Intervista a Giuseppe Ragnetti, direttore dell’Istituto “Francesco Fattorello”

Prof. Ragnetti negli ultimi decenni la letteratura e il dibattito sul fenomeno della comunicazione e del giornalismo si sono progressivamente ampliati. Ma non sempre si ricorda che la teoria della comunicazione scaturisce dalla visione lungimirante del professor Francesco Fattorello che cominciò ad occuparsi di queste tematiche con un approccio scientifico e strutturato già nella prima metà del Novecento. Chi era Francesco Fattorello?

Ha perfettamente ragione. È un dato di fatto che oggi si parli molto di comunicazione, in ambito accademico, mediatico, persino aziendale, ma troppo spesso ci si dimentica delle radici profonde di questo campo, almeno nel contesto italiano ed europeo.

Francesco Fattorello è stato un maestro straordinario, una figura davvero centrale nel campo dell’informazione e della comunicazione. Considerando gli anni in cui ha svolto i suoi studi, può essere considerato davvero un lungimirante e un grande innovatore.

È nato a Pordenone il 22 febbraio del 1902, e oltre ad essere un grande studioso, era anche un letterato, uno storico, un sociologo.

Dopo aver studiato giurisprudenza, si è dedicato alla cultura del Friuli, cercando di far emergere quegli aspetti che potessero unire culturalmente la regione al resto d’Italia, andando oltre le tradizioni locali.
Ha fatto tantissime ricerche, ha scritto libri e fondato riviste per raccontare la storia e la letteratura friulana.

Ma non si è occupato solo di questo: come dicevo è stato anche uno dei primi a studiare il giornalismo come materia seria, insegnandolo all’università e creando istituti di ricerca dedicati allo studio dell’informazione.

Attraverso i suoi studi ha elaborato e strutturato  una dettagliata teoria sulla comunicazione “La Tecnica Sociale dell’Informazione” che ancora oggi è considerata molto innovativa. Insomma, è stato un intellettuale a tutto tondo, che ha lasciato un segno importante sia nella cultura che nel giornalismo in Italia.

Ho avuto l’onore di essere suo allievo e, da anni ormai, porto avanti la sua eredità culturale, cercando di far conoscere il suo lavoro e il suo pensiero attraverso iniziative promosse in numerosi contesti formativi.

Francesco Fattorello, Pordenone 1902 – Udine 1985


Ci racconti quando e come ha conosciuto il Prof. Francesco Fattorello e cosa è nato in lei da quell’incontro?

Ho conosciuto il Professor Fattorello molti anni fa, in un contesto accademico in cui si discuteva di informazione e comunicazione non solo come strumenti tecnici, ma come vere e proprie pratiche sociali. Quel primo incontro non è stato solo personale ma profondamente intellettuale. Sono rimasto colpito dalla sua visione innovativa: non parlava dell’informazione come semplice trasmissione di notizie, ma come relazione tra soggetti, fondata su un confronto di punti di vista e sulla valorizzazione dell’interlocutore.

Da quell’incontro è nata in me una profonda adesione alla sua Tecnica Sociale dell’Informazione, che ho poi studiato, applicato e diffuso nel corso degli anni. È stato un vero rapporto maestro-allievo, fondato su stima, rigore e dialogo. Fattorello non insegnava solo una teoria, ma un metodo di pensiero critico e responsabile. Da allora, ho sentito il dovere, nonché il privilegio, di portare avanti il suo lavoro, dirigendo l’Istituto a lui intitolato, curando la pubblicazione delle sue opere, insegnando i suoi principi nelle università e aggiornandone l’applicazione ai tempi di oggi.

Posso certamente affermare che da quell’incontro è nata una vera missione culturale: rendere la comunicazione uno strumento autentico di partecipazione sociale.

Francesco Fattorello - Teoria della Tecnica Sociale dell' Informazione - a cura di Giuseppe Ragnett

Francesco Fattorello – Teoria della Tecnica Sociale dell’ Informazione – a cura di Giuseppe Ragnetti


È possibile sintetizzare i punti principali della Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione?

Sì, è possibile ed è anche utile farlo perché la teoria di Fattorello, pur essendo stata formulata nel secolo scorso, è ancora oggi sorprendentemente attuale.

Il primo punto fondamentale è che non esiste un’informazione oggettiva. Secondo Fattorello, ogni volta che comunichiamo un fatto, in realtà stiamo offrendo una rappresentazione soggettiva di quel fatto, costruita da chi comunica in base al proprio punto di vista, al contesto e agli obiettivi che intende raggiungere.

Il secondo elemento chiave riguarda proprio il ruolo del comunicatore che non è un semplice tramite neutrale tra realtà e pubblico. Al contrario, è un soggetto attivo, che sceglie, seleziona e interpreta i contenuti. È lui a decidere cosa raccontare e come farlo.

Un terzo aspetto centrale è che la comunicazione, per Fattorello, non è mai un atto meccanico o puramente tecnico. È sempre un’azione sociale, che si svolge in una circostanza specifica e che coinvolge relazioni, valori, interpretazioni. Comunicare significa agire nel mondo sociale.

C’è un altro punto oggi considerato essenziale che Fattorello ha intuito con grande anticipo: la centralità del destinatario. Il messaggio dev’essere costruito in funzione di chi lo riceve. Il comunicatore deve conoscere il suo pubblico, comprenderne il linguaggio, le aspettative, i codici culturali. In questo senso, l’audience non è un’entità passiva, ma un soggetto attivo della comunicazione.

Ed è proprio da qui che nasce un’ultima riflessione molto attuale: il superamento del concetto di “target”, inteso come “bersaglio” passivo da colpire, a favore di quello di “audience”, cioè un insieme di persone consapevoli, capaci di interagire e partecipare. Oggi questa visione è condivisa anche nel mondo anglosassone e nelle moderne teorie del marketing e dei media.

In sintesi, Fattorello ha spostato l’attenzione dal messaggio al processo comunicativo, e soprattutto al rapporto tra chi comunica e chi riceve. Una prospettiva che oggi può apparire consolidata ma che in realtà ha anticipato di decenni le dinamiche della comunicazione contemporanea.

Fattorello prolusione Corso 1948

Francesco Fattorello alla prolusione del Corso del 1948


Quali sono le principali differenze della Teoria Fattorelliana rispetto ai più noti studi anglosassoni, a partire da McLuhan?

È una domanda molto interessante, perché ci permette di mettere a confronto due modi di intendere la comunicazione che sono davvero molto diversi. Da una parte abbiamo la Teoria Fattorelliana, sviluppata in Italia da Fattorello già negli anni ’30. Dall’altra, le teorie più conosciute a livello internazionale, come quelle di McLuhan, Lazarsfeld e Habermas, che arrivano invece da contesti anglosassoni o centro-europei.

La differenza più importante riguarda proprio il modo in cui si intende la comunicazione. Fattorello non crede che la comunicazione serva a trasmettere la realtà così com’è. Al contrario, sostiene che ogni comunicazione trasmette sempre una rappresentazione della realtà, costruita da chi comunica. E questa rappresentazione non è mai neutra o oggettiva: è il risultato di una scelta consapevole, fatta da un soggetto operante, che ha un obiettivo preciso e comunica in funzione di esso.

Questo punto di vista è molto diverso, per esempio, da quello di Paul Felix Lazarsfeld, che si occupa soprattutto degli effetti della comunicazione di massa e del ruolo di figure come gli opinion leader. In questo caso si parte dall’idea che i media diffondano contenuti già definiti e che il punto centrale sia vedere come reagisce il pubblico, quanto viene influenzato.

Marshall McLuhan, invece, ci dice qualcosa di ancora diverso: per lui, “il medium è il messaggio”. In altre parole, non è tanto importante il contenuto che trasmettiamo, ma il mezzo che usiamo per farlo. Ogni nuova tecnologia cambia profondamente il modo in cui percepiamo la realtà. È una riflessione molto affascinante, ma rimane su un piano molto generale e culturale, mentre Fattorello propone un approccio più concreto e applicabile, soprattutto in ambiti come il giornalismo, la comunicazione pubblica o le relazioni istituzionali.

Infine, c’è Jürgen Habermas, che ha una visione della comunicazione legata all’idea di dialogo razionale. Per lui, comunicare dovrebbe servire a costruire un consenso basato sulla trasparenza, sull’argomentazione e sulla ricerca condivisa della verità. Ma anche in questo caso, si parte dall’idea che ci sia una verità da raggiungere, mentre per Fattorello non esiste una verità oggettiva da comunicare, solo rappresentazioni della realtà che vengono costruite da chi comunica, in base a uno scopo.

In sintesi, mentre le altre teorie si concentrano su aspetti come gli effetti, i media o il pubblico, è Fattorello a porre l’attenzione sui processi sociali, mettendo al centro chi comunica: cosa rappresenta, come lo fa e, soprattutto, perché. È una teoria molto pratica e strategica, pensata per fornire strumenti a chi lavora nella comunicazione, non solo per analizzarla ed è molto innovativa per il suo tempo, perché ha anticipato idee che oggi diamo quasi per scontate, come il fatto che la realtà, nel discorso pubblico, viene sempre costruita.

Il Prof. Giuseppe Ragnetti a Porto Alegre in Brasile, 2004


Professor Ragnetti, potrebbe fare un esempio pratico che aiuti a capire come queste differenze si manifestano nella realtà, ad esempio nel giornalismo o nella comunicazione quotidiana?

Certo! Un esempio semplice può chiarire bene la differenza. Immaginiamo una giornata di pioggia intensa in città. Diversi giornali devono raccontare la stessa notizia, ma ognuno sceglie di farlo in modo diverso.

Un quotidiano locale potrebbe dare il titolo: “Città paralizzata dal maltempo: ore di caos per automobilisti e pendolari.”

Mentre una testata ambientalista potrebbe scrivere: “Piogge record: i cambiamenti climatici mettono in ginocchio la città.”

Si tratta dello stesso evento, ma la prospettiva cambia.

Per Fattorello, questa differenza è il cuore stesso della comunicazione: nessuno dei due articoli “riporta la realtà” in modo oggettivo, perché ogni atto comunicativo costruisce una rappresentazione del reale, elaborata dal soggetto che comunica in funzione dei propri obiettivi.
Il giornalista non è un semplice intermediario tra fatti e pubblico, ma un soggetto operante che interpreta e struttura la realtà per proporne una versione coerente con la propria linea editoriale.

Secondo Lazarsfeld, l’interesse si sposta sugli effetti della comunicazione. In questo caso, la domanda centrale diventa: come reagisce il pubblico? La notizia genera paura, fiducia, indifferenza? Quali figure — opinion leader, commentatori, influencer — contribuiscono a orientare la percezione del fatto?
La comunicazione è analizzata in termini di influenza e ricezione.

Per McLuhan, ciò che conta non è tanto il contenuto della notizia, quanto il mezzo attraverso cui viene trasmessa.
Una foto su un social network, un servizio televisivo o un articolo stampato non producono mai lo stesso effetto percettivo: il medium, infatti, modella il messaggio.
Nel caso della pioggia, la diretta sui social può trasmettere immediatezza e coinvolgimento, mentre un articolo scritto può apparire più riflessivo e analitico.

Infine, per Habermas, la comunicazione giornalistica dovrebbe contribuire a costruire uno spazio di confronto critico e partecipativo.
Ciò significa offrire informazioni chiare, verificate e accessibili, che rendano possibile ai cittadini valutazioni consapevoli e autonome. Non si tratta di proporre una versione utile solo a chi comunica, ma di creare le condizioni per un dialogo chiaro e condiviso.

Giuseppe Ragnetti

Giuseppe Ragnetti


Lei ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione della Teoria Fattorelliana soprattutto attraverso l’attività dell’Istituto Fattorello. In quali ambiti formativi e professionali è stato possibile seminare i contenuti Fattorelliani?

Credo fermamente che Francesco Fattorello meriti di essere ricordato e valorizzato, non solo come teorico, ma come vero e proprio pioniere della comunicazione in Italia. Il lavoro che abbiamo portato avanti attraverso l’Istituto Francesco Fattorello ha avuto proprio questo obiettivo: non lasciare che il suo pensiero restasse confinato nei libri, ma farlo vivere nei percorsi formativi, professionali e culturali più diversi.

Nel corso degli anni, abbiamo avuto la possibilità di diffondere la Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione in numerosi contesti: dal mondo universitario alla formazione professionale, dalla pubblica amministrazione alle imprese private. E questo perché la teoria di Fattorello non è un impianto teorico astratto o chiuso in sé, è una visione operativa della comunicazione, pensata per aiutare chi comunica a farlo con consapevolezza e strategia.

Attraverso l’Istituto, abbiamo organizzato corsi e seminari rivolti sia a studenti sia a professionisti: giornalisti, comunicatori pubblici, operatori della cultura, ma anche funzionari di enti locali, membri di associazioni, insegnanti, e persino figure attive nel sociale e nel volontariato. L’approccio Fattorelliano ha trovato terreno fertile soprattutto in quei contesti dove la comunicazione non è solo un fatto tecnico, ma anche un atto etico e relazionale, dove la costruzione del messaggio incide direttamente sul modo in cui le persone percepiscono la realtà.

Penso che Fattorello abbia avuto un’intuizione incredibile, soprattutto se consideriamo il periodo in cui elaborò la sua teoria: gli anni Trenta e Quaranta, in cui parlare di comunicazione come disciplina autonoma era qualcosa di totalmente controcorrente.

E questo è ciò che cerchiamo di trasmettere anche oggi, a chi si avvicina ai nostri percorsi: che la comunicazione non è mai neutrale, che ogni messaggio è il risultato di una scelta, di un punto di vista e che quindi va costruito con responsabilità e competenza. È un insegnamento che non ha perso valore con il tempo, anzi oggi, in un’epoca dominata da social media, manipolazione dell’informazione, fake news e disinformazione organizzata, la visione di Fattorello si rivela più attuale che mai.

Purtroppo, in Italia facciamo spesso fatica a valorizzare i nostri pionieri, soprattutto quando si muovono fuori dalle logiche accademiche più rigide. Fattorello non si è mai piegato a mode intellettuali o compromessi istituzionali: ha portato avanti la sua linea teorica con rigore e coerenza, forse anche a costo di restare ai margini. Ma è proprio per questo che oggi abbiamo il dovere di tornare a studiarlo, a far conoscere il suo pensiero, soprattutto ai giovani che si formano nel campo della comunicazione.

Perché quello che ci ha lasciato non è solo un metodo, ma un invito alla consapevolezza critica: chiederci sempre chi comunica, con quali scopi, e quale rappresentazione della realtà ci sta proponendo.

Francesco Fattorello – Università di Lipsia, 1978


In quali Università dell’Italia e del Mondo si studia la Teoria Fattorelliana?

È una domanda interessante, e anche un po’ complessa, perché la Teoria Fattorelliana, pur essendo una delle più originali e coerenti del panorama europeo, non ha avuto la diffusione sistematica e accademica che meriterebbe sebbene ci siano contesti, anche a livello internazionale, in cui è stata insegnata, apprezzata e riconosciuta come un modello di riferimento metodologico e pratico per tutti coloro che operano nei campi dell’informazione e della comunicazione. Si può affermare che l’impostazione teorica proposta da Fattorello abbia influenzato profondamente l’approccio alla comunicazione adottato su scala globale.

In Italia, la sede principale dello studio della teoria è sempre stato l’Istituto “Francesco Fattorello”, che prosegue l’attività formativa ispirata direttamente al pensiero del fondatore. Ma non va dimenticato che già negli anni ’50, Fattorello insegnava all’Università “La Sapienza” di Roma, all’interno della Facoltà di Scienze Statistiche, dove aveva istituito un Corso propedeutico alle professioni pubblicistiche: un’iniziativa davvero audace per l’epoca, che faceva della “Tecnica Sociale dell’Informazione” il cuore del piano didattico. Questo corso, e la scuola di applicazione ad esso collegata, rappresentarono il primo riconoscimento accademico italiano della comunicazione come disciplina autonoma e scientifica.

Ma è sul piano internazionale che abbiamo un episodio particolarmente significativo: nel 1958, Fattorello fu chiamato a tenere un corso presso l’Università di Strasburgo, nell’ambito del Centre International pour l’Enseignement Supérieur du Journalisme. Questo Centro era stato istituito sotto l’egida dell’UNESCO, proprio con lo scopo di formare e aggiornare i docenti universitari di giornalismo e comunicazione provenienti da tutto il mondo.

La presenza di Fattorello in quel contesto fu molto più che simbolica: la sua lezione inaugurale sulla Tecnica Sociale dell’Informazione aprì ufficialmente l’anno accademico, e le esperienze didattiche maturate in Italia furono considerate tanto innovative da essere inserite come caso di studio nel programma internazionale. Pensiamo che in quell’aula sedevano studiosi e docenti provenienti da Europa, America, Asia, Africa, URSS e India. Si trattò di un riconoscimento importante non solo per il professor Fattorello, ma per tutto il pensiero italiano sulla comunicazione.

Detto questo, oggi la sua teoria non è insegnata in modo strutturato nei curricula universitari esteri, almeno non sotto la dicitura ufficiale di “Teoria Fattorelliana”. Molti dei suoi concetti chiave, come il ruolo del soggetto operante, la rappresentazione della realtà, la funzione strategica della comunicazione, si ritrovano in numerose scuole di comunicazione, sia in Europa che oltreoceano, anche se spesso non ne viene riconosciuta la corretta paternità.

È anche per questo che ritengo importante continuare il lavoro dell’Istituto, affinché il suo pensiero non solo venga preservato, ma anche rilanciato e studiato con il rispetto che merita. Perché in un’epoca in cui tutti parliamo di fake news, storytelling, disinformazione e costruzione del consenso, le intuizioni di Francesco Fattorello sono più attuali che mai.

Porto Alegre in Brasile nel 2004: Federica Consolini, Giuseppe Ragnetti e Alessandra Romano


Ci racconti i tre aneddoti che più conserva della sua esperienza divulgativa Fattorelliana.

C’è un piccolo aneddoto che spesso racconto, e che per me rappresenta in modo quasi poetico il cuore della teoria di Fattorello.

È la storia di un bambino che trovava una felicità profonda nell’essere portato a letto dalla madre mentre si addormentava, un gesto semplice ma pieno di amore e sicurezza. Questa esperienza lo accompagnò per tutta la vita. Anche da adulto, diventato una figura rispettata e matura, continuava inconsciamente a “portarsi a letto” in uno stato di semiveglia, come se cercasse ancora quel conforto originario. Quando provò a parlarne pubblicamente, cercando risposte tra esperti e studiosi, nessuno seppe spiegare razionalmente quel bisogno così umano e profondo.

Ecco, quel bambino ero io. Ma non è questo il punto. Il punto è che quel gesto, quel “portarsi a letto” in semiveglia, continua a essere per me una realtà soggettiva potente. Non è razionale, non è giustificabile, ma per me è reale.

E sa cosa diceva Fattorello? Diceva che la realtà, nella comunicazione, non è ciò che esiste oggettivamente, ma ciò che il soggetto percepisce come tale nel suo contesto. Il “farsi portare a letto” non è una favola, è una rappresentazione di realtà.

Così come, nel metodo fattorelliano, la comunicazione non trasmette ‘informazioni oggettive’, ma costruisce rappresentazioni che il destinatario riconosce e fa proprie.

Quella sensazione di protezione, di abbandono fiducioso, è una realtà vera per quel bambino, per me, anche se oggi è un uomo adulto con la barba bianca.

Questo dimostra che nessuna comunicazione è neutra: ogni nostro gesto, ogni nostro racconto, si inserisce in un contesto o in una rappresentazione personale.

Ecco perché la teoria di Fattorello non è una teoria astratta, è uno strumento vivo. Non ci dice ‘cosa è vero’, ma ci chiede: ‘per chi, e in che contesto, è vero?’

Per quanto riguarda la mia esperienza divulgativa Fattorelliana, uno degli episodi che ricordo con maggiore intensità risale al 2004, quando fui invitato al “Forum Mondiale della Comunicazione” a Porto Alegre, in Brasile. Portavo con me una relazione dal titolo: “La Tecnica Sociale dell’Informazione come alta espressione della libertà di opinione”.

In quell’ambiente, multiculturale e pieno di tensioni comunicative, ho avuto la possibilità di esporre i principi della Tecnica Sociale di Francesco Fattorello. Ricordo lo stupore negli occhi di alcuni colleghi sudamericani, abituati alla rigidità di modelli comunicativi verticali. In quel momento capii che la nostra teoria aveva una valenza universale, perché parlava all’umano prima ancora che al tecnico.

Un altro ricordo vivo, e forse uno dei più rappresentativi del mio modo di intendere la didattica Fattorelliana, riguarda il mio approccio con gli studenti universitari.

Devo dire, amo insegnare, anche se il termine “insegnare” non mi piace. Io non voglio “insegnare” qualcosa come se avessi la verità in tasca. Quello che cerco di fare è accompagnare chi mi ascolta a guardarsi dentro, a scoprire l’unicità di ciascuno, anche nel modo in cui comunica, interpreta e rappresenta il mondo.

Non ricordo nemmeno più quante cattedre ho avuto. Ho insegnato dove mi chiamavano e dove sentivo che c’era bisogno, purché potessi trasmettere ciò che per me era fondamentale: la teoria di Francesco Fattorello.

E gli studenti rispondono. Sono sensibili, ricettivi, partecipi. Il problema spesso siamo noi: li sottovalutiamo. Non vediamo le loro potenzialità e la loro capacità intuitiva.

Ricordo con particolare emozione i corsi di “Tecniche di relazione” che tenevo all’Università “Carlo Bo” di Urbino negli anni 1990 e 2000. Era strutturato come un ciclo di lezioni frontali, ma estremamente interattive, in cui il confronto diretto con gli studenti era continuo e autentico. La particolarità di quel corso, rispetto a molti altri, era che veniva seguito da un numero sorprendentemente alto di studenti; esauriti i posti a sedere, si sedevano anche per terra! Non venivano solo per ottenere un credito, ma perché lì trovavano spazio per mettersi in gioco, riflettere su di sé e sperimentare un approccio diverso alla comunicazione.

The Theory of the Social Practice of Information

The Theory of the Social Practice of Information


Negli ultimi decenni la Comunicazione, in particolare con l’avvento delle tecnologie digitali, si è esponenzialmente evoluta e diffusa in ogni contesto. La Teoria Fattorelliana è ancora valida? E in caso affermativo perché?

Sì, la Teoria Fattorelliana è ancora valida e, anzi, oggi assume un significato ancora più rilevante alla luce dei cambiamenti introdotti dalle tecnologie digitali e dai nuovi media.

Negli ultimi decenni, la comunicazione è diventata pervasiva: è presente in ogni aspetto della vita quotidiana, e l’avvento del digitale ha moltiplicato i canali, gli attori e le dinamiche di diffusione delle informazioni. In questo contesto, molte delle teorie dominanti continuano ad essere insegnate nelle università, nonostante si fondino su un modello verticale e riduzionista: l’idea di una comunicazione unidirezionale, dove il mittente manipola un ricevente passivo, facilmente influenzabile. Questo approccio non fa che enfatizzare il potere dei media di plasmare opinioni e comportamenti.

Al contrario, la Teoria di Fattorello offre un modello più umano, interattivo e orizzontale, che tiene conto della capacità critica del ricevente.

Questa visione si dimostra particolarmente rilevante in un’epoca come la nostra, dove gli utenti non sono più solo consumatori di contenuti, ma anche produttori attivi (si pensi ai social media, ai blog, ai podcast). Il modello comunicativo non può più essere pensato in modo verticale o autoritario; deve invece riconoscere la pluralità delle fonti e la competenza diffusa tra i partecipanti al processo informativo.

Secondo il mio parere, la Teoria Fattorelliana non solo è ancora valida, ma è forse una delle chiavi interpretative più efficaci per comprendere e gestire la complessità comunicativa del nostro tempo, basata su relazioni, interazione e consapevolezza.

Quattro dei membri fondatori della IAMCR si sono riuniti a Strasburgo per la prima sessione del Centro internazionale per l’istruzione superiore in giornalismo nell’ottobre del 1957, alla vigilia della Conferenza Costituente IAMCR a Parigi. Da sinistra a destra: Francesco Fattorello, Fernand Terrou, Khoudiakoff, che non hanno partecipato all’incontro di Parigi, Jacques Léauté e Mieczyslaw Kafel. È interessante notare che i partecipanti a questa prima sessione del Centro di Strasburgo hanno partecipato in gran numero alla Conferenza costituente.


Cosa vorrebbe consigliare ai giovani che oggi vogliono intraprendere gli studi e i mestieri nel campo della Comunicazione?

Ai giovani direi innanzitutto una cosa semplice, ma fondamentale: non correte dietro alle mode, cercate la sostanza. Oggi si parla tanto di comunicazione digitale, di influencer, di intelligenza artificiale… e va benissimo, è il nostro tempo. Ma nessuno strumento, per quanto avanzato, potrà mai sostituire la competenza umana nel comprendere, costruire e gestire i rapporti sociali.

La comunicazione non è solo trasmettere messaggi: è comprendere le relazioni, rispettare chi ascolta, dare dignità a chi riceve l’informazione. Questo è ciò che ci ha insegnato Fattorello, ed è ciò che ancora oggi manca in tanta comunicazione contemporanea: si pensa solo a “colpire”, a “convertire”, a “convincere”, ma raramente a dialogare.

Studiate, certo. Ma soprattutto imparate ad osservare, a porvi domande, a pensare con la vostra testa. E soprattutto non dimenticate che chi comunica ha una responsabilità enorme: quella di contribuire a formare, non a deformare, l’opinione pubblica.

A chi vuole entrare in questo mondo, dico: non diventate specialisti della superficialità. Diventate costruttori di senso.

Prof. Giuseppe Ragnetti

Giuseppe Ragnetti


Perché è importante riprendere e divulgare il messaggio di Francesco Fattorello oggi?

È fondamentale perché la sua visione della comunicazione è una delle poche che mette al centro la persona, in un mondo in cui l’informazione è utilizzata spesso a fini commerciali o politici.

La sua impostazione propone una relazione informativa paritaria e critica: chi riceve l’informazione ha le stesse capacità cognitive e interpretative di chi la propone. È un pensiero che responsabilizza e che educa alla libertà di giudizio. E proprio per questo, oggi, rappresenta un’alternativa concreta a modelli comunicativi impersonali, che dominano nel marketing, nei media e nei social network.

Ma per mantenere vivo questo messaggio serve un luogo, una scuola, una comunità. E qui entra in gioco la Scuola Fattorello, che è un’istituzione essenziale, senza scopo di lucro, che non riceve finanziamenti esterni, che non si piega a logiche commerciali, ma che da più di settant’anni resiste e insiste con entusiasmo, grazie a contenuti autentici, a un pensiero solido e a persone che credono in un’idea.

Questa non è solo una scuola di comunicazione: è una scuola di pensiero. E divulgare oggi il messaggio di Fattorello significa difendere la comunicazione come strumento di libertà, di relazione umana, di cittadinanza consapevole. Significa non lasciare che si spenga un pensiero italiano e indipendente, che può ancora oggi offrire risposte vere a chi vuole comunicare non per vendere, ma per costruire senso e dialogo.

Francesco Fattorello – 1983


intervista a cura di Stefania Schipani, Sara Domenici e Carlo d’Aloisio Mayo

Corso per Guide Turistiche “For All” dei Mosaici di Ravenna – Premessa Metodologica: la Tecnica Sociale dell’Informazione

La «Bellezza» è di Tutti e per Tutti.

Il volto della Speranza risplende nei mosaici di Ravenna
Proposte di itinerari giubilari tra Arte e Fede per tutti

Corso di Formazione per Guide Turistiche finalizzato alla realizzazione di un elenco di «Guide Giubilari per percorsi di Arte e Fede a Ravenna per Tutti»

Ravenna, Ottobre 2024 – Febbraio 2025

Web Site Ravenna Mosaici

Web Site La Bellezza è di Tutti e per Tutti.

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Convegno: “la Comunicazione in Italia: 1945-1960”

Roma, 18 aprile 1989
Convegno Nazionale di Studio promosso da IPR e FERPI:
“La comunicazione in Italia 1945-1960”

Francesco Fattorello
il fenomeno dell’informazione:
analisi scientifica e metodologia professionale

Relazione a cura di Carlo d’Aloisio Mayo
(atti pubblicati in vol. 4 collana “Politica della Comunicazione” – Bulzoni Editore)

Fattorello prolusione Corso 1948

Francesco Fattorello alla prolusione del Corso del 1948


Se, come credo di poter interpretare, questo convegno nazionale di studio è stato promosso con lo scopo essenziale di conoscere e di analizzare ciò che di importante si è determinato nel campo della “comunicazione” nel contesto italiano tra gli anni che vanno dal 1945 al 1960, con questo intervento intendo produrre un contributo che ritengo, quanto meno, particolare.

Dalla lettura delle varie testimonianze, che si possono evincere anche dall’incontro preliminare tenutosi lo scorso novembre, certamente emerge un quadro ricco di esperienze personali e professionali molto significative e di analisi storicistiche altrettanto interessanti ed articolate.

Sono tutti elementi informativi che aiutano a comprendere come, in quegli anni nel settore e in concomitanza con una notevole serie di innovativi fenomeni sociali, si siano evolute e sviluppate professioni anche nuove, così come l’avvento di nuovi mass-media abbia contribuito a determinare modificazioni radicali nelle abitudini e nei costumi di vita.

La testimonianza che intendo, però, proporvi si riferisce ad uno studioso del fenomeno dell’informazione, oggi in Italia non da tutti conosciuto, così come ieri, sempre in Italia e soprattutto da una certa “elite” ufficiale, non adeguatamente “riconosciuto”.

La sua opera, tuttavia, a testimonianza dell’importanza scientifica e culturale, è conosciuta e diffusa nelle università e nelle sedi scientifiche estere dove si studiano i fenomeni della “comunicazione” o meglio, se mi si consente una puntualizzazione terminologica, dell'”informazione”.

Curiosamente, ma non nel senso di un’inopportuna sottolineatura campanilistica, è un italiano e dà il nome – lo avrete certamente compreso – all’Istituto di Pubblicismo che qui mi onoro di rappresentare.

Francesco Fattorello, scomparso da alcuni anni, rappresenta uno straordinario patrimonio teorico, scientifico e didattico maturato in 60 anni di attività e sviluppatosi, in particolare, proprio nel periodo considerato dal convegno.

Già oggi, un testo di riferimento come l’Enciclopedia Treccani, citando l’Istituto Italiano di Pubblicismo fondato da Fattorello, segnala le peculiari caratteristiche delle attività interdisciplinari, finalizzate alla pratica formazione professionale dei tecnici operanti nel settore pubblicistico, sottolineandone l’ampiezza dei programmi rispetto alle “semplici scuole di giornalismo e di pubblicità”.

Il Prof. Fattorello, dal 1936 ordinario di Storia del Giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma ed autore di una vasta serie di saggi su studi letterari e sulla storiografia del giornalismo italiano, fu, tra il 1939 e il 1942, promotore e direttore de “Il Giornalismo”, la prima (e forse unica per finalità e omogeneità culturale) rivista specializzata in problemi giornalistici.

Fattorello, da ricercatore del fenomeno, proprio in quegli anni maturava la consapevolezza che lo studio del “giornalismo” non potesse essere ristretto in una mera registrazione e analisi dei fatti storici.

La “storia del giornalismo” non poteva identificarsi con la storia degli eventi della società politica puntualmente ripresi dai giornali, né poteva apparentarsi alla storia letteraria; impostazione romantica, quest’ultima, ereditata dal giornalismo di fine secolo, ma che era ancora molto diffusa e per la quale “il giornalismo” era considerato come una sottospecie della “letteratura” ed i “giornalisti”, per tale motivo, una sottospecie dei “letterati”.

Mentre era opinione diffusa ritenere che il giornalismo potesse essere oggetto di storia, il Prof. Fattorello, che pur proveniva da questa tesi, veniva maturando l’idea che non si potesse scrivere la storia del giornalismo finché non fosse chiaro quale in realtà fosse il suo oggetto.

In quegli anni, infatti, il “fenomeno giornalistico” era confusamente vissuto da studiosi e addetti, ora come un’arte, ora come una scienza, ora come una missione (e purtroppo questi luoghi comuni sono tuttora molto diffusi, come ad esempio la mitica tradizione del “giornalista si nasce, non si diventa”), mentre nelle analisi di Fattorello appariva sempre più come un fenomeno legato ad un altro più importante, di cui non si faceva menzione, e che pure era tutto nella vita della società; quello dell’informazione.

Negli anni in cui cominciava a farsi strada anche in Italia la sociologia, già affermatasi nel resto del mondo, l’idea di Fattorello poté trovare terreno fecondo grazie soprattutto all’incontro con Corrado Gini, l’eminente sociologo e statistico, che fornì a Fattorello la risposta ai suoi interrogativi sull’oggetto della storia del giornalismo.

Alla luce di questa disciplina il “giornale” appariva come uno strumento dell’informazione contingente e perciò doveva essere studiato nel quadro di questa prospettiva. Il “fenomeno giornalistico” non era altro che l’esercizio dell’informazione tramite lo strumento del “giornale”; esso non poteva essere più oggetto soltanto della storia politica e della storia letteraria.

Da qui, ora, ricominciava lo studio del Prof. Fattorello: la sociologia consentiva non solo lo studio scientifico del fenomeno sociale, ma soprattutto di far risaltare la funzione del “giornale”, nella dinamica della vita sociale, sui fenomeni d’opinione.

Lo studio della sociologia e gli accostamenti alla statistica portarono Fattorello a confrontarsi anche con studiosi stranieri, soprattutto con Jean Stoetzel, per la sua teoria dell’opinione, e con Eugène Dupréel.

Lo sforzo teorico e culturale era quello di riuscire a configurare scientificamente una disciplina che fosse in grado di analizzare il fenomeno giornalistico, in particolare, e quello dell’ informazione, in generale, al di là degli schemi rigidi e sacrali della letteratura e dello storicismo.

Per questo, Fattorello fondò nel 1947, anche grazie al particolare appoggio di Gini, allora Preside della Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Roma, l’Istituto Italiano di Pubblicismo, con il proposito di promuovere in Italia un movimento di studi che avesse come oggetto non tanto il giornalismo, ma il fenomeno sociale dell’informazione nelle sue diverse applicazioni.

Nello stesso anno, non senza grandi difficoltà, Fattorello riuscì ad istituire il “Corso Propedeutico alle Professioni Pubblicistiche”, il cui ordine degli studi comprendeva l’analisi del fenomeno dell’informazione articolato in una tecnica che ne individua i due principali soggetti il promotore ed il recettore , la forma data al contenuto, il mezzo; studio completato dal contributo che alla comprensione del fenomeno arrecano la statistica applicata ai sondaggi d’opinione, la legislazione pubblicistica, la storia degli strumenti di comunicazione. L’interpretazione e lo studio del fenomeno non dovevano, tuttavia, essere fini a se stessi: con il “Corso di Applicazione” nacque, così, la “Scuola di Tecniche Sociali dell’Informazione” che prima in Italia conferiva un titolo di qualificazione per l’esercizio delle professioni pubblicistiche.

L’istituto , dunque, si proponeva due finalità: una scientifica, che presupponeva l’interpretazione sociologica del fenomeno dell’informazione; l’altra pratica, finalizzata alla definizione di una Tecnica dell’Informazione come strumento metodologico fondamentale, uguale per le diverse discipline pubblicistiche, quali il giornalismo, la propaganda ideologica, la pubblicità, le c.d. relazioni pubbliche, ecc., sostenendo e dimostrando, cioè, che come esiste una tecnica industriale per lavorare sulle cose, così esiste una tecnica per agire sulle opinioni degli uomini, che consente, una volta individuata, di essere applicata in ogni attività sociale.

Secondo l’analisi di questa tecnica, la dinamica della vita collettiva si concreta in rapporti sociali che costituiscono la trama del tessuto sociale; questi rapporti sono messi in moto dall’iniziativa dei soggetti promotori e si articolano attraverso i mezzi utilizzabili, siano essi naturali o artificiali; tali rapporti di informazione si sviluppano nel rispetto di determinate leggi e di una tecnica che l’uomo pratica se ne è consapevole, ma nei termini della quale è costretto ad operare anche se per avventura la ignora.

L’uomo, perciò, non comunica, cioè non trasmette come una macchina l’oggetto dell’informazione, ma trasmette tramite il mezzo la forma nella quale ha configurato per sé e per gli altri l’oggetto che ha percepito.

L’uomo come essere intelligente è dotato della facoltà di percepire e poi di configurare ciò che ha percepito e quindi di predisporre la trasmissione ad altri di questa rappresentazione.

La trasmissione avviene con uno scopo ben preciso: quello di ottenere da parte del soggetto recettore da considerare sempre come un soggetto opinante un’adesione di opinione alla formula proposta.

Questa formula, proprio per le intenzioni del promotore, ma anche al di là di tali intenzioni, può essere più o meno rappresentativa dell’oggetto del rapporto di informazione, può anche divergere in tutto o in parte; comunque non ci potrà mai essere identificazione totale tra l’oggetto dell’informazione, la rappresentazione del medesimo proposta dal promotore e l’interpretazione da parte del recettore.

E’ questa una delle caratteristiche fondamentali del rapporto di informazione; molte altre, come, ad esempio, l’inesistenza dell’obiettività o la distinzione tra l’informazione contingente e quella non contingente, non possono, per rispetto agli evidenti problemi di tempo, essere rappresentate in questa sede.

D’altra parte, la straordinaria modernità di questa concezione è recentemente testimoniata dalla riflessione e dalla conseguente evoluzione che sta coinvolgendo, in particolare, la stampa periodica americana (ma non solo quella): non più la stereotipata formula dei fatti obiettivi separati dalle opinioni, ma sempre più diffusa la consapevolezza che è il “tasso di opinione” (più o meno accentuato) a caratterizzare (più o meno marcatamente) i processi informativi.

L’opera di Fattorello, nel decennio 1947/57, fu rivolta allo sviluppo ed alla diffusione di questi studi e delle loro applicazioni; tra le altre, attivò iniziative come:
– la pubblicazione semestrale della collana “Saggi e Studi di Pubblicistica” (iniziata nel 1953 e annoverata tra i periodici di alto valore culturale), i cui contenuti documentavano in concreto l’applicazione di questa tecnica ed offrivano materia di consultazione sulle professioni pubblicistiche;
– la pubblicazione mensile, dal 1957, del bollettino “Notizie e Commenti” sull’informazione dell’attualità;
– l’istituzione del “Centro Nazionale di Studi sull’Informazione”, creato d’intesa con la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel quadro delle attività internazionali promosse dall’UNESCO.

Fattorello, comunque, nel dicembre del 1959, a coronamento di queste sue nuove ricerche, pubblica la teoria sociale dell’informazione (che aveva già esposta per la prima volta l’anno precedente all’Università di Strasburgo) nel libro “Introduzione alla Tecnica Sociale dell’Informazione”: questo testo avrà numerose riedizioni e sarà tradotto in più lingue anche per essere adottato in diverse università straniere.

Se gli anni ’50 furono anni di riflessione e segnarono per Fattorello il coronamento dei suoi sforzi con l’elaborazione della teoria dell’informazione, gli anni ’60 furono, invece, ricchi di scambi e di affermazioni scientifiche in campo internazionale.

Testimonianza dei proficui scambi intrapresi non sono soltanto le lezioni ed i corsi tenuti da Fattorello in numerose università estere, ma anche la partecipazione che eminenti studiosi di tutto il mondo vollero dare ai corsi da lui organizzati presso la Facoltà di Scienze Statistiche di Roma.

La “Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione” rappresenta, dunque, il contributo per un’interpretazione non solo storicistica del fenomeno “comunicazione”, ma soprattutto una proposta chiara, non ideologica né stereotipata, uno strumento di conoscenza attinente alle scienze sociali, culturalmente aperto al confronto.

La Dott.ssa Rosario de Summers, rappresentante permanente alle Nazioni Unite della Commissione Economica per l’America Latina (con l’incarico di coordinare i rapporti con i mass-media di tutto il mondo), intervenendo quest’anno all’inaugurazione dei Corsi della Scuola di Metodologia dell’Informazione che per il 42° anno consecutivo danno continuità all’impostazione intrapresa da Fattorello ha inteso sottolineare proprio come, nel contesto internazionale, la conoscenza e l’uso delle tecniche sociali stia acquisendo sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica per tutti coloro che, come noi, si occupano quotidianamente di questi problemi.

Per concludere, credo di poter sottolineare come questa occasione possa rappresentare, non solo una sede opportuna per fare onore all’attività scientifica di Fattorello, ma anche un significativo arricchimento agli interessanti contenuti di conoscenza maturati grazie a questo convegno.

Carlo d’Aloisio Mayo

Francesco Fattorello – il fenomeno dell’informazione: analisi scientifica e metodologia professionale

Roma, 18 aprile 1989
Convegno Nazionale di Studio promosso da IPR e FERPI:
“La comunicazione in Italia 1945-1960”

Francesco Fattorello
il fenomeno dell’informazione:
analisi scientifica e metodologia professionale

relazione a cura di Carlo d’Aloisio
(atti pubblicati in vol. 4 collana “Politica della Comunicazione” – Bulzoni Editore)

Se, come credo di poter interpretare, questo convegno nazionale di studio è stato promosso con lo scopo essenziale di conoscere e di analizzare ciò che di importante si è determinato nel campo della “comunicazione” nel contesto italiano tra gli anni che vanno dal 1945 al 1960, con questo intervento intendo produrre un contributo che ritengo, quanto meno, particolare.

Dalla lettura delle varie testimonianze, che si possono evincere anche dall’incontro preliminare tenutosi lo scorso novembre, certamente emerge un quadro ricco di esperienze personali e professionali molto significative e di analisi storicistiche altrettanto interessanti ed articolate.

Sono tutti elementi informativi che aiutano a comprendere come, in quegli anni nel settore e in concomitanza con una notevole serie di innovativi fenomeni sociali, si siano evolute e sviluppate professioni anche nuove, così come l’avvento di nuovi massmedia abbia contribuito a determinare modificazioni radicali nelle abitudini e nei costumi di vita.

La testimonianza che intendo, però, proporvi si riferisce ad uno studioso del fenomeno dell’informazione, oggi in Italia non da tutti conosciuto, così come ieri, sempre in Italia e soprattutto da una certa “elite” ufficiale, non adeguatamente “riconosciuto”.

La sua opera, tuttavia, a testimonianza dell’importanza scientifica e culturale, è conosciuta e diffusa nelle università e nelle sedi scientifiche estere dove si studiano i fenomeni della “comunicazione” o meglio, se mi si consente una puntualizzazione terminologica, dell'”informazione”.

Curiosamente, ma non nel senso di un’inopportuna sottolineatura campanilistica, è un italiano e dà il nome – lo avrete certamente compreso – all’Istituto di Pubblicismo che qui mi onoro di rappresentare.

Francesco Fattorello, scomparso da alcuni anni, rappresenta uno straordinario patrimonio teorico, scientifico e didattico maturato in 60 anni di attività e sviluppatosi, in particolare, proprio nel periodo considerato dal convegno.

Già oggi, un testo di riferimento come l’Enciclopedia Treccani, citando l’Istituto Italiano di Pubblicismo fondato da Fattorello, segnala le peculiari caratteristiche delle attività interdisciplinari, finalizzate alla pratica formazione professionale dei tecnici operanti nel settore pubblicistico, sottolineandone l’ampiezza dei programmi rispetto alle “semplici scuole di giornalismo e di pubblicità”.

Il Prof. Fattorello, dal 1936 ordinario di Storia del Giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma ed autore di una vasta serie di saggi su studi letterari e sulla storiografia del giornalismo italiano, fu, tra il 1939 e il 1942, promotore e direttore de “Il Giornalismo”, la prima (e forse unica per finalità e omogeneità culturale) rivista specializzata in problemi giornalistici.

Fattorello, da ricercatore del fenomeno, proprio in quegli anni maturava la consapevolezza che lo studio del “giornalismo” non potesse essere ristretto in una mera registrazione e analisi dei fatti storici.

La “storia del giornalismo” non poteva identificarsi con la storia degli eventi della società politica puntualmente ripresi dai giornali, né poteva apparentarsi alla storia letteraria; impostazione romantica, quest’ultima, ereditata dal giornalismo di fine secolo, ma che era ancora molto diffusa e per la quale “il giornalismo” era considerato come una sottospecie della “letteratura” ed i “giornalisti”, per tale motivo, una sottospecie dei “letterati”.

Mentre era opinione diffusa ritenere che il giornalismo potesse essere oggetto di storia, il Prof. Fattorello, che pur proveniva da questa tesi, veniva maturando l’idea che non si potesse scrivere la storia del giornalismo finché non fosse chiaro quale in realtà fosse il suo oggetto.

In quegli anni, infatti, il “fenomeno giornalistico” era confusamente vissuto da studiosi e addetti, ora come un’arte, ora come una scienza, ora come una missione (e purtroppo questi luoghi comuni sono tuttora molto diffusi, come ad esempio la mitica tradizione del “giornalista si nasce, non si diventa”), mentre nelle analisi di Fattorello appariva sempre più come un fenomeno legato ad un altro più importante, di cui non si faceva menzione, e che pure era tutto nella vita della società; quello dell’informazione.

Negli anni in cui cominciava a farsi strada anche in Italia la sociologia, già affermatasi nel resto del mondo, l’idea di Fattorello poté trovare terreno fecondo grazie soprattutto all’incontro con Corrado Gini, l’eminente sociologo e statistico, che fornì a Fattorello la risposta ai suoi interrogativi sull’oggetto della storia del giornalismo.

Alla luce di questa disciplina il “giornale” appariva come uno strumento dell’informazione contingente e perciò doveva essere studiato nel quadro di questa prospettiva. Il “fenomeno giornalistico” non era altro che l’esercizio dell’informazione tramite lo strumento del “giornale”; esso non poteva essere più oggetto soltanto della storia politica e della storia letteraria.

Da qui, ora, ricominciava lo studio del Prof. Fattorello: la sociologia consentiva non solo lo studio scientifico del fenomeno sociale, ma soprattutto di far risaltare la funzione del “giornale”, nella dinamica della vita sociale, sui fenomeni d’opinione.

Lo studio della sociologia e gli accostamenti alla statistica portarono Fattorello a confrontarsi anche con studiosi stranieri, soprattutto con Stoetzel, per la sua teoria dell’opinione, e con Dupréel.

Lo sforzo teorico e culturale era quello di riuscire a configurare scientificamente una disciplina che fosse in grado di analizzare il fenomeno giornalistico, in particolare, e quello dell’ informazione, in generale, al di là degli schemi rigidi e sacrali della letteratura e dello storicismo.

Per questo, Fattorello fondò nel 1947, anche grazie al particolare appoggio di Gini, allora Preside della Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Roma, l’Istituto Italiano di Pubblicismo, con il proposito di promuovere in Italia un movimento di studi che avesse come oggetto non tanto il giornalismo, ma il fenomeno sociale dell’informazione nelle sue diverse applicazioni.

Nello stesso anno, non senza grandi difficoltà, Fattorello riuscì ad istituire il “Corso Propedeutico alle Professioni Pubblicistiche”, il cui ordine degli studi comprendeva l’analisi del fenomeno dell’informazione articolato in una tecnica che ne individua i due principali soggetti il promotore ed il recettore , la forma data al contenuto, il mezzo; studio completato dal contributo che alla comprensione del fenomeno arrecano la statistica applicata ai sondaggi d’opinione, la legislazione pubblicistica, la storia degli strumenti di comunicazione. L’interpretazione e lo studio del fenomeno non dovevano, tuttavia, essere fini a se stessi: con il “Corso di Applicazione” nacque, così, la “Scuola di Tecniche Sociali dell’Informazione” che prima in Italia conferiva un titolo di qualificazione per l’esercizio delle professioni pubblicistiche.

L’istituto , dunque, si proponeva due finalità: una scientifica, che presupponeva l’interpretazione sociologica del fenomeno dell’informazione; l’altra pratica, finalizzata alla definizione di una Tecnica dell’Informazione come strumento metodologico fondamentale, uguale per le diverse discipline pubblicistiche, quali il giornalismo, la propaganda ideologica, la pubblicità, le c.d. relazioni pubbliche, ecc., sostenendo e dimostrando, cioè, che come esiste una tecnica industriale per lavorare sulle cose, così esiste una tecnica per agire sulle opinioni degli uomini, che consente, una volta individuata, di essere applicata in ogni attività sociale.

Secondo l’analisi di questa tecnica, la dinamica della vita collettiva si concreta in rapporti sociali che costituiscono la trama del tessuto sociale; questi rapporti sono messi in moto dall’iniziativa dei soggetti promotori e si articolano attraverso i mezzi utilizzabili, siano essi naturali o artificiali; tali rapporti di informazione si sviluppano nel rispetto di determinate leggi e di una tecnica che l’uomo pratica se ne è consapevole, ma nei termini della quale è costretto ad operare anche se per avventura la ignora.

L’uomo, perciò, non comunica, cioè non trasmette come una macchina l’oggetto dell’informazione, ma trasmette tramite il mezzo la forma nella quale ha configurato per sé e per gli altri l’oggetto che ha percepito.
‘uomo come essere intelligente è dotato della facoltà di percepire e poi di configurare ciò che ha percepito e quindi di predisporre la trasmissione ad altri di questa rappresentazione.

La trasmissione avviene con uno scopo ben preciso: quello di ottenere da parte del soggetto recettore da considerare sempre come un soggetto opinante un’adesione di opinione alla formula proposta.

Questa formula, proprio per le intenzioni del promotore, ma anche al di là di tali intenzioni, può essere più o meno rappresentativa dell’oggetto del rapporto di informazione, può anche divergere in tutto o in parte; comunque non ci potrà mai essere identificazione totale tra l’oggetto dell’informazione, la rappresentazione del medesimo proposta dal promotore e l’interpretazione da parte del recettore.

E’ questa una delle caratteristiche fondamentali del rapporto di informazione; molte altre, come, ad esempio, l’inesistenza dell’obiettività o la distinzione tra l’informazione contingente e quella non contingente, non possono, per rispetto agli evidenti problemi di tempo, essere rappresentate in questa sede.

D’altra parte, la straordinaria modernità di questa concezione è recentemente testimoniata dalla riflessione e dalla conseguente evoluzione che sta coinvolgendo, in particolare, la stampa periodica americana (ma non solo quella): non più la stereotipata formula dei fatti obiettivi separati dalle opinioni, ma sempre più diffusa la consapevolezza che è il “tasso di opinione” (più o meno accentuato) a caratterizzare (più o meno marcatamente) i processi informativi.

L’opera di Fattorello, nel decennio 1947/57, fu rivolta allo sviluppo ed alla diffusione di questi studi e delle loro applicazioni; tra le altre, attivò iniziative come:
– la pubblicazione semestrale della collana “Saggi e Studi di Pubblicistica” (iniziata nel 1953 e annoverata tra i periodici di alto valore culturale), i cui contenuti documentavano in concreto l’applicazione di questa tecnica ed offrivano materia di consultazione sulle professioni pubblicistiche;
– la pubblicazione mensile, dal 1957, del bollettino “Notizie e Commenti” sull’informazione dell’attualità;
– l’istituzione del “Centro Nazionale di Studi sull’Informazione”, creato d’intesa con la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel quadro delle attività internazionali promosse dall’UNESCO.

Fattorello, comunque, nel dicembre del 1959, a coronamento di queste sue nuove ricerche, pubblica la teoria sociale dell’informazione (che aveva già esposta per la prima volta l’anno precedente all’Università di Strasburgo) nel libro “Introduzione alla Tecnica Sociale dell’Informazione”: questo testo avrà numerose riedizioni e sarà tradotto in più lingue anche per essere adottato in diverse università straniere.

Se gli anni ’50 furono anni di riflessione e segnarono per Fattorello il coronamento dei suoi sforzi con l’elaborazione della teoria dell’informazione, gli anni ’60 furono, invece, ricchi di scambi e di affermazioni scientifiche in campo internazionale.

Testimonianza dei proficui scambi intrapresi non sono soltanto le lezioni ed i corsi tenuti da Fattorello in numerose università estere, ma anche la partecipazione che eminenti studiosi di tutto il mondo vollero dare ai corsi da lui organizzati presso la Facoltà di Scienze Statistiche di Roma.

La “Teoria della Tecnica Sociale dell’Informazione” rappresenta, dunque, il contributo per un’interpretazione non solo storicistica del fenomeno “comunicazione”, ma soprattutto una proposta chiara, non ideologica né stereotipata, uno strumento di conoscenza attinente alle scienze sociali, culturalmente aperto al confronto.

La Dott.ssa Rosario de Summers, rappresentante permanente alle Nazioni Unite della Commissione Economica per l’America Latina (con l’incarico di coordinare i rapporti con i massmedia di tutto il mondo), intervenendo quest’anno all’inaugurazione dei Corsi della Scuola di Metodologia dell’Informazione che per il 42° anno consecutivo danno continuità all’impostazione intrapresa da Fattorello ha inteso sottolineare proprio come, nel contesto internazionale, la conoscenza e l’uso delle tecniche sociali stia acquisendo sempre più valenza di fondamentale utilità pratica e metodologica per tutti coloro che, come noi, si occupano quotidianamente di questi problemi.

Per concludere, credo di poter sottolineare come questa occasione possa rappresentare, non solo una sede opportuna per fare onore all’attività scientifica di Fattorello, ma anche un significativo arricchimento agli interessanti contenuti di conoscenza maturati grazie a questo convegno.

Carlo d’Aloisio Mayo