse polemiche come, ad esempio, con Giuliano Gaeta[108] in seguito alla pubblicazione del saggio Oggetto e limite della storia giornalistica,[109] recensito da Gaeta sulla rivista “Pagine Istriane”.[110]
Questa polemica testimonia l’evoluzione del percorso degli studi italiani sul giornalismo, la necessità di ridefinire, in quegli anni, l’oggetto di studio della disciplina. Ciò emerge dalle posizioni di Fattorello che, apparentemente, giunge ad un ribaltamento delle sue teorie elaborate fino alla fine degli anni Trenta, ma in realtà sviluppa quelle che erano state le premesse della scienza del giornalismo. Questa disciplina, importata dalla Germania nella seconda metà degli anni Trenta, aveva ampliato la metodologia di ricerca dalla storia del giornalismo ad una dimensione interdisciplinare, in modo da analizzare tutte le potenzialità del giornalismo quale moderno strumento di comunicazione di massa. Questo cambiamento di metodo aveva, di conseguenza, ampliato l’oggetto di studio. Nel dopoguerra infatti Fattorello si spostò sul concetto di “pubblicismo” inteso nella nuova accezione di pubblicità e propaganda, così come Federico Aususto Perini Bembo si spostò sul concetto di “demodossalogia”, una disciplina che aveva per oggetto l’opinione pubblica.
Il concetto di “pubblicismo” permetteva di differenziare al suo interno i diversi mezzi di informazione. Fattorello riteneva che la caratteristica fondamentale del giornale fosse la stampa e non riconosceva la validità di studiare altre forme di giornalismo, come quello cinematografico o radiofonico.
Quando questa caratteristica vien meno – scriveva – anche se si tratta di strumenti per i quali la funzione informativa è preminente, come si ha per il c. d. giornale cinematografico e per il c. d. giornale radiofonico; si tratta d’informazione, ma non di giornalismo: di informazione tramite il cinema o tramite la radio, non tramite il giornale, quindi di cinematografia e radiofonia.[111]
E soprattutto, nell’ambito della Teoria sociale dell’informazione che aveva elaborato nei primi anni del secondo dopoguerra, cercava di individuare delle definizioni del processo di informazione.
Giuliano Gaeta, che aveva del giornalismo una visione che egli stesso definiva “umanistica, in antitesi com’è a quella che trova le sue basi su elementi tecnici e formali”,[112] criticava le posizioni di Fattorello in merito alla differenza che egli individuava nel processo di informazione pubblicistica tra soggetto operante e soggetto recettore.
Osserviamo, scriveva Gaeta, in ogni modo subito che per il Fattorello “il giornalismo sussiste in quanto il giornale attua il rapporto tra soggetto operante e pubblico”. Dunque funzione di un soggetto operante su di un soggetto paziente, dal che si deduce che il Fattorello ha colto nel giornalismo uno solo dei suoi due momenti per noi essenziali relativamente all’opinione pubblica. Lo considera senza dubbio quale creatore di tale opinione, non lo considera affatto come espressione di essa.[113]
Gaeta riteneva che il fenomeno giornalistico non si dovesse limitare allo strumento pubblicistico, inteso come azione di un soggetto operante su di un pubblico paziente per la creazione di un gusto o di un’opinione pubblica. Come, del resto, il fenomeno giornalistico non doveva limitarsi allo strumento “demodossalogico”, teorizzato da Perini Bembo che faceva del giornalismo la pura espressione dell’opinione pubblica. Secondo Gaeta il fenomeno giornalistico consisteva nella sintesi di entrambi i concetti: sia come strumento di azione, che come espressione dell’opinione pubblica. Come si è accennato, le polemiche in merito a queste teorie nascevano soprattutto per difficoltà di comprendere le diverse definizioni. Fattorello, infatti, rispose alle critiche di Gaeta, scrivendo:
quando mai ho scritto io che il giornalismo attua un rapporto tra “soggetto operante” e un “soggetto paziente”? Oltre tutto questo sarebbe un grosso sproposito sociologico. E quando mai ho negato all’attività che si sviluppa tramite il giornale il significato che essa necessariamente ha come espressione dell’ambito sociale? Se ciò avessi detto avrei infirmato tutta la mia interpretazione.[114]
E Gaeta diede ragione alle osservazioni di Fattorello, rispondendo:
Effettivamente tu non hai detto che “il giornalismo attua un rapporto fra “soggetto operante” ed un “soggetto paziente”. Hai detto che “il giornalismo sussiste in quanto il giornale attua il rapporto tra soggetto operante e pubblico”.[115]
Dalle polemiche sull’inizio della storia del giornalismo, sostenute alla fine degli anni Venti, Fattorello aveva attraversato la ricerca sul giornalismo italiano nel ventennio fascista, passando attraverso diverse teorie, anche contrastanti tra di loro, per giungere negli anni Cinquanta agli studi sull’informazione. Questo si rivelerà il principale territorio d’indagine, in anni in cui il giornalismo stesso verrà “sorpassato” dagli altri mass media. Così lo studioso concludeva la polemica con Giuliano Gaeta:
So bene che il mio punto di vista non è da te condiviso (ed io ritengo che il tuo sia errato). Il motivo del nostro dissentire dipende dal fatto che usiamo un diverso linguaggio, soprattutto partiamo da diverse concezioni, da diversi presupposti […] possiamo fare una cosa molto semplice: far a meno di continuare giacché io non ho mai pensato di condurre te sul mio sentiero né di discutere a questo modo di tali problemi.[116]
Note
[1]
A questo periodo risalgono dei quaderni in cui il giovane studente liceale, rivelando già un precoce interesse per la “manipolazione” dell’informazione, incollava dei ritagli di giornali e che intitolava Avanti i giovani per l’avvenire e L’anima nuova. Questi quaderni, entrambi dell’anno scolastico 1918-19, sono conservati dalla signora Cosima Fischetto, moglie di Francesco Fattorello, che gentilmente me ne ha permesso la consultazione.
[2] F. Fattorello, Ricordi del tempo di guerra, in “Rivista Letteraria” (d’ora in poi RL), a. IX, n. 2, pp. 33-35.
[3] Come risulta dal diploma conservato nell’Archivio storico della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Ferrara.
[4] F. Fattorello, Ricordi del tempo di guerra, cit., p. 35)
[5] F. Fattorello, in “Rivista Letteraria delle Tre Venezie”, (d’ora in poi RLTV), a. I, 1923, n. 1.
[6] G. D., Ippolito Nievo e Tommaso Grossi, in “Bollettino della Libreria Carducci”, a. I, s. I, n. 3, (dicembre 1922), p. 79.
[7]
Vedi le recensioni di G. Floris in “Rassegna”, a. XXXI, 1923, p. 298, su Grossi e di L. Deminelli in “Rassegna”, a. XXXI, 1923, pp. 302-3 su Fogazzaro. In entrambe la conclusione è: “nulla di nuovo”.
[8] F. Fattorello, Ippolito Nievo, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1922. Fattorello non si limitò all’analisi de Le Confessioni d’un italiano, ma si occupò di tutte le opere letterarie del Nievo.
[9] F. Fattorello, Ideali, speranze e vicende del Risorgimento nelle Confessioni d’I.N., Udine, Doretti, 1930. Per la collocazione di questo lavoro nell’ambito della critica letteraria coeva cfr. Ippolito Nievo, Le Confessioni d’un italiano, a cura di Marcella Gorra, Milano, A. Mondadori, Editore, 1981, p. 1154.
[10] F. Fattorello, M. D’Azeglio, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1923; Id., Tommaso Grossi, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1922.
[11] F. Fattorello, A. Fogazzaro: profilo, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1923. Si tratta del discorso tenuto da Fattorello il 19 novembre 1922 all'”Olimpica” di Vicenza per l’inaugurazione dell’anno accademico 1922-1923, precedentemente letto all'”Università Popolare di Udine”. Sui rapporti tra Fogazzaro e l’idealismo cfr. L. Mangoni, Una crisi fine secolo. La cultura italiana e la Francia fra Otto e Novecento, Torino, Einaudi, 1985, pp. 62-63.
[12] F. Fattorello, I Promessi Sposi, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1923.
[13] Cfr. F. Fattorello, L’Astichello di Giacomo Zanella, in RLTV, a. I, 1923, n. IV, p. 50. Conferenza tenuta all’Olimpica di Vicenza nell’aprile 1924.
[14] Cfr. Id., Note ed appunti sull’opera e l’arte di R. Fucini, ivi, n. 2, p. 27.
[15] F. Fattorello, Uno scrittore dimenticato: Giovanni Ruffini, Bologna, L. Cappelli Editore, p. 1.
[16] Ibidem.
[17] Certificato di laurea. Archivio privato Istituto Italiano di Pubblicismo (d’ora in poi Archivio I.I.P.).
[18] Copia del foglio matricolare. Archivio I. I. P.
[19] F. Fattorello, Appunti sulla letteratura italiana del Friuli nel ‘400, Rocca S. Casciano, Tip. L. Cappelli, 1925; Id., Notizie storico-critiche su Cornelio Frangipane il giovane, Rocca S. Casciano, Tip. L. Cappelli, 1925.
[20] Il corso venne autorizzato dal Ministero della Pubblica Istruzione il 2 febbraio 1929, come attesta il certificato dell’Università degli Studi Economici e Commerciali di Trieste, Prot. 1073, del 16 maggio 1929. Archivio I.I.P.
[21] Michele Risolo, nato a Uggiano la Chiesa (Lecce) nel 1889, esordì nel 1922 come giornalista nel “Popolo di Trieste”, di cui fu anche vicedirettore tra il 1923 e il 1925 e direttore dal 1931 al 1932. Collaborò poi al “Piccolo di Trieste”, ove rimase dal 1926 al 1930, e a “Critica Fascista”. Segretario del Sindacato regionale dei giornalisti giuliani, ricoprì cariche importanti nel Fascio triestino. Cfr. Annuario della stampa 1937-38, a cura del Sindacato nazionale fascista dei giornalisti, Bologna, Zanichelli, 1937, p. 442.
[22] Cfr. F. Fattorello, Le origini del giornalismo in Italia, Udine, Editrice “La Rivista Letteraria”, 1929, p. V.
[23] In questi anni ebbe inizio anche la lunga carriera di Fattorello nell’insegnamento. Nell’anno scolastico 1927-28 egli insegnò materie letterarie nel Regio Istituto Tecnico inferiore “A. Zanon” di Udine e materie giuridiche ed economiche nello stesso Istituto superiore. Nel 1928-29 insegnò materie giuridiche ed economiche nell’Istituto Commerciale “Toppo Wassermann” di Udine, del quale divenne direttore nel 1929-30. In tale istituto insegnò lingua e letteratura italiana e storia fino al 1934-35. Cfr. il curriculum compilato dallo stesso Fattorello e gli attestati rilasciati dagli istituti. Archivio I.I.P.
[24] F. Fattorello, Le origini del giornalismo in Italia, cit.
[25] Ivi, p. VI.
[26] Ivi, p. 4.
[27] Il rettore rispose che l’Università degli studi economiche e commerciali, per le sue finalità, non poteva comprendere una cattedra di storia del giornalismo che invece poteva rientrare nella facoltà di scienze politiche, in quel momento inesistente. Venne chiesto quindi a Fattorello di interessarsi dell’istituzione di quella facoltà, promettendogli che “ottenendo quella di scienze politiche il Consiglio Accademico non mancherà d’inserire fra gli insegnamenti istituzionali la cattedra di storia del giornalismo.” (Lettera del rettore dell’Università degli Studi Economici e Commerciali di Trieste inviata a Fattorello il 4 giugno 1929. La data della precedente richiesta di Fattorello – 29 maggio – si desume da questa lettera. Archivio I.I.P.)
[28] Cfr. F. Fattorello, In cammino, in RL, a. V, 1933, n. 1, p. 1.
[29] Si vedano le rubriche: Scrittori contemporanei, Note ed appunti, La vita letteraria nelle città d’Italia, Gli scomparsi e Rassegna bibliografica che, già dal primo anno, prese il nome di Cronache. Cfr. F. Fattorello, L’anno dodicesimo della Rivista, in RL, a. VII, 1935, n. 1, p. 1 e Id., La Rivista Letteraria nel suo XI anno, in RL, a. VI, 1934, n. 1, p. 1.
[30] Di questa rubrica Antonio Pilot intendeva diventare uno dei più assidui collaboratori, ma morì poco dopo, il 2 gennaio 1930. Socio della Deputazione veneta di storia patria e dell’Ateneo Veneto, segretario dell’Istituto Tecnico “Paolo Sarpi” di Venezia, Antonio Pilot fu uno studioso di cultura veneta, collaborò a diverse riviste, tra cui la “Rassegna Nazionale”, dove pubblicò numerosi saggi dedicati alla storia del giornalismo veneziano. Cfr. G. B. Cervellini, Antonio Pilot, in RL, a. II, 1930, n. 1, p. 12. Della scomparsa di Pilot si parla in F. Fattorello, Secondo esordio, in RL, a. II, 1930, n. 1, p. 2. Precedentemente Pilot aveva collaborato anche alla “Rivista Letteraria delle Tre Venezie”.
[31] F. Fattorello, Secondo esordio, cit.., p. 2.
[32] Gino Tomajuoli, redattore de “La Gazzetta di Venezia” (1927-32), collaboratore de “La Tribuna”, di “Circoli”, de “La Fiera Letteraria” (1933-37). Partecipò, come volontario, alla campagna d’Etiopia; redattore del “Corriere dell’Impero” (1938), inviato speciale per “La Gazzetta del Popolo” nel Medio Oriente, redattore de “Il Giornale d’Italia”, e corrispondente da Belgrado (1939-41) durante la seconda guerra mondiale fu inviato di guerra de “Il Giornale d’Italia”. Già direttore di “Affari internazionali”, redattore de “Il Tempo” di Roma e corrispondente dalla Conferenza di Pace di Parigi del 1946; redattore e inviato speciale in Asia e Estremo Oriente del “Corriere di Milano” (1947-48); redattore de “La Stampa”, e corrispondente degli Stati Uniti dal 1949. (Cfr. Chi è?, 1957, p. 547; Annuario della stampa 1939-1940, cit., p. 598).
[33] Guido Piovene, corrispondente dell'”Ambrosiano” dalla Germania nel 1930, poi critico letterario dello stesso giornale; dal 1923 redattore di “Pan” e dal 1935 del “Corriere della Sera” di cui fu prima corrispondente da Londra, poi critico cinematografico; passò poi a “La Stampa” di Torino. Direttore della divisione Arte e Lettere dell’Unesco dal 1949 al 1950. Cfr. Chi è?, 1957, p. 435; Annuario della stampa 1937-38, cit., p. 361.
[34] Giuseppe Santonastaso, insegnante di filosofia e storia nei licei. Libero docente di storia delle dottrine politiche nell’Università di Roma e incaricato di tale materia all’Università di Bari. Collaboratore di riviste filosofiche e politiche. (Cfr. Chi è?, 1957, p. 496).
[35] Guido Bustico (Pavia, 1876 – Torino, 1942) Insegnante, direttore nel 1901 della “Rivista pedagogica italiana”; dal 1907 bibliotecario della Biblioteca universitaria di Genova, dal 1918 al 1930 direttore della civica Biblioteca Negroni di Novara. Scrisse saggi di storia letteraria, di pedagogia e contributi bibliografici alla storia del teatro; infine si occupò di giornalismo in Nicolò Tommaseo giornalista, Roma, 1907; Giornali e giornalisti del Risorgimento, Milano, Caddeo, 1924. (Cfr. Chi è?, 1928, p. 110).
[36] F. Fattorello, Le origini, cit., p. 15.
[37] Lettera di Gioacchino Brognoligo inviata a Fattorello il 12 maggio 1930. Archivio I.I.P.
[38] Luigi Piccioni (1870 – 1955). Insegnò lingua e letteratura italiana nelle scuole medie e nei licei dal 1896. Libero docente di letteratura italiana nell’Università di Torino dal 1905, dove, nell’anno accademico 1912-13, tenne un corso libero di storia del giornalismo italiano. Pubblicò la Rassegna storica del giornalismo italiano prima sulla “Rivista d’Italia” (1913-17) e poi dal 1918 al 1928, sulla “Rassegna Nazionale”. Curò, inoltre, l’edizione nazionale delle opere del Baretti. Cfr. E. Codignola, Pedagogisti ed educatori, in Enciclopedia bio-bibliografica italiana, 1939, ad vocem.
[39] L. Piccioni, Storia del giornalismo, in “Nuova Antologia”, a. 66, n. 1424, 16 luglio 1931, p. 263.
[40] Paolo Orano (Roma, 1875 – Padule, 1945) sindacalista rivoluzionario, aderì al Pnf nel 1922 e fu membro della commissione che preparò la riforma elettorale del 1923. Studioso e docente di storia del giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche di Perugia, nel 1937 partecipò alla campagna contro gli ebrei con la pubblicazione di un opuscolo, dal titolo Gli Ebrei in Italia. Due anni dopo fu nominato senatore. Morì in un campo di concentramento a Padule, nel 1945. Cfr. P. V. Cannistraro, Historical dictionary, ad voce
[41] Cfr. R. Mosca, Storia del giornale e del giornalismo, in “La Parola e il libro”, XIII, n. 11, novembre 1930, pp. 532-534.
[42] A. Panella, Spunti di storia del giornalismo, in “Il Marzocco”, a. XXXV, n. 18, 4 maggio 1930, pp. 2-3. Antonio Panella, direttore in quegli anni dell’Archivio di Stato di Firenze, ebbe con Fattorello diversi scambi culturali. Si interessò al giornalismo scrivendo alcuni articoli sul “Marzocco”. Cfr. A. Panella, Giornalismo siciliano del Risorgimento, in “Il Marzocco”, 13 settembre 1931, pp. 2-3; Id., L’ultimo giornale del Risorgimento, ibidem, 17 gennaio 1932, pp. 1-2; Giornalismo letterario nella Toscana del Risorgimento, ibidem, 13 agosto 1922, pp. 1-2.
[43] A. Panella, Spunti di storia, cit., p. 2.
[44] P. Orano, Verso una dottrina storica del giornalismo, in “L’Eloquenza”, a. XVIII, n. 5-6, pp. 451-474. L’articolo costituisce la prima delle lezioni di Orano sulla storia del giornalismo all’Università di Perugia.
[45] F. Fattorello, Discussione sul concetto di storia del giornalismo, in “Il Marzocco”, a. XXXV, 1935, n. 22, p. 4.
[46] Cfr. F. Fattorello, Postilla, in “Il Marzocco”, XXXV, n. 23, 8 giugno 1930, p. 4; ed inoltre Id., A proposito di una nostra polemica sul Marzocco, in RL, II, 1930, n. 2, pp. 43-44.
[47] Cfr. F. Fattorello, Verso il decimo esordio, in RL, a. IV, 1932, n. 1, p. 2.
[48] F. Fattorello, L’anno dodicesimo della Rivista, in RL, a. VII, 1935, n. 1, p. 1. Per ricostruire l’evoluzione della “Rivista Letteraria” negli studi sul giornalismo si vedano le introduzioni di Fattorello: Al lettore nel XIII° annuale della “Rivista Letteraria”, in RL, a. VIII, 1936, n. 4, p. 1; Verso il quindicesimo esordio, in RL, a. IX, 1937, n. 2, p. 1; Al lettore nel 15° annuale della Rivista, in RL, a. X, 1938, n. 2, p. 1.
[49] Cfr. F. Fattorello, Pacifico Valussi, Udine, Regia Scuola complementare e secondaria d’avviamento al lavoro, 1931.
[50] Pacifico Valussi, nacque a Talmasson (Friuli) il 30 novembre 1813 e morì a Udine il 28 ottobre 1893. Durante la rivoluzione del 1848 si recò a Venezia dove gli venne affidata da Niccolò Tommaseo, che faceva parte del governo della Repubblica, la direzione della “Gazzetta ufficiale”. In seguito si stabilì a Udine, dove diresse il “Friuli”, e a Milano, dove fu uno dei fondatori, nel 1859, de “La Perseveranza”. Cfr. V. Castronovo, Stampa e opinione pubblica, cit., p. 18.
[51] Su Pacifico Valussi Fattorello pubblicò i seguenti articoli: Pacifico Valussi a N. Tommaseo, in RL, a. IV; 1932, n. 4, pp. 12-14; Dissertazioni sul giornalismo di Pacifico Valussi, in RL, a. VII, 1935, n. 6, pp. 26-27, P. Valussi e “Il Friuli”, in RL, a. II, 1930, n. 4-5, pp. 28-30; Pacifico Valussi e il “Giornale di Udine”, in “Giornale del Friuli”, 2 giugno 1931; R. Bonghi, P. Valussi e il giornalismo italiano, in “Giornale del Friuli”, 28 dicembre 1930.
[52] Cfr. F. Fattorello, Dissertazioni sul giornalismo di P. Valussi, cit.
[53] Come osservava Paolo Orano nella recensione dal titolo Storici del giornale, in “Corriere della Sera”, 30 agosto 1932. Cfr., inoltre, G. Perale, Il giornalismo veneziano del Settecento, in “Popolo del Friuli”, 28 maggio 1932.
[54] Cfr. F. Fattorello, Il giornalismo veneziano nel ‘700, 2 voll., Udine, Editrice “La Rivista Letteraria”, 1932.
[55] Cfr. F. Fattorello, Il giornalismo veneto nel Settecento, 2a ed., Udine, Istituto delle Edizioni Accademiche, 1933.
[56] Si vedano alcune lettere che si trovano all’Archivio di Stato di Firenze: Archivio di Stato di Firenze, Archivio, Busta 482, prot. 1654, n. 52; Archivio, n. 458, n. 6712, 29 settembre 1932 (richiesta di notizie su “Avvisi Veneziani”); Prot. 6712, Sez. II, Firenze, 12 ottobre 1932 (risposta alla richiesta precedente); Busta 458, n. 7157, 24 ottobre 1932 (richiesta di notizie sulla prima “Gazzetta a stampa”); Prot. 7157, Sez. II, 3 novembre 1932 (risposta alla richiesta precedente); cartolina postale scritta da Fattorello a Panella (datata 6 novembre 1932 – Archivio di Stato 8 novembre 1932, Prot. Gen. 7448).
[57] Cfr. la lettera di Luigi Madaro a Fattorello, 13 ottobre 1932. Archivio I.I.P.
[58] Cfr. F. Fattorello, Le origini del giornalismo moderno in Italia, Udine, Editrice “La Rivista Letteraria”, 1933.
[59] Sull’Enciclopedia Italiana cfr. G. Turi, Il fascismo e il consenso, cit., pp. 13-150; Id., Giovanni Gentile, cit., 421-435.
[60] Cfr. Enciclopedia italiana, 1933, vol. XVII, pp. 184-186.
[61] Cfr., nella voce Giornale, le sezioni Il giornalismo italiano, I giornali italiani dal 1848 ad oggi, Il giornalismo estero in Enciclopedia italiana, 1933, vol. XVII , pp. 186-206.
[62] Cfr. il capitolo Il giornale moderno in Enciclopedia italiana, 1933, vol. XVII, pp. 206-207. Telesio Interlandi, nacque a Chiaramonte Gulfi nel 1894. Esordì nel 1915 come redattore de “Il Giornale dell’Isola”. Fu poi redattore de “Il Travaso delle Idee”, de “La Nazione” e de “L’Impero”. Fondatore e direttore de “Il Tevere”, in seguito direttore di “Quadriviro” e de “La Difesa della Razza”. Cfr. Annuario della stampa 1939-1940, cit., p. 379.
[63] F. Fattorello, Giornale, cit., p. 184.
[64] La commissione giudicatrice per l’abilitazione alla libera docenza in Storia del giornalismo, composta da Gioacchino Volpe (presidente), Maurizio Maraviglia (segretario), Paolo Orano (relatore), diede parere favorevole. Cfr. la relazione della Commissione, datata 3 aprile 1933 (Archivio I.I.P.) ed inoltre il verbale del giuramento prestato da Fattorello l’11 giugno 1934 (Archivio I.I.P.). Con decreto ministeriale del 26/8/1940 a Fattorello venne confermata definitivamente la libera docenza in Storia del giornalismo. Cfr. la comunicazione inviata a Fattorello da parte dell’Università degli Studi di Roma, il 24 settembre 1940, prot. N. 6621. Archivio I.I.P.
[65] La prolusione al corso venne pubblicata nella “Rivista Letteraria” col titolo Il giornalismo italiano nei periodi della sua storia, a. VII, 1935, n. 1, pp. 2-14, e ristampata l’anno successivo nel volume Notizie per una bibliografia del giornalismo italiano (Udine, “Rivista Letteraria”, 1936) con l’aggiunta della parte bibliografica.
[66] F. Fattorello, Il giornalismo italiano nei periodi della sua storia, cit., p. 12.
[67] Dal 1934 al 1938 Fattorello svolse i seguenti corsi: 1934-35: Le origini del giornalismo moderno in Italia; 1935-36: Il giornalismo italiano nel secolo XVIII; 1936-37: Il giornalismo in Italia e in Europa avanti il periodo napoleonico; 1937-38: Il giornalismo politico italiano avanti il ’48. Cfr. F. Fattorello, Verso una scienza del giornalismo, Tolmezzo, Carnia, 1938, p. 4 (pubblicato anche sulla “Rivista Letteraria”, a. X, 1938, n. 3). Recensioni di questo saggio apparvero in “Zeitungswissenschaft”, 1938, n 10 e in “Cahiers de la Presse”, gennaio-marzo 1939.
[68] Cfr. O. Costanzi, Ugo Foscolo e il giornalismo, in RL, a. X, 1938, n. 2, pp. 2-23.
[69] Cfr. F. Fattorello, Il giornalismo “quarta arma”, in “Il Giornalismo” (d’ora in poi G), a. IV, 1942, n. 1-2, p. 14.
[70] Cfr. J. Petersen, L’accordo culturale fra l’Italia e la Germania del 23 novembre 1938, in Fascismo e nazionalsocialismo, a cura di Karl Dietrich Bracher e Leo Valiani, Bologna, Il Mulino, 1986, p. 334.
[71] Nell’introduzione al primo numero del 1937 Fattorello scriveva: “Un punto del suo programma ora è quello che viene dando alla “Rivista” sempre più precisa funzione, sempre più precisa ragione di essere: la storia del giornalismo. Sempre più verremo orientando il periodico verso questa disciplina. Sempre più la letteratura, la storia saranno oggetto di esame entro gli orizzonti di questa materia.” (F. Fattorello, Verso il quindicesimo esordio, in RL, a. IX, 1937, n. 2, p. 1.)
[72] La proposta di questa nomina venne rivolta a Fattorello con una lettera, inviata il 23 aprile 1935. Archivio I.I.P.
[73] Lettera inviata a Fattorello il 28 maggio 1935. Archivio I.I.P.
[74] Si veda la comunicazione inviata a Fattorello il 1 luglio 1935. Archivio I.I.P.
[75] Si veda la relazione di Fattorello. Archivio I.I.P.
[76] Lettera inviata il 26 febbraio 1936. Archivio I.I.P. Pochi giorni dopo Fattorello inviò quanto richiesto. Lettera di Fattorello del 3 marzo 1936. Archivio I.I.P.
[77] Si veda la lettera di De Vecchi del 30 marzo 1936 e la risposta di Fattorello del 30 aprile 1936. Archivio I.I.P. Il materiale richiesto venne spedito da Fattorello il 30 aprile. Archivio I.I.P.
[78] Lettera inviata a Fattorello il 17 giugno 1936.
[79] F. Fattorello, Al lettore nel XIII° annuale della “Rivista Letteraria”, in RL, a. VIII, 1936, n. 4, p. 1.
[80] F. Fattorello, Verso una scienza del giornalismo, cit..
[81] Ivi, p. 10.
[82] Ibidem.
[83] Ivi, p. 11.
[84] F. Fattorello, Del giornalismo e della sua storia, in RL, a. X, 1938, n. 3, pp. 26-29. Recensione di A. Gennarini, Il giornalismo letterario della nuova Italia, Napoli, 1938.
[85] Ivi, p. 26.
[86] Al lettore, in G, a. I, 1939, n. 1, p. 3.
[87] Cfr. Alfried Große, Wilhelm Kapp und die Zeitungswissenschaft. Geschichte des Instituts für Publizistik und Zeitungswissenschaft an der Universität Freiburg i. Br. (1922-1943), 1989; Hans G. Klose, Die Zeitungswissenschaft in K`ln, ein Beitrag zur Professionalizierung der deutschen Zeitungswissenschaft in der ersten H@lfte des 20, 1989; Gert Hagelweide, Zeitungswissenschaft/Bibliographie Quellenkunde zur Pressegeschichte Dortmunds und der grafschaft mark. Bibliographie, Standortnachweis, Archivien und literatur, 1990.
[88] Di Otto Dietrich: Mit Hitler in die Macht, personliche Erlebnisse mit meinem Fuhrer, Munchen, 1939. Trad. it. Con Hitler verso il potere. Vicende personali del dr. O. D., capo dell’ufficio stampa del partito N.S.D.A.P., Milano, Italica Editoriale, 1934.
[89] Cfr. A. Dresler, Lo sviluppo, cit., p. 69.
[90] F. Fattorello, Le scuole professionali e gl’Istituti Universitari di giornalismo, in G, a. I, 1939, n. 1, p. 73.
[91] M. Del Vescovo, Schema per una “Scienza del giornalismo”, in RL, a. X, 1937, n. 3, pp. 35-39.
[92] M. Del Vescovo, Criterio di scienza e sue applicabilità agli studi giornalistici, in G, a. I, 1939, n. 1, p. 26.
[93] Si veda la comunicazione inviata, per telegramma, a Fattorello il 21 agosto 1938. Archivio I.I.P.
[94] Cfr. la comunicazione della definitiva abilitazione, inviata a Fattorello da parte della Regia Università degli Studi di Roma, il 24 settembre 1940, prot. N. 6621. Archivio I.I.P.
[95] Risulta da una lettera che Umberto Guglielmotti scrisse al Rettorato dell’Università di Roma, il 13 gennaio 1943, per informare del viaggio di Fattorello, approvato dal Ministero della Cultura Popolare. Archivio I.I.P.
[96] Sulla stampa durante la Repubblica sociale italiana cfr. G. De Luna, I “quarantacinque giorni” e la repubblica di Salò, in V. Castronovo e N. Tranfaglia (a cura di), Storia della stampa italiana, vol. V, La stampa italiana dalla resistenza agli anni Sessanta, a cura di G. De Luna, N. Torcellan, P. Murialdi, Bari, Laterza, 1980, pp. 5-89; M. Isnenghi, Autorappresentazioni dell’ultimo fascismo nella riflessione e nella propaganda, in Annali della Fondazione Luigi Micheletti, La repubblica sociale italiana 1943-45 (Atti del Convegno, Brescia 4-5 ottobre 1985), a cura di P. P. Poggio, Brescia, 1985; V. Paolucci, I quotidiani della Repubblica Sociale italiana, Urbino, Argalia, 1987.
[97] Cfr. Certificato dell’Istituto Commerciale di Toppo Wassermann. Archivio I.I.P.
[98] Sul ruolo degli Stati Uniti e la loro influenza nel formarsi dell’Italia repubblicana cfr. F. Romero, Gli Stati Uniti in Italia: il Piano Marshall e il Patto atlantico, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. I: La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Torino, Einaudi, 1994, pp. 231-289; J. L. Harper, L’America e la ricostruzione dell’Italia, 1945-48, Bologna, Il Mulino, 1987; R. Quartararo, Italia e Stati Uniti: gli anni difficili, 1945-1952, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1986.
[99] L’United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) venne costituita, come istituzione specializzata dell’ONU, il 4 novembre 1946; l’Italia vi aderì nel 1947. Per il dibattito politico all’interno dell’Unesco cfr. S. Dutt, The politicization of the United Nations specialized agencies. A case study of Unesco, Lerviston/Lampeter, Mellen University Press, 1995.
[100] Carmelo D’Agata, nato a Viagrande (Catania) il 24 marzo 1905. Laureato in Scienze Economiche. si dedicò soprattutto allo studio statistico dei fenomeni sociali. Fu docente di sociologia e di statistica giudiziaria nell’Università di Roma. Cfr. Chi è? Dizionario biografico degli italiani d’oggi, VII ed., Roma, Scarano, 1961, p. 204.
[101] C. D’Agata, La tecnica dei sondaggi nell’analisi della pubblica opinione, in “Saggi e studi di pubblicistica”, a. I, 1953, n. 1, p. 55.
[102] Ibidem.
[103] “Le vigliaccherie di cui sono stato oggetto nella città di Udine non mi consentono di dare più il mio nome ad alcuna di quelle istituzioni che portano la denominazione di udinese”: così Fattorello scriveva in una lettera inviata il 6 maggio 1947 a Carlo Someda de Marco, presidente dell’Accademia di Udine, confermando le sue dimissioni già precedentemente annunciate. Dopo una lunga discussione, testimoniata da numerose lettere conservate nell’Archivio dell’Istituto Italiano di Pubblicismo, le dimissioni di Fattorello vennero accettate il 19 giugno 1947. Tra queste si conserva anche quella di Alessandro Vigevani, in quegli anni Consigliere dell’Accademia.
[104] Come scrive Fattorello nell’articolo che apre la pubblicazione di “Saggi e studi di pubblicistica”, il corso propedeutico alle professioni pubblicistiche “per il particolare interessamento dell’insigne sociologo prof. Corrado Gini, Preside della Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali e in seguito alle decisioni dei competenti organi Accademici e Ministeriali, è stato inserito nel seno di quella Facoltà presso l’Università di Roma”; F. Fattorello, Dagli studi sul giornalismo agli studi sulla pubblicistica generale, in “Saggi e studi di pubblicistica”, a. I, 1953, n. 1, p. 7. Inoltre vedi F. Fattorello, Il corso propedeutico alle professioni giornalistiche, in Annuario della stampa italiana 1954-1955, a cura della Federazione nazionale della stampa italiana, Milano-Roma, Fratelli Boca, 1954, pp. 487-489.
[105] R. Lefevre, Albo, titolo di studio e Scuole di giornalismo, in Annuario della stampa italiana 1957-1958, a cura della Federazione nazionale della stampa italiana, Milano, Garzanti, 1957, pp. 329-342.
[106] Cfr. J. Stoetzel, La psychologie sociale, Paris, Flammarion, 1964, trad. it. La psicologia sociale, Roma, Editore Armando, 1964.
[107] F. Fattorello, Teoria dell’opinione, cit.
[108] Giuliano Gaeta si laureò in Storia del giornalismo, presso la Facoltà di Scienze Politiche di Perugia. Insegnò, in seguito, Storia del Giornalismo nella Facoltà di Scienze Politiche di Trieste e collaborò a diversi periodici, tra cui “La Porta Orientale”, “Rassegna storica del Risorgimento”, “Quaderni di storia del giornalismo” dell’Istituto Nazionale per la storia del giornalismo. La sua opera più famosa rimane la Storia del giornalismo (Milano, Vallardi, 1966). Si vedano, inoltre: Domenico Manzoni propugnatore di una scuola universitaria di giornalismo, Trieste, La Editoriale Libraria, 1956 (Estratto da “Pagine Istriane”, 1956, n. 25); “Fenomeno giornalistico” e “Storia del Giornalismo”, Trieste, L’Università, 1946 (Estratto dagli “Annali Triestini” a cura dell’Università di Trieste, vol. XVII, fasc. I-II); Giornalismo, propaganda e pubblicità, Trieste, La Editoriale Libraria, 1953; Trieste durante la guerra mondiale. Opinione pubblica e giornalismo a Trieste dal 1914 al 1918, con prefazione di Paolo Orano, Trieste, Ed. Delfino, 1938.
[109] F. Fattorello, Oggetto e limite della storia giornalistica, in Miscellanea di scritti di bibliografia ed erudizione in memoria di Luigi Ferrari, Firenze, Leo Olschki, 1952.
[110] G. Gaeta, Giornalismo, Propaganda e pubblicità, in “Pagine Istriane”, a. IV, n. 14-15, luglio-ottobre 1953, pp. 29-33. La polemica con Gaeta è testimoniata da un consistente carteggio conservato dall’Istituto di Pubblicismo e riportato in appendice.
[111] F. Fattorello, Oggetto e limite della storia giornalistica, cit., p. 20.
[112] G. Gaeta, Premessa, in Id., Storia del giornalismo, Milano, Vallardi, 1966, vol. I, p. VII. Si veda anche “Fenomeno giornalistico” e “Storia del giornalismo”, in Annali Triestini, Università di Trieste, 1946, vol. XVII, fasc. I-II.
[113] G. Gaeta, Giornale, propaganda e pubblicità, cit., p. 30.
[114] Lettera di Fattorello a Gaeta del 31 dicembre 1953. Archivio I.I.P.
[115] Lettera di Gaeta del 14 gennaio 1954. Archivio I.I.P.
[116] Lettera di Fattorello a Gaeta del 17 aprile 1954. Archivio I.I.P.



















