Dalla storia del giornalismo agli studi sull’informazione: l’attività didattica e scientifica di Francesco Fattorello dagli anni Venti agli anni Cinquanta

Francesco Fattorello

Desidero ringraziare il Dott. Paolo Martinino che nella sua Tesi di Laurea su “Francesco Fattorello” presso l’Università di Firenze, è riuscito, in maniera esemplare, a mettere ordine nel disordine da me fornitogli, dandomi un sostanziale aiuto nella stesura della biografia del Prof. Fattorello.

Prof. Giuseppe Ragnetti


Qui la versione in PDF della Biografia integrale di Francesco Fattorello a cura di Paolo Martinino


1 – Gli esordi nella critica letteraria

Francesco Fattorello nacque il 22 febbraio 1902 a Pordenone da Carlo, maestro elementare, e Maria Coromer e visse i suoi primi anni spostandosi nei paesi del Friuli dove il padre era chiamato ad insegnare. Negli anni della prima guerra mondiale, Fattorello iniziò i suoi studi al Liceo “G. Berchet” di Milano, entrando in contatto con la cultura classica e, soprattutto, con gli ambienti interventisti, impegnandosi attivamente in politica.[1] Dopo Caporetto egli si trasferì a Firenze dove partecipò all’azione di propaganda dirigendo, tra l’altro, due giornali: “Giovinezza Italica” e “Riscossa Morale”.[2]

Dopo la licenza liceale, conseguita nell’anno scolastico 1919-20,[3] tornò a Udine, dove contribuì alla nascita della sezione locale della Lega Studentesca Italiana e strinse rapporti con il nascente fascismo.[4]

In questi anni Fattorello iniziò la sua attività di pubblicista con articoli di critica letteraria scritti su alcuni giornali locali, come “La Patria del Friuli” e “Il Giornale di Udine” che, insieme agli opuscoli e alle conferenze svolte, testimoniano l’interesse e la passione che in lui suscitarono gli studi classici. Emergono, inoltre, da queste prime esperienze di critica letteraria, pubblicate sulla “Patria del Friuli” con lo pseudonimo Giorgio Werret, alcuni tratti caratteristici della formazione culturale di Fattorello che verranno sviluppati nelle opere successive. La rilettura degli autori classici della tradizione letteraria italiana si realizza nella ricerca, fortemente ideologizzata, di aspetti spirituali, “ideali”. Per Fattorello, l’impegno degli intellettuali borghesi, la cui legittimazione passava attraverso il recupero della tradizione letteraria nazionale, doveva essere rivolto alla rivalutazione della letteratura classica e veniva tematizzato come “missione”.

Con questi obiettivi nel 1923 Francesco Fattorello fondò e diresse la “Rivista Letteraria delle Tre Venezie. Bimestrale di letteratura italiana”. La rivista veniva creata nella convinzione che la letteratura avesse una missione di civiltà nazionale:

La letteratura, a nostro giudizio, ha una missione: essa non è l’ultima fonte di cui la civiltà nostra si alimenta; per questo non deve solo rivolgersi all’espressione della bellezza e al diletto, ma essere intellettualmente, moralmente, scientificamente utile.[5]

Sulla linea della “ricerca della tradizione”, del recupero della letteratura nazionale si colloca la serie di profili di poeti e di scrittori del XIX secolo che Fattorello – “un giovane non ancora ventenne, che già ebbe applausi per ottime conferenze letterarie all’Università Popolare di Udine ed all’Accademia Olimpica di Vicenza”[6] – scrisse per la casa editrice “Libreria Carducci”. Questi ritratti di letterati, che non sembravano distaccarsi dalla tradizionale critica letteraria contemporanea,[7] costituiscono per la maggior parte la pubblicazione di lezioni e di conferenze che Fattorello teneva in diversi Istituti ed Accademie. Nel 1922 venne pubblicato il primo volume dedicato ad Ippolito Nievo,[8] in cui il giovane critico insisteva molto sui “sentimenti” e sui valori dello spirito, mentre alcuni anni dopo Fattorello, nel suo nuovo saggio sul Nievo, [9] accentuerà in maniera enfatica il valore storico delle Confessioni “quale segno di una vocazione patriottica del romanticismo”. Nell’ambito della letteratura patriottica risorgimentale si collocano anche i due lavori su Tommaso Grossi e Massimo D’Azeglio. [10]

Nel 1923 venne pubblicato il saggio su Antonio Fogazzaro.[11] L’interesse per Fogazzaro era rivolto soprattutto ai contenuti ideali e agli intenti morali e religiosi delle sue opere. Il 20 marzo 1923, nell’Aula Magna del Regio Istituto Tecnico di Udine, Fattorello tenne una lezione sui Promessi Sposi in cui ribadì la sua concezione dell’arte come mezzo per elevare l’anima, come strumento per l’educazione morale, che corrispondeva a quanto esposto nel programma della “Rivista Letteraria delle Tre Venezie”.[12]

Durante l’ultimo anno di università Fattorello proseguì i suoi studi sulla letteratura, dedicandosi evidentemente poco alla stesura della sua tesi di laurea che poi gli darà, infatti, risultati alquanto modesti. Trasferitosi probabilmente di nuovo ad Udine, si immerse in un’appassionata ricerca filologica nella Biblioteca Comunale Joppi, dove riuscì a rintracciare lettere e testimonianze varie della cultura locale. Egli cercava di rintracciare autori che manifestassero ideali patriottici[13] o dei caratteri che, oltrepassando la scrittura regionale, potessero contribuire a costruire il profilo della letteratura nazionale.[14] Nel 1925 uscì il saggio Uno scrittore dimenticato: Giovanni Ruffini, interessante in quanto, mantenendosi sempre sugli stessi temi (letteratura nazionale, letteratura patriottica), introduce un concetto che si ritrova alla base degli studi successivi di Fattorello sul giornalismo. Il fine di questo saggio è, ancora una volta, la dimostrazione della “italianità” di Giovanni Ruffini, letterato e patriota risorgimentale, che scrisse tutte le sue opere in lingua inglese. Fattorello ricorda le teorie di Luigi Settembrini, secondo cui la lingua era

la manifestazione parlata di un gran pensiero organico il quale comprende tutta la vita di un popolo. Perciò essa è, in altro modo, non solo il mezzo onde una stirpe s’intende e realizza nella parola il proprio sentimento, ma è qualche cosa conforme a questo sentimento istesso.[15]

L’autore deduce, di conseguenza, che l’uomo, parlando fin da bambino una determinata lingua, struttura il proprio modo di pensare in maniera conforme a quella lingua. Ecco quindi che Giovanni Ruffini può essere inserito nella letteratura nazionale in quanto

ebbe informato l’ingegno al pensiero ed alle speranze della nazione, coltivò la sua mente con le virtù custodite dalle speranze degli italiani, e rappresentò nell’opera sua, il sentimento nazionale […] la vita del popolo italiano.[16]

La cosa che ci interessa è quella definizione di “lingua” come “manifestazione parlata di un gran pensiero organico”. Vedremo in seguito quanta parte avrà questo concetto nello sviluppo, da parte di Fattorello, dell’idea del giornalismo come manifestazione scritta dell’opinione pubblica.

Il 24 novembre del 1924 Fattorello si laureò in legge con una tesi in Storia del diritto italiano intitolata Il diritto penale nelle Costituzioni Patriae Forum Julii, riportando la votazione di 58/80. [17] I suoi interessi non erano evidentemente rivolti alla giurisprudenza; anzi, con l’esperienza della “Rivista Letteraria delle Tre Venezie” appena avviata, si indirizzavano sempre di più verso gli studi letterari. Nel 1925, l’anno in cui venne riformato dal servizio militare,[18] pubblicò altri saggi sulla cultura friulana[19] e l’anno seguente proseguì nella analisi dei rapporti tra letteratura regionale e nazionale sulla rivista “I libri del giorno”.

Lo spazio in cui si svolgeva la sua produzione culturale di questi anni era sempre la letteratura, e sempre nel rapporto tra giornalismo e storia della letteratura si realizzarono le varie collaborazioni al “Corriere Padano”, alla “Gazzetta di Venezia” e al “Popolo Toscano” con articoli che ancora andavano nella direzione del recupero della tradizione letteraria nazionale.

2 – La storia del giornalismo

Il 2 febbraio 1929 il Ministero delle Corporazioni e quello della Pubblica Istruzione autorizzarono un corso straordinario di otto lezioni sulla storia del giornalismo italiano, da tenersi presso l’Università degli Studi economici e commerciali di Trieste nell’anno accademico 1928-29.[20] Il Segretario del Sindacato fascista dei giornalisti giuliani, Michele Risolo[21], propose di tenere questo corso a Francesco Fattorello[22], il quale proprio in questi anni,[23] si era orientato verso gli studi di storia del giornalismo.

Si trattava di una disciplina che faceva proprio in quegli anni per la prima volta il suo ingresso nell’università e, nella prefazione al volume in cui raccolse le lezioni tenute a Trieste,[24] Fattorello sottolineò tutte le incertezze e le perplessità incontrate in questo nuovo insegnamento. Occorreva infatti definire a fini didattici l’ambito della disciplina, affrontare il problema delle origini e della periodizzazione del fenomeno giornalistico, offrirne una trattazione sistematica ed organica.

Ma che cosa dovevo trattare nelle mie lezioni? – scriveva – Fare un corso su “tutta” la storia del nostro giornalismo sarebbe stata impresa troppo vasta per il tempo che era a mia disposizione, anche perché un argomento siffatto, ove fosse stato trattato in così ristretto periodo, sarebbe riuscito un lavoro superficiale e di scarsissimo valore. Più opportuno mi parve quindi incominciare una trattazione sistematica, rifacendomi dalle origini, anche perché l’Italia non ha ancora una storia del suo giornalismo.[25]

Gli studi storici sul giornalismo realizzati fino agli anni Venti, erano stati condizionati da un’impostazione prevalentemente letteraria. La mancanza di analisi approfondite sul giornale, quale moderno strumento di comunicazione, rendeva “pioneristiche” le prime cattedre di storia del giornalismo. Fattorello insisteva molto su questo aspetto e criticava quegli studiosi, e molto autorevoli,

che, considerando la storia del giornalismo sotto un punto di vista prettamente teorico e letterario, si sono creduti in diritto di metterla al bando. E fecero male ed ebbero il torto soprattutto di considerare codesta materia alla stregua della storia letteraria, non avvertendo invece che la storia del giornalismo è una disciplina ben distinta, che con la letteratura non ha molto a che fare, che ha una sua individualità ben precisa nel campo delle scienze storiografiche.[26]

Egli era interessato a questi “nuovi” studi e, dopo l’esperienza delle lezioni straordinarie di storia del giornalismo italiano, il 29 maggio 1929 Fattorello scrisse all’Università degli Studi Economici e Commerciali di Trieste, chiedendo se fosse possibile inserire la storia del giornalismo tra gli insegnamenti impartiti presso quella università, ma la risposta fu negativa.[27]

Le sue ricerche proseguirono tramite la “Rivista Letteraria delle Tre Venezie” che venne pubblicata con questo titolo fino ai primi mesi del 1927 e trasformata nel 1929 in “Rivista Letteraria”.[28] La rivista continuò a caratterizzarsi come strumento di informazione e critica letteraria, attraverso delle rubriche dove venivano pubblicati profili di scrittori, recensioni e contributi bibliografici,[29]ma si aprì anche a studi storici e, soprattutto, riservò uno spazio specifico al giornalismo. Già dal primo anno, infatti, per suggerimento di Antonio Pilot, venne realizzata una rubrica dedicata ai “Contributi alla storia del giornalismo”,[30] che, come scriveva Fattorello nell’introduzione al primo numero della seconda annata:

ha incontrato i migliori consensi nel mondo letterario italiano e che si propone di lumeggiare, nei limiti delle possibilità, questo nuovo campo d’indagini.[31]

I vari articoli, redatti da giornalisti come Gino Tomajuoli[32] e Guido Piovene[33], professori universitari come Giuseppe Santonastaso,[34] e da archivisti e bibliotecari come Guido Bustico,[35]costituiscono un materiale ricco di indicazioni utili, una fonte preziosa di dati per future indagini sulla storia del giornalismo italiano. La “Rivista Letteraria”, segnalando le opere più importanti e gli articoli meno rilevanti apparsi su riviste e quotidiani, informando sulle iniziative, le celebrazioni e le mostre sul giornalismo, offre elementi indispensabili per una ricerca approfondita sulle linee di tendenza in cui si muoveva la storia del giornalismo fascista.

Nelle lezioni tenute a Trieste Fattorello si pose il problema di individuare le peculiarità del fenomeno giornalistico, distinguendolo da ogni altra produzione letteraria, e, soprattutto, di stabilirne le origini. Egli riteneva che la storia del giornalismo non fosse solo la storia del giornale ma, più in generale, dell’opinione pubblica che si era manifestata, nel corso della storia, con mezzi diversi: dagli “acta diurna” dell’antica Roma alle cronache medievali, dalle lettere mercantili del Quattrocento alle prime gazzette del Seicento.

Il giornalismo, scriveva Fattorello, studia tutti i mezzi e gli strumenti con i quali attraverso il tempo si è manifestata la pubblica opinione. E il giornalismo, in quanto è la manifestazione della pubblica opinione, è molto più antico di quanto si crede: è antico quanto la società e non riguarda la storia soltanto dei giornali, ma di tutti gli altri mezzi che sono serviti a manifestarla.[36]

Queste idee vennero criticate da diversi studiosi. Fattorello ottenne, tramite Gioacchino Brognoligo, anche il parere di Benedetto Croce, il quale riteneva che

una storia del giornalismo italiano politico non può cominciare che dai giornali che si pubblicarono nelle varie Repubbliche giacobine dal 1796 in poi, cioè da quando essi, ottenuta la libertà di stampa, furono veri e propri strumenti dell’opinione pubblica.[37]

Secondo Luigi Piccioni[38], che intervenne in questa polemica sulla “Nuova Antologia”, rintracciare così lontano le origini del giornalismo era una forzatura, dettata da motivi ideologici, che non contribuiva ad una definizione del giornale e della sua funzione.

Se noi, scriveva Piccioni, per desiderio di dare al giornalismo una nobiltà di origini troppo antica, allarghiamo imprudentemente la base di quella definizione, noi rischiamo di estendere talmente i confini della storia del giornalismo, da confonderla con la storia stessa della coltura e da giustificare così anche l’affermazione conclusiva del Fattorello, per quale “la storia del giornale è una sola cosa con quella delle idee e delle dottrine politiche”![39]

Piccioni richiamava anche le critiche mosse da Rodolfo Mosca il quale concordava sul fatto che la storia del giornalismo, come asseriva Fattorello, non coincideva con la storia del giornale, ma non accettava l’idea di rintracciare elementi della storia del giornale nell’antichità. Mosca non concordava neanche con la definizione di Paolo Orano[40] del giornalismo come “manifestazione di critica e di controllo”. Stabilire un rapporto tra stampa e opinione pubblica, secondo Mosca, non era sufficiente per definire le caratteristiche del giornalismo, le quali, invece, andavano rintracciate in quelli che venivano considerati come i caratteri propri della funzione giornalistica: “la tempestività e l’attualità”.[41]

Le posizioni di Fattorello non erano condivise neppure da Antonio Panella, che intervenne sulle pagine de “Il Marzocco” per confutarle.[42] Per Panella il termine giornale doveva comprendere esclusivamente il giornale moderno, poiché “il giornale è, volere o no, una produzione essenzialmente moderna e, a far molto, non si può risalire per rintracciarne le origini, oltre gli ultimi due o tre secoli.”[43] Anche se gli antecedenti del giornale potevano essere considerati i “fogli di avvisi”, risalenti al XVI secolo, di carattere politico, creati allo scopo di informare, tuttavia, secondo Panella, è solo nel momento in cui il giornalismo diventa letterario che, diffondendo idee, inizia la sua missione. Egli si ricollegava alle teorie di Orano che, nell’articolo Verso una dottrina storica del giornalismo, aveva insistito sulla funzione contemporanea del giornalismo, di controllo e di critica e quindi sulla necessità di far partire lo studio della storia del giornalismo dalla fine del secolo XVIII, quando il giornale diventò un elemento importante della vita pubblica.[44]

Lo stesso articolo veniva ripreso anche da Fattorello che condivideva le posizioni sostenute da Orano circa il legame tra giornalismo e opinione pubblica, ma non per quanto riguarda l’inizio della storia del giornalismo, aggiungendo: “obiettiamo ancora al Panella che la nostra disciplina non ha per oggetto di studio semplicemente il giornale, come egli dice, ma il giornalismo e che giornale e giornalismo sono una cosa ben diversa.”[45]

Sia Orano che Fattorello posero alla base della storia del giornalismo l’opinione pubblica; tuttavia le differenze tra le teorie dei due studiosi sono significative. Per il primo, condizionato dai suoi precedenti studi di psicologia sociale sul rapporto tra stampa e opinione pubblica, il giornalismo andava studiato da quando riflette “l’aspetto psicologico della società moderna”, dal momento in cui i principi della Rivoluzione francese avevano dato vita alla contrapposizione della stampa al potere politico e fino a quando il regime fascista non aveva riportato il giornalismo all’ordine, ponendolo al servizio dello Stato. Con la Rivoluzione francese, infatti, la stampa era divenuta il “tribunale del pubblico” e aveva svolto un ruolo fondamentale come arbitro del conflitto politico.

Per Fattorello, invece, la storia del giornalismo doveva interessarsi di tutte le espressioni dell’opinione pubblica e quindi doveva partire da quando essa iniziò a manifestarsi.[46] Nell’identificazione tra storia del giornalismo e storia dell’opinione pubblica si può intravedere, forse, l’intuizione di forme più generali di comunicazione, quasi una definizione abbozzata del concetto d’informazione al quale Fattorello dedicherà i suoi studi nel secondo dopoguerra.

Con il passare degli anni la “Rivista Letteraria” dedicò al giornalismo sempre più spazio,[47] tanto che, nel 1935, Fattorello poteva osservare:

“Ormai si può dire che il nostro periodico è decisamente orientato verso la storia del giornalismo; che solo nella nostra Rivista ha in Italia una diligente, periodica rassegna”.[48]

3 – Dalla storia del giornalismo alla scienza del giornalismo

Dopo il 1929, gli studi di Fattorello sul giornalismo si indirizzarono verso temi capaci di evidenziare storicamente l’importanza della funzione politica che il giornalismo aveva svolto nella storia d’Italia. Nell’approccio alla storia del giornalismo Fattorello passò, negli anni tra il 1929 e il 1935, attraverso una serie di cambiamenti graduali che si manifestano, spesso, solo come orientamenti programmatici, a volte come indicazioni metodologiche. Sono testimonianze percepibili anche nella trattazione di alcuni temi e momenti di storia del giornalismo e, soprattutto, nella scelta di nuovi argomenti di ricerca.

Nel 1931, ad esempio, Fattorello pubblicò un saggio su Pacifico Valussi[49], giornalista friulano protagonista delle vicende risorgimentali.[50] Al di là dei riferimenti alla cultura friulana, che pure possono giustificare la scelta di intraprendere lo studio di questo personaggio assai conosciuto a livello locale, Valussi era considerato importante in quanto figura di rilievo nazionale, sia come patriota che come giornalista. Dal volume di Fattorello emerge la volontà di suggerire una lettura strettamente politica delle vicende di questo personaggio, appartenente alla schiera dei “profeti” nazionali; una lettura quasi agiografica, giustificata dal fatto che Valussi, occupandosi della questione veneta, aveva esaltato il ruolo dell’Italia in campo internazionale. Ma è soprattutto del Valussi giornalista che Fattorello sottolineò l’importanza in questo lavoro e in articoli pubblicati quasi contemporaneamente sulla “Rivista Letteraria”.[51] A suo avviso Valussi aveva infatti teorizzato la missione del giornalismo nella società, ed aveva inoltre sottolineato la necessità di un “giornalismo obiettivo” libero dalle consorterie, al servizio della nazione. Scriveva Fattorello:

“Il giornalista, dice il Valussi, deve sempre ricordare che la sua è una missione che egli compie in seno alla società”.[52]

Un terreno di ricerca utile per testimoniare la funzione politica del giornalismo nella storia d’Italia era il Settecento. Fattorello si interessò molto del giornalismo di questo periodo, evidenziandone l’importanza nella formazione della coscienza nazionale. Particolare successo ebbe, nel 1932, il saggio su Il giornalismo veneziano nel ‘700 in cui, partendo dal periodico “Minerva” e dal “Giornale dei letterati d’Italia”, Fattorello rilevò le “note d’italianità”[53] del giornalismo veneziano, allargando l’indagine ai giornali politici, ai fogli stranieri, alla “Gazzetta Veneta” e all’“Osservatore”.[54] Questo lavoro venne ristampato l’anno successivo escludendo il periodo dal 1797 al 1815 ed estendendo invece l’indagine a tutto il Veneto.[55]

Nel 1932 Fattorello intrattenne una fitta corrispondenza con vari studiosi per la preparazione della seconda edizione del volume sulle origini del giornalismo in Italia. Questo carteggio, conservato dall’Istituto italiano di pubblicismo, offre interessanti elementi per ricostruire i suoi rapporti con alcuni personaggi dell’ambiente culturale degli anni Trenta. Personaggi del mondo accademico, come Luigi Piccioni e Giulio Natali, bibliotecari, archivisti come Antonio Panella,[56] alcuni dei quali, come Luigi Madaro, erano anche collaboratori della “Rivista Letteraria”.[57] Le numerose richieste di informazioni su argomenti particolareggiati della storia del giornalismo testimoniano gli interessi eruditi di Fattorello ma, soprattutto, segnalano un allontanamento dal tema delle origini del giornalismo, su cui finora si erano concentrati i suoi studi. Egli mantenne ancora la visione unitaria della storia del giornalismo, che dagli acta diurna giungeva fino al giornalismo fascista, ma, in questi anni, iniziò ad occuparsi di quelle che venivano generalmente considerate come le prime manifestazioni del giornalismo moderno. Infatti, nella seconda edizione del volume sulle origini del giornalismo in Italia Fattorello iniziò la ricostruzione della storia del giornalismo italiano dalle gazzette del Seicento.[58]

Il successo ottenuto nei primi anni Trenta dalla “Rivista Letteraria” e da alcune opere sul giornalismo, i numerosi contatti accademici e culturali diedero a Fattorello la possibilità di farsi conoscere e di ottenere il prestigioso incarico di collaborazione all’Enciclopedia italiana.[59] Egli scrisse con Giulio Natali la parte intitolata Le origini del giornalismo della voce Giornale,[60] mentre le altre sezioni della stessa voce vennero redatte da Stefano La Colla[61] e Telesio Interlandi, direttore de “Il Tevere”.[62] Nelle parte sulle origini del giornalismo Fattorello mantenne la sua teoria che univa nel concetto di “giornalismo” il giornale con gli altri diversi e precedenti mezzi di informazione e di espressione dell’opinione pubblica.

Difficile, scriveva Fattorello, determinare con esattezza quale paese abbia creato il primo giornale nel senso moderno: e ciò non solo per le molte mistificazioni ma anche per il fatto che i moderni giornali furono preceduti da forme e strumenti analoghi. Oggi pressoché finite le grandi discussioni del passato, tutti sanno che il giornale non fu inventato, bensì si sviluppò in modo lento e continuo prima di giungere alle forme a noi note.[63]

Nell’Enciclopedia Italiana Fattorello ricostruì, quindi, la storia del giornalismo legando gli acta diurna dell’antica Roma, come aveva fatto nelle sue opere precedenti, alle lettere mercantili del XIII secolo, alle prime gazzette del Seicento, ma questa volta si soffermò, con particolare attenzione, sul Settecento e sulle repubbliche giacobine, in cui veniva ravvisato l’inizio del giornalismo politico; si occupò, infine, della stampa risorgimentale.

Nell’anno accademico 1934-35 Fattorello tenne, come libero docente presso la Facoltà di Scienze Politiche della Regia Università di Roma, il primo corso di storia del giornalismo.[64] Nella prolusione[65] egli ripercorse la storia del giornalismo italiano, soffermandosi sulla funzione politica della stampa risorgimentale, sulla concezione educativa di Mazzini ed infine sulle trasformazioni avvenute tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta.[66] La modernizzazione dell’industria giornalistica, la diffusione del cinema e della radio segnarono l’avvento, anche in Italia, di un moderno sistema delle comunicazioni di massa. Gli studi sul giornalismo, in questi anni, si avviarono verso analisi sempre più interessate a sottolineare i meccanismi di funzionamento dell’informazione e della propaganda.

A partire dall’anno accademico 1935-1936, quando il corso libero tenuto da Fattorello a Roma si trasformò in insegnamento ufficiale, le lezioni vennero divise in due parti: una riguardava un periodo storico particolare, l’altra trattava della dottrina e della scienza giornalistica.[67]

Da un articolo pubblicato sulla “Rivista Letteraria” da Osvaldo Costanzi, assistente alla cattedra di Storia del Giornalismo, emerge il tipo di insegnamento impartito da Fattorello. I giornali erano studiati all’interno del contesto culturale e politico in cui erano nati e si erano sviluppati, sottolineandone il programma e i mutamenti di percorso. Ad esempio, nell’analisi dell’attività di Ugo Foscolo giornalista si studiavano gli scritti riguardanti il giornalismo, gli articoli pubblicati nei periodici da lui fondati o ai quali aveva collaborato, all’interno di un contesto più generale della storia delle idee politiche e filosofiche.[68] Su questo modello Fattorello tenne delle lezioni, ad esempio, sulla politica giornalistica di Cavour o sull’organizzazione della propaganda da parte di Garibaldi. Questi studi dovevano permettere di trarre dall’esperienza del passato insegnamenti e dati utili allo studio dei modi in cui la stampa aveva rappresentato il più efficace supporto per la diffusione di idee politiche.[69]

Fattorello insisteva prima di tutto sull’importanza del “fenomeno giornalistico” la cui conoscenza doveva diventare parte integrante della cultura generale moderna. Il giornale doveva essere studiato in tutti i suoi aspetti e, soprattutto, a livello tecnico, analizzando i meccanismi di produzione dell’informazione. Inoltre, la storia del giornalismo non si doveva limitare alla ricostruzione delle vicende politiche delle singole testate, ma doveva essere funzionale alla scienza del giornalismo, fornendo elementi storici per l’analisi del giornale come fatto sociale, economico, politico, culturale.

L’interesse per l’analisi scientifica del rapporto tra opinione pubblica e mezzi di comunicazione di massa, che in questi anni era considerata solo una “consulenza sussidiaria” all’operazione pubblicitaria e all’organizzazione della propaganda di regime, verrà sviluppata negli anni successivi e costituirà il nucleo della “scienza del giornalismo”.

4 – La scienza del giornalismo

Durante gli anni Trenta si stabilirono nuovi rapporti culturali tra l’Italia e la Germania anche riguardo al settore dell’informazione. Con la proclamazione dell’asse Roma – Berlino vennero intraprese diverse iniziative culturali, visite, studi e collaborazioni. a lungo termine. Già dal 1937 Goebbels promosse la fondazione di una “Associazione della stampa italo-tedesca”, allo scopo di incrementare i contatti fra i due Paesi, tramite delegati permanenti, conferimento di borse di studio, scambi di articoli, e convegni bilaterali.[70] In seguito all’accordo firmato a Roma il 23 novembre 1938, aumentarono le iniziative in molti settori e il 15 maggio 1939 si fondò l'”Ente italiano per gli scambi tecnico-culturali con la Germania”.

Dalla “Rivista Letteraria”, che nella seconda metà degli anni Trenta andò dedicandosi maggiormente alla storia del giornalismo[71], emergono, in modo sempre più consistente, i rapporti, nel campo degli studi sul giornalismo, tra l’Italia e la Germania, tramite le recensioni delle opere di studiosi tedeschi e, soprattutto, attraverso la segnalazione delle varie mostre della stampa italiana che venivano organizzate in Germania.

Nella seduta del 25 febbraio 1935 la Giunta Centrale per gli Studi Storici, presieduta da Cesare Maria De Vecchi, Ministro per l’Educazione Nazionale, designò Francesco Fattorello come rappresentante italiano nella Commissione per la Bibliografia del Giornalismo del Comitato Internazionale di Scienze Storiche.[72] Il progetto di quest’opera internazionale andava dai primi giornali a stampa al 1914 e comprendeva tutti gli stati i cui storici aderivano al Comitato Internazionale di Scienze Storiche attraverso i Comitati Nazionali.

Il 28 maggio 1935 Fattorello venne invitato a prendere parte ad una riunione dei delegati rappresentanti l’Italia all’interno del Comitato Internazionale di Scienze Storiche e alle Commissioni Scientifiche da esso dipendenti. Per tale occasione gli venne richiesto di preparare, in qualità di membro della Commissione per la Bibliografia del Giornalismo, una relazione sul progetto che intendeva realizzare, corredandola con indicazioni relative alle esigenze di carattere finanziario dell’iniziativa.[73]

L’adunanza dei delegati venne fissata per il 6 luglio nel Salone del Consiglio Superiore dell’Educazione Nazionale[74] In quell’occasione Fattorello presentò il suo progetto; per l’attuazione del repertorio dei giornali italiani egli prevedeva di far collaborare tutte le biblioteche italiane e le sovraintendenze bibliografiche. Il repertorio doveva comprendere un elenco dei periodici usciti in ogni provincia dal 1600 al 1915, un elenco generale più dettagliato, per ordine alfabetico, di tutti i giornali italiani e un altro dei giornali stranieri esistenti nelle biblioteche. Per ognuno dei giornali, agli istituti che li possedevano si chiedeva di indicare gli estremi richiesti dal Comitato internazionale. Tutte le schede bibliografiche dovevano essere raccolte presso l’Istituto italiano del libro di Roma. La parte sulla letteratura del giornalismo italiano, invece, poteva essere compilata più facilmente sulla base delle bibliografie esistenti.[75]

Il 20 novembre venne comunicata a Fattorello l’approvazione da parte della Giunta Centrale per gli Studi Storici, avvenuta nella seduta del 13 novembre, di uno stanziamento di mille lire, come primo contributo per il finanziamento della bibliografia. Il 26 febbraio 1936 De Vecchi richiese a Fattorello di presentare una relazione sullo stato dei lavori,[76] ma poi De Vecchi, evidentemente non soddisfatto di quanto inviato dallo studioso, gli richiese una copia della bibliografia e la nota delle spese[77] Questa bibliografia doveva essere presentata alla Commissione Internazionale in occasione dell’Assemblea di Bucarest ma, inspiegabilmente, il 17 giugno Fattorello venne invitato a non inviare la documentazione raccolta.[78]

Tutto il materiale reperito per la bibliografia internazionale del giornalismo, venne poi pubblicato sulla “Rivista Letteraria”, in una serie di fascicoli usciti dal 1936 al 1938, dal titolo Notizie per una bibliografia del giornalismo italiano, che Fattorello considerava come “parte generale” di un lavoro più ampio e approfondito che sarebbe dovuto proseguire negli anni successivi.[79] Le dispense erano suddivise in sezioni: Giornalismo italiano in generale, Giornalismo per città, provincia, regione; giornalismo nei vari periodi storici; Giornalismo italiano all’estero; Sommari storici, Pubblicazioni di carattere giuridico; Scuole di giornalismo; Stampa tecnica e altre varietà della stampa periodica; Giornalismo di parte; Giornalismo letterario; Articoli bibliografici, Repertori, Cataloghi, Fonti. Da queste note bibliografiche emerge l’interesse di Fattorello di allargare i suoi studi da un’impostazione storica verso l’analisi di alcune caratteristiche specifiche del giornalismo, giuridiche, economiche, tecniche; tutti aspetti che rientravano in quegli studi di “scienza del giornalismo” che proprio in quegli anni iniziarono a svilupparsi anche in Italia.

Nel saggio pubblicato nel 1938, dal titolo Verso una scienza del giornalismo, lo studioso fece un bilancio degli studi italiani sul giornalismo nell’ultimo decennio e richiamò l’attenzione sui risultati raggiunti negli altri paesi in questo settore.[80] Egli sottolineò come fosse stata da sempre una sua esigenza definire e disciplinare queste ricerche che in Italia, sosteneva, avevano visto degli sviluppi soprattutto attraverso il suo insegnamento. Ricordava, infatti, come, nel primo corso di storia del giornalismo, tenuto come libero docente all’Università di Roma nell’anno accademico 1934-35, egli, oltre alla parte storica, aveva cercato di risolvere problemi di ordine metodologico relativi alla “dottrina del giornalismo”. E dall’anno seguente, quando, in seguito alla riforma De Vecchi, era stato inaugurato l’insegnamento ufficiale di storia del giornalismo presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma, i suoi corsi erano stati divisi in due parti, una delle quali di carattere storico e l’altra relativa alla dottrina e della scienza giornalistica.

La mia attenzione e quella dei miei allievi, scriveva Fattorello, fu concentrata soprattutto su questo argomento sul quale invece in Italia nessuno che io sappia si soffermava con certa larghezza, fatta eccezione di quei pochi che, più o meno polemizzando, avevano letto e recensito il volume nel quale erano state raccolte le lezioni del mio primo corso e la prolusione di quel corso stesso.[81]

La scienza del giornalismo non doveva essere confusa con la formazione professionale dei giornalisti e tanto meno con la storia del giornalismo. Fattorello tentava di definire i limiti della nuova disciplina che, oltre all’analisi storica, doveva fissare il proprio oggetto di studio nelle forme di realizzazione e di manipolazione della pratica giornalistica.

Innanzitutto osserviamo che quando parliamo di scienza del giornalismo non intendiamo parlare di storia del giornalismo. La storia del giornalismo può essere soltanto una specialità della scienza, quella specialità più esattamente attraverso la quale il giornalismo viene studiato storicamente. Ma il giornalismo è un fenomeno complesso che va studiato non solo per quello che è stato, ma anche qual è, quale si presenta in un determinato momento.[82]

Egli sosteneva che il giornalismo era uno strumento politico, un fenomeno sociale, e che quindi andava studiato anche dal punto di vista della scienza politica e sociale, in tutti i suoi aspetti di ordine giuridico, industriale e commerciale, tecnico e statistico. Si tentava di introdurre un approccio interdisciplinare totalmente nuovo per quella che era stata finora la tradizione di studi sul giornalismo. Una prospettiva d’analisi che sicuramente costituì il prototipo degli studi sul giornalismo realizzati nel secondo dopoguerra ma che, in questi anni, era motivato essenzialmente dall’esigenza di “inquadrare” il giornalismo come fenomeno complesso e di fissarne i limiti, le forme, le funzioni in tutti gli aspetti che esso esprimeva.

Mettiamo dunque vicino allo storico lo statista, il sociologo, il giurista, l’economista, il sindacalista, il giornalista stesso, il tecnico della stampa giornalistica, lo statistico. Essi sono i collaboratori della scienza giornalistica. Tutte le loro particolari discipline possono giovare per una maggiore intesa della scienza giornalistica. Un istituto che si proponga questo genere di studi giornalistici non potrà prescindere da una organizzazione dove tutte queste ed altre branche siano rappresentate e rechino, ognuna per la propria parte, il particolare contributo.[83]

Fattorello sottolineava l’esigenza di abbandonare l’impostazione dei letterati e degli storici, i pionieri di questi studi in Italia, che avevano visto la storia del giornalismo in funzione della storia letteraria o della storia politica. Questa impostazione viene chiaramente evidenziata anche dalla recensione del volume di A. Gennarini Il giornalismo letterario della nuova Italia, pubblicata nel 1938 sulla “Rivista Letteraria”,[84] in cui Fattorello sosteneva l’inutilità di studiare il giornalismo dal punto di vista letterario senza analizzare anche gli altri aspetti, attaccando non solo Gerrarini, ma anche Piccioni:

Il fenomeno giornalistico, scriveva Fattorello, e perciò la storia della stampa periodica, non può accettare queste distinzioni. Né si può dire che il giornalismo letterario è il punto di partenza e la base di detti studi. Uno studio come quello del Piccioni (Il giornalismo letterario in Italia, Torino, 1894) che il Gennarini definisce “base prima di ogni altra storia del giornalismo nostro”, porta necessariamente fuor di strada. Il giornalismo non è dominio esclusivo dei letterati, come non è dominio esclusivo dei cultori della storia politica: va studiato come qualche cosa che tiene dell’uno e dell’altro campo e di altri campi ancora: è un fenomeno sociale complesso, sul quale in Italia si hanno idee ancora molto errate e preconcetti portati avanti da una tradizione creata soprattutto da coloro che fin qui si sono occupati di questa disciplina col solo programma di tirare l’acqua al proprio mulino.[85]

Con la pubblicazione dell’articolo Verso una scienza del giornalismo la “Rivista Letteraria” fissò in maniera più precisa e definitiva il suo orientamento verso gli studi di scienza del giornalismo e nel 1939 si trasformò nella rivista “Il Giornalismo”, ponendo al centro del suo programma il giornale, in tutti i suoi aspetti e problemi. La storia del giornalismo venne ormai ad assumere un ruolo subalterno rispetto alla scienza del giornalismo. Nella nuova disciplina, la ricostruzione storica della “tradizione” della stampa italiana cedette il posto all’analisi dei meccanismi di funzionamento dell’informazione, allo studio delle pratiche di realizzazione e di manipolazione della notizia; tecniche che, negli anni della Seconda guerra mondiale, diventarono sempre più necessarie per costruire un giornalismo efficace nella propaganda e nel controllo dell’opinione pubblica. Nell’introduzione al primo numero del nuovo periodico Fattorello affermava:

La rivista “Il Giornalismo” si propone di richiamare l’attenzione del mondo politico e culturale italiano sui problemi della stampa. Essa vuol essere una vera palestra degli studi giornalistici e rappresentare, come le riviste simili della Francia e della Germania, l’apporto dell’Italia in questo campo di discussioni, indagini, ricerche. La necessità di creare un siffatto periodico, di dare ordine e disciplina a questa complessa materia, sorge anche dallo sviluppo che gli studi e l’insegnamento delle discipline giornalistiche vengono assumendo in Italia e presso la Facoltà di Scienze Politiche. […] Il giornalismo sta diventando oggetto d’indagini e di ricerche molto serie. Non si studia soltanto la storia del giornalismo; non si dà impulso ad un ordine di studi sussidiari, centro dei quali è la storia. S’intende promuovere un ordine di studi centro dei quali è il giornale: il giornale in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi problemi vivi, palpitanti, attuali.[86]

“Il Giornalismo” riservò una rubrica specifica all’insegnamento e alle scuole di giornalismo, con una visione internazionale. Da questi articoli è possibile ricavare importanti elementi per ricostruire la storia degli studi sulla stampa in Germania negli anni del nazismo, un argomento che da pochi anni è diventato oggetto di analisi da parte della storiografia tedesca.[87]

In Germania già esistevano insegnamenti universitari e studi specifici di Scienza del giornalismo che, con il nazismo, videro un ulteriore sviluppo nell’ambito di una più generale riorganizzazione delle funzioni della stampa. Oltre ai vari istituti creati tra gli tra gli anni Venti e Trenta, tra i quali a Monster (1919), Colonia (1920 e 1933), Friburgo e Monaco (1924), Berlino (1925), Heidelberg e Halle (1927), Marburg (1936) e Konisberg (1937), gli studi di scienza del giornalismo trovarono spazio nella rivista mensile “Zeitungswissenschaft”, fondata nel 1926 da Walter Heide e Carlo d’Ester. Nel 1935 fu fondata la rivista trimestrale l’“Archivio per il diritto della stampa” e nello stesso anno la Società dei giornalisti tedeschi pubblicò il piano unitario per l’insegnamento del giornalismo in Germania. Nel 1937 il Capo della stampa del Reich, Otto Dietrich[88], commissionava degli studi che dessero veste scientifica alla storia della stampa del partito nazionalsocialista.[89]

Gli istituti di scienza del giornalismo creati in Germania non erano di tipo professionale, ma tendevano ad offrire agli addetti all’informazione una preparazione generale che comprendeva nozioni economiche, politiche, storiche, tecniche e, soprattutto, ideologiche. Il carattere di questi istituti era visto con estremo interesse in Italia, come osservava Fattorello, che coglieva l’occasione per ribadire la necessità di superare un approccio esclusivamente storico nell’ordine di questi studi e di introdurre, invece, una metodologia interdisciplinare, in modo da analizzare “scientificamente” i diversi aspetti e le molteplici potenzialità del moderno giornalismo.

Fuori d’Italia si parla già da tempo di una scienza del giornalismo, di un complesso di materie cioè, centro delle quali è il giornale; mentre da noi lo studio del giornalismo pare che sia ammesso soltanto come un ramo della storiografia, che trova il suo fondamento nella stampa periodica e null’altro. Con ciò non vogliamo negare l’importanza della storia giornalistica nell’ordine degli studi moderni. Ma la storia non basta. Per una maggiore comprensione ed un maggior approfondimento del fenomeno giornalistico è necessario che il centro di detti studi sia il giornale e non la storia; che un complesso di studi, imperniato sul giornale, valuti secondo i diversi aspetti e le esigenze di varie discipline, l’apporto del giornalismo alla vita sociale, politica, economica, industriale.[90]

Fattorello si era ormai distanziato dalle ricerche che aveva condotto alla fine degli anni Venti e che lo avevano portato a ripercorrere la storia della stampa italiana, legando in un percorso ideale gli acta diurna dell’antica Roma al giornalismo fascista. La storia del giornalismo ora doveva diventare una parte della scienza del giornalismo, al pari di altre discipline come la sociologia, l’economia, la giurisprudenza. Sull’esempio tedesco anche “Il Giornalismo” si dedicò alla scienza del giornalismo, tentando di formulare spiegazioni scientifiche dei meccanismi di funzionamento dell’informazione. Già sulla “Rivista Letteraria” Michele Del Vescovo aveva definito uno Schema per una “Scienza del giornalismo”, [91] e, successivamente, egli mostrò per quali motivi il criterio di scienza doveva ritenersi applicabile al giornalismo, definendo la scienza del giornalismo come

l’indagine (euristica, vertente su “ciò che è”) e la valutazione (luetica, vertente su “quel che dev’essere” e “come deve essere”) delle cause o principi del giornalismo, intendendo per giornalismo quel fenomeno che oggi si prospetta come un servizio sociale periodico di informazione e di formazione a carattere o ideologico o finanziario o ideologico-finanziario.[92]

Con decreto del Ministero dell’Educazione Nazionale del 5 agosto 1939 Fattorello venne chiamato a far parte della commissione per abilitazione alle libere docenze in Storia delle dottrine politiche, Storia e dottrina del fascismo, Storia del giornalismo, insieme a Rodolfo De Mattei, Guido Mancini, Paolo Orano, Arnaldo Volpicelli.[93]e il 26 agosto 1940 venne confermato definitivamente all’abilitazione alla libera docenza in Storia del giornalismo.[94]

I contatti italo-tedeschi si fecero ancora più frequenti con l’inizio della Seconda guerra mondiale. Recarsi in Germania, per incontrare gli alti quadri della stampa nazista, diventò una costante per i direttori dei grandi quotidiani italiani, come Guglielmotti, della “Tribuna”, Borelli, del “Corriere della Sera”, e Gayda, del “Giornale d’Italia”, e per gli studiosi del giornalismo. Anche Fattorello, nella seconda metà del gennaio 1943, fece un viaggio in Germania per tenere delle conferenze e visitare alcuni Istituti di giornalismo, su incarico dell’Ufficio italiano dell’Unione tra le Associazioni nazionali dei giornalisti.[95] A Vienna, il 26 gennaio 1943, tenne una conferenza su “Il giornalismo nella storia politica dell’Italia”, presso la sede locale dell’Unione. In seguito, su invito dell’Associazione Germanica per gli studi scientifici sulla stampa, visitò gli Istituti di Scienza del Giornalismo presso le Università di Vienna, diretto dal professor Kurt, a Monaco del professor Dester, a Lipsia l’istituto diretto dal professor Munster e a Berlino, del professor Dovifat, dove vennero allestite, per l’occasione, delle mostre sul giornalismo italiano. Il rapporto con la Germania diventò ancora più stretto durante la Repubblica di Salò, quando i tedeschi ottennero il controllo della radio e dei giornali attraverso l’ufficio della Propaganda Staffel, istituito a Milano, che, con la collaborazione dei giornalisti italiani, “emanava” gli articoli che i giornali erano obbligati a pubblicare.[96] Tra la documentazione e le testimonianze che è stato possibile reperire, dopo accurate indagini, rimangono ben poche tracce per ricostruire gli studi sul giornalismo di questi anni e, in particolare, dell’attività di Fattorello. La rivista “Il Giornalismo” terminò le sue pubblicazioni nel 1942 e Fattorello, negli anni compresi tra il 1943 e il 1945, tornò a Udine dove ebbe la presidenza dell’Istituto Commerciale di Toppo Wassermann.[97]

5 – Gli studi sull’informazione

L’insegnamento della storia del giornalismo, nel secondo dopoguerra, subì una battuta di arresto: nelle università rimasero attivi solo gli insegnamenti di Fattorello e di Carlo Barbieri.

Gli studi che si svilupparono nel dopoguerra interpretarono la nuova importanza e gli sviluppi che in quegli anni stavano avendo la pubblicità, le ricerche sull’opinione pubblica e le inchieste di mercato. Gli studi e gli insegnamenti relativi al fenomeno pubblicitario si svilupparono sotto l’influenza culturale degli Stati Uniti che erano interessati ad esportare i propri modelli di ricerca e ad ottenere il controllo delle strutture d’informazione esistenti in Italia.[98]

Lo studio del giornale quale “strumento pubblicistico” era suggerito dalle commissioni d’inchiesta dell’Unesco[99] che sottolineavano l’esigenza di dare spazio alle scienze sociali e, in particolare, a quella scienza che andava sviluppandosi e che aveva per oggetto l’opinione pubblica.

In un contributo apparso sul primo numero di “Saggi e studi di pubblicistica”, la rivista fondata da Fattorello nel 1953, Carmelo D’Agata[100] sottolineava come lo sviluppo degli studi sull’opinione pubblica avesse stupito “financo gli stessi sociologi americani che lo hanno promosso e incoraggiato”[101] e ribadiva l’importanza di queste ricerche, al punto da affermare che “conoscere esattamente ciò che il pubblico pensa e vuole dovrebbe essere la preoccupazione maggiore di ogni governante”.[102]

Fattorello, nel primo dopoguerra, si allontanò definitivamente da Udine dove, probabilmente per ragioni politiche, trovò un clima decisamente ostile, nonostante l’amicizia di alcuni suoi collaboratori, come Alessandro Vigevani.[103] La sua attività didattica proseguì all’interno della Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali di Roma dove, nel 1947, fondò l’Istituto Italiano di Pubblicismo, grazie al “particolare interessamento” di Corrado Gini, preside di quella Facoltà.[104]

I suoi collaboratori più stretti erano Filippo Paolone e Renato Lefevre. Paolone era anche assistente alla cattedra di Pedagogia, docente nei corsi di Filmologia della Facoltà di Magistero dell’Università di Roma ed inoltre membro fondatore del Centro Italiano per gli studi sull’informazione collegato all’Unesco.

Renato Lefevre durante il fascismo si era occupato di storia e politica coloniale e, nel dopoguerra, diventò docente di Legislazione pubblicistica nella Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Roma e poi Ispettore Capo del Servizio Informazioni e Documentazione della Presidenza del Consiglio. Gli altri docenti dell’Istituto Italiano di Pubblicismo erano Antonio Giuliani, già assistente di Fattorello negli anni Quaranta, Michele Del Vescovo, collaboratore della rivista “Il Giornalismo”, Carmelo D’Agata, docente di Scienze Statistiche nel Pontificio Ateneo Lateranense e nella Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali dell’Università di Roma.

L’Istituto Italiano di Pubblicismo fu creato allo scopo di promuovere un movimento di studi sulla “pubblicistica” moderna, cioè sull’informazione, sulla propaganda delle ideologie, sulla pubblicità commerciale e su quante altre tecniche miravano al controllo dell’opinione pubblica.[105] Tale fine veniva perseguito attraverso una duplice attività, didattica e scientifica: la prima dedicata all’istruzione di quanti intendevano prepararsi all’esercizio di professioni pubblicistiche; la seconda dedicata ad approfondire e diffondere l’interpretazione sociologica del fenomeno.

Gli altri istituti e scuole esistenti in Italia che si occupavano della preparazione alle professioni giornalistiche erano: il Corso di giornalismo istituito presso l’Università di Urbino e presieduto da Leonardo Azzarita, Consigliere Delegato della F.N.S.I.; e l’Istituto Superiore di Scienze dell’Opinione Pubblica, presso l’Università Internazionale degli Studi Sociali, diretto da Edoardo Martino. Un altro centro importante era quello di Studi e Indagini sull’Opinione Pubblica, creato a Roma presso la Facoltà di Scienze Politiche, nel 1950, in sostituzione del precedente corso di demodossalogia fondato nel 1939 da Paolo Orano.

Nel dopoguerra Fattorello proseguì i suoi studi sul giornalismo, inteso come fenomeno sociale che contribuisce a formare l’opinione pubblica, ma estese la sua analisi a tutto il fenomeno “pubblicistico”, considerandolo da un punto di vista sociologico. In questi anni Fattorello elaborò le sue teorie in rapporto a diversi studiosi stranieri, come Jean Stoetzel, dal quale riprese la teoria dell’opinione,[106] un argomento sul quale si soffermò, in particolare, nel corso delle sue prime lezioni.[107]

Lo sforzo teorico e culturale era quello di riuscire a configurare scientificamente una disciplina che fosse in grado di analizzare il fenomeno giornalistico, in particolare, e quello dell’informazione, in generale, al di là degli schemi letterari e storici. Questo mutamento definitivo nell’approccio allo studio del giornalismo diede vita a diverse polemiche come, ad esempio, con Giuliano Gaeta[108] in seguito alla pubblicazione del saggio Oggetto e limite della storia giornalistica,[109] recensito da Gaeta sulla rivista “Pagine Istriane”.[110]

Questa polemica testimonia l’evoluzione del percorso degli studi italiani sul giornalismo, la necessità di ridefinire, in quegli anni, l’oggetto di studio della disciplina. Ciò emerge dalle posizioni di Fattorello che, apparentemente, giunge ad un ribaltamento delle sue teorie elaborate fino alla fine degli anni Trenta, ma in realtà sviluppa quelle che erano state le premesse della scienza del giornalismo. Questa disciplina, importata dalla Germania nella seconda metà degli anni Trenta, aveva ampliato la metodologia di ricerca dalla storia del giornalismo ad una dimensione interdisciplinare, in modo da analizzare tutte le potenzialità del giornalismo quale moderno strumento di comunicazione di massa. Questo cambiamento di metodo aveva, di conseguenza, ampliato l’oggetto di studio. Nel dopoguerra infatti Fattorello si spostò sul concetto di “pubblicismo” inteso nella nuova accezione di pubblicità e propaganda, così come Federico Aususto Perini Bembo si spostò sul concetto di “demodossalogia”, una disciplina che aveva per oggetto l’opinione pubblica.

Il concetto di “pubblicismo” permetteva di differenziare al suo interno i diversi mezzi di informazione. Fattorello riteneva che la caratteristica fondamentale del giornale fosse la stampa e non riconosceva la validità di studiare altre forme di giornalismo, come quello cinematografico o radiofonico.

Quando questa caratteristica vien meno – scriveva – anche se si tratta di strumenti per i quali la funzione informativa è preminente, come si ha per il c. d. giornale cinematografico e per il c. d. giornale radiofonico; si tratta d’informazione, ma non di giornalismo: di informazione tramite il cinema o tramite la radio, non tramite il giornale, quindi di cinematografia e radiofonia.[111]

E soprattutto, nell’ambito della Teoria sociale dell’informazione che aveva elaborato nei primi anni del secondo dopoguerra, cercava di individuare delle definizioni del processo di informazione.

Giuliano Gaeta, che aveva del giornalismo una visione che egli stesso definiva “umanistica, in antitesi com’è a quella che trova le sue basi su elementi tecnici e formali”,[112] criticava le posizioni di Fattorello in merito alla differenza che egli individuava nel processo di informazione pubblicistica tra soggetto operante e soggetto recettore.

Osserviamo, scriveva Gaeta, in ogni modo subito che per il Fattorello “il giornalismo sussiste in quanto il giornale attua il rapporto tra soggetto operante e pubblico”. Dunque funzione di un soggetto operante su di un soggetto paziente, dal che si deduce che il Fattorello ha colto nel giornalismo uno solo dei suoi due momenti per noi essenziali relativamente all’opinione pubblica. Lo considera senza dubbio quale creatore di tale opinione, non lo considera affatto come espressione di essa.[113]

Gaeta riteneva che il fenomeno giornalistico non si dovesse limitare allo strumento pubblicistico, inteso come azione di un soggetto operante su di un pubblico paziente per la creazione di un gusto o di un’opinione pubblica. Come, del resto, il fenomeno giornalistico non doveva limitarsi allo strumento “demodossalogico”, teorizzato da Perini Bembo che faceva del giornalismo la pura espressione dell’opinione pubblica. Secondo Gaeta il fenomeno giornalistico consisteva nella sintesi di entrambi i concetti: sia come strumento di azione, che come espressione dell’opinione pubblica. Come si è accennato, le polemiche in merito a queste teorie nascevano soprattutto per difficoltà di comprendere le diverse definizioni. Fattorello, infatti, rispose alle critiche di Gaeta, scrivendo:

quando mai ho scritto io che il giornalismo attua un rapporto tra “soggetto operante” e un “soggetto paziente”? Oltre tutto questo sarebbe un grosso sproposito sociologico. E quando mai ho negato all’attività che si sviluppa tramite il giornale il significato che essa necessariamente ha come espressione dell’ambito sociale? Se ciò avessi detto avrei infirmato tutta la mia interpretazione.[114]

E Gaeta diede ragione alle osservazioni di Fattorello, rispondendo:

Effettivamente tu non hai detto che “il giornalismo attua un rapporto fra “soggetto operante” ed un “soggetto paziente”. Hai detto che “il giornalismo sussiste in quanto il giornale attua il rapporto tra soggetto operante e pubblico”.[115]

Dalle polemiche sull’inizio della storia del giornalismo, sostenute alla fine degli anni Venti, Fattorello aveva attraversato la ricerca sul giornalismo italiano nel ventennio fascista, passando attraverso diverse teorie, anche contrastanti tra di loro, per giungere negli anni Cinquanta agli studi sull’informazione. Questo si rivelerà il principale territorio d’indagine, in anni in cui il giornalismo stesso verrà “sorpassato” dagli altri mass media. Così lo studioso concludeva la polemica con Giuliano Gaeta:

So bene che il mio punto di vista non è da te condiviso (ed io ritengo che il tuo sia errato). Il motivo del nostro dissentire dipende dal fatto che usiamo un diverso linguaggio, soprattutto partiamo da diverse concezioni, da diversi presupposti […] possiamo fare una cosa molto semplice: far a meno di continuare giacché io non ho mai pensato di condurre te sul mio sentiero né di discutere a questo modo di tali problemi.[116]

Note

[1]
A questo periodo risalgono dei quaderni in cui il giovane studente liceale, rivelando già un precoce interesse per la “manipolazione” dell’informazione, incollava dei ritagli di giornali e che intitolava Avanti i giovani per l’avvenire e L’anima nuova. Questi quaderni, entrambi dell’anno scolastico 1918-19, sono conservati dalla signora Cosima Fischetto, moglie di Francesco Fattorello, che gentilmente me ne ha permesso la consultazione.

[2]              F. Fattorello, Ricordi del tempo di guerra, in “Rivista Letteraria” (d’ora in poi RL), a. IX, n. 2, pp. 33-35.

[3]              Come risulta dal diploma conservato nell’Archivio storico della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Ferrara.

[4]              F. Fattorello, Ricordi del tempo di guerra, cit., p. 35)

[5]              F. Fattorello, in “Rivista Letteraria delle Tre Venezie”, (d’ora in poi RLTV), a. I, 1923, n. 1.

[6]              G. D., Ippolito Nievo e Tommaso Grossi, in “Bollettino della Libreria Carducci”, a. I, s. I, n. 3, (dicembre 1922), p. 79.

[7]
Vedi le recensioni di G. Floris in “Rassegna”, a. XXXI, 1923, p. 298, su Grossi e di L. Deminelli in “Rassegna”, a. XXXI, 1923, pp. 302-3 su Fogazzaro. In entrambe la conclusione è: “nulla di nuovo”.

[8]              F. Fattorello, Ippolito Nievo, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1922. Fattorello non si limitò all’analisi de Le Confessioni d’un italiano, ma si occupò di tutte le opere letterarie del Nievo.

[9]              F. Fattorello, Ideali, speranze e vicende del Risorgimento nelle Confessioni d’I.N., Udine, Doretti, 1930. Per la collocazione di questo lavoro nell’ambito della critica letteraria coeva cfr. Ippolito Nievo, Le Confessioni d’un italiano, a cura di Marcella Gorra, Milano, A. Mondadori, Editore, 1981, p. 1154.

[10]             F. Fattorello, M. D’Azeglio, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1923; Id., Tommaso Grossi, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1922.

[11]             F. Fattorello, A. Fogazzaro: profilo, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1923. Si tratta del discorso tenuto da Fattorello il 19 novembre 1922 all'”Olimpica” di Vicenza per l’inaugurazione dell’anno accademico 1922-1923, precedentemente letto all'”Università Popolare di Udine”. Sui rapporti tra Fogazzaro e l’idealismo cfr. L. Mangoni, Una crisi fine secolo. La cultura italiana e la Francia fra Otto e Novecento, Torino, Einaudi, 1985, pp. 62-63.

[12]             F. Fattorello, I Promessi Sposi, Udine, Libreria Carducci Editrice, 1923.

[13]                    Cfr. F. Fattorello, L’Astichello di Giacomo Zanella, in RLTV, a. I, 1923, n. IV, p. 50. Conferenza tenuta all’Olimpica di Vicenza nell’aprile 1924.

[14]                    Cfr. Id., Note ed appunti sull’opera e l’arte di R. Fucini, ivi, n. 2, p. 27.

[15]             F. Fattorello, Uno scrittore dimenticato: Giovanni Ruffini, Bologna, L. Cappelli Editore, p. 1.

[16]                    Ibidem.

[17]             Certificato di laurea. Archivio privato Istituto Italiano di Pubblicismo (d’ora in poi Archivio I.I.P.).

[18]             Copia del foglio matricolare. Archivio I. I. P.

[19]             F. Fattorello, Appunti sulla letteratura italiana del Friuli nel ‘400, Rocca S. Casciano, Tip. L. Cappelli, 1925; Id., Notizie storico-critiche su Cornelio Frangipane il giovane, Rocca S. Casciano, Tip. L. Cappelli, 1925.

[20]             Il corso venne autorizzato dal Ministero della Pubblica Istruzione il 2 febbraio 1929, come attesta il certificato dell’Università degli Studi Economici e Commerciali di Trieste, Prot. 1073, del 16 maggio 1929. Archivio I.I.P.

[21]             Michele Risolo, nato a Uggiano la Chiesa (Lecce) nel 1889, esordì nel 1922 come giornalista nel “Popolo di Trieste”, di cui fu anche vicedirettore tra il 1923 e il 1925 e direttore dal 1931 al 1932. Collaborò poi al “Piccolo di Trieste”, ove rimase dal 1926 al 1930, e a “Critica Fascista”. Segretario del Sindacato regionale dei giornalisti giuliani, ricoprì cariche importanti nel Fascio triestino. Cfr. Annuario della stampa 1937-38, a cura del Sindacato nazionale fascista dei giornalisti, Bologna, Zanichelli, 1937, p. 442.

[22]             Cfr. F. Fattorello, Le origini del giornalismo in Italia, Udine, Editrice “La Rivista Letteraria”, 1929, p. V.

[23]             In questi anni ebbe inizio anche la lunga carriera di Fattorello nell’insegnamento. Nell’anno scolastico 1927-28 egli insegnò materie letterarie nel Regio Istituto Tecnico inferiore “A. Zanon” di Udine e materie giuridiche ed economiche nello stesso Istituto superiore. Nel 1928-29 insegnò materie giuridiche ed economiche nell’Istituto Commerciale “Toppo Wassermann” di Udine, del quale divenne direttore nel 1929-30. In tale istituto insegnò lingua e letteratura italiana e storia fino al 1934-35. Cfr. il curriculum compilato dallo stesso Fattorello e gli attestati rilasciati dagli istituti. Archivio I.I.P.

[24]             F. Fattorello, Le origini del giornalismo in Italia, cit.

[25]             Ivi, p. VI.

[26]             Ivi, p. 4.

[27]             Il rettore rispose che l’Università degli studi economiche e commerciali, per le sue finalità, non poteva comprendere una cattedra di storia del giornalismo che invece poteva rientrare nella facoltà di scienze politiche, in quel momento inesistente. Venne chiesto quindi a Fattorello di interessarsi dell’istituzione di quella facoltà, promettendogli che “ottenendo quella di scienze politiche il Consiglio Accademico non mancherà d’inserire fra gli insegnamenti istituzionali la cattedra di storia del giornalismo.” (Lettera del rettore dell’Università degli Studi Economici e Commerciali di Trieste inviata a Fattorello il 4 giugno 1929. La data della precedente richiesta di Fattorello – 29 maggio – si desume da questa lettera. Archivio I.I.P.)

[28]             Cfr. F. Fattorello, In cammino, in RL, a. V, 1933, n. 1, p. 1.

[29]             Si vedano le rubriche: Scrittori contemporanei, Note ed appunti, La vita letteraria nelle città d’Italia, Gli scomparsi e Rassegna bibliografica che, già dal primo anno, prese il nome di Cronache. Cfr. F. Fattorello, L’anno dodicesimo della Rivista, in RL, a. VII, 1935, n. 1, p. 1 e Id., La Rivista Letteraria nel suo XI anno, in RL, a. VI, 1934, n. 1, p. 1.

[30]             Di questa rubrica Antonio Pilot intendeva diventare uno dei più assidui collaboratori, ma morì poco dopo, il 2 gennaio 1930. Socio della Deputazione veneta di storia patria e dell’Ateneo Veneto, segretario dell’Istituto Tecnico “Paolo Sarpi” di Venezia, Antonio Pilot fu uno studioso di cultura veneta, collaborò a diverse riviste, tra cui la “Rassegna Nazionale”, dove pubblicò numerosi saggi dedicati alla storia del giornalismo veneziano. Cfr. G. B. Cervellini, Antonio Pilot, in RL, a. II, 1930, n. 1, p. 12. Della scomparsa di Pilot si parla in F. Fattorello, Secondo esordio, in RL, a. II, 1930, n. 1, p. 2. Precedentemente Pilot aveva collaborato anche alla “Rivista Letteraria delle Tre Venezie”.

[31]             F. Fattorello, Secondo esordio, cit.., p. 2.

[32]             Gino Tomajuoli, redattore de “La Gazzetta di Venezia” (1927-32), collaboratore de “La Tribuna”, di “Circoli”, de “La Fiera Letteraria” (1933-37). Partecipò, come volontario, alla campagna d’Etiopia; redattore del “Corriere dell’Impero” (1938), inviato speciale per “La Gazzetta del Popolo” nel Medio Oriente, redattore de “Il Giornale d’Italia”, e corrispondente da Belgrado (1939-41) durante la seconda guerra mondiale fu inviato di guerra de “Il Giornale d’Italia”. Già direttore di “Affari internazionali”, redattore de “Il Tempo” di Roma e corrispondente dalla Conferenza di Pace di Parigi del 1946; redattore e inviato speciale in Asia e Estremo Oriente del “Corriere di Milano” (1947-48); redattore de “La Stampa”, e corrispondente degli Stati Uniti dal 1949. (Cfr. Chi è?, 1957, p. 547; Annuario della stampa 1939-1940, cit., p. 598).

[33]             Guido Piovene, corrispondente dell'”Ambrosiano” dalla Germania nel 1930, poi critico letterario dello stesso giornale; dal 1923 redattore di “Pan” e dal 1935 del “Corriere della Sera” di cui fu prima corrispondente da Londra, poi critico cinematografico; passò poi a “La Stampa” di Torino. Direttore della divisione Arte e Lettere dell’Unesco dal 1949 al 1950. Cfr. Chi è?, 1957, p. 435; Annuario della stampa 1937-38, cit., p. 361.

[34]             Giuseppe Santonastaso, insegnante di filosofia e storia nei licei. Libero docente di storia delle dottrine politiche nell’Università di Roma e incaricato di tale materia all’Università di Bari. Collaboratore di riviste filosofiche e politiche. (Cfr. Chi è?, 1957, p. 496).

[35]             Guido Bustico (Pavia, 1876 – Torino, 1942) Insegnante, direttore nel 1901 della “Rivista pedagogica italiana”; dal 1907 bibliotecario della Biblioteca universitaria di Genova, dal 1918 al 1930 direttore della civica Biblioteca Negroni di Novara. Scrisse saggi di storia letteraria, di pedagogia e contributi bibliografici alla storia del teatro; infine si occupò di giornalismo in Nicolò Tommaseo giornalista, Roma, 1907; Giornali e giornalisti del Risorgimento, Milano, Caddeo, 1924. (Cfr. Chi è?, 1928, p. 110).

[36]             F. Fattorello, Le origini, cit., p. 15.

[37]             Lettera di Gioacchino Brognoligo inviata a Fattorello il 12 maggio 1930. Archivio I.I.P.

[38]             Luigi Piccioni (1870 – 1955). Insegnò lingua e letteratura italiana nelle scuole medie e nei licei dal 1896. Libero docente di letteratura italiana nell’Università di Torino dal 1905, dove, nell’anno accademico 1912-13, tenne un corso libero di storia del giornalismo italiano. Pubblicò la Rassegna storica del giornalismo italiano prima sulla “Rivista d’Italia” (1913-17) e poi dal 1918 al 1928, sulla “Rassegna Nazionale”. Curò, inoltre, l’edizione nazionale delle opere del Baretti. Cfr. E. Codignola, Pedagogisti ed educatori, in Enciclopedia bio-bibliografica italiana, 1939, ad vocem.

[39]             L. Piccioni, Storia del giornalismo, in “Nuova Antologia”, a. 66, n. 1424, 16 luglio 1931, p. 263.

[40]          Paolo Orano (Roma, 1875 – Padule, 1945) sindacalista rivoluzionario, aderì al Pnf nel 1922 e fu membro della commissione che preparò la riforma elettorale del 1923. Studioso e docente di storia del giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche di Perugia, nel 1937 partecipò alla campagna contro gli ebrei con la pubblicazione di un opuscolo, dal titolo Gli Ebrei in Italia. Due anni dopo fu nominato senatore. Morì in un campo di concentramento a Padule, nel 1945. Cfr. P. V. Cannistraro, Historical dictionary, ad voce

[41]             Cfr. R. Mosca, Storia del giornale e del giornalismo, in “La Parola e il libro”, XIII, n. 11, novembre 1930, pp. 532-534.

[42]             A. Panella, Spunti di storia del giornalismo, in “Il Marzocco”, a. XXXV, n. 18, 4 maggio 1930, pp. 2-3. Antonio Panella, direttore in quegli anni dell’Archivio di Stato di Firenze, ebbe con Fattorello diversi scambi culturali. Si interessò al giornalismo scrivendo alcuni articoli sul “Marzocco”. Cfr. A. Panella, Giornalismo siciliano del Risorgimento, in “Il Marzocco”, 13 settembre 1931, pp. 2-3; Id., L’ultimo giornale del Risorgimento, ibidem, 17 gennaio 1932, pp. 1-2; Giornalismo letterario nella Toscana del Risorgimento, ibidem, 13 agosto 1922, pp. 1-2.

[43]             A. Panella, Spunti di storia, cit., p. 2.

[44]             P. Orano, Verso una dottrina storica del giornalismo, in “L’Eloquenza”, a. XVIII, n. 5-6, pp. 451-474. L’articolo costituisce la prima delle lezioni di Orano sulla storia del giornalismo all’Università di Perugia.

[45]             F. Fattorello, Discussione sul concetto di storia del giornalismo, in “Il Marzocco”, a. XXXV, 1935, n. 22, p. 4.

[46]             Cfr. F. Fattorello, Postilla, in “Il Marzocco”, XXXV, n. 23, 8 giugno 1930, p. 4; ed inoltre Id., A proposito di una nostra polemica sul Marzocco, in RL, II, 1930, n. 2, pp. 43-44.

[47]             Cfr. F. Fattorello, Verso il decimo esordio, in RL, a. IV, 1932, n. 1, p. 2.

[48]             F. Fattorello, L’anno dodicesimo della Rivista, in RL, a. VII, 1935, n. 1, p. 1. Per ricostruire l’evoluzione della “Rivista Letteraria” negli studi sul giornalismo si vedano le introduzioni di Fattorello: Al lettore nel XIII° annuale della “Rivista Letteraria”, in RL, a. VIII, 1936, n. 4, p. 1; Verso il quindicesimo esordio, in RL, a. IX, 1937, n. 2, p. 1; Al lettore nel 15° annuale della Rivista, in RL, a. X, 1938, n. 2, p. 1.

[49]             Cfr. F. Fattorello, Pacifico Valussi, Udine, Regia Scuola complementare e secondaria d’avviamento al lavoro, 1931.

[50]             Pacifico Valussi, nacque a Talmasson (Friuli) il 30 novembre 1813 e morì a Udine il 28 ottobre 1893. Durante la rivoluzione del 1848 si recò a Venezia dove gli venne affidata da Niccolò Tommaseo, che faceva parte del governo della Repubblica, la direzione della “Gazzetta ufficiale”. In seguito si stabilì a Udine, dove diresse il “Friuli”, e a Milano, dove fu uno dei fondatori, nel 1859, de “La Perseveranza”. Cfr. V. Castronovo, Stampa e opinione pubblica, cit., p. 18.

[51]             Su Pacifico Valussi Fattorello pubblicò i seguenti articoli: Pacifico Valussi a N. Tommaseo, in RL, a. IV; 1932, n. 4, pp. 12-14; Dissertazioni sul giornalismo di Pacifico Valussi, in RL, a. VII, 1935, n. 6, pp. 26-27, P. Valussi e “Il Friuli”, in RL, a. II, 1930, n. 4-5, pp. 28-30; Pacifico Valussi e il “Giornale di Udine”, in “Giornale del Friuli”, 2 giugno 1931; R. Bonghi, P. Valussi e il giornalismo italiano, in “Giornale del Friuli”, 28 dicembre 1930.

[52]             Cfr. F. Fattorello, Dissertazioni sul giornalismo di P. Valussi, cit.

[53]             Come osservava Paolo Orano nella recensione dal titolo Storici del giornale, in “Corriere della Sera”, 30 agosto 1932. Cfr., inoltre, G. Perale, Il giornalismo veneziano del Settecento, in “Popolo del Friuli”, 28 maggio 1932.

[54]             Cfr. F. Fattorello, Il giornalismo veneziano nel ‘700, 2 voll., Udine, Editrice “La Rivista Letteraria”, 1932.

[55]             Cfr. F. Fattorello, Il giornalismo veneto nel Settecento, 2a ed., Udine, Istituto delle Edizioni Accademiche, 1933.

[56]             Si vedano alcune lettere che si trovano all’Archivio di Stato di Firenze: Archivio di Stato di Firenze, Archivio, Busta 482, prot. 1654, n. 52; Archivio, n. 458, n. 6712, 29 settembre 1932 (richiesta di notizie su “Avvisi Veneziani”); Prot. 6712, Sez. II, Firenze, 12 ottobre 1932 (risposta alla richiesta precedente); Busta 458, n. 7157, 24 ottobre 1932 (richiesta di notizie sulla prima “Gazzetta a stampa”); Prot. 7157, Sez. II, 3 novembre 1932 (risposta alla richiesta precedente); cartolina postale scritta da Fattorello a Panella (datata 6 novembre 1932 – Archivio di Stato 8 novembre 1932, Prot. Gen. 7448).

[57]             Cfr. la lettera di Luigi Madaro a Fattorello, 13 ottobre 1932. Archivio I.I.P.

[58]             Cfr. F. Fattorello, Le origini del giornalismo moderno in Italia, Udine, Editrice “La Rivista Letteraria”, 1933.

[59]             Sull’Enciclopedia Italiana cfr. G. Turi, Il fascismo e il consenso, cit., pp. 13-150; Id., Giovanni Gentile, cit., 421-435.

[60]             Cfr. Enciclopedia italiana, 1933, vol. XVII, pp. 184-186.

[61]             Cfr., nella voce Giornale, le sezioni Il giornalismo italiano, I giornali italiani dal 1848 ad oggi, Il giornalismo estero in Enciclopedia italiana, 1933, vol. XVII , pp. 186-206.

[62]             Cfr. il capitolo Il giornale moderno in Enciclopedia italiana, 1933, vol. XVII, pp. 206-207. Telesio Interlandi, nacque a Chiaramonte Gulfi nel 1894. Esordì nel 1915 come redattore de “Il Giornale dell’Isola”. Fu poi redattore de “Il Travaso delle Idee”, de “La Nazione” e de “L’Impero”. Fondatore e direttore de “Il Tevere”, in seguito direttore di “Quadriviro” e de “La Difesa della Razza”. Cfr. Annuario della stampa 1939-1940, cit., p. 379.

[63]             F. Fattorello, Giornale, cit., p. 184.

[64]             La commissione giudicatrice per l’abilitazione alla libera docenza in Storia del giornalismo, composta da Gioacchino Volpe (presidente), Maurizio Maraviglia (segretario), Paolo Orano (relatore), diede parere favorevole. Cfr. la relazione della Commissione, datata 3 aprile 1933 (Archivio I.I.P.) ed inoltre il verbale del giuramento prestato da Fattorello l’11 giugno 1934 (Archivio I.I.P.). Con decreto ministeriale del 26/8/1940 a Fattorello venne confermata definitivamente la libera docenza in Storia del giornalismo. Cfr. la comunicazione inviata a Fattorello da parte dell’Università degli Studi di Roma, il 24 settembre 1940, prot. N. 6621. Archivio I.I.P.

[65]             La prolusione al corso venne pubblicata nella “Rivista Letteraria” col titolo Il giornalismo italiano nei periodi della sua storia, a. VII, 1935, n. 1, pp. 2-14, e ristampata l’anno successivo nel volume Notizie per una bibliografia del giornalismo italiano (Udine, “Rivista Letteraria”, 1936) con l’aggiunta della parte bibliografica.

[66]             F. Fattorello, Il giornalismo italiano nei periodi della sua storia, cit., p. 12.

[67]             Dal 1934 al 1938 Fattorello svolse i seguenti corsi: 1934-35: Le origini del giornalismo moderno in Italia; 1935-36: Il giornalismo italiano nel secolo XVIII; 1936-37: Il giornalismo in Italia e in Europa avanti il periodo napoleonico; 1937-38: Il giornalismo politico italiano avanti il ’48. Cfr. F. Fattorello, Verso una scienza del giornalismo, Tolmezzo, Carnia, 1938, p. 4 (pubblicato anche sulla “Rivista Letteraria”, a. X, 1938, n. 3). Recensioni di questo saggio apparvero in “Zeitungswissenschaft”, 1938, n 10 e in “Cahiers de la Presse”, gennaio-marzo 1939.

[68]             Cfr. O. Costanzi, Ugo Foscolo e il giornalismo, in RL, a. X, 1938, n. 2, pp. 2-23.

[69]             Cfr. F. Fattorello, Il giornalismo “quarta arma”, in “Il Giornalismo” (d’ora in poi G), a. IV, 1942, n. 1-2, p. 14.

[70]             Cfr. J. Petersen, L’accordo culturale fra l’Italia e la Germania del 23 novembre 1938, in Fascismo e nazionalsocialismo, a cura di Karl Dietrich Bracher e Leo Valiani, Bologna, Il Mulino, 1986, p. 334.

[71]             Nell’introduzione al primo numero del 1937 Fattorello scriveva: “Un punto del suo programma ora è quello che viene dando alla “Rivista” sempre più precisa funzione, sempre più precisa ragione di essere: la storia del giornalismo. Sempre più verremo orientando il periodico verso questa disciplina. Sempre più la letteratura, la storia saranno oggetto di esame entro gli orizzonti di questa materia.” (F. Fattorello, Verso il quindicesimo esordio, in RL, a. IX, 1937, n. 2, p. 1.)

[72]             La proposta di questa nomina venne rivolta a Fattorello con una lettera, inviata il 23 aprile 1935. Archivio I.I.P.

[73]             Lettera inviata a Fattorello il 28 maggio 1935. Archivio I.I.P.

[74]             Si veda la comunicazione inviata a Fattorello il 1 luglio 1935. Archivio I.I.P.

[75]             Si veda la relazione di Fattorello. Archivio I.I.P.

[76]             Lettera inviata il 26 febbraio 1936. Archivio I.I.P. Pochi giorni dopo Fattorello inviò quanto richiesto. Lettera di Fattorello del 3 marzo 1936. Archivio I.I.P.

[77]             Si veda la lettera di De Vecchi del 30 marzo 1936 e la risposta di Fattorello del 30 aprile 1936. Archivio I.I.P. Il materiale richiesto venne spedito da Fattorello il 30 aprile. Archivio I.I.P.

[78]             Lettera inviata a Fattorello il 17 giugno 1936.

[79]             F. Fattorello, Al lettore nel XIII° annuale della “Rivista Letteraria”, in RL, a. VIII, 1936, n. 4, p. 1.

[80]             F. Fattorello, Verso una scienza del giornalismo, cit..

[81]             Ivi, p. 10.

[82]             Ibidem.

[83]             Ivi, p. 11.

[84]             F. Fattorello, Del giornalismo e della sua storia, in RL, a. X, 1938, n. 3, pp. 26-29. Recensione di A. Gennarini, Il giornalismo letterario della nuova Italia, Napoli, 1938.

[85]             Ivi, p. 26.

[86]             Al lettore, in G, a. I, 1939, n. 1, p. 3.

[87]             Cfr. Alfried Große, Wilhelm Kapp und die Zeitungswissenschaft. Geschichte des Instituts für Publizistik und Zeitungswissenschaft an der Universität Freiburg i. Br. (1922-1943), 1989; Hans G. Klose, Die Zeitungswissenschaft in K`ln, ein Beitrag zur Professionalizierung der deutschen Zeitungswissenschaft in der ersten H@lfte des 20, 1989; Gert Hagelweide, Zeitungswissenschaft/Bibliographie Quellenkunde zur Pressegeschichte Dortmunds und der grafschaft mark. Bibliographie, Standortnachweis, Archivien und literatur, 1990.

[88]             Di Otto Dietrich: Mit Hitler in die Macht, personliche Erlebnisse mit meinem Fuhrer, Munchen, 1939. Trad. it. Con Hitler verso il potere. Vicende personali del dr. O. D., capo dell’ufficio stampa del partito N.S.D.A.P., Milano, Italica Editoriale, 1934.

[89]             Cfr. A. Dresler, Lo sviluppo, cit., p. 69.

[90]             F. Fattorello, Le scuole professionali e gl’Istituti Universitari di giornalismo, in G, a. I, 1939, n. 1, p. 73.

[91]             M. Del Vescovo, Schema per una “Scienza del giornalismo”, in RL, a. X, 1937, n. 3, pp. 35-39.

[92]             M. Del Vescovo, Criterio di scienza e sue applicabilità agli studi giornalistici, in G, a. I, 1939, n. 1, p. 26.

[93]             Si veda la comunicazione inviata, per telegramma, a Fattorello il 21 agosto 1938. Archivio I.I.P.

[94]             Cfr. la comunicazione della definitiva abilitazione, inviata a Fattorello da parte della Regia Università degli Studi di Roma, il 24 settembre 1940, prot. N. 6621. Archivio I.I.P.

[95]             Risulta da una lettera che Umberto Guglielmotti scrisse al Rettorato dell’Università di Roma, il 13 gennaio 1943, per informare del viaggio di Fattorello, approvato dal Ministero della Cultura Popolare. Archivio I.I.P.

[96]             Sulla stampa durante la Repubblica sociale italiana cfr. G. De Luna, I “quarantacinque giorni” e la repubblica di Salò, in V. Castronovo e N. Tranfaglia (a cura di), Storia della stampa italiana, vol. V, La stampa italiana dalla resistenza agli anni Sessanta, a cura di G. De Luna, N. Torcellan, P. Murialdi, Bari, Laterza, 1980, pp. 5-89; M. Isnenghi, Autorappresentazioni dell’ultimo fascismo nella riflessione e nella propaganda, in Annali della Fondazione Luigi Micheletti, La repubblica sociale italiana 1943-45 (Atti del Convegno, Brescia 4-5 ottobre 1985), a cura di P. P. Poggio, Brescia, 1985; V. Paolucci, I quotidiani della Repubblica Sociale italiana, Urbino, Argalia, 1987.

[97]             Cfr. Certificato dell’Istituto Commerciale di Toppo Wassermann. Archivio I.I.P.

[98]             Sul ruolo degli Stati Uniti e la loro influenza nel formarsi dell’Italia repubblicana cfr. F. Romero, Gli Stati Uniti in Italia: il Piano Marshall e il Patto atlantico, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. I: La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Torino, Einaudi, 1994, pp. 231-289; J. L. Harper, L’America e la ricostruzione dell’Italia, 1945-48, Bologna, Il Mulino, 1987; R. Quartararo, Italia e Stati Uniti: gli anni difficili, 1945-1952, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1986.

[99]             L’United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) venne costituita, come istituzione specializzata dell’ONU, il 4 novembre 1946; l’Italia vi aderì nel 1947. Per il dibattito politico all’interno dell’Unesco cfr. S. Dutt, The politicization of the United Nations specialized agencies. A case study of Unesco, Lerviston/Lampeter, Mellen University Press, 1995.

[100]            Carmelo D’Agata, nato a Viagrande (Catania) il 24 marzo 1905. Laureato in Scienze Economiche. si dedicò soprattutto allo studio statistico dei fenomeni sociali. Fu docente di sociologia e di statistica giudiziaria nell’Università di Roma. Cfr. Chi è? Dizionario biografico degli italiani d’oggi, VII ed., Roma, Scarano, 1961, p. 204.

[101]            C. D’Agata, La tecnica dei sondaggi nell’analisi della pubblica opinione, in “Saggi e studi di pubblicistica”, a. I, 1953, n. 1, p. 55.

[102]            Ibidem.

[103]            “Le vigliaccherie di cui sono stato oggetto nella città di Udine non mi consentono di dare più il mio nome ad alcuna di quelle istituzioni che portano la denominazione di udinese”: così Fattorello scriveva in una lettera inviata il 6 maggio 1947 a Carlo Someda de Marco, presidente dell’Accademia di Udine, confermando le sue dimissioni già precedentemente annunciate. Dopo una lunga discussione, testimoniata da numerose lettere conservate nell’Archivio dell’Istituto Italiano di Pubblicismo, le dimissioni di Fattorello vennero accettate il 19 giugno 1947. Tra queste si conserva anche quella di Alessandro Vigevani, in quegli anni Consigliere dell’Accademia.

[104]            Come scrive Fattorello nell’articolo che apre la pubblicazione di “Saggi e studi di pubblicistica”, il corso propedeutico alle professioni pubblicistiche “per il particolare interessamento dell’insigne sociologo prof. Corrado Gini, Preside della Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali e in seguito alle decisioni dei competenti organi Accademici e Ministeriali, è stato inserito nel seno di quella Facoltà presso l’Università di Roma”; F. Fattorello, Dagli studi sul giornalismo agli studi sulla pubblicistica generale, in “Saggi e studi di pubblicistica”, a. I, 1953, n. 1, p. 7. Inoltre vedi F. Fattorello, Il corso propedeutico alle professioni giornalistiche, in Annuario della stampa italiana 1954-1955, a cura della Federazione nazionale della stampa italiana, Milano-Roma, Fratelli Boca, 1954, pp. 487-489.

[105]            R. Lefevre, Albo, titolo di studio e Scuole di giornalismo, in Annuario della stampa italiana 1957-1958, a cura della Federazione nazionale della stampa italiana, Milano, Garzanti, 1957, pp. 329-342.

[106]            Cfr. J. Stoetzel, La psychologie sociale, Paris, Flammarion, 1964, trad. it. La psicologia sociale, Roma, Editore Armando, 1964.

[107]            F. Fattorello, Teoria dell’opinione, cit.

[108]            Giuliano Gaeta si laureò in Storia del giornalismo, presso la Facoltà di Scienze Politiche di Perugia. Insegnò, in seguito, Storia del Giornalismo nella Facoltà di Scienze Politiche di Trieste e collaborò a diversi periodici, tra cui “La Porta Orientale”, “Rassegna storica del Risorgimento”, “Quaderni di storia del giornalismo” dell’Istituto Nazionale per la storia del giornalismo. La sua opera più famosa rimane la Storia del giornalismo (Milano, Vallardi, 1966). Si vedano, inoltre: Domenico Manzoni propugnatore di una scuola universitaria di giornalismo, Trieste, La Editoriale Libraria, 1956 (Estratto da “Pagine Istriane”, 1956, n. 25); “Fenomeno giornalistico” e “Storia del Giornalismo”, Trieste, L’Università, 1946 (Estratto dagli “Annali Triestini” a cura dell’Università di Trieste, vol. XVII, fasc. I-II); Giornalismo, propaganda e pubblicità, Trieste, La Editoriale Libraria, 1953; Trieste durante la guerra mondiale. Opinione pubblica e giornalismo a Trieste dal 1914 al 1918, con prefazione di Paolo Orano, Trieste, Ed. Delfino, 1938.

[109]            F. Fattorello, Oggetto e limite della storia giornalistica, in Miscellanea di scritti di bibliografia ed erudizione in memoria di Luigi Ferrari, Firenze, Leo Olschki, 1952.

[110]            G. Gaeta, Giornalismo, Propaganda e pubblicità, in “Pagine Istriane”, a. IV, n. 14-15, luglio-ottobre 1953, pp. 29-33. La polemica con Gaeta è testimoniata da un consistente carteggio conservato dall’Istituto di Pubblicismo e riportato in appendice.

[111]            F. Fattorello, Oggetto e limite della storia giornalistica, cit., p. 20.

[112]            G. Gaeta, Premessa, in Id., Storia del giornalismo, Milano, Vallardi, 1966, vol. I, p. VII. Si veda anche “Fenomeno giornalistico” e “Storia del giornalismo”, in Annali Triestini, Università di Trieste, 1946, vol. XVII, fasc. I-II.

[113]            G. Gaeta, Giornale, propaganda e pubblicità, cit., p. 30.

[114]            Lettera di Fattorello a Gaeta del 31 dicembre 1953. Archivio I.I.P.

[115]            Lettera di Gaeta del 14 gennaio 1954. Archivio I.I.P.

[116]            Lettera di Fattorello a Gaeta del 17 aprile 1954. Archivio I.I.P.

Intervista a Giuseppe Ragnetti, direttore dell’Istituto “Francesco Fattorello”

Prof. Ragnetti negli ultimi decenni la letteratura e il dibattito sul fenomeno della comunicazione e del giornalismo si sono progressivamente ampliati. Ma non sempre si ricorda che la teoria della comunicazione scaturisce dalla visione lungimirante del professor Francesco Fattorello che cominciò ad occuparsi di queste tematiche con un approccio scientifico e strutturato già nella prima metà del Novecento. Chi era Francesco Fattorello?

Ha perfettamente ragione. È un dato di fatto che oggi si parli molto di comunicazione, in ambito accademico, mediatico, persino aziendale, ma troppo spesso ci si dimentica delle radici profonde di questo campo, almeno nel contesto italiano ed europeo.

Francesco Fattorello è stato un maestro straordinario, una figura davvero centrale nel campo dell’informazione e della comunicazione. Considerando gli anni in cui ha svolto i suoi studi, può essere considerato davvero un lungimirante e un grande innovatore.

È nato a Pordenone il 22 febbraio del 1902, e oltre ad essere un grande studioso, era anche un letterato, uno storico, un sociologo.

Dopo aver studiato giurisprudenza, si è dedicato alla cultura del Friuli, cercando di far emergere quegli aspetti che potessero unire culturalmente la regione al resto d’Italia, andando oltre le tradizioni locali.
Ha fatto tantissime ricerche, ha scritto libri e fondato riviste per raccontare la storia e la letteratura friulana.

Ma non si è occupato solo di questo: come dicevo è stato anche uno dei primi a studiare il giornalismo come materia seria, insegnandolo all’università e creando istituti di ricerca dedicati allo studio dell’informazione.

Attraverso i suoi studi ha elaborato e strutturato  una dettagliata teoria sulla comunicazione “La Tecnica Sociale dell’Informazione” che ancora oggi è considerata molto innovativa. Insomma, è stato un intellettuale a tutto tondo, che ha lasciato un segno importante sia nella cultura che nel giornalismo in Italia.

Ho avuto l’onore di essere suo allievo e, da anni ormai, porto avanti la sua eredità culturale, cercando di far conoscere il suo lavoro e il suo pensiero attraverso iniziative promosse in numerosi contesti formativi.

Francesco Fattorello, Pordenone 1902 – Udine 1985


Ci racconti quando e come ha conosciuto il Prof. Francesco Fattorello e cosa è nato in lei da quell’incontro?

Ho conosciuto il Professor Fattorello molti anni fa, in un contesto accademico in cui si discuteva di informazione e comunicazione non solo come strumenti tecnici, ma come vere e proprie pratiche sociali. Quel primo incontro non è stato solo personale ma profondamente intellettuale. Sono rimasto colpito dalla sua visione innovativa: non parlava dell’informazione come semplice trasmissione di notizie, ma come relazione tra soggetti, fondata su un confronto di punti di vista e sulla valorizzazione dell’interlocutore.

Da quell’incontro è nata in me una profonda adesione alla sua Tecnica Sociale dell’Informazione, che ho poi studiato, applicato e diffuso nel corso degli anni. È stato un vero rapporto maestro-allievo, fondato su stima, rigore e dialogo. Fattorello non insegnava solo una teoria, ma un metodo di pensiero critico e responsabile. Da allora, ho sentito il dovere, nonché il privilegio, di portare avanti il suo lavoro, dirigendo l’Istituto a lui intitolato, curando la pubblicazione delle sue opere, insegnando i suoi principi nelle università e aggiornandone l’applicazione ai tempi di oggi.

Posso certamente affermare che da quell’incontro è nata una vera missione culturale: rendere la comunicazione uno strumento autentico di partecipazione sociale.

Francesco Fattorello - Teoria della Tecnica Sociale dell' Informazione - a cura di Giuseppe Ragnett

Francesco Fattorello – Teoria della Tecnica Sociale dell’ Informazione – a cura di Giuseppe Ragnetti


È possibile sintetizzare i punti principali della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione?

Sì, è possibile ed è anche utile farlo perché la teoria di Fattorello, pur essendo stata formulata nel secolo scorso, è ancora oggi sorprendentemente attuale.

Il primo punto fondamentale è che non esiste un’informazione oggettiva. Secondo Fattorello, ogni volta che comunichiamo un fatto, in realtà stiamo offrendo una rappresentazione soggettiva di quel fatto, costruita da chi comunica in base al proprio punto di vista, al contesto e agli obiettivi che intende raggiungere.

Il secondo elemento chiave riguarda proprio il ruolo del comunicatore che non è un semplice tramite neutrale tra realtà e pubblico. Al contrario, è un soggetto attivo, che sceglie, seleziona e interpreta i contenuti. È lui a decidere cosa raccontare e come farlo.

Un terzo aspetto centrale è che la comunicazione, per Fattorello, non è mai un atto meccanico o puramente tecnico. È sempre un’azione sociale, che si svolge in una circostanza specifica e che coinvolge relazioni, valori, interpretazioni. Comunicare significa agire nel mondo sociale.

C’è un altro punto oggi considerato essenziale che Fattorello ha intuito con grande anticipo: la centralità del destinatario. Il messaggio dev’essere costruito in funzione di chi lo riceve. Il comunicatore deve conoscere il suo pubblico, comprenderne il linguaggio, le aspettative, i codici culturali. In questo senso, l’audience non è un’entità passiva, ma un soggetto attivo della comunicazione.

Ed è proprio da qui che nasce un’ultima riflessione molto attuale: il superamento del concetto di “target”, inteso come “bersaglio” passivo da colpire, a favore di quello di “audience”, cioè un insieme di persone consapevoli, capaci di interagire e partecipare. Oggi questa visione è condivisa anche nel mondo anglosassone e nelle moderne teorie del marketing e dei media.

In sintesi, Fattorello ha spostato l’attenzione dal messaggio al processo comunicativo, e soprattutto al rapporto tra chi comunica e chi riceve. Una prospettiva che oggi può apparire consolidata ma che in realtà ha anticipato di decenni le dinamiche della comunicazione contemporanea.

Fattorello prolusione Corso 1948

Francesco Fattorello alla prolusione del Corso del 1948


Quali sono le principali differenze della Teoria Fattorelliana rispetto ai più noti studi anglosassoni, a partire da McLuhan?

È una domanda molto interessante, perché ci permette di mettere a confronto due modi di intendere la comunicazione che sono davvero molto diversi. Da una parte abbiamo la Teoria Fattorelliana, sviluppata in Italia da Fattorello già negli anni ’30. Dall’altra, le teorie più conosciute a livello internazionale, come quelle di McLuhan, Lazarsfeld e Habermas, che arrivano invece da contesti anglosassoni o centro-europei.

La differenza più importante riguarda proprio il modo in cui si intende la comunicazione. Fattorello non crede che la comunicazione serva a trasmettere la realtà così com’è. Al contrario, sostiene che ogni comunicazione trasmette sempre una rappresentazione della realtà, costruita da chi comunica. E questa rappresentazione non è mai neutra o oggettiva: è il risultato di una scelta consapevole, fatta da un soggetto operante, che ha un obiettivo preciso e comunica in funzione di esso.

Questo punto di vista è molto diverso, per esempio, da quello di Paul Felix Lazarsfeld, che si occupa soprattutto degli effetti della comunicazione di massa e del ruolo di figure come gli opinion leader. In questo caso si parte dall’idea che i media diffondano contenuti già definiti e che il punto centrale sia vedere come reagisce il pubblico, quanto viene influenzato.

Marshall McLuhan, invece, ci dice qualcosa di ancora diverso: per lui, “il medium è il messaggio”. In altre parole, non è tanto importante il contenuto che trasmettiamo, ma il mezzo che usiamo per farlo. Ogni nuova tecnologia cambia profondamente il modo in cui percepiamo la realtà. È una riflessione molto affascinante, ma rimane su un piano molto generale e culturale, mentre Fattorello propone un approccio più concreto e applicabile, soprattutto in ambiti come il giornalismo, la comunicazione pubblica o le relazioni istituzionali.

Infine, c’è Jürgen Habermas, che ha una visione della comunicazione legata all’idea di dialogo razionale. Per lui, comunicare dovrebbe servire a costruire un consenso basato sulla trasparenza, sull’argomentazione e sulla ricerca condivisa della verità. Ma anche in questo caso, si parte dall’idea che ci sia una verità da raggiungere, mentre per Fattorello non esiste una verità oggettiva da comunicare, solo rappresentazioni della realtà che vengono costruite da chi comunica, in base a uno scopo.

In sintesi, mentre le altre teorie si concentrano su aspetti come gli effetti, i media o il pubblico, è Fattorello a porre l’attenzione sui processi sociali, mettendo al centro chi comunica: cosa rappresenta, come lo fa e, soprattutto, perché. È una teoria molto pratica e strategica, pensata per fornire strumenti a chi lavora nella comunicazione, non solo per analizzarla ed è molto innovativa per il suo tempo, perché ha anticipato idee che oggi diamo quasi per scontate, come il fatto che la realtà, nel discorso pubblico, viene sempre costruita.

Il Prof. Giuseppe Ragnetti a Porto Alegre in Brasile, 2004


Professor Ragnetti, potrebbe fare un esempio pratico che aiuti a capire come queste differenze si manifestano nella realtà, ad esempio nel giornalismo o nella comunicazione quotidiana?

Certo! Un esempio semplice può chiarire bene la differenza. Immaginiamo una giornata di pioggia intensa in città. Diversi giornali devono raccontare la stessa notizia, ma ognuno sceglie di farlo in modo diverso.

Un quotidiano locale potrebbe dare il titolo: “Città paralizzata dal maltempo: ore di caos per automobilisti e pendolari.”

Mentre una testata ambientalista potrebbe scrivere: “Piogge record: i cambiamenti climatici mettono in ginocchio la città.”

Si tratta dello stesso evento, ma la prospettiva cambia.

Per Fattorello, questa differenza è il cuore stesso della comunicazione: nessuno dei due articoli “riporta la realtà” in modo oggettivo, perché ogni atto comunicativo costruisce una rappresentazione del reale, elaborata dal soggetto che comunica in funzione dei propri obiettivi.
Il giornalista non è un semplice intermediario tra fatti e pubblico, ma un soggetto operante che interpreta e struttura la realtà per proporne una versione coerente con la propria linea editoriale.

Secondo Lazarsfeld, l’interesse si sposta sugli effetti della comunicazione. In questo caso, la domanda centrale diventa: come reagisce il pubblico? La notizia genera paura, fiducia, indifferenza? Quali figure — opinion leader, commentatori, influencer — contribuiscono a orientare la percezione del fatto?
La comunicazione è analizzata in termini di influenza e ricezione.

Per McLuhan, ciò che conta non è tanto il contenuto della notizia, quanto il mezzo attraverso cui viene trasmessa.
Una foto su un social network, un servizio televisivo o un articolo stampato non producono mai lo stesso effetto percettivo: il medium, infatti, modella il messaggio.
Nel caso della pioggia, la diretta sui social può trasmettere immediatezza e coinvolgimento, mentre un articolo scritto può apparire più riflessivo e analitico.

Infine, per Habermas, la comunicazione giornalistica dovrebbe contribuire a costruire uno spazio di confronto critico e partecipativo.
Ciò significa offrire informazioni chiare, verificate e accessibili, che rendano possibile ai cittadini valutazioni consapevoli e autonome. Non si tratta di proporre una versione utile solo a chi comunica, ma di creare le condizioni per un dialogo chiaro e condiviso.

Giuseppe Ragnetti

Giuseppe Ragnetti


Lei ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione della Teoria Fattorelliana soprattutto attraverso l’attività dell’Istituto Fattorello. In quali ambiti formativi e professionali è stato possibile seminare i contenuti Fattorelliani?

Credo fermamente che Francesco Fattorello meriti di essere ricordato e valorizzato, non solo come teorico, ma come vero e proprio pioniere della comunicazione in Italia. Il lavoro che abbiamo portato avanti attraverso l’Istituto Francesco Fattorello ha avuto proprio questo obiettivo: non lasciare che il suo pensiero restasse confinato nei libri, ma farlo vivere nei percorsi formativi, professionali e culturali più diversi.

Nel corso degli anni, abbiamo avuto la possibilità di diffondere la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione in numerosi contesti: dal mondo universitario alla formazione professionale, dalla pubblica amministrazione alle imprese private. E questo perché la teoria di Fattorello non è un impianto teorico astratto o chiuso in sé, è una visione operativa della comunicazione, pensata per aiutare chi comunica a farlo con consapevolezza e strategia.

Attraverso l’Istituto, abbiamo organizzato corsi e seminari rivolti sia a studenti sia a professionisti: giornalisti, comunicatori pubblici, operatori della cultura, ma anche funzionari di enti locali, membri di associazioni, insegnanti, e persino figure attive nel sociale e nel volontariato. L’approccio Fattorelliano ha trovato terreno fertile soprattutto in quei contesti dove la comunicazione non è solo un fatto tecnico, ma anche un atto etico e relazionale, dove la costruzione del messaggio incide direttamente sul modo in cui le persone percepiscono la realtà.

Penso che Fattorello abbia avuto un’intuizione incredibile, soprattutto se consideriamo il periodo in cui elaborò la sua teoria: gli anni Trenta e Quaranta, in cui parlare di comunicazione come disciplina autonoma era qualcosa di totalmente controcorrente.

E questo è ciò che cerchiamo di trasmettere anche oggi, a chi si avvicina ai nostri percorsi: che la comunicazione non è mai neutrale, che ogni messaggio è il risultato di una scelta, di un punto di vista e che quindi va costruito con responsabilità e competenza. È un insegnamento che non ha perso valore con il tempo, anzi oggi, in un’epoca dominata da social media, manipolazione dell’informazione, fake news e disinformazione organizzata, la visione di Fattorello si rivela più attuale che mai.

Purtroppo, in Italia facciamo spesso fatica a valorizzare i nostri pionieri, soprattutto quando si muovono fuori dalle logiche accademiche più rigide. Fattorello non si è mai piegato a mode intellettuali o compromessi istituzionali: ha portato avanti la sua linea teorica con rigore e coerenza, forse anche a costo di restare ai margini. Ma è proprio per questo che oggi abbiamo il dovere di tornare a studiarlo, a far conoscere il suo pensiero, soprattutto ai giovani che si formano nel campo della comunicazione.

Perché quello che ci ha lasciato non è solo un metodo, ma un invito alla consapevolezza critica: chiederci sempre chi comunica, con quali scopi, e quale rappresentazione della realtà ci sta proponendo.

Francesco Fattorello – Università di Lipsia, 1978


In quali Università dell’Italia e del Mondo si studia la Teoria Fattorelliana?

È una domanda interessante, e anche un po’ complessa, perché la Teoria Fattorelliana, pur essendo una delle più originali e coerenti del panorama europeo, non ha avuto la diffusione sistematica e accademica che meriterebbe sebbene ci siano contesti, anche a livello internazionale, in cui è stata insegnata, apprezzata e riconosciuta come un modello di riferimento metodologico e pratico per tutti coloro che operano nei campi dell’informazione e della comunicazione. Si può affermare che l’impostazione teorica proposta da Fattorello abbia influenzato profondamente l’approccio alla comunicazione adottato su scala globale.

In Italia, la sede principale dello studio della teoria è sempre stato l’Istituto “Francesco Fattorello”, che prosegue l’attività formativa ispirata direttamente al pensiero del fondatore. Ma non va dimenticato che già negli anni ’50, Fattorello insegnava all’Università “La Sapienza” di Roma, all’interno della Facoltà di Scienze Statistiche, dove aveva istituito un Corso propedeutico alle professioni pubblicistiche: un’iniziativa davvero audace per l’epoca, che faceva della “Tecnica Sociale dell’Informazione” il cuore del piano didattico. Questo corso, e la scuola di applicazione ad esso collegata, rappresentarono il primo riconoscimento accademico italiano della comunicazione come disciplina autonoma e scientifica.

Ma è sul piano internazionale che abbiamo un episodio particolarmente significativo: nel 1958, Fattorello fu chiamato a tenere un corso presso l’Università di Strasburgo, nell’ambito del Centre International pour l’Enseignement Supérieur du Journalisme. Questo Centro era stato istituito sotto l’egida dell’UNESCO, proprio con lo scopo di formare e aggiornare i docenti universitari di giornalismo e comunicazione provenienti da tutto il mondo.

La presenza di Fattorello in quel contesto fu molto più che simbolica: la sua lezione inaugurale sulla Tecnica Sociale dell’Informazione aprì ufficialmente l’anno accademico, e le esperienze didattiche maturate in Italia furono considerate tanto innovative da essere inserite come caso di studio nel programma internazionale. Pensiamo che in quell’aula sedevano studiosi e docenti provenienti da Europa, America, Asia, Africa, URSS e India. Si trattò di un riconoscimento importante non solo per il professor Fattorello, ma per tutto il pensiero italiano sulla comunicazione.

Detto questo, oggi la sua teoria non è insegnata in modo strutturato nei curricula universitari esteri, almeno non sotto la dicitura ufficiale di “Teoria Fattorelliana”. Molti dei suoi concetti chiave, come il ruolo del soggetto operante, la rappresentazione della realtà, la funzione strategica della comunicazione, si ritrovano in numerose scuole di comunicazione, sia in Europa che oltreoceano, anche se spesso non ne viene riconosciuta la corretta paternità.

È anche per questo che ritengo importante continuare il lavoro dell’Istituto, affinché il suo pensiero non solo venga preservato, ma anche rilanciato e studiato con il rispetto che merita. Perché in un’epoca in cui tutti parliamo di fake news, storytelling, disinformazione e costruzione del consenso, le intuizioni di Francesco Fattorello sono più attuali che mai.

Porto Alegre in Brasile nel 2004: Federica Consolini, Giuseppe Ragnetti e Alessandra Romano


Ci racconti i tre aneddoti che più conserva della sua esperienza divulgativa Fattorelliana.

C’è un piccolo aneddoto che spesso racconto, e che per me rappresenta in modo quasi poetico il cuore della teoria di Fattorello.

È la storia di un bambino che trovava una felicità profonda nell’essere portato a letto dalla madre mentre si addormentava, un gesto semplice ma pieno di amore e sicurezza. Questa esperienza lo accompagnò per tutta la vita. Anche da adulto, diventato una figura rispettata e matura, continuava inconsciamente a “portarsi a letto” in uno stato di semiveglia, come se cercasse ancora quel conforto originario. Quando provò a parlarne pubblicamente, cercando risposte tra esperti e studiosi, nessuno seppe spiegare razionalmente quel bisogno così umano e profondo.

Ecco, quel bambino ero io. Ma non è questo il punto. Il punto è che quel gesto, quel “portarsi a letto” in semiveglia, continua a essere per me una realtà soggettiva potente. Non è razionale, non è giustificabile, ma per me è reale.

E sa cosa diceva Fattorello? Diceva che la realtà, nella comunicazione, non è ciò che esiste oggettivamente, ma ciò che il soggetto percepisce come tale nel suo contesto. Il “farsi portare a letto” non è una favola, è una rappresentazione di realtà.

Così come, nel metodo fattorelliano, la comunicazione non trasmette ‘informazioni oggettive’, ma costruisce rappresentazioni che il destinatario riconosce e fa proprie.

Quella sensazione di protezione, di abbandono fiducioso, è una realtà vera per quel bambino, per me, anche se oggi è un uomo adulto con la barba bianca.

Questo dimostra che nessuna comunicazione è neutra: ogni nostro gesto, ogni nostro racconto, si inserisce in un contesto o in una rappresentazione personale.

Ecco perché la teoria di Fattorello non è una teoria astratta, è uno strumento vivo. Non ci dice ‘cosa è vero’, ma ci chiede: ‘per chi, e in che contesto, è vero?’

Per quanto riguarda la mia esperienza divulgativa Fattorelliana, uno degli episodi che ricordo con maggiore intensità risale al 2004, quando fui invitato al “Forum Mondiale della Comunicazione” a Porto Alegre, in Brasile. Portavo con me una relazione dal titolo: “La Tecnica Sociale dell’Informazione come alta espressione della libertà di opinione”.

In quell’ambiente, multiculturale e pieno di tensioni comunicative, ho avuto la possibilità di esporre i principi della Tecnica Sociale di Francesco Fattorello. Ricordo lo stupore negli occhi di alcuni colleghi sudamericani, abituati alla rigidità di modelli comunicativi verticali. In quel momento capii che la nostra teoria aveva una valenza universale, perché parlava all’umano prima ancora che al tecnico.

Un altro ricordo vivo, e forse uno dei più rappresentativi del mio modo di intendere la didattica Fattorelliana, riguarda il mio approccio con gli studenti universitari.

Devo dire, amo insegnare, anche se il termine “insegnare” non mi piace. Io non voglio “insegnare” qualcosa come se avessi la verità in tasca. Quello che cerco di fare è accompagnare chi mi ascolta a guardarsi dentro, a scoprire l’unicità di ciascuno, anche nel modo in cui comunica, interpreta e rappresenta il mondo.

Non ricordo nemmeno più quante cattedre ho avuto. Ho insegnato dove mi chiamavano e dove sentivo che c’era bisogno, purché potessi trasmettere ciò che per me era fondamentale: la teoria di Francesco Fattorello.

E gli studenti rispondono. Sono sensibili, ricettivi, partecipi. Il problema spesso siamo noi: li sottovalutiamo. Non vediamo le loro potenzialità e la loro capacità intuitiva.

Ricordo con particolare emozione i corsi di “Tecniche di relazione” che tenevo all’Università “Carlo Bo” di Urbino negli anni 1990 e 2000. Era strutturato come un ciclo di lezioni frontali, ma estremamente interattive, in cui il confronto diretto con gli studenti era continuo e autentico. La particolarità di quel corso, rispetto a molti altri, era che veniva seguito da un numero sorprendentemente alto di studenti; esauriti i posti a sedere, si sedevano anche per terra! Non venivano solo per ottenere un credito, ma perché lì trovavano spazio per mettersi in gioco, riflettere su di sé e sperimentare un approccio diverso alla comunicazione.

The Theory of the Social Practice of Information

The Theory of the Social Practice of Information


Negli ultimi decenni la Comunicazione, in particolare con l’avvento delle tecnologie digitali, si è esponenzialmente evoluta e diffusa in ogni contesto. La Teoria Fattorelliana è ancora valida? E in caso affermativo perché?

Sì, la Teoria Fattorelliana è ancora valida e, anzi, oggi assume un significato ancora più rilevante alla luce dei cambiamenti introdotti dalle tecnologie digitali e dai nuovi media.

Negli ultimi decenni, la comunicazione è diventata pervasiva: è presente in ogni aspetto della vita quotidiana, e l’avvento del digitale ha moltiplicato i canali, gli attori e le dinamiche di diffusione delle informazioni. In questo contesto, molte delle teorie dominanti continuano ad essere insegnate nelle università, nonostante si fondino su un modello verticale e riduzionista: l’idea di una comunicazione unidirezionale, dove il mittente manipola un ricevente passivo, facilmente influenzabile. Questo approccio non fa che enfatizzare il potere dei media di plasmare opinioni e comportamenti.

Al contrario, la Teoria di Fattorello offre un modello più umano, interattivo e orizzontale, che tiene conto della capacità critica del ricevente.

Questa visione si dimostra particolarmente rilevante in un’epoca come la nostra, dove gli utenti non sono più solo consumatori di contenuti, ma anche produttori attivi (si pensi ai social media, ai blog, ai podcast). Il modello comunicativo non può più essere pensato in modo verticale o autoritario; deve invece riconoscere la pluralità delle fonti e la competenza diffusa tra i partecipanti al processo informativo.

Secondo il mio parere, la Teoria Fattorelliana non solo è ancora valida, ma è forse una delle chiavi interpretative più efficaci per comprendere e gestire la complessità comunicativa del nostro tempo, basata su relazioni, interazione e consapevolezza.

Quattro dei membri fondatori della IAMCR si sono riuniti a Strasburgo per la prima sessione del Centro internazionale per l’istruzione superiore in giornalismo nell’ottobre del 1957, alla vigilia della Conferenza Costituente IAMCR a Parigi. Da sinistra a destra: Francesco Fattorello, Fernand Terrou, Khoudiakoff, che non hanno partecipato all’incontro di Parigi, Jacques Léauté e Mieczyslaw Kafel. È interessante notare che i partecipanti a questa prima sessione del Centro di Strasburgo hanno partecipato in gran numero alla Conferenza costituente.


Cosa vorrebbe consigliare ai giovani che oggi vogliono intraprendere gli studi e i mestieri nel campo della Comunicazione?

Ai giovani direi innanzitutto una cosa semplice, ma fondamentale: non correte dietro alle mode, cercate la sostanza. Oggi si parla tanto di comunicazione digitale, di influencer, di intelligenza artificiale… e va benissimo, è il nostro tempo. Ma nessuno strumento, per quanto avanzato, potrà mai sostituire la competenza umana nel comprendere, costruire e gestire i rapporti sociali.

La comunicazione non è solo trasmettere messaggi: è comprendere le relazioni, rispettare chi ascolta, dare dignità a chi riceve l’informazione. Questo è ciò che ci ha insegnato Fattorello, ed è ciò che ancora oggi manca in tanta comunicazione contemporanea: si pensa solo a “colpire”, a “convertire”, a “convincere”, ma raramente a dialogare.

Studiate, certo. Ma soprattutto imparate ad osservare, a porvi domande, a pensare con la vostra testa. E soprattutto non dimenticate che chi comunica ha una responsabilità enorme: quella di contribuire a formare, non a deformare, l’opinione pubblica.

A chi vuole entrare in questo mondo, dico: non diventate specialisti della superficialità. Diventate costruttori di senso.

Prof. Giuseppe Ragnetti

Giuseppe Ragnetti


Perché è importante riprendere e divulgare il messaggio di Francesco Fattorello oggi?

È fondamentale perché la sua visione della comunicazione è una delle poche che mette al centro la persona, in un mondo in cui l’informazione è utilizzata spesso a fini commerciali o politici.

La sua impostazione propone una relazione informativa paritaria e critica: chi riceve l’informazione ha le stesse capacità cognitive e interpretative di chi la propone. È un pensiero che responsabilizza e che educa alla libertà di giudizio. E proprio per questo, oggi, rappresenta un’alternativa concreta a modelli comunicativi impersonali, che dominano nel marketing, nei media e nei social network.

Ma per mantenere vivo questo messaggio serve un luogo, una scuola, una comunità. E qui entra in gioco la Scuola Fattorello, che è un’istituzione essenziale, senza scopo di lucro, che non riceve finanziamenti esterni, che non si piega a logiche commerciali, ma che da più di settant’anni resiste e insiste con entusiasmo, grazie a contenuti autentici, a un pensiero solido e a persone che credono in un’idea.

Questa non è solo una scuola di comunicazione: è una scuola di pensiero. E divulgare oggi il messaggio di Fattorello significa difendere la comunicazione come strumento di libertà, di relazione umana, di cittadinanza consapevole. Significa non lasciare che si spenga un pensiero italiano e indipendente, che può ancora oggi offrire risposte vere a chi vuole comunicare non per vendere, ma per costruire senso e dialogo.

Francesco Fattorello – 1983


intervista a cura di Stefania Schipani, Sara Domenici e Carlo d’Aloisio Mayo

“Fattorello 2.0”

Il Prof. Giuseppe Ragnetti e la Dott.ssa Francesca Romana Seganti hanno cofirmato l’articolo dal titolo “Fattorello 2.0”, pubblicato nel Volume 6, Numero 1 (2012) della rivista scientifica internazionale Journal of Psychosocial Research on Cyberspace – Cyberpsychology.

Il contributo è stato inserito come ottavo articolo all’interno del fascicolo, che ospita studi di carattere interdisciplinare, con particolare attenzione agli aspetti psicosociali connessi all’uso di Internet e alle dinamiche del ciberspazio.

Il volume è disponibile gratuitamente online sul sito ufficiale della rivista, all’indirizzo: https://cyberpsychology.eu/article/view/4263.
La traduzione italiana del presente contributo è stata realizzata da Sara Domenici.


Cyberpsychology: Journal of Psychosocial Research on Cyberspace è una rivista scientifica online ad accesso aperto “diamond” (senza costi né per i lettori né per gli autori), sottoposta a revisione paritaria (revisione effettuata da esperti del settore), pubblicata dall’Università Masaryk.

La rivista è focalizzata sulla ricerca nelle scienze sociali relativa al cyberspazio.

Offre riflessioni psicosociali sull’impatto di Internet sulle persone e sulla società.

È interdisciplinare, e pubblica lavori scritti da studiosi di psicologia, studi sui media, scienze della comunicazione, sociologia, scienze politiche, sicurezza informatica (ICT security), psicologia del lavoro, e anche di altre discipline rilevanti per gli aspetti psicosociali del cyberspazio.

La rivista accetta articoli di ricerca originali, così come studi teorici e meta-analisi di ricerche.


Introduzione

L’obiettivo di questo articolo è fornire a studenti e studiosi nel campo della Comunicazione la conoscenza della teoria di Francesco Fattorello (la Tecnica Sociale dell’Informazione scritta negli anni ’50), che può aiutarci a comprendere le dinamiche della comunicazione online ed è una risposta appropriata alle esigenze delle società democratiche odierne.

Fattorello è stato membro del gruppo fondatore dell’International Association of Media and Communication Research (IAMCR/AIERI) a Parigi nel 1957. Il suo lavoro è stato tradotto solo in francese e spagnolo dall’originale italiano. Recentemente è stato tradotto in inglese e sarà presto pubblicato da IAMCR.

Tuttavia, fino a oggi il suo lavoro non è conosciuto a livello internazionale, soprattutto nell’ambito accademico anglosassone. Ciò è dovuto al fatto che, quando la teoria di Fattorello è stata sviluppata, non è stata presa in considerazione a causa del predominio della teoria critica della Scuola di Francoforte che, attraverso autori come Adorno, Marcuse e Horkheimer, individuava nella comunicazione di massa un processo che determinava i comportamenti delle persone.

Gli studiosi della Scuola di Francoforte, sia in Germania sia successivamente negli Stati Uniti, dove alcuni di loro si trasferirono per sfuggire al regime nazista, miravano a spiegare il fallimento del liberalismo e la conseguente mancanza di libertà di parola e creatività. Essi evidenziavano la cancellazione della personalità unica dell’individuo operata dalla società e dai mass media. La Scuola di Francoforte vedeva la funzione dei media come controllo del pubblico negli interessi del capitale.

Come spiega Gephart (1999), il presupposto fondamentale della tradizione della teoria critica è che il mondo materiale che incontriamo è sia reale sia prodotto dai e attraverso i modi di produzione capitalisti. Il capitalismo è visto come un sistema diseguale in cui i proprietari dei mezzi di produzione (i capitalisti) non solo hanno il diritto di sfruttare la forza lavoro (sottopagata e che non beneficia affatto del profitto o del valore del lavoro in eccedenza che invece rende i proprietari delle imprese poche potenti corporation dominanti), ma anche la capacità di mascherare le forme di sfruttamento tramite l’ideologia (Gephart, 1999).

Secondo la Scuola di Francoforte, i mass media sono agenti di degenerazione, sono industrie culturali che manipolano la società sostituendo i veri valori culturali con un insieme imposto di valori e credenze la cui funzione è mantenere il potere della classe dominante. La cultura volgare prodotta da radio, cinema e televisione crea “un’aura che fa sembrare allo spettatore di vivere una realtà inesistente” (Adorno, 1965, p. XIV).

Da quanto sopra emerge chiaramente che, sessant’anni fa, non era facile per studiosi e operatori del settore accettare l’idea di Fattorello di un pubblico dotato di pari dignità rispetto al soggetto promotore, perché avente le stesse capacità di pensiero. Invece di accettare l’idea che le imprese dell’industria mediatica imponessero valori, comportamenti e schemi finalizzati al mantenimento del dominio, Fattorello negli anni ’50 si concentrava sul pubblico come partecipante attivo, come perno del processo comunicativo.

Dopo una breve presentazione della vita e dell’opera di Fattorello, nella terza sezione dell’articolo illustreremo il suo modello, la Tecnica Sociale dell’Informazione. Vedremo che la formula diagrammatica con cui è espresso il modello di Fattorello appare molto simile a qualcosa che ci è ormai molto familiare: il paradigma comunicativo del Web. Sosteniamo che il modo in cui gli utenti si sono appropriati del Web rappresenti l’evoluzione naturale delle dinamiche della comunicazione umana interpretate attraverso un modello che, come suggerirebbe McQuail, ha sempre dato il giusto peso al fatto che “gli effetti (della comunicazione mediata) sono determinati almeno tanto dal mittente quanto dal destinatario” (McQuail, 2005, p. 456).

A questo proposito, nella quarta sezione dell’articolo spieghiamo perché Fattorello tracciò una differenza tra “opinione” e “conoscenza” e come questa differenza possa aiutare a comprendere perché egli riteneva che i mass media non potessero determinare il comportamento delle persone.

Nella quinta sezione si spiega che la teoria di Fattorello non si occupava mai degli effetti mediatici. Il modello di Fattorello, che differisce significativamente da alcuni degli approcci teorici dominanti attuali nei media e nella comunicazione, viene confrontato con i modelli predominanti della comunicazione di massa (dai primi modelli fino ai paradigmi contemporanei) per arricchire ulteriormente il dibattito. Riteniamo che il modello di Fattorello possa gettare nuova luce su altri modelli di comunicazione di massa.

Infine, a causa dei limiti di spazio non possiamo trattare alcuni ulteriori aspetti della Tecnica Sociale dell’Informazione, che richiederebbero una discussione più approfondita, ma speriamo che questa breve panoramica possa servire da stimolo per ulteriori riflessioni.

Chi era Francesco Fattorello

Prima di spiegare in dettaglio la teoria di Fattorello, desideriamo dedicare alcune parole alla sua vita e carriera professionale. Di seguito si propone un breve riassunto.

Fattorello nacque a Pordenone (Nord Italia) nel 1902.

Si laureò in Giurisprudenza nel 1924. Era appassionato di classici e letteratura.

Nel 1923 fondò la Rivista Letteraria delle Tre Venezie, una rivista periodica dedicata alla storia del giornalismo.

All’inizio del 1929, Fattorello iniziò a insegnare presso l’Università di Studi Economici di Trieste. Tra le altre cose, curò la seconda edizione di un libro sulle origini del giornalismo in Italia.

Nell’anno accademico 1934-1935, Fattorello tenne il suo primo corso di storia del giornalismo presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Regia Università di Roma.

Fattorello intraprese un’analisi scientifica che, sviluppata negli anni successivi, iniziò a costituire la base per una ‘scienza del giornalismo’. Esaminando i mezzi di informazione attraverso i secoli, giunse alla conclusione che la storia del giornalismo era, prima di tutto, la storia dell’opinione pubblica e delle sue varie manifestazioni, piuttosto che la storia del giornalismo in sé (si veda nella sezione cinque una spiegazione più dettagliata di cosa intenda per “opinione”).

Questa idea innovativa conteneva già nella sua forma iniziale una versione sperimentale della teoria dell’informazione a cui si dedicò dopo la Seconda Guerra Mondiale. Infatti, a quel tempo aveva già iniziato a insegnare la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione, con la quale cercava di fornire ai futuri giornalisti una tecnica sociale per ottenere l’adesione dell’opinione dei lettori.

Si sa poco sull’attività di Fattorello nei primi anni ’40, ma possiamo immaginare che non abbia confrontato il suo modello con il “modello a due fasi dell’influenza mediata” (che si concentrava sul ruolo delle reti sociali e degli opinion leader – Katz e Lazarsfeld, 1955), con gli “effetti limitati” (o modello dell’effetto minimo, che spostava l’attenzione sul ruolo del pubblico nel processo di comunicazione di massa – Klapper, 1960) e con la “teoria degli “usi e gratificazioni” (che sostiene che dovremmo investigare “non ciò che i media fanno al pubblico, ma ciò che il pubblico fa con i media” – Katz, Blumler e Gurevitch, 1974), perché il suo scopo principale non era contribuire alla ricerca e alla teoria della comunicazione, ma solo formare giornalisti.

Supponiamo che non fosse interessato a confutare la teoria della Scuola di Francoforte sull’indottrinamento di massa da parte dei media. L’obiettivo dei suoi studi era l’individuazione delle caratteristiche specifiche del fenomeno giornalistico.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Fattorello si trasferì a Roma e iniziò a insegnare presso la Facoltà di Statistica e Scienze Attuariali dell’Università “La Sapienza”. Fattorello fu uno dei pochi studiosi in Italia a tenere corsi di storia del giornalismo nel dopoguerra.

A causa dell’influenza culturale degli USA, in Italia vi era una tendenza a privilegiare corsi di pubblicità e ricerche di marketing. Nel 1947 Fattorello fondò l’Istituto Italiano di Pubblicismo.

Inoltre, fu membro fondatore del Centro Italiano per gli Studi sull’Informazione, sostenuto dall’UNESCO.

Presentò il suo modello di comunicazione al Centre Internationale d’Enseignement Supérieur du Journalisme presso l’Università di Strasburgo, per poi pubblicare la prima edizione dell’Introduzione alla Tecnica Sociale dell’Informazione. Seguirono diverse edizioni; l’ultima fu stampata nel 1970 ed è ora introvabile.

Come menzionato nell’introduzione, dal 1964 al 1981, quando fu nominato Membro Onorario a Vita, Fattorello fu Vicepresidente dell’IAMCR/AIERI.

Francesco Fattorello morì a Udine il 3 ottobre 1985.

La Teoria Sociale dell’Informazione

Secondo Fattorello esiste una differenza tra trasmettere, informare e comunicare. Trasmettere e informare sono due processi alleati, ma distinti.

Trasmettere è un’operazione meccanica; è l’atto di passare un’informazione da un mittente a un destinatario.

Informare, come inteso nella filosofia scolastica e nel neoscolasticismo, è l’atto di dare una forma a qualcosa; cioè, l’atto di interpretare una realtà ed esprimere l’interpretazione attraverso una rappresentazione.

Comunicazione, invece, è l’atto di stabilire una relazione.

Secondo Fattorello, si può trasmettere un’informazione, ma laddove il mittente (nelle sue parole, il Soggetto Promotore) non è in grado di stabilire una relazione con il destinatario (il Soggetto Ricevente), non c’è comunicazione. Pertanto, il principio più importante della scuola di Palo Alto, “Non si può non comunicare”, non sarebbe valido per Fattorello. Egli affermerebbe: “Non si può non trasmettere segnali”. Condizione indispensabile per comunicare è che tra il Soggetto Promotore e il Soggetto Ricevente vi sia una convergenza di interpretazione sull’interpretazione proposta; cioè, sulla “O” (“formula di opinione” in italiano).

Per raggiungere un accordo è fondamentale che il Promotore adatti la sua versione della realtà alle capacità cognitive dei Soggetti Riceventi. Inoltre, deve essere in grado di scegliere il mezzo ideale. Ne segue la formula diagrammatica riportata di seguito.

La lettera “x” indica la realtà oggettiva. Questa lettera è tra parentesi per indicare che resta fuori dal processo. Se desidero comunicare che c’è stato un terremoto, non è il terremoto stesso che metto tra me e il Ricevente, ma la mia interpretazione dell’evento. Quindi, secondo Fattorello, il Soggetto Promotore trasmette, attraverso i mezzi appropriati, la ‘forma’ che ha dato a ciò che ha interpretato. Nel caso in cui il Soggetto Promotore riesca a suscitare l’interesse del Soggetto Ricevente, ad attirare la sua attenzione e a far sì che egli comprenda e concordi con l’interpretazione proposta, allora accade che il Soggetto Ricevente a sua volta diventi un Promotore. Pertanto, il Soggetto Ricevente non si limita a ricevere la forma (“O”) o, meglio, a decodificare il messaggio, ma la interpreta e a sua volta diventa promotore. Di conseguenza, nel contesto sociale la formula di Fattorello può essere ampliata come nella tabella sottostante:

Secondo Fattorello, il fenomeno dell’informazione non ha né un inizio né una fine, proprio come la formula sopra attraverso cui viene rappresentato.

È interessante notare che quanto sopra somiglia a una rappresentazione ormai molto nota; cioè, il modo in cui solitamente viene rappresentata la comunicazione online. Occorre considerare che l’intuizione di Fattorello precede di circa trentacinque anni la nascita del Web.

La differenza tra “Opinione” e “Conoscenza”

Secondo Fattorello, utilizzando la Tecnica Sociale dell’Informazione, è possibile influenzare le opinioni, che non hanno stabilità e possono cambiare rapidamente. L’opinione, come definita da Stoetzel (1943), non è radicata negli individui. L’opinione è provvisoria, effimera, contestuale e, soprattutto, soggettiva. In particolare, attraverso strumenti quali propaganda, pubblicità e informazione, si può agire facilmente sull’opinione.

La propaganda mira a ottenere l’adesione immediata del pubblico con tutti i mezzi e metodi disponibili. Analogamente, la pubblicità punta a ottenere un’adesione immediata, con la differenza che il suo scopo è vendere prodotti. Questo obiettivo si raggiunge attraverso lo studio degli atteggiamenti sociali che caratterizzano l’acculturazione del pubblico.

Per “acculturazione”, Fattorello intende tutto ciò che si trova nell’ambiente sociale che inevitabilmente accompagna tutta la vita di ogni individuo. Per fare un esempio, un giornale che si rivolge a lettori molto generici, inclusi specialisti e riceventi meno qualificati, non tratterà temi complessi, né potrà utilizzare una terminologia complessa, ma dovrà usare un linguaggio comune. In altre parole, secondo Fattorello, le forme che agiscono sull’informazione giornalistica politica o, ad esempio, sulla propaganda o sulla pubblicità devono, per quanto possibile, essere “fattori di conformità”. Quanto più sono simili, tanto maggiore sarà il successo del processo informativo.

Inoltre, l’informazione che si rivolge a un pubblico generico è solitamente caratterizzata da una mancanza di precisione. Questa mancanza di precisione a cui il testo dell’informazione giornalistica politica deve rispondere è naturalmente cosa diversa dalla “diffusione” didattica. Un giornalista politico deve sempre ottenere un accordo temporaneo, contingente al destinatario, su ciò che vuole comunicargli. Il giornale è il mezzo ideale per veicolare informazioni contingenti perché è pubblicato quotidianamente ed è sempre nuovo. Ciò che è scritto sul giornale è valido e importante oggi, ma non più valido e importante domani. Leggerlo non richiede al Soggetto Ricevente attenzione e impegno continui. Il giornale emerge quindi come il mezzo perfetto per veicolare informazioni temporanee e contingenti come l’adesione alle opinioni che i giornalisti cercano di ottenere.

Al contrario, la conoscenza che condividiamo attraverso l’educazione non è legata al presente e ha un effetto profondo perché non è contingente. Quando il Promotore non è un giornalista o un pubblicitario, ma un insegnante, allora il processo informativo non può basarsi su fattori stereotipati di conformità, ma su valori. I processi del fenomeno saranno quelli di una persuasione lenta, graduale e logica. Il Promotore, dunque, non ha limiti di tempo (come, per esempio, nel caso dell’uso della televisione come mezzo) nell’informare i suoi Riceventi e non deve conformarsi alle esigenze delle opportunità contingenti. A differenza del giornalista, l’insegnante cerca di arricchire lo schema mentale precedentemente assimilato dal Ricevente con una procedura logica, graduale e razionale. I mezzi degli insegnanti sono i libri, che richiedono concentrazione, silenzio, solitudine e danno al lettore la possibilità di fermarsi a pensare e riflettere. Il Ricevente non ha più le caratteristiche psicosociali del pubblico generico, ma è impegnato ad ascoltare, comprendere e apprendere. Un processo simile non può essere attivato attraverso l’uso dei media di massa, che possono dare agli spettatori l’illusione di aver imparato qualcosa ma che in pratica veicolano solo informazioni contingenti che non contribuiscono alla nostra esperienza.

Per Fattorello i contenuti dei media di massa possono rafforzare valori e credenze preesistenti ma non possono crearli. Solo la conoscenza derivata dall’esperienza diretta e da fonti specializzate contribuisce alla formazione della persona. Invece, i media di massa possono solo influenzare le nostre opinioni, il che implica un effetto temporaneo che non va a incidere sulla nostra identità.

Il modello di Fattorello e i paradigmi dominanti nella comunicazione di massa

McQuail (2005) delinea quattro modelli di base per lo studio della comunicazione di massa che, a suo avviso, si sono sviluppati in un contesto di transizione verso una società industriale altamente organizzata e centralizzata del XX secolo. I quattro paradigmi dominanti da lui individuati sono: il modello trasmissivo, il modello della pubblicità, il modello rituale e il modello della ricezione. Il modello di comunicazione di Fattorello può aiutarci a comprendere questi paradigmi dominanti.

Ad esempio, il modello di Lasswell (1927) rappresenta il paradigma trasmissivo, secondo il quale segnali o messaggi vengono trasmessi a distanza con lo scopo di esercitare un controllo. Nella Tabella 1, possiamo osservare in che modo il modello di Fattorello si differenzia dalla formula di Lasswell.

Da quanto sopra emerge che la domanda di Lasswell “Cosa viene detto?” non prende in considerazione l’esistenza della x, ovvero la realtà oggettiva che Fattorello colloca al di fuori del processo. Osservando il modello di Lasswell, sembra che la realtà possa essere interpretata in modo oggettivo. Inoltre, nel modello di Fattorello non viene posta la domanda “con quale effetto?”. Ciò non significa che la sua importanza venga trascurata, ma che Fattorello riteneva impossibile prevedere gli effetti della comunicazione di massa.

L’obiettivo del Promotore è ottenere un accordo sulla formula d’opinione che trasmette e, pertanto, è necessario che il Promotore tenti di adattarsi ai desideri dei Riceventi o, forse, di rispondere alla loro curiosità. Anche quando si verifica un “accordo di opinione” su determinate formule — cioè, l’accordo su una formula all’interno della scala di opinione costituita dal problema x — il Promotore non può essere certo di ottenere l’effetto desiderato.

Il promotore di un’informazione contingente, come una notizia, non può incidere sull’esperienza del Ricevente dell’informazione e quindi non può determinarne il comportamento. Fattorello intendeva sottolineare che i Riceventi portano con sé un contesto nella ricezione di ogni messaggio. Questo contesto deriva dalla conoscenza, non dall’opinione. Egli si opponeva chiaramente a una visione lineare che riduce la comunicazione a un processo meccanico, anticipando così ciò che autori come Denis McQuail e David Gauntlett avrebbero sostenuto in seguito.

Dopo oltre sessant’anni di intenso sforzo di ricerca, non sono stati identificati in modo chiaro effetti diretti dei media sul comportamento; pertanto, dovremmo concludere che semplicemente non esistono (Gauntlett, 1998,).

Gauntlett sostiene che la ricerca sugli effetti dei media ha, in modo piuttosto coerente, adottato un approccio sbagliato nei confronti dei media di massa, del loro pubblico e della società in generale e, dopo aver criticato vari aspetti del “modello degli effetti”, sottolinea che il fallimento di tale modello non implica che l’impatto dei media di massa non possa più essere considerato o studiato.

Poiché è evidente che non è possibile offrire una guida operativa su “come fare”, il nostro intento è fornire agli studiosi un approccio alternativo a un’area di studio tanto complessa.

McQuail (2005) afferma che anche nei casi in cui è possibile fare previsioni, ciò avviene solitamente sulla base dell’esperienza e di regole empiriche, piuttosto che su una conoscenza precisa di come un determinato effetto si verifichi o possa verificarsi. Secondo lui, è proprio la disponibilità di questo tipo di conoscenza pragmatica, basata sull’esperienza, che permette ai media e ai loro clienti di continuare a operare senza troppe pretese. McQuail sostiene che non sia facile dimostrare un caso in cui i media possano essere considerati la causa unica e indispensabile di un determinato effetto sociale.

A partire dalla Tecnica Sociale dell’Informazione, sviluppiamo la teoria della struttura cristallografica della comunicazione. In quest’ottica, il Soggetto che partecipa al processo comunicativo è situato in un qualsiasi punto di una struttura cristallografica. Tale struttura, descritta di seguito, rappresenta simbolicamente il complesso sistema comunicativo in cui viviamo e comprende un numero infinito di stimoli percettivi.

Dal momento della nascita, il soggetto è immerso nell’incommensurabile mare della comunicazione. Questo fluido amniotico è composto da una varietà di messaggi che contribuiranno — o meno — alla formazione della sfera individuale, unica in ciascuno di noi. Alcuni stimoli filtreranno attraverso la mente del soggetto, in base a fattori come l’intelligenza emotiva, le risorse motivazionali e l’acculturazione.

Ad esempio, gli stimoli derivano dalle informazioni che riceviamo da persone con cui condividiamo lo spazio sociale: amici, genitori, nonni, insegnanti, ecc.

Anche tutti i concetti che apprendiamo e interpretiamo dai libri sono considerati stimoli. Gli stimoli possono essere sociali, ambientali, geografici, meteorologici. Tutti gli stimoli a cui siamo sottoposti nel corso della nostra vita partecipano alla formazione della struttura cristallografica.

La percezione è quindi un tema cruciale all’interno di questo sistema. A nostro avviso, la percezione è estremamente soggettiva e funziona in modo diverso in ciascuno di noi. È il processo attraverso cui elaboriamo stimoli provenienti dall’ambiente esterno in modo utile e significativo. La percezione crea una mappa del mondo personale attraverso la quale ci rapportiamo e reagiamo all’ambiente esterno. In sostanza, essa crea una mappa corrispondente alle nostre credenze culturali e sociali, ai nostri valori e interessi. Crea il nostro filtro personale.

All’interno della struttura cristallografica della comunicazione, l’informazione non contingente (quella che genera conoscenza) riesce ad attivare meccanismi difficilmente reversibili. L’informazione non contingente viene quindi “cristallizzata” e diventa parte di noi, dei nostri schemi di pensiero che necessitano di essere espressi e trasformati continuamente.

La struttura cristallografica della comunicazione è metaforicamente come una rete di ragnatele multidimensionali che si intersecano e si tessono in modo continuo. È come un marchingegno con molte teste, nel quale decidiamo dove collocarci e quali informazioni lasciar entrare (solo noi possediamo la chiave del cancello/filtro).

Possiamo dunque paragonare anche il modello di Fattorello al modello della pubblicità, secondo il quale “lo scopo principale dei mass media non è trasmettere particolari informazioni né unire un pubblico in un’espressione culturale, ma semplicemente catturare e mantenere l’attenzione visiva o uditiva” (McQuail, 2005, p.71).

McQuail spiega che, secondo questo modello, i media perseguono uno scopo economico diretto: ottenere ricavi attraverso l’audience (dato che l’attenzione equivale al consumo — nella maggior parte dei casi) e vendere l’attenzione del pubblico agli inserzionisti. Il fatto di essere conosciuti diventa più importante del contenuto di ciò che si conosce. Quindi, l’ottenimento dell’attenzione diventa un fine in sé, e forma e tecnica hanno la precedenza sul contenuto del messaggio.

Secondo il modello di Fattorello, invece, non ha senso concentrarsi sulla forma del messaggio se ciò avviene senza considerare il ruolo del Soggetto Ricevente. Come sostiene Fattorello, certi messaggi filtrano nella nostra mente solo quando il Soggetto Promotore adatta il significato del messaggio al Soggetto Ricevente, al fine di ottenere una convergenza di interpretazione sulle opinioni proposte.

Possedendo capacità di pensiero attivo, ogni Soggetto può decidere se aderire o meno alle formule di opinione proposte (nei termini di Fattorello) che i media di massa ci presentano ogni giorno.

L’interpretazione (“O”) del messaggio diventa quindi la chiave per aprire il “cancello” di ogni essere umano; ciascuno può decidere quali stimoli ricevuti elaborare, sviluppare e migliorare in base alla propria percezione. La convergenza di interpretazione dipende dalla condivisione di codici e significati.

Ciò è in linea con approcci meno lineari, meccanici e riduttivi che oggi prevalgono negli studi sui media. Il modello della ricezione, ad esempio, che si sviluppa dal modello di codifica e decodifica di Stuart Hall (1980), può essere integrato con la Tecnica Sociale dell’Informazione.

Hall sostiene che i testi sono polisemici e che non esista una corrispondenza necessaria tra il messaggio codificato dal produttore (regista, autore, giornalista) e quello decodificato dal pubblico. Analogamente, per Fattorello, l’interpretazione (“O”) è sempre soggettiva, può variare e non può essere prevista.

In generale (dato che i Cultural Studies non sono un paradigma rigido), quando Hall (1974/1980) afferma che i riceventi non sono obbligati ad accettare i messaggi così come vengono inviati, ma possono opporsi all’influenza ideologica applicando letture alternative o oppositive, secondo la propria esperienza o visione del mondo, la corrispondenza tra la sua teoria e quella di Fattorello è evidente.

In linea con Hall, Fattorello sosteneva che per comprendere il ruolo dei media sia necessario osservare come i diversi individui rispondano a uno specifico contenuto e analizzare come si articola la relazione informativa tra Promotore e Soggetto Ricevente. Come Hall, anche Fattorello promuoveva una teoria sociale della soggettività e della costruzione del significato.

Così come il modello di codifica-decodifica di Stuart Hall, anche il lavoro di James Carey (1989) e la sua idea di modello rituale della comunicazione (in opposizione al modello trasmissivo) offrirono agli studiosi un nuovo orientamento.

Carey si oppose al modello lineare dominante e definì la comunicazione come un processo simbolico attraverso il quale la realtà viene prodotta, mantenuta, riparata e trasformata. La comunicazione rituale è relativamente senza tempo e immutabile. Fattorello sarebbe d’accordo, purché il rituale venga inteso come un evento contingente che attiva e stimola nel Soggetto Ricevente la ricezione di informazioni non contingenti — ovvero la conoscenza profonda e non stereotipata (ad esempio valori, atteggiamenti e convinzioni) — che non risponde alla logica del consumo mediatico, ma rafforza valori preesistenti.

Inoltre, secondo la visione rituale, il messaggio della comunicazione rituale è solitamente latente e ambiguo, a seconda delle associazioni e dei simboli che non sono scelti dai partecipanti, ma resi disponibili dalla cultura (McQuail, 2005, p.70). Fattorello aggiungerebbe che i Soggetti Riceventi partecipano al rituale quando la loro acculturazione permette loro di convergere con l’interpretazione della realtà proposta durante il rituale. I partecipanti giocano dunque un ruolo attivo nel rituale, in cui simboli e messaggi culturali vengono rinnovati e legittimati.

Il fenomeno dell’informazione come flusso continuo: Fattorello 2.0

Al contrario delle applicazioni broadcast, oggi i media online offrono agli individui canali di comunicazione uno-a-uno e molti-a-molti, consentendo l’invio e la ricezione di messaggi in una comunità condivisa. Questo modo di comunicare ha permesso agli utenti varie forme di partecipazione (contenuti generati dagli utenti, cultura DIY, peer-to-peer) e il pubblico non è più confinato nella posizione di “lettore critico”, ma può contare su nuove strutture sociali connesse a livello mondiale, su comunicazione e canali di distribuzione (Jenkins, 2006, p.246).

Il ruolo attivo del Soggetto Ricevente è dunque “sotto il sole” nel Web. Ciò evidenzia tutti gli elementi che Fattorello aveva teorizzato circa 20 anni prima del lancio dell’ARPANET (Advanced Research Projects Agency Network) e quasi 40 anni prima dell’avvento del Web. In questa sezione spiegheremo le dinamiche della comunicazione online secondo il suo modello. Il nostro obiettivo finale è mostrare che la Tecnica Sociale può fungere da trait d’union tra i modelli della comunicazione di massa e i più recenti modelli.

Come si è visto nella terza sezione dell’articolo, nel modello di Fattorello il Soggetto Ricevente può considerare di diventare a sua volta un Promotore dell’informazione, creando così una catena che si sviluppa orizzontalmente. In tal caso, il contenuto mediato non è solo consumato ma anche prodotto. La struttura della comunicazione che si sviluppa è:

  • Reciproca: la comunicazione è bidirezionale perché deve esserci una relazione tra il Soggetto Promotore e il Soggetto Ricevente;
  • Paritaria: Fattorello ha sempre affermato che il Soggetto Ricevente possiede le stesse facoltà di pensiero del Promotore (il Soggetto Ricevente deve lasciar entrare l’informazione, deve decodificarla);
  • Decentralizzata e Aperta: le dinamiche della relazione informativa operano secondo un modello molti-a-molti, come mostrato nella Figura 2;
  • Basata sulla reputazione e sul significato piuttosto che su gerarchie: come spiegato, il fenomeno sociale dell’informazione si basa su una convergenza di interpretazione che deriva dal fatto che il Promotore adatta la forma del messaggio ai bisogni del Ricevente, altrimenti non sarebbe aperto a decodificarlo. In parole povere, il Promotore deve mettersi nei panni del Ricevente. Pertanto, un atteggiamento autorevole piuttosto che autoritario.

Descritta in questo modo, potrebbe sembrare che, se interpretiamo la comunicazione online attraverso il modello di Fattorello, il Web emerga come uno spazio in cui tutti possono comunicare con tutti, come accade nei discorsi celebrativi retorici sul cyberspazio e nelle visioni utopiche che vedono il Web come uno spazio in cui le differenze sono cancellate.

Tuttavia, il modello di Fattorello prende in considerazione che all’interno di una rete di persone la comunicazione non è data per scontata. Fattorello sostiene che solo un accordo sull’interpretazione proposta può garantire una convergenza. La convergenza è data dalla condivisione dell’acculturazione ed è interessante notare che questo pensiero anticipa le ipotesi di Appadurai (1997) riguardo a quei requisiti che contribuiscono alla creazione di “vicinati virtuali” sostenuti dal Web. Appadurai sostiene che oggi i requisiti per l’inizio delle relazioni sono: sentimenti e interessi condivisi, conoscenza comune e la capacità di partecipare a discorsi e comunicazione. Si riferisce a contesti in cui lo sviluppo e l’estensione delle agglomerazioni urbane, la moltiplicazione delle reti di trasporto e comunicazione, la globalizzazione dell’informazione e delle immagini, e le migrazioni hanno prodotto cambiamenti profondi. Come tutti sappiamo, nello spazio online gli utenti hanno la potenzialità di condividere una varietà di contenuti, ma quando manca una corrispondenza culturale, la relazione informativa non si instaura. Il contenuto non può essere ricevuto o compreso, o verrà frainteso, oppure lo sarà con difficoltà e con notevole distonia.

Studi su Internet (Graham, 2004; Wakeford, 2004; Silver, 2004; Jones, 2005) suggeriscono che la vita offline ha notevoli ripercussioni sulle relazioni e comunità online, e che l’interdipendenza tra online e offline non deve mai essere sottovalutata. Allo stesso modo, anche se non c’è dubbio che esistano numerose comunità transnazionali sul Web, dobbiamo ricordare che molte interazioni online sono “profondamente locali” (Graham, 2004, p.21).

Analizzando l’uso e l’esperienza dei nuovi media nei contesti urbani contemporanei, Graham sostiene che i nuovi media sono sempre più usati per riconfigurare i mondi basati sul luogo e le mobilità della vita urbana quotidiana. Egli invita i ricercatori di Internet a non sottovalutare che l’identità è sempre da qualche parte e sempre localizzata in un senso di luogo, anche quando i nuovi media agiscono come “protesi” per estendere le azioni, le identità e le comunità umane nel tempo e nello spazio (Graham, 2004, p.22). Possiamo quindi vedere quanto sia rilevante condividere la formazione acquisita condividendo informazioni non contingenti (il fenomeno della cultura è legato a questa categoria) per garantire la reciprocità negli scambi sociali online. Questi ultimi, a loro volta, avvengono anche tramite informazioni contingenti che contribuiscono al processo di socializzazione e a confermare opinioni cristallizzate e valori preesistenti.

Ad esempio, uno studio recente di Seganti e Smahel (2011), che analizzava le dinamiche online di interazione tra un gruppo di subculturalisti italiani, ha dimostrato che l’assenza di pratiche quotidiane concrete condivise ha spinto adolescenti che si incontravano su Social Network Sites (SNS) a creare marker identitari, come soprannomi e codici di abbigliamento, evocando simboli condivisi e offrendo a chi ha poco da condividere online qualcosa su cui parlare.

Seganti e Smahel hanno riscontrato che gli SNS fornivano alla maggior parte dei subculturalisti, specialmente a quelli che abitavano lontani l’uno dall’altro, uno spazio temporaneo per esprimere la loro “diversità”. Gli SNS supportano la diffusione e amplificano la popolarità di “simboli subculturali”, “celebrità subculturali” e “storie subculturali” che sono “formule d’opinione” volte a creare un accordo provvisorio attraverso il quale giovani precedentemente isolati possono confluire e “rinascere” come soggetti la cui differenza è riconosciuta come familiare da altri subculturalisti.

A seconda dell’acculturazione dei soggetti, la maggior parte delle relazioni costruite sulla condivisione di tali formule sono risultate tanto effimere quanto le informazioni contingenti su cui erano fondate. Per noi, dunque, l’effetto di tali relazioni deve essere ricercato in una fase successiva, che è già lontana, non in senso spazio-temporale, ma motivazionale, nella relazione informativa primitiva.

Conclusioni

Il nostro obiettivo era spiegare che la teoria della comunicazione sviluppata da Fattorello negli anni ’30, per dimostrare che la storia del giornalismo somiglia alla storia dell’opinione pubblica, può essere usata per fare luce sui paradigmi dominanti della comunicazione di massa, ma anche per aiutarci a comprendere le dinamiche della comunicazione online.

In linea con la teoria di Fattorello, riteniamo che il modo in cui la comunicazione si sviluppa nello spazio online sia il risultato di profondi bisogni sociali che ciascuno di noi può avere. Il Web non ha creato il bisogno di uno stile di comunicazione decentralizzato, orizzontale e paritario, ma ha solo fornito un supporto tecnico per esprimere un modo di comunicare che, secondo Fattorello, è l’unico possibile.

Per Fattorello, comunicare è sinonimo di condividere, di “avere in comune”, che è la condizione necessaria per stabilire la relazione che il Promotore dell’informazione deve instaurare per ottenere l’adesione d’opinione del Ricevente.

Secondo Fattorello, i bisogni umani non possono essere creati né imposti, come invece sosteneva la teoria della Scuola di Francoforte. Dove non c’è uguaglianza, non c’è scambio e quindi non c’è comunicazione. Il Soggetto Promotore può solo riuscire a trasmettere un messaggio al Soggetto Ricevente se adatta la propria versione della realtà alla mappa percettiva del Ricevente. L’atto del Promotore di adattare la sua interpretazione al Ricevente mostra che il pubblico ha un ruolo attivo nel processo comunicativo. Il Ricevente deve aprire il suo filtro percettivo e solo successivamente può concordare con la formula d’opinione proposta, e può, a sua volta, diventare un Promotore.

Dunque, la nostra personalità non può essere annullata dall’esposizione ai mass media perché questi ultimi, come giornali, radio e televisione, possono solo essere usati per promuovere informazioni contingenti che non contribuiscono alla formazione della soggettività individuale. All’interno della struttura cristallografica della comunicazione, la capacità di produrre pensieri e comportarsi in un certo modo non è mai il risultato di pochi stimoli conosciuti, ma di una quantità immisurabile di stimoli. Quindi, i mass media certamente possono agire sulle nostre opinioni temporanee (siamo tutti contro la guerra) o rinforzare i nostri valori, ma sono incapaci di influenzare il comportamento degli uomini. Ci sono altre ragioni, alcune note, come per esempio le conseguenze del processo di informazione non contingente, e altre meno note, che stanno alla base delle nostre azioni.

Vorremmo concludere citando un passo dal libro di McQuail. McQuail spiega che i modelli base della comunicazione di massa da lui menzionati sono stati sviluppati in una situazione particolare (comunicazione massiva e unidirezionale) e in un contesto molto diverso dall’oggi. Egli afferma:

«Non tutto è cambiato, ma oggi ci troviamo davanti a nuove possibilità tecnologiche di comunicazione che sono molti-a-molti, e c’è uno spostamento dalla prima massificazione della società. Questi cambiamenti sono già riconosciuti nella teoria della comunicazione di massa, anche se il passaggio è cauto e gran parte del quadro concettuale costruito sulla comunicazione di massa rimane rilevante. Abbiamo ancora politica di massa, mercati di massa e consumo di massa. I media hanno esteso la loro scala a una dimensione globale. Le credenze nel potere della pubblicità, delle relazioni pubbliche e della propaganda sotto altre denominazioni sono ancora ampiamente diffuse tra coloro che detengono potere economico e politico. Il “paradigma dominante” emerso nelle prime ricerche sulla comunicazione è ancora con noi perché si adatta a molte delle condizioni di funzionamento dei media contemporanei e risponde ai bisogni delle industrie mediatiche, degli inserzionisti e dei pubblicitari. I propagandisti dei media rimangono convinti della capacità manipolativa dei media e della malleabilità delle “masse”» (McQuail, 2005, p. 71).

Infine, vogliamo diffondere il modello di Fattorello perché desideriamo offrire agli studiosi della Comunicazione e ai loro studenti, che diventeranno giornalisti, copywriter e politici, un modello che possa aiutare a comprendere i modelli precedenti e che si opponga una volta per tutte alla visione dei propagandisti dei media. Sosteniamo che per chi detiene il potere economico è comodo far credere alla gente nel potere della pubblicità, delle relazioni pubbliche e della propaganda. Così, le persone possono dare la colpa ai media e non pensare alla propria responsabilità nel cambiamento sociale. Invece, se giornalisti, copywriter e politici che non sono ancora potenti e non appartengono all’industria mediatica dominante diventassero consapevoli del ruolo attivo del pubblico nel processo di comunicazione, potrebbero creare un cambiamento nelle relazioni di potere, come dimostra il successo del giornalismo partecipativo.

I giornalisti cittadini utilizzano, senza saperlo, la Tecnica Sociale dell’Informazione, come mostrato nella figura qui sotto. Conoscono molto bene i loro lettori perché fanno parte della comunità a cui si rivolgono. Per loro è facile adattare la propria versione della realtà all’acculturazione dei lettori. Essendo parte della comunità di riferimento, sono allo stesso livello dei Soggetti Riceventi.

Sappiamo che molti autori, come Jenkins, hanno già spiegato il successo della comunicazione online focalizzandosi sul ruolo attivo dei pubblici, ma speriamo che il modello di Fattorello possa supportare e rafforzare tali posizioni. Speriamo di diffondere la nostra visione della comunicazione, che è il frutto della nostra acculturazione, e speriamo che questa visione venga condivisa da qualcun altro, che a sua volta ne parli ad altri.

 

Riferimenti bibliografici

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Biografie degli autori

Francesca Romana Seganti – Istituto Fattorello, Roma, Italia

Ha conseguito la laurea magistrale in Antropologia Culturale presso l’Università di Roma La Sapienza. Nel 2003 ha vinto una borsa di studio e si è trasferita alla London Metropolitan University, Regno Unito. Qui ha ottenuto il dottorato di ricerca nel 2007 con una tesi sul ruolo di una comunità online nella vita dei migranti italiani a Londra. Successivamente ha lavorato come borsista post-dottorato presso la Masaryk University di Brno, Repubblica Ceca. Dal 2007 è assistente didattico presso l’Istituto Fattorello di Roma. Attualmente lavora come professore aggiunto di Comunicazione presso la American University of Rome.

Giuseppe Ragnetti – Istituto Fattorello, Roma, Italia

Giuseppe Ragnetti ha raccolto l’eredità culturale di Francesco Fattorello e ne prosegue il lavoro, approfondendo lo studio della teoria originale della Tecnica Sociale dell’Informazione, che insegna in diversi contesti. È Presidente dell’Istituto ‘Francesco Fattorello’ di Roma, che gestisce la Scuola Superiore di Metodologia dell’Informazione e Tecniche della Comunicazione. È docente nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione e nel corso di laurea specialistica in Media e Giornalismo presso l’Università degli Studi ‘Carlo Bo’ di Urbino.

Traduzione a cura di Sara Domenici

Fonte: https://cyberpsychology.eu/https://cyberpsychology.eu/article/view/4263

Intervista a Francesco Fattorello per il suo 80° compleanno nel 1982

Riprendiamo l’intervista al Prof. Francesco Fattorello che Roberto di Nunzio pubblicò sulla rivista “Antologia di Cultura, Arte e Scienza” – Anno IV, N.14 – Roma – Luglio 1982 – Pag.1

“In occasione del suo ottantesimo compleanno abbiamo sentito il desiderio di approfondire, direttamente con lui, alcuni aspetti, talora inediti, della sua lunga attività di ricercatore e docente.”


Professor Fattorello, cominciamo con una domanda che può sembrare banale; quando è nato e dove è nato?

«Sono nato il 22 febbraio 1902, là dove le Alpi chiudono nella loro cerchia il Friuli e aprono le loro porte alla Regione veneta».

Questa sua descrizione geografica sembra voler porre un particolare accento sulle sue origini, facendo della sua città natale un anello di congiunzione tra il Friuli, una regione che, nel 1902 appariva particolarmente “chiusa”, ed il resto dell’Italia. Ci sono forse degli intenti polemici?

«No, non c’è alcun intento polemico. Io mi sono sempre occupato, sin dal 1920, di studiare le manifestazioni letterarie e culturali di lingua italiana nel Friuli. Questa regione, soprattutto ai tempi della mia giovinezza, era invece particolarmente attenta ad esaltare le manifestazioni culturali e letterarie della lingua ladina. Il mio impegno andava in senso opposto. Così nel ricercare le manifestazioni culturali in lingua italiana che si erano avute nel corso dei secoli e che si avevano in Friuli».

Può citarci qualche sua opera in campo letterario?

«Ce ne sono parecchie, tutte edite più o meno negli anni ’30. Ho fondato e diretto due riviste e scritto diversi libri. Particolarmente cara mi è l’attività di ricerca svolta proprio attraverso le due riviste: la “Rivista Letteraria delle Tre Venezie” (1923-1927) e la “Rivista Letteraria” (1929-1.930). Dai lavori di ricerca apparsi, elaborai il mio volume, pubblicato nel 1929, “Storia della letteratura italiana e della cultura in Friuli”».

Professor Fattorello, lei è conosciuto, forse più all’estero che in Italia, non per i suoi lavori letterari, ma per la sua attività; prima, di storico del giornalismo e, poi, di sociologo dell’informazione. Come mai passò dagli studi letterari a quelli sul giornalismo?

«Furono le mie ricerche in campo letterario che mi portarono a quelle in campo giornalistico. Molti letterati erano stati giornalisti e le loro opere erano apparse su giornali. Già nella “Rivista Letteraria” vennero pubblicate opere attinenti al giornalismo. Meglio, alla storiografia e alla bibliografia del giornalismo».

Giornalismo e letteratura, una commistione, un tempo molto frequente e ancor oggi dura a morire. Lei si è mai occupato del giornalismo letterario anche in sede nazionale e non solo regionale?

«Certo. Nel 1929 pubblicai una breve storia del giornalismo letterario in Italia nella collana «PROBLEMI ED ORIENTAMENTI CRITICI DI LINGUA E LETTERATURA ITALIANA», sotto il semplice titolo di “Giornali e Riviste”. La collana era diretta da Attilio Momigliano e fu edita da Marzorati, che la ristampò nel 1960».

Professore, vorremmo chiederle perché, ad un certo momento della sua vita di studioso, arrivò alla determinazione di cambiare oggetto del suo studio?

«Non direi che l’oggetto del mio studio sia mutato. Piuttosto è mutato l’approccio. Nel 1929, iniziò ufficialmente nelle nostre Università l’insegnamento della Storia giornalistica sia con dei corsi liberi, come quello che tenni a Trieste, sia con corsi ufficiali. Successivamente, la “Storia Giornalistica” fu inserita, dopo che ci fu il riordinamento delle Facoltà di Scienze Politiche, nelle materie “complementari” di dette facoltà. Ma sia agli inizi che in seguito ci furono grosse difficoltà nello stabilire i compiti e i limiti di questa disciplina. Tale incertezza era dovuta al fatto che non si avevano chiare nozioni scientifiche proprio del “fenomeno giornalistico”, né contribuiva al chiarimento il clima culturale dominante dell’epoca che era di indirizzo esclusivamente storicistico letterario. Ebbi in dubbio che la vicenda dei giornali costituisse un ramo della storiografia, ma non si era ancora definito cosa fosse in realtà il giornale e quindi Il giornalismo. Nel corso degli anni, ma soprattutto nell’immediato dopoguerra venni maturando l’idea, grazie all’apporto della Sociologia e della “Teoria dell’opinione”, che il giornale altro non era se non uno strumento, tramite il quale si agisce sull’opinione pubblica. Cioè, il giornale era uno degli strumenti pubblicistici dell’informazione contingente».

Professore, l’anno scorso lei è diventato Vicepresidente “onorario”, dopo esserlo stato “effettivo”, per circa 20, dell’Association Internationale des Etudes et Recherches sur l’Information, istituita nel 1957 dall’UNESCO, per studiare i problemi dell’informazione dei vari stati membri. Questi riconoscimenti, se non andiamo errati, le sono venuti soprattutto per aver sviluppato una sua teoria del processo dell’informazione. Potrebbe veramente sintetizzarla?

«Come esiste una tecnica industriale per lavorare sulle cose, così esiste una tecnica per agire sulle opinioni degli uomini. Da qui la possibilità, una volta individuata questa tecnica, di agire in ogni attività sociale. Infatti, la dinamica della vita condotta in società si concreta in rapporti sociali: costituiscono l’ordito del tessuto sociale. Essi sono messi in moto dalla iniziativa dei soggetti promotori e si articolano tramite i mezzi di cui detti soggetti si possono giovare: sia quelli di cui la natura ha dotato l’uomo, sia quelli artificiali, inventati nella età nella quale viviamo. Sono questi i rapporti di informazione. Questi rapporti si sviluppano nel rispetto di determinate leggi e di una tecnica che l’uomo pratica se ne è consapevole, ma nei termini della quale è costretto ad operare anche se, per avventura, la ignora. Secondo le leggi di questa tecnica l’uomo non comunica, cioè non trasmette come una macchina, l’oggetto della informazione, ma trasmette la forma nella quale ha configurato per se e per gli altri l’oggetto che ha percepito. L’uomo è un essere intelligente e perciò dotato delle facoltà di percepire, e poi di configurare ciò che ha percepito e quindi di predisporre la trasmissione ad altri di questa rappresentazione. La trasmissione non avviene senza uno scopo, che è sempre quello di ottenere da parte del soggetto recettore una adesione di opinione a quella forma o formula di opinione che il promotore ha proposta. In questa forma si identifica lo scopo della informazione. Ma questa formula, proprio per le intenzioni del promotore, e anche al di là di queste intenzioni, può essere più o meno rappresentativa dell’oggetto del rapporto di informazione, può anche divergere in tutto o in parte: non ci potrà mai essere identificazione fra oggetto della informazione, rappresentazione del medesimo al recettore, ricezione della medesima da parte del recettore. È questa una delle caratteristiche fondamentali del rapporto di informazione».

Da quanto ci ha detto ci sembra di capire che per lei “informazione” e “comunicazione”, non sono affatto sinonimi. Potrebbe chiarirci questo concetto?

«La domanda mi interessa particolarmente perché proprio l’anno scorso sono rimasto colpito da un episodio che considero molto increscioso. Come è noto, il Ministero della pubblica istruzione, ha proposto agli studenti candidati agli esami di maturità nella sessione estiva dell’anno corrente, fra gli altri il tema: “L’influenza dei mezzi di comunicazione di massa nell’evoluzione della società”. L’interpretazione di questo tema ha suscitato gravi divergenze perché, gli estensori del medesimo, poco esperti della materia cui quel tema faceva riferimento, avvalendosi dell’autorità dei luoghi comuni o edotti soltanto della letteratura degli americani culminata nelle teorie di MacLuhan, avevano inteso di fare riferimento ai grandi mezzi di informazione, mentre altri più semplicemente intendevano fare riferimento ai treni, alle navi, agli aerei che sono senza dubbio mezzi per le comunicazioni di massa. Il guaio sta nel fatto che i comuni modi di dire, il linguaggio dell’uomo della strada e anche quello dei giornalisti, non possono essere assunti, specie in sede ufficiale e tanto autorevole quale è quella del Ministero della Pubblica Istruzione, senza una verifica, in sede scientifica, della loro significazione. In un paese come il nostro dove vi è stato un Ministero delle comunicazioni, cioè dei trasporti, dove vi è un Istituto Internazionale delle comunicazioni che si interessa proprio alle comunicazioni dei treni, delle navi, degli aerei non vi è dubbio che il termine “mezzi di comunicazione di massa”, sta a indicare il rapporto fra questi mezzi e gli effetti da essi esercitati sulla società; si ricordi per esempio quanto lo sviluppo della rete ferroviaria abbia contribuito alla unificazione politica dell’Italia. Che oggi, dopo la Seconda guerra mondiale, il termine abbia assunto convenzionalmente anche un diverso significato è un fatto, ma è convenzione non universalmente accettata. Infatti, i cultori della cibernetica che hanno preteso di configurare una teoria della comunicazione dicono che si può parlare di comunicazione sia fra le macchine che fra gli uomini; ma è difficile accettare questa tesi che evidentemente confonde fenomeni di diversa natura perché non si possono identificare rapporti meccanici con rapporti sociali.   I rapporti fra gli uomini di cui qui si parla, danno luogo a fenomeni di opinione e le macchine evidentemente non possono diventare soggetti opinanti».

Professore, noi sappiamo che lei continua la sua attività di docente e di ricercatore, quale presidente di alcuni organismi nazionali, oltre ad essere Vicepresidente di un organismo internazionale, le facciamo quindi, visti i suoi ottanta anni una domanda provocatoria che è però anche il nostro caloroso augurio. Quali sono i suoi progetti per il futuro?

«Credo, continuare le mie attività: a settembre sarò a Parigi, all’Assemblea Generale dell’Association Internationale des études et recherches sur l’lnformation».

Auguri caro Professore e buon viaggio!

Roberto Di Nunzio

“IL VALORE UMANO” Programma di Educazione Sociale

Il Programma, ideato e promosso dalla Associazione METE – diretta da Giorgia Butera (fattorelliana DOC) – in sinergia con l’OIDUR, è inserito nell’ambito del Manifesto di Attenzione Sociale, dal titolo: ‘Interveniamo nella Cura della Società’.

Focalizza i vari aspetti della Società Contemporanea in un confronto costante con i diversi Target, partendo dall’analisi sociale per approdare in metodologie di intervento in relazione al soggetto recettore (secondo la Tecnica fattorelliana).

La nostra Organizzazione vanta una importante (e concreta) esperienza nell’ambito di Programmi Educativi, Campagne di Responsabilità Sociale, Ricerca ed Analisi.

Abbiamo ritenuto che si dovesse agire su un principio insindacabile: ‘Trasmettere la cultura delle regole, l’attenzione verso la vita, il valore delle persone e la pratica della cura. La cura verso il sentimento del mondo, il senso delle relazioni, la conoscenza dell’altro. Attribuire valore genera rispetto e protezione. Il Valore Umano accresce nel tempo, ma può anche disperdersi se smettiamo di nutrirlo correttamente’.

Il Programma si compone di 5 Fasi.

I destinatari sono: studenti, famiglie, cittadini, operatori del settore ed Istituzioni.

Uno sguardo attento lo rivolgiamo alle nuove generazioni, le quali devono essere abituate già dai primi dell’infanzia e dell’adolescenza a riflettere, indagare, parlare, comprendere ed esprimere i sentimenti sul valore umano, sociale e simbolico (oltre che affettivo) dei rapporti tra gli individui. Anche nella sfera digitale.

Modalità di Svolgimento: Organizziamo Incontri e Conferenze On/Offline offrendo differenti piani educativi/formativi in qualunque luogo ne richieda l’intervento, incluse le Comunità Parrocchiali. Incontri On/Offline pubblici con la Cittadinanza. Produzione Video e Produzione Grafica. Conferenze istituzionali, e di settore.

Luogo di svolgimento: Territorio internazionale e nazionale con eventi locali

Destinatari dell’iniziativa: Studenti, famiglie, cittadini, operatori del settore ed Istituzioni

Siti Web di Riferimento: www.meteassociazione.it, www.culturaldemocracy.eu, www.oidur.eu, www.giorgiabutera.it

PROGRAMMA

1° Fase: Campagna di Sensibilizzazione attraverso la realizzazione di un Manifesto e Spot; 2° Fase: Dossier informativi su infanzia, adolescenza, famiglia e cultura femminile;
3° Fase: Campagna Social ‘In ogni parte del Mondo’;
4° Fase: Panel, Seminari e Ricerca Sociale;
5° Fase: Conferenza Formativa: 1) Principi Generali; 2) Il Rispetto delle Regole e la Tutela del Valore Umano Individuale, sociale e collettivo; 3) Il Valore Umano nelle sue Prospettive, analisi e criticità;
4) Metodologie di Intervento nella Risoluzione dei casi; 5) Conclusioni.

a cura di Giorgia Butera

Giorgia Butera: con la metodica fattorelliana, al via la “Conferenza Permanente sulla Società Contemporanea’ e Programma ‘Il Valore Umano”

Dal San Paolo Palace (Palermo), lanciamo la prima “Conferenza Permanente sulla Società Contemporanea: Analisi, Prospettive e Criticità“.

La Conferenza focalizzerà i vari aspetti della società contemporanea in un confronto costante con i diversi Target, partendo dall’analisi sociale per approdare in metodologie di intervento in relazione al soggetto recettore (secondo la Tecnica fattorelliana). E ciascuna, avrà un Item dedicato.

L’esigenza arriva dalla società in bilico, da un crollo valoriale di enorme incisività, dal non comprendere cosa sia corretto, e cosa no. Contestualmente, valorizziamo i fattori positivi che determinano la crescita sociale.

Altro intervento è il Programma di Educazione e Benessere Sociale, dal titolo ‘Il Valore Umano’, formalizzato insieme al dottor Francesco Ghirelli (Presidente Onorario METE), Sara Baresi (Direttrice Generale OIDUR), Barbara Galli (Founder Talent Up) e Rosa Iudici (Manager Di Marca Service).

Ne ‘Il Valore Umano’, si affrontano aspetti della vita da trattare con armonia ed equilibrio, capaci di determinare le personalità e le azioni di ciascun individuo.

Il nostro principio incarna il diritto ed il dovere di insegnare la cultura di attenzione e valorizzazione della pratica sulla cura. Aver cura delle cose, della gente. Della vita. La cura verso il sentimento del mondo, il senso delle relazioni, la conoscenza dell’altro.

In questo modo, si ha la capacità di ripristinare ordine nell’animo umano, attribuendone ulteriore valore. Vengono offerti servizi di aiuto e conoscenza alle persone riguardante la realtà sociale, inclusa la sfera digitale.

L’Équipe è formata da operatori professionali e multidisciplinari. Sono interessate diverse tipologie organizzative in un perfetto sistema di partenariato. Riteniamo importante sensibilizzare ed educare, e fornire contestualmente strumenti di aiuto globale.

Giorgia Butera

Giorgia Butera: “Nuova Pubblicazione, Programma di Educazione Sociale e Conferenza Permanente sulla Società Contemporanea”

METE, Organizzazione presieduta da Giorgia Butera (Autrice ed Oratrice alle Nazioni Unite), riconosciuta in ambito nazionale ed internazionale, sviluppa la sua azione attraverso la Tecnica Sociale dell’Informazione di Francesco Fattorello.

Anche i recenti lavori hanno utilizzato la Teoria di Fattorello, citiamoli.

Nell’ambito del “Manifesto di Attenzione Sociale”, dal titolo ‘Interveniamo nella Cura della Società’, la Presidente METE/OIDUR ha annunciato in occasione dell’ultimo Consiglio Direttivo, l’istituzionalizzazione della ‘Conferenza Permanente sulla Società Contemporanea: Analisi, Prospettive e Criticità’.

La Conferenza focalizzerà i vari aspetti della società contemporanea in un confronto costante con i diversi Target, partendo dall’analisi sociale per approdare in metodologie di intervento in relazione al soggetto recettore (secondo la Tecnica fattorelliana). E ciascuna, avrà un Item dedicato.

L’esigenza arriva dalla società in bilico, da un crollo valoriale di enorme incisività, dal non comprendere cosa sia corretto, e cosa no. Contestualmente, valorizziamo i fattori positivi che determinano la crescita sociale.

Altro intervento è il Programma di Educazione e Benessere Sociale, dal titolo ‘Il Valore Umano’, formalizzato insieme al dottor Francesco Ghirelli (Presidente Onorario METE), Sara Baresi (Direttrice Generale OIDUR), Barbara Galli (Founder Talent UP) e Rosa Iudici (Manager Di Marca Service).

Ne ‘Il Valore Umano’, si affrontano aspetti della vita da trattare con armonia ed equilibrio, capaci di determinare le personalità e le azioni di ciascun individuo. Il nostro principio incarna il diritto ed il dovere di insegnare la cultura di attenzione e valorizzazione della pratica sulla cura. Aver cura delle cose, della gente. Della vita. La cura verso il sentimento del mondo, il senso delle relazioni, la conoscenza dell’altro. In questo modo, si ha la capacità di ripristinare ordine nell’animo umano, attribuendone ulteriore valore.

Vengono offerti servizi di aiuto e conoscenza alle persone riguardante la realtà sociale, inclusa la sfera digitale. L’Équipe è formata da operatori professionali e multidisciplinari. Sono interessate diverse tipologie organizzative in un perfetto sistema di partenariato. Riteniamo importante sensibilizzare ed educare, e fornire contestualmente strumenti di aiuto globale.

In ultimo, l’uscita del Testo ‘Manifesto della Società Contemporanea. Comportamenti, Linguaggi, Diritti Umani, Intelligenza Artificiale’ per Gemma Edizioni. Introduzione a cura del Prof. Antonio Votino, e Postfazione a cura di Elisa Giomi (Commissario AGCOM). All’interno del Testo viene presentata la Teoria fattorelliana.

Infine, tra i vari appuntamenti in Agenda, ricordiamo giorno 17 maggio 2025 la presenza della Butera a Varese, in occasione della Giornata Mondiale per le Telecomunicazioni e della Società dell’Informazione, invitata dalla “Fondazione Felicita Morandi est” per intervenire e riflettere su come i nuovi canali di telecomunicazione siano diventati luoghi dove si genera violenza. Sarà presentato il Testo ‘Dal Sexting al Revenge Porn’ (Castelvecchi Editore).

L’azione è contestualmente attiva in ambito internazionale: in essere il ‘Programme Femmes Plus’ in Congo, dove interviene per porre fine ai matrimoni precoci nella provincia del Katanga in Partnership con Andrè Shongo Diamba (Docteur Programme Intégré de Santé de Reproduction et Familial) dalla Democratic Republic of Congo.

Il ‘Programme Femmes Plus’ è ideato da Giorgia Butera e Sara Baresi nell’ambito del Manifesto di Attenzione Sociale, ed è attivo sia in ambito nazionale sia internazionale. Si compone di 3 Global Goals:

– Benessere Sociale ed Organizzativo: Aziendale, Manageriale, Associativo, Accademico e Cooperazione;
– Formazione: Educazione, Sensibilizzazione Informazione, Affermazione, Autodeterminazione e Leadership;
– Sostenibilità: Tutela Ambientale, Giovani, Migrazione, Rispetto e Valorizzazione della Diversità.

Per ulteriori informazioni:
www.meteassociazione.it
www.culturaldemocracy.eu
www.giorgiabutera.it
www.oidur.eu

Le buone maniere e i corretti comportamenti per l’acquisizione e la fidelizzazione della clientela

Istituto IFPAN – Roma

Seminario Specialistico di Formazione

“La comunicazione efficace interna ed esterna di uno studio notarile e la costruzione della corretta immagine”

a cura del prof Giuseppe Ragnetti

“Le buone maniere e i corretti comportamenti per l’acquisizione e la fidelizzazione della clientela”

Per mantenere a lungo fedele il cliente del vostro studio notarle, piccoli ma importanti consigli che, molto spesso, vengono disattesi …

  1. Chiamate ogni cliente con il suo cognome o direttamente per nome ma sempre con il dovuto rispetto (es: Signora Maria lei …)
  2. Ascoltate sempre e con attenzione ciò che ogni cliente ha da dire
  3. Interessatevi di ogni cliente nella sua specificità
  4. Siate cortesi in maniera naturale e spontanea con tutti i clienti
  5. Siate sensibili alle necessità individuali di ciascun cliente
  6. Conoscete la storia e le motivazioni del vostri clienti
  7. Dedicate ad ogni cliente il tempo necessario
  8. Coinvolgete i clienti nel vostro lavoro. Ascoltate sempre pareri e suggerimenti
  9. Valorizzate la vostra esperienza di lavoro ma non fatela pesare come una chiusura verso soluzioni nuove
  10. Non dimenticate mai che il vostro cliente non è un arido dato statistico, ma una persona con sentimenti ed emozioni, esattamente come voi.

Corso per Guide Turistiche “For All” dei Mosaici di Ravenna – Premessa Metodologica: la Tecnica Sociale dell’Informazione

La «Bellezza» è di Tutti e per Tutti.

Il volto della Speranza risplende nei mosaici di Ravenna
Proposte di itinerari giubilari tra Arte e Fede per tutti

Corso di Formazione per Guide Turistiche finalizzato alla realizzazione di un elenco di «Guide Giubilari per percorsi di Arte e Fede a Ravenna per Tutti»

Ravenna, Ottobre 2024 – Febbraio 2025

Web Site Ravenna Mosaici

Web Site La Bellezza è di Tutti e per Tutti.

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Convegno: “la Comunicazione in Italia: 1945-1960”

Roma, 18 aprile 1989
Convegno Nazionale di Studio promosso da IPR e FERPI:
“La comunicazione in Italia 1945-1960”

Francesco Fattorello
il fenomeno dell’informazione:
analisi scientifica e metodologia professionale

Relazione a cura di Carlo d’Aloisio Mayo
(atti pubblicati in vol. 4 collana “Politica della Comunicazione” – Bulzoni Editore)

Fattorello prolusione Corso 1948

Francesco Fattorello alla prolusione del Corso del 1948


Se, come credo di poter interpretare, questo convegno nazionale di studio è stato promosso con lo scopo essenziale di conoscere e di analizzare ciò che di importante si è determinato nel campo della “comunicazione” nel contesto italiano tra gli anni che vanno dal 1945 al 1960, con questo intervento intendo produrre un contributo che ritengo, quanto meno, particolare.

Dalla lettura delle varie testimonianze, che si possono evincere anche dall’incontro preliminare tenutosi lo scorso novembre, certamente emerge un quadro ricco di esperienze personali e professionali molto significative e di analisi storicistiche altrettanto interessanti ed articolate.

Sono tutti elementi informativi che aiutano a comprendere come, in quegli anni nel settore e in concomitanza con una notevole serie di innovativi fenomeni sociali, si siano evolute e sviluppate professioni anche nuove, così come l’avvento di nuovi mass-media abbia contribuito a determinare modificazioni radicali nelle abitudini e nei costumi di vita.

La testimonianza che intendo, però, proporvi si riferisce ad uno studioso del fenomeno dell’informazione, oggi in Italia non da tutti conosciuto, così come ieri, sempre in Italia e soprattutto da una certa “elite” ufficiale, non adeguatamente “riconosciuto”.

La sua opera, tuttavia, a testimonianza dell’importanza scientifica e culturale, è conosciuta e diffusa nelle università e nelle sedi scientifiche estere dove si studiano i fenomeni della “comunicazione” o meglio, se mi si consente una puntualizzazione terminologica, dell'”informazione”.

Curiosamente, ma non nel senso di un’inopportuna sottolineatura campanilistica, è un italiano e dà il nome – lo avrete certamente compreso – all’Istituto di Pubblicismo che qui mi onoro di rappresentare.

Francesco Fattorello, scomparso da alcuni anni, rappresenta uno straordinario patrimonio teorico, scientifico e didattico maturato in 60 anni di attività e sviluppatosi, in particolare, proprio nel periodo considerato dal convegno.

Già oggi, un testo di riferimento come l’Enciclopedia Treccani, citando l’Istituto Italiano di Pubblicismo fondato da Fattorello, segnala le peculiari caratteristiche delle attività interdisciplinari, finalizzate alla pratica formazione professionale dei tecnici operanti nel settore pubblicistico, sottolineandone l’ampiezza dei programmi rispetto alle “semplici scuole di giornalismo e di pubblicità”.

Il Prof. Fattorello, dal 1936 ordinario di Storia del Giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma ed autore di una vasta serie di saggi su studi letterari e sulla storiografia del giornalismo italiano, fu, tra il 1939 e il 1942, promotore e direttore de “Il Giornalismo”, la prima (e forse unica per finalità e omogeneità culturale) rivista specializzata in problemi giornalistici.

Fattorello, da ricercatore del fenomeno, proprio in quegli anni maturava la consapevolezza che lo studio del “giornalismo” non potesse essere ristretto in una mera registrazione e analisi dei fatti storici.

La “storia del giornalismo” non poteva identificarsi con la storia degli eventi della società politica puntualmente ripresi dai giornali, né poteva apparentarsi alla storia letteraria; impostazione romantica, quest’ultima, ereditata dal giornalismo di fine secolo, ma che era ancora molto diffusa e per la quale “il giornalismo” era considerato come una sottospecie della “letteratura” ed i “giornalisti”, per tale motivo, una sottospecie dei “letterati”.

Mentre era opinione diffusa ritenere che il giornalismo potesse essere oggetto di storia, il Prof. Fattorello, che pur proveniva da questa tesi, veniva maturando l’idea che non si potesse scrivere la storia del giornalismo finché non fosse chiaro quale in realtà fosse il suo oggetto.

In quegli anni, infatti, il “fenomeno giornalistico” era confusamente vissuto da studiosi e addetti, ora come un’arte, ora come una scienza, ora come una missione (e purtroppo questi luoghi comuni sono tuttora molto diffusi, come ad esempio la mitica tradizione del “giornalista si nasce, non si diventa”), mentre nelle analisi di Fattorello appariva sempre più come un fenomeno legato ad un altro più importante, di cui non si faceva menzione, e che pure era tutto nella vita della società; quello dell’informazione.

Negli anni in cui cominciava a farsi strada anche in Italia la sociologia, già affermatasi nel resto del mondo, l’idea di Fattorello poté trovare terreno fecondo grazie soprattutto all’incontro con Corrado Gini, l’eminente sociologo e statistico, che fornì a Fattorello la risposta ai suoi interrogativi sull’oggetto della storia del giornalismo.

Alla luce di questa disciplina il “giornale” appariva come uno strumento dell’informazione contingente e perciò doveva essere studiato nel quadro di questa prospettiva. Il “fenomeno giornalistico” non era altro che l’esercizio dell’informazione tramite lo strumento del “giornale”; esso non poteva essere più oggetto soltanto della storia politica e della storia letteraria.

Da qui, ora, ricominciava lo studio del Prof. Fattorello: la sociologia consentiva non solo lo studio scientifico del fenomeno sociale, ma soprattutto di far risaltare la funzione del “giornale”, nella dinamica della vita sociale, sui fenomeni d’opinione.

Lo studio della sociologia e gli accostamenti alla statistica portarono Fattorello a confrontarsi anche con studiosi stranieri, soprattutto con Jean Stoetzel, per la sua teoria dell’opinione, e con Eugène Dupréel.

Lo sforzo teorico e culturale era quello di riuscire a configurare scientificamente una disciplina che fosse in grado di analizzare il fenomeno giornalistico, in particolare, e quello dell’ informazione, in generale, al di là degli schemi rigidi e sacrali della letteratura e dello storicismo.

Per questo, Fattorello fondò nel 1947, anche grazie al particolare appoggio di Gini, allora Preside della Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Roma, l’Istituto Italiano di Pubblicismo, con il proposito di promuovere in Italia un movimento di studi che avesse come oggetto non tanto il giornalismo, ma il fenomeno sociale dell’informazione nelle sue diverse applicazioni.

Nello stesso anno, non senza grandi difficoltà, Fattorello riuscì ad istituire il “Corso Propedeutico alle Professioni Pubblicistiche”, il cui ordine degli studi comprendeva l’analisi del fenomeno dell’informazione articolato in una tecnica che ne individua i due principali soggetti il promotore ed il recettore , la forma data al contenuto, il mezzo; studio completato dal contributo che alla comprensione del fenomeno arrecano la statistica applicata ai sondaggi d’opinione, la legislazione pubblicistica, la storia degli strumenti di comunicazione. L’interpretazione e lo studio del fenomeno non dovevano, tuttavia, essere fini a se stessi: con il “Corso di Applicazione” nacque, così, la “Scuola di Tecniche Sociali dell’Informazione” che prima in Italia conferiva un titolo di qualificazione per l’esercizio delle professioni pubblicistiche.

L’istituto , dunque, si proponeva due finalità: una scientifica, che presupponeva l’interpretazione sociologica del fenomeno dell’informazione; l’altra pratica, finalizzata alla definizione di una Tecnica dell’Informazione come strumento metodologico fondamentale, uguale per le diverse discipline pubblicistiche, quali il giornalismo, la propaganda ideologica, la pubblicità, le c.d. relazioni pubbliche, ecc., sostenendo e dimostrando, cioè, che come esiste una tecnica industriale per lavorare sulle cose, così esiste una tecnica per agire sulle opinioni degli uomini, che consente, una volta individuata, di essere applicata in ogni attività sociale.

Secondo l’analisi di questa tecnica, la dinamica della vita collettiva si concreta in rapporti sociali che costituiscono la trama del tessuto sociale; questi rapporti sono messi in moto dall’iniziativa dei soggetti promotori e si articolano attraverso i mezzi utilizzabili, siano essi naturali o artificiali; tali rapporti di informazione si sviluppano nel rispetto di determinate leggi e di una tecnica che l’uomo pratica se ne è consapevole, ma nei termini della quale è costretto ad operare anche se per avventura la ignora.

L’uomo, perciò, non comunica, cioè non trasmette come una macchina l’oggetto dell’informazione, ma trasmette tramite il mezzo la forma nella quale ha configurato per sé e per gli altri l’oggetto che ha percepito.

L’uomo come essere intelligente è dotato della facoltà di percepire e poi di configurare ciò che ha percepito e quindi di predisporre la trasmissione ad altri di questa rappresentazione.

La trasmissione avviene con uno scopo ben preciso: quello di ottenere da parte del soggetto recettore da considerare sempre come un soggetto opinante un’adesione di opinione alla formula proposta.

Questa formula, proprio per le intenzioni del promotore, ma anche al di là di tali intenzioni, può essere più o meno rappresentativa dell’oggetto del rapporto di informazione, può anche divergere in tutto o in parte; comunque non ci potrà mai essere identificazione totale tra l’oggetto dell’informazione, la rappresentazione del medesimo proposta dal promotore e l’interpretazione da parte del recettore.

E’ questa una delle caratteristiche fondamentali del rapporto di informazione; molte altre, come, ad esempio, l’inesistenza dell’obiettività o la distinzione tra l’informazione contingente e quella non contingente, non possono, per rispetto agli evidenti problemi di tempo, essere rappresentate in questa sede.

D’altra parte, la straordinaria modernità di questa concezione è recentemente testimoniata dalla riflessione e dalla conseguente evoluzione che sta coinvolgendo, in particolare, la stampa periodica americana (ma non solo quella): non più la stereotipata formula dei fatti obiettivi separati dalle opinioni, ma sempre più diffusa la consapevolezza che è il “tasso di opinione” (più o meno accentuato) a caratterizzare (più o meno marcatamente) i processi informativi.

L’opera di Fattorello, nel decennio 1947/57, fu rivolta allo sviluppo ed alla diffusione di questi studi e delle loro applicazioni; tra le altre, attivò iniziative come:
– la pubblicazione semestrale della collana “Saggi e Studi di Pubblicistica” (iniziata nel 1953 e annoverata tra i periodici di alto valore culturale), i cui contenuti documentavano in concreto l’applicazione di questa tecnica ed offrivano materia di consultazione sulle professioni pubblicistiche;
– la pubblicazione mensile, dal 1957, del bollettino “Notizie e Commenti” sull’informazione dell’attualità;
– l’istituzione del “Centro Nazionale di Studi sull’Informazione”, creato d’intesa con la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel quadro delle attività internazionali promosse dall’UNESCO.

Fattorello, comunque, nel dicembre del 1959, a coronamento di queste sue nuove ricerche, pubblica la teoria sociale dell’informazione (che aveva già esposta per la prima volta l’anno precedente all’Università di Strasburgo) nel libro “Introduzione alla Tecnica Sociale dell’Informazione”: questo testo avrà numerose riedizioni e sarà tradotto in più lingue anche per essere adottato in diverse università straniere.

Se gli anni ’50 furono anni di riflessione e segnarono per Fattorello il coronamento dei suoi sforzi con l’elaborazione della teoria dell’informazione, gli anni ’60 furono, invece, ricchi di scambi e di affermazioni scientifiche in campo internazionale.

Testimonianza dei proficui scambi intrapresi non sono soltanto le lezioni ed i corsi tenuti da Fattorello in numerose università estere, ma anche la partecipazione che eminenti studiosi di tutto il mondo vollero dare ai corsi da lui organizzati presso la Facoltà di Scienze Statistiche di Roma.

La “Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione” rappresenta, dunque, il contributo per un’interpretazione non solo storicistica del fenomeno “comunicazione”, ma soprattutto una proposta chiara, non ideologica né stereotipata, uno strumento di conoscenza attinente alle scienze sociali, culturalmente aperto al confronto.

La Dott.ssa Rosario de Summers, rappresentante permanente alle Nazioni Unite della Commissione Economica per l’America Latina (con l’incarico di coordinare i rapporti con i mass-media di tutto il mondo), intervenendo quest’anno all’inaugurazione dei Corsi della Scuola di Metodologia dell’Informazione che per il 42° anno consecutivo danno continuità all’impostazione intrapresa da Fattorello ha inteso sottolineare proprio come, nel contesto internazionale, la conoscenza e l’uso delle tecniche sociali stia acquisendo sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica per tutti coloro che, come noi, si occupano quotidianamente di questi problemi.

Per concludere, credo di poter sottolineare come questa occasione possa rappresentare, non solo una sede opportuna per fare onore all’attività scientifica di Fattorello, ma anche un significativo arricchimento agli interessanti contenuti di conoscenza maturati grazie a questo convegno.

Carlo d’Aloisio Mayo