Il Difensore Civico

Testo per la Conferenza  ai Difensori Civici della Regione Marche, a cura del prof, Giuseppe Ragnetti


Vorrei parlarvi della informazione e della comunicazione, farò quindi un grande sforzo di sintesi per dire l’essenziale in poche pagine..

Partiamo dalla “rivoluzione chirografica” che data 4000 anni a.C. quando i Sumeri inventano i primi segni, l’alfabeto primordiale, dopo che l’uomo chissà per quanti migliaia di anni era andato avanti con una comunicazione non verbale,   la sola e unica forma di comunicazione  di cui l’uomo disponesse per millenni.

L’uomo si esprimeva esclusivamente con una comunicazione che potremmo definire  inespressa o con dei suoni gutturali che potevano in qualche maniera assomigliare alle nostre parole, l’uomo evidentemente non era ancora in grado di articolare in maniera sufficientemente corretta le sue modalità espressive, e quindi, non poteva che utilizzare quella che oggi viene appunto chiamata comunicazione non verbale. Era assicurato un livello minimo di comprensione e di scambi comunicativi ma, naturalmente di tutto ciò non restava una minima traccia.

La rivoluzione chirografica avviene, abbiamo detto, 4000 anni a. C. e possiamo immaginare che la motivazione primaria fosse la necessità di mettere nero su bianco. Possiamo immaginare che l’uomo di allora abbia detto in qualche ipotetico e fantascientifico convegno sull’argomento:” dobbiamo inventare dei segni, dobbiamo smetterla di affidarci esclusivamente alla memoria, al passa parola, allo stregone che detiene la conoscenza, dobbiamo trovare un sistema che lasci delle tracce e che faciliti i rapporti tra gli esseri umani”.

La sua istanza è stata recepita e si arriva alla grandissima rivoluzione che parte, appunto con la realizzazione del segno, con l’invenzione dell’alfabeto. Dopo di che passano ben 5500 anni per arrivare alla seconda rivoluzione della storia della comunicazione: la rivoluzione guttemberghiana, attorno al 1450 d. C., laddove Guttemberg inventa finalmente la stampa. Questa viene definita come la più grande rivoluzione dell’umanità assieme alla bussola e alla polvere da sparo, ma è la stampa la vera rivoluzione perché evidentemente passiamo da una cultura patrimonio esclusivo di certe  istituzioni quali la Chiesa e lo Stato ad una cultura che può diventare  accessibile a tutti.

Attraverso la stampa infatti la cultura inizia a circolare, potenzialmente è già patrimonio di tutti, anche se trova un limite enorme soprattutto per i primi 100 – 200 anni nello scarsissimo livello di alfabetizzazione. Si calcola che soltanto il 4-5% delle persone fosse in grado di leggere, è un dato di fatto che l’invenzione della stampa abbia rappresentato la svolta delle svolte, perché ha permesso la circolazione del sapere, ha permesso agli uomini di confrontarsi e, grazie anche alla stampa, siamo arrivati alle meravigliose scoperte del 1800.

In questo secolo l’uomo inventa di tutto e di più, tutte le più grandi scoperte avvengono in questo secolo, per quanto riguarda la comunicazione: dalla macchina fotografica alle apparecchiature per riprodurre i suoni, alla radio, al cinema, al primo embrione televisivo, al telegrafo e al telefono.

Tutto avviene in questo secolo perché innanzitutto il sapere, grazie ai libri, è stato in grado di circolare tra i vari paesi e tra i vari studiosi e poi perché un’altra meravigliosa energia che per la prima volta appare sulla faccia della terra, l’elettricità, consente questa esplosione di conoscenze e le relative realizzazioni pratiche.

Questa volta, siamo passati dalla rivoluzione guttemberghiana alla successiva rivoluzione elettrica in meno di 400 anni : da quella elettrica alla rivoluzione elettronica, che è quella in cui siamo tuttora immersi, sono passati neanche 100 anni.

Queste rivoluzioni hanno generato nell’arco dei secoli quattro culture: la cultura orale che per trasmettere la conoscenza e per un minimo scambio relazionale fa uso della parola o, comunque, di tutto ciò che rappresenta la comunicazione non verbale.

Abbiamo poi avuto la cultura chirografica che adopera la tecnica silenziosa  della scrittura, del segno: finalmente l’uomo è in grado di tracciare tracce precise. Arriva poi la cultura tipografica che è figlia della rivoluzione guttemberghiana. Abbiamo infine la cultura dei media elettrici prima ed elettronici poi rappresentata dalle informazioni e dalla conoscenza in generale trasmessa attraverso i più comuni mass media.

La conseguenza delle tre rivoluzioni è stata quella di far circolare le informazioni ad una velocità sempre maggiore e a  costi sempre più contenuti: l’uomo da sempre si era posto questo obiettivo ed oggi finalmente lo ha raggiunto. Aspetto economico a parte, facilità di far circolare informazioni a parte, l’uomo da sempre coltivava un sogno che poteva apparire impossibile: quello di annullare due limiti che sembravano veramente inattaccabili: tempo e spazio.

Oggi, nella comunicazione il tempo non esiste più: in questo momento con il mio cellulare schiaccio un pulsante e parlo con il mio amico che lavora a Tokio in tempo reale come comunemente si dice. Anche il limite spaziale non esiste più: 10.000-12.000 km mi consentono tranquillamente di dialogare con la persona come se la stessa fosse nel mio condominio.

Potremmo quindi dire che l’uomo in quest’ultimo secolo si è concentrato sulle nuove tecnologie in vista dell’ottenimento di questo risultato incredibile: la comunicazione avviene in tempo reale in tutto il mondo, non solo nel nostro mondo abitato ma, più che mai, oggi siamo proiettati verso gli spazi extraterrestri.

Si parla sempre di comunicazione, ma in realtà che tipo di comunicazione dobbiamo mettere in atto? Tutti ci consigliano di comunicare bene, ci dicono che la comunicazione è importante, che la comunicazione efficace produce benessere, scambi proficui tra gli esseri umani. Ma che cosa è in realtà la comunicazione? Che cosa significa comunicare bene?

E qui s’impone la necessità di demolire un mito tuttora molto presente nelle università italiane: si insegnano ancora oggi impostazioni e metodologie che sono state completamente riviste o addirittura ripudiate da coloro che le avevano elaborate al livello teorico. Questi in buona sostanza ci hanno detto “non avevamo capito nulla, abbiamo sbagliato, scusate avevate ragione voi” e poi vi dirò chi erano i “voi”.

Tutto nasce dalla rappresentazione di un bersaglio colpito da una freccia. Si tratta dell’impostazione teorica anglosassone laddove la freccia rappresenta la comunicazione e il bersaglio dovrebbe rappresentare gli esseri umani a cui la comunicazione è rivolta.

Attorno agli anni ’30, tra le due guerre, negli Stati Uniti è tutto un fiorire, per la prima volta, di studi sulla comunicazione che approdano a questa conclusione: la comunicazione è un potere assoluto e su questa scia una particolare tipologia di comunicazione, quella pubblicitaria diventa addirittura uno strapotere in grado addirittura “di vendere frigoriferi anche agli Eschimesi”, pian piano si accredita l’idea che la comunicazione intesa appunto come strapotere, praticamente permette a certi esseri umani – e io mi chiedo dotati di chissà quali poteri extraterrestri, con un background di chissà quali studi provenienti da chissà quale mondo, e qualche volta scherzando parlo di una casta privilegiata che discende direttamente da Dio – esseri umani comunque in grado di condizionare altri esseri umani e far si che questi si comportino come coloro che promuovono la comunicazione desiderano. E’ questa la grande illusione, un equivoco colossale nel quale siamo quotidianamente immersi.

Pensate alla situazione Berlusconi, pensate alla situazione di altri personaggi in altre parti del mondo: tutto quello che Berlusconi ottiene è dovuto al fatto che ha uno strapotere enorme sulla comunicazione, cioè ha televisioni, giornali e ogni mezzo possibile per raggiungere gli Italiani quando e come vuole.

Questa impostazione è assolutamente fuorviante perché non ci aiuta a comprendere la realtà, non ci fa capire i problemi, è una interpretazione estremamente superficiale che non ha nessuna valutazione né validità scientifica.

Gli autori più accreditati, quello che vengono considerati come un riferimento obbligato per tutto ciò che riguarda la comunicazione, e mi viene in mente in primis Denis Mc Quail che ha scritto un testo classico “Le comunicazioni di massa” che è tuttora  una lettura di riferimento in tutte le università italiane, il quale dice esattamente questa frase: “L’intero studio delle comunicazioni di massa si basa sul presupposto dell’esistenza di effetti provocati dai mezzi di comunicazione. (…) E tuttavia sussistono molti dubbi circa il grado, l’incidenza e il tipo di effetti e la nostra conoscenza è insufficiente per fare la benché minima previsione circa il verificarsi di un effetto in un determinato caso.”.

Abbiamo cercato in ogni modo di capire le dinamiche elettorali e abbiamo tentato di analizzare i perché dei comportamenti umani: e tuttora possiamo affermare che la comunicazione rappresenta soltanto uno degli aspetti marginali del perché gli uomini assumono certi comportamenti. Se noi potessimo accettare l’impostazione che la comunicazione  è in grado di far fare agli esseri umani quello che altri esseri umani vogliono, dovremmo accettare una umanità divisa tra personaggi dotati di poteri particolari e dall’altra parte una massa enorme di burattini di cui alcuni tirano regolarmente i fili, incapaci di reagire, incapaci di scegliere, incapaci di decidere.

Tutto questo rappresenterebbe il più grave oltraggio alla nostra dignità e soprattutto un oltraggio alla nostra intelligenza.  Gli esseri umani, purtroppo hanno talvolta una grande difficoltà ad accettare l’idea di avere un cervello: questo è grave perché rifiutare di riconoscere la parte più importante del nostro essere, la parte dotata di una complessità e di una magnificenza strutturale per la quale dovremmo provare pudore solamente a parlarne e considerarsi invece soggetti -oggetti estremamente fragili, estremamente deboli ed esposti a pesanti condizionamenti, tutto ciò dovrebbe essere inaccettabile da parte di qualsiasi essere umano.

La cultura americana del dopoguerra, produce poi un testo classico, l’ autore è Packard, che si chiama: “I persuasori occulti”: diventa subito un best seller anche se a livello scientifico rappresenta un’ amenità da tenere sul comodino per leggere la sera quando si è un po’ depressi. Packard afferma, in sostanza, che la comunicazione attraverso una psicoanalisi di massa è in grado di scavare le profondità degli esseri umani.

Ebbene, chi conosce l’impostazione psicologica e la serietà ormai incontrovertibile dei processi psicoanalitici, non può neanche lontanamente accettare l’idea di una psicoanalisi di massa. La psicoanalisi è un rapporto a due che è in grado di attivare particolari dinamiche nel chiuso di una relazione che può andare avanti per anni e anni nel tentativo di capire , e non sempre si riesce, qualcosa di una persona. Come potrei condizionare i comportamenti di milioni di esseri umani di cui non conosco neanche il nome?

Facciamo l’esempio di un miliardo di Cinesi: con una compagna comunicativa ben orchestrata, facendo leva su  ipotetici bisogni profondi, sulle loro esigenze che affondano nel loro inconscio, io sarei in grado di condizionare un miliardo di Cinesi ed ottenere da loro quello che voglio? E’ chiaro che si tratta di una impostazione al limite dell’ingenuità o della malafede e, comunque, estremamente limitativa.

Tutto nasce da questo equivoco laddove gli esseri umani vengono definiti con un termine ignobile: target. Oramai tutti parlano di target, tutti abbiamo un target di riferimento. Target ha solo un significato: significa bersaglio, quindi l’essere umano bersaglio, e va da sé che se la comunicazione è ben costruita, se la freccia è ben realizzata il target non ha scampo.

Ecco allora l’immenso potere della comunicazione che concentra per circa 50 anni, dal 1930 al 1980 circa, sull’impostazione delle scuole teoriche americane, tutti i suoi sforzi nella costruzione della freccia, nel rafforzamento dell’organizzazione che emette comunicazione (giornali, radio, televisioni) e tutti gli sforzi sono mirati a costruire la freccia la più efficace possibile e se poi sulla punta di quella freccia io riesco a mettere anche un po’ di curaro, il povero target sicuramente non ha scampo. Il target esiste esclusivamente per essere colpito e affondato tipo battaglia navale per intenderci.

Ribadisco quindi che con tale impostazione dei problemi su questa terra ci sarebbero alcuni specialisti molto abili nel costruire frecce avvelenate e dall’altra parte ci sarebbero miliardi di esseri umani che sono lì  esclusivamente nel ruolo di bersaglio passivo in grado di essere affondato senza poter reagire.

E’ questa una impostazione che ci rifiutiamo con tutte le nostre forze di accettare e avendo dedicato tanto tempo e tante energie a capire questi fenomeni, siamo stati in grado di dire agli Americani: “non avete capito nulla, vi sfugge un particolare di enorme importanza dimenticate che l’uomo ha un cervello, ma soprattutto, vi sfugge quella struttura meravigliosa che si chiama filtro percettivo: non avete capito che io posso parlare a voi, un’ora, due ore o cinque minuti, posso avere preparato il mio intervento in maniera encomiabile, posso avere usato le migliori tecnologie, le migliori illustrazioni, posso essere un mago della comunicazione ma tutto ciò non serve assolutamente a  nulla se voi non mi volete sentire.

Tutti noi abbiamo questa meravigliosa struttura, certamente non anatomica, ma tuttavia altrettanto reale, per cui ognuno di noi sente ciò che vuol sentire. Chi ha dei figli vive alle volte drammaticamente questa situazione.

Quante volte le vostre bambine o i vostri bambini vi hanno fatto capire o, esplicitamente, detto “mamma, papà parlate, parlate tanto da qui mi entra e da qui mi esce” definizione bellissima dell’ impossibilità di superare il filtro percettivo, cioè “non ti faccio entrare nel mio cervello” se io non voglio. Per dieci, venti, trenta anni, i genitori hanno detto ai figli “ non fare così, ti prego”, minacce, promesse, soldi, tutto. I risultati sono stati, talvolta, molto insoddisfacenti, perché? Perché il messaggio non è riuscito a scavalcare questo meccanismo salvifico che si chiama filtro percettivo.

La cultura americana ha, infine, varcato l’oceano e forse, con il capo cosparso di cenere, pragmaticamente ha dovuto accettare la nostra impostazione.

Possiamo tranquillamente affermare che oggi in tutto il mondo la comunicazione segue l’impostazione teorica italiana di cui  parlerò più avanti. Impostazione teorica  che individua con chiarezza, limiti e potenzialità reali dell’informazione e della comunicazione.

Nella nostra quotidianità, lavoro, famiglia relazioni sociali di ogni tipo, il primo obiettivo deve essere la certezza che le persone ci capiscono, così come noi dobbiamo capire loro. In sintesi capire e farsi capire. Troppo spesso   per opera dei cosiddetti intellettuali, dei burocrati, dei politici, dei professionisti si ripete la vecchia storiella del bravo parroco di campagna. I parrocchiani che andavano a messa commentavano “hai sentito quanto parla bene?” “ eh sì, che ha detto?” “veramente non ho capito però parla tanto bene!”

Può sembrare che io stia banalizzando i problemi ma vi assicuro che non è così: ho un’esperienza aziendale, ho un’esperienza universitaria ed ho un’esperienza di formazione alla comunicazione che mi consente di affermare che la stragrande maggioranza dei problemi è rappresentata da problemi di comunicazione: nella famiglia, nel lavoro, nei rapporti interpersonali per non parlare poi dei rapporti di coppia, non ci si capisce più: tu dici buongiorno e l’altro capisce buonasera e si arrabbia perché sono le 8.00 del mattino.

D’altra parte, quando andiamo a vedere le aziende, le amministrazioni e in generale laddove le cose funzionano, guarda caso puntualmente scopriamo che funziona bene la comunicazione, che i messaggi sono chiari, che tutti li hanno capiti, che tutti sono stati coinvolti nella giusta maniera perché hanno condiviso.

La comunicazione ha obiettivi ben precisi: far capire il problema per ottenere la condivisione delle persone che sono co-interessate a quel problema, e subito dopo, la azione consequenziale, altrimenti si parla tra sordi, tra muti con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

E adesso se avete ancora un po’ di pazienza per continuare a leggere, vorrei illustrarvi in estrema sintesi, l’impostazione teorica italiana.

Noi siamo fortemente convinti che al di là delle istruzioni tecniche, al di là  di esposizioni più o meno corrette, più o meno scientifiche, più o meno gradite, dobbiamo avere un metodo, che qualche volta ha la sua valenza proprio perché è un metodo non metodo, è quasi un metodo passe-partout .

Abbiamo parlato di una visione di scuola anglosassone dove tutti gli sforzi erano concentrati sulla costruzione di una freccia avvelenata cioè di una comunicazione irresistibile. In altri termini, la comunicazione fatta bene, magari da super specialisti, otterrebbe comunque i risultati voluti.

L’impostazione teorica italiana, figlia di Francesco Fattorello, il massimo studioso italiano del settore e autore dell’unica teoria concepita nel nostro paese porta il nome di Tecnica sociale dell’Informazione. Io voglio parlarvi della tecnica sociale non soltanto perché Francesco Fattorello è stato il mio maestro e mi ha lasciato in eredità la sua Scuola, ma perché è oggi l’impostazione teorica adottata in tutto il mondo. Da parte mia, è doveroso far conoscere un così illustre concittadino alla città di Pordenone che gli ha dato i natali.

Questa teoria nasce nell’immediato dopoguerra, con una visione avveniristica e all’epoca assolutamente impensabile; non è facile per Fattorello affermare a gran voce la sua Teoria, in quanto il periodo in cui si manifesta la sua visione, è totalmente influenzato dalla impostazione teorica anglosassone che,  come detto in precedenza, vede la comunicazione come un processo ineludibile subìto da un ricevente passivo.

Superare l’idea di un recettore come target e come altamente condizionabile, è stata la sfida dei fattorelliani che hanno, di tutta risposta, proposto un soggetto recettore di pari dignità in quanto dotato delle stesse facoltà opinanti del soggetto promotore.  Il significato profondo degli studi fattorelliani sta nell’aver rivalutato il ruolo del soggetto recettore rispetto al conclamato strapotere del soggetto promotore.                                

X)

M

Sp                       Sr

O

Nella formula ideografica che schematicamente rappresenta il processo, colui che mette in atto il rapporto di comunicazione si chiama soggetto promotore e non più emittente.

Per la prima volta parliamo di un soggetto cioè  di un essere umano dotato di facoltà opinanti, di una persona in grado di vedere il mondo dal suo punto di vista e soprattutto in grado di ragionare.

Il problema da comunicare è rappresentato dalla X che può essere qualsiasi cosa: un prodotto, un’idea, un fatto di cronaca, insomma qualcosa oggetto del nostro parlare, del nostro comunicare, in altri termini il motivo per cui si mette in atto un rapporto di informazione/comunicazione.

Questo soggetto promotore avendo ora qualcosa da comunicare, cioè la X, che cosa deve fare? Deve chiedersi immediatamente, dopo aver individuato il problema, quali potranno essere o meglio quali saranno i suoi Sr, cioè i suoi soggetti recettori. Si tratta di una vera rivoluzione culturale: non più target, non più elementi indefiniti, generici emittente-ricevente, ma i  due terminali si chiamano entrambi “soggetti”.

Questo significa riconoscere pari dignità a coloro che parlano e a coloro che ascoltano, a coloro che scrivono sul giornale e a coloro che lo leggono, a coloro che producono un film e a coloro che vedono un film, a coloro che fanno il telegiornale e a coloro che lo seguono.  Perché pari dignità? Perché essendo comunque esseri umani, sono entrambi dotati delle stesse facoltà opinanti. O no?

Perché il cervello di chi vede il telegiornale dovrebbe essere diverso o dovrebbe avere meno neuroni di chi il telegiornale lo presenta? Questo è un dato di fatto: c’è un uomo che “di mestiere” lavora al telegiornale e dall’altra parte c’è un uomo che “di mestiere” ascolta e vede quello che il primo uomo ha proposto. Assoluta pari dignità tra soggetto  promotore e soggetto recettore.

E’ questa una grande rivoluzione culturale che nasce in primis da un’impostazione mentale europea e italiana in particolare che non riesce a considerare gli esseri umani soggetti passivi, semplici target, bersagli inerti che possono essere soltanto colpiti.

Dopo aver individuato chi sarà il mio soggetto recettore, e quindi aver capito che debbo parlare ad un particolare destinatario, si pone il problema di che cosa dire a questo destinatario.

La O della formula ideografica significa appunto il contenuto, ciò che voglio dire. Una volta che ho individuato il motivo per cui debbo parlare ( la X ) una volta che ho capito a chi voglio parlare ( Sr ) il problema sarà che cosa debbo dire ( la O ). In effetti, non posso trasmettere nel mio colloquio, nella mia trasmissione televisiva, nel mio giornale, l’oggetto tal quale, ma posso trasmettere la mia interpretazione di quell’oggetto.

Il cronista che va in guerra non può mettere sul giornale i missili, gli aerei, le bombe, i morti. L’unica cosa che gli è consentito fare e che rientra nelle possibilità umane è quella di riportare la sua narrazione,  la sua interpretazione, il modo in cui egli ha visto e vissuto gli avvenimenti di cui parla e quindi il racconto non può non essere figlio della soggettività del giornalista, soggetto promotore.

E allora, la nostra impostazione dà una spallata tremenda alla cultura americana demolendo senza appello il mito dell’obiettività che purtroppo, si insegna ancora in alcune scuole di giornalismo in Italia quando si afferma: “ ricordate che il primo dovere del giornalista è l’obiettività”.

E’ questa una bestemmia che noi non possiamo accettare. Il primo dovere del giornalista è la soggettività, il giornalista deve raccontare quello che lui vede, quello che lui crede di aver visto quando firma la sua corrispondenza; il vero problema non è tanto soggettività o obiettività, il vero problema deontologico è la mistificazione operata da parte di coloro che affermano di essere obiettivi ben sapendo che obiettivi non possono esserlo.

L’obiettività non è tra le possibilità umane perché nessuno di noi può vedere se non con gli occhi della propria soggettività. Quello che per me è bello e desiderabile, per te potrebbe essere brutto e di nessun interesse. Anche la terminologia e le modalità di descrizione dell’episodio, il livello “di temperatura” attribuito non possono che essere figli della mia soggettività e quindi figli della mia acculturazione, espressione dell’animale sociale che è in me quale espressione di tutto il mio vissuto.

Il discorso sulla obiettività non esiste e non deve esistere e sarebbe addirittura la negazione dell’informazione che significa esattamente dare forma, mettere in-forma, il fatto, l’avvenimento, il problema che genera il mio rapporto di informazione e di comunicazione.

I più grandi giornalisti che sono spesso etichettati come obiettivi, in realtà sono il massimo della soggettività e sono riconosciuti, ammirati e cercati proprio perché raccontano le cose come loro le vedono e ciò nonostante vengono definiti obiettivi. In realtà, l’unica obiettività teorica che possa esistere è quella di quando chi fa informazione vede come vorrei vedere io, cioè “quando la vede esattamente come io la penso” e in realtà è soltanto la sua soggettività che coincide con la mia.

Quando abbiamo deciso di che cosa vogliamo parlare, come la vogliamo raccontare, a chi la vogliamo raccontare rimane il problema del mezzo da utilizzare. Non è questa una scelta semplice perché anche il mezzo è in funzione del tipo di recettore a cui voglio parlare; per capirci non possiamo inviare una circolare a persone che non sanno leggere o scrivere.

Purtroppo, la scelta del mezzo è spesso realizzata con grande superficialità e si è arrivati nell’Amministrazione dello Stato al paradosso di usare mezzi assolutamente improponibili per certe tipologie di recettori. Oggi poi, si vorrebbe fare tutto attraverso la televisione ma non è detto che la televisione sia il mezzo ideale per il semplice fatto che entra in tutte le case.

Ad esempio, molto spesso va da sé che la comunicazione è soprattutto interpersonale e diventa prioritaria una forte attenzione agli aspetti della comunicazione non verbale.

Ancora una volta quindi il mezzo in funzione del soggetto recettore. A questo punto il soggetto promotore può affermare “ho ben compreso il problema da comunicare, ho individuato a chi parlare, ho deciso come dirglielo, ho scelto il mezzo più opportuno” e a questo punto il cerchio si chiude. Quella che vi ho illustrato viene definita come formula ideografica fattorelliana che rappresenta graficamente la teoria della tecnica sociale: abbiamo un problema, c’è un soggetto promotore, c’è un soggetto recettore, c’è un mezzo e c’è una “O” che è la mia interpretazione del problema . Per la prima volta noi sappiamo come costruire questa “O”.

Questo aspetto della teoria normalmente richiede un anno di didattica ma io cercherò di illustrarvela in poche righe (avevo promesso estrema sintesi!)

Insomma come gliela debbo raccontare alla persona che mi sta davanti, al mio pubblico a cui voglio parlare, questa cosa affinché il pubblico sia d’accordo con me, e mi dia la sua adesione d’opinione, affinché in altri termini, ci sia una convergenza di interpretazione tra come io l’ho vista e come il pubblico la avrebbe vista?

A questo punto la tecnica sociale afferma che questa convergenza di interpretazione – “sono d’accordo con quello che tu mi dici, anche per me è così” – avviene se noi abbiamo studiato attentamente il nostro soggetto recettore, soprattutto dal punto di vista della sua acculturazione, intendendo per acculturazione tutto quello che ha socializzato quell’essere umano che ci sta di fronte.

Capite allora che il problema è completamente ribaltato: altro che la freccia da costruire per colpire;  si rende invece indispensabile lo studio del soggetto recettore per costruire la nostra “ O “ in funzione della sua acculturazione, delle sue aspettative, dei suoi desideri, della sua capacità di capire anche il lessico da noi adottato.

A volte dobbiamo essere banalissimi nel nostro linguaggio, dobbiamo usare esempi, metafore. Ad esempio  e’ bellissimo ascoltare certi interventi in tribunale quando l’uomo di legge, pur potendo giocare tutto sotto gli aspetti del diritto o comunque sotto aspetti tecnici, si lascia invece andare  a ,metafore che hanno un grande impatto comunicativo.

Altra cosa che mi sento di raccomandarvi: non abbiate mai timore di esser troppo chiari. Io ho elaborato una teoria a cui ho dedicato anni e anni della mia vita: “ la teoria della nonna”: quando vi accingete a fare un discorso di qualunque tipo,  prima di presentarlo fatelo ascoltare alla nonna.  “Senti nonna, io domani voglio dire questa cosa” se nonna capisce andate avanti se nonna non capisce stracciatelo e ricominciate da capo.

Debbo dire che ho un precedente illustre, grande commediografo francese, un certo Molière che andava dalla sua cuoca in cucina e le diceva “senti , si capisce? Ti piace?” Se la cuoca diceva sì, andava avanti, se diceva no, buttava via tutto. I maligni pensano che questa fosse una gran bella cuoca e che Molière fosse uno sporcaccione e la consultazione fosse soltanto un pretesto, comunque la storia è storia e non sta a noi giudicare.

Un’ultima cosa mi preme sottolineare e la ritengo imprescindibile. Se è vero come è vero, che noi dobbiamo conoscere il nostro soggetto recettore per costruire il discorso attorno ai contenuti esattamente come lui vorrebbe che noi dicessimo, e cioè vedere la realtà con gli occhi di chi ci sta di fronte, non possiamo tuttavia pensare che la nostra visione, per quanto corretta, giusta ben realizzata, possa essere condivisa da chi ci ascolta: aspettarsi questo, è un atto di presunzione infinita che dà alla mia percezione del mondo il valore  di essere nel giusto e toglie alla percezione dell’altro altrettanta dignità. Siamo sempre soggetti opinanti, di pari dignità, a prescindere dalla cultura, dai libri letti, da diverse impostazioni ideologiche. Sono due cervelli che si mettono in relazione.

Provate a convincere un vecchio contadino a fare qualcosa: per due ore di seguito vi dirà “sì, sì, sì “, poi quando tu pensi di averlo convinto e gli chiedi “allora sei d’accordo?” La risposta sarà “no, io faccio di testa mia” dopo due ore di “sì, sì, sì!” E allora capite che per avere l’adesione di opinione non basta il potere di una cultura superiore o un ruolo sociale elevato: tutti voi avete esperienza di persone che si relazionano con  voi e dicono “sì, sì però…”

Pari dignità, grande rispetto, non sottovalutiamo nessuno e non sopravvalutiamo nessuno si tratta pur sempre di due cervelli dove spesso l’unica differenza è un banalissimo – lo chiamo così io – titolo di studio, qualche libro in più o qualche libro in meno, ma non è una differenza sostanziale anche perché i libri che ho letto io sono a disposizione di chiunque altro li voglia leggere, e quindi si impone la necessità di conoscere e capire al meglio per poter parlare secondo le aspettative e comunque in sintonia con i miei soggetti recettori.

E allora vi propongo il mio personale, imprescindibile assioma della comunicazione.

Al primo punto troviamo “ascoltare per conoscere” ; subito dopo “conoscere per capire” poi ”capire per comunicare” e, infine, “comunicare per agire”  Se saltiamo anche soltanto uno di questi passaggi, la relazione non funziona e il rapporto diventa inutile e privo di significato. Ho dunque bisogno di ascoltare per conoscere ed ho bisogno di conoscere per comunicare, perché se non conosco non entrerò mai in sintonia e non capirò mai le aspettative del mio interlocutore.

Naturalmente tutti noi dobbiamo anche comunicare per l’agire quotidiano, per le esigenze pratiche di tutti i giorni e allora  ascoltare e possibilmente sentire, diventa un mezzo importante per accrescere le nostre informazioni, l’intuizione e la comprensione necessaria a gestire con successo e soddisfazione il rapporto interpersonale.

Spero di avervi trasmesso il mio entusiasmo per l’ordine di studi sulla comunicazione. Ho la fortuna di avere giorno per giorno risultati eccellenti, basati esclusivamente sulla forza dell’ascolto e delle parole.

E allora è con grande entusiasmo che porto a voi la mia esperienza di vita e la mia esperienza professionale per incitarvi, al di là dei problemi concreti, a prestare una grane attenzione al miglioramento della vostra comunicazione. E per comunicare non intendo soltanto parlare, intendo innanzi tutto ascoltare.

Il primo atto della comunicazione è ascoltare e non sempre  è facile, però se vogliamo dare un senso anche al nostro lavoro oltre che alla nostra vita, credo che la strada non possa essere che questa.

Il Rapporto Capo-Collaboratore

In tutte le attività lavorative che coinvolgono più persone, il capo di successo deve essere un bravo allenatore

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La comunicazione efficace è di massima importanza al fine di ottenere consensi dai nostri colleghi, collaboratori e cittadini/utenti. Sapersi esprimere al meglio, in modo comprensibile e corretto, garantisce la massima chiarezza nel rapporto interpersonale. Saper comunicare in maniera corretta significa farsi comprendere, mettere il nostro interlocutore in grado di percepire ciò che vogliamo comunicargli e, inoltre, ci dà la sicurezza fondamentale per rafforzare la fiducia nelle proprie qualità.

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La Gestione per Obiettivi facilita la realizzazione effettiva del decentramento di responsabilità e della delega di autorità con lo scopo di ottenere la massima partecipazione delle risorse umane al conseguimento dei risultati aziendali.

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Siamo quotidianamente sempre di più inondati da “parole” non sempre correttamente utilizzate; diviene, quindi, opportuno ricordare e sottolineare la valenza terapeutica della “Parola” ed il suo corretto utilizzo in funzione della Comunicazione.

 

 

La Vendita perfetta

Nel momento che stiamo vivendo, attenuato il pericolo COVID grazie ai comportamenti prudenziali e, soprattutto, al vaccino, il problema fondamentale è quello del lavoro. Risulta che tutte le Aziende ricercano personale soprattutto nel settore delle vendite, al Sud quasi in esclusiva. Sembra che il COVID abbia colpito tutte le attività produttive, lasciandole piene di “invenduti”. Ecco perché il settore vendite è diventato una priorità per tutte le Aziende.

Questo slider vuol essere un contributo per conoscere “i segreti” della professione per chi già la esercita e vuole ottenere migliori risultati, come per chi sta cercando lavoro.

Un Fattorello in Famiglia …

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“Comunicare meglio per servire di più”

Provincia di Catania

“Comunicare meglio per servire di più”

Corso di formazione rivolto ai Responsabili e agli Operatori dei Servizi sociali della Provincia di Catania nelle sedi di Catania, Acireale, Paternò e Caltagirone.

Prof. Giuseppe Ragnetti

INTRODUZIONE

All’inizio di ogni corso è interessante capire l’atteggiamento di quelli che lo frequentano. Avete tutti un block-notes per prendere appunti e immaginate di portarlo a casa pieno di chissà quali nozioni utili, funzionali per il vostro lavoro, o che comunque diano un senso ad aver partecipato al corso. Pensate, invece, che alla fine lo troverete pressoché vuoto, perché io non vi dirò quasi niente e, al contrario, il mio sarà pieno! Perché sarete voi a lavorare, voi farete la lezione. Vorrei già lanciare una pietra, un macigno di questi nostri incontri, per dirvi: entrate subito in questa ottica, poi vedremo come, quando,  i presupposti teorici: ogni cosa che diremo qui, seriamente, scherzosamente, ha poi una valenza anche professionale nel senso che potrà avere un ritorno di utilità.

Se venissi qui con l’idea di avere qualcosa da dire a voi, qualcosa di importante, di giusto, qualcosa di scientifico, da dottrina, conoscenza, e se pensassi che questo fosse motivo sufficiente per rendere il corso degno di essere frequentato, dovrei rinnegare tutta la vita, non avrei capito nulla. Se pensate che a qualcuno possa interessare minimamente ciò che volete dire, siete completamente fuori strada. Quindi lanciamo subito questo macigno: la comunicazione non è ciò che io voglio dire, ciò che io penso di dover dire, ciò che ritengo di dover dire, ciò che ho letto sui libri, ciò che ho ascoltato nelle mie lezioni, ciò che ritengo fondamentale. La comunicazione non è questo. La comunicazione non avviene in partenza, avviene all’arrivo, cioè avviene in colui che ascolta, nella sua .testa

Occorre sgomberare il campo dai falsi concetti, dalle false credenze. Spesso sentiamo dire, e anche noi lo affermiamo, frasi del tipo “Non esistono più i valori”, “Non ci sono più i valori di una volta”. A voi che lavorate nel sociale vi cadono le braccia perché i ragazzi non credono più a nulla, c’è il vuoto. In realtà, si continuano a non capire le dinamiche, i meccanismi della comunicazione quando si fanno questi discorsi, perché questi giovani non è vero che non hanno più valori. Dimenticate la parola “disvalore”, è impropria. In termini medici dis vuol dire alterazione, un fatto patologico, sono distonico quando non ho più tono. Ma chi decide che un valore è dis? La nostra cultura, i nostri genitori, il  nostro sociale: ci hanno detto che il valore è questo e tutto ciò che non lo è è dis, quindi e una cosa di seconda categoria, per cui i nostri ragazzi non hanno più valori, o meglio, hanno dis-valori. E’ il contrasto, è  il parlarsi tra due unità che non hanno nessuna possibilità di capirsi, e allora? Imposizione, repressione, autorità, che è, ancora una volta, la negazione all’ennesima potenza di una possibilità di una relazione con chicchessia. Dinamiche di gruppo, il leader, un leader imposto, un leader con i gradi che gli vengono conferiti dall’autorità non funziona. Allora dobbiamo subito, come partenza choc, metterci in testa che tutto ciò che abbiamo acquisito e conquistato attraverso i nostri studi, famiglia, sociale, tutto ciò che fa di noi gli uomini che siamo, non ha nulla a che vedere con questo universo che è l’universo delle altre persone con cui interagiamo. Quindi, tutto il nostro sforzo di trasferire, di imporre ai propri figli le cose in cui si crede non è corretto, perché dobbiamo comprendere che abbiamo a che fare con un altro essere umano che è diverso da noi e che la società in cui noi siamo cresciuti è diversa da quella in cui loro crescono.

Voi che agite in situazioni problematiche dovete avere soprattutto una funzione di comprensione, di intervento, possibilmente con finalità terapeutiche, che vuol dire instaurare un dialogo per capire, per potere poi comunicare nella maniera più giusta ciò che la scienza, l’istituzione ritiene essere il comportamento ideale per quel tipo di problema, di patologia, di necessità sociale, ecc. Voi dovete essere diversi, diversi dai luoghi comuni, diversi da ciò che fanno le persone vittime di una cultura tradizionale, accettabile, se volete, quella cultura che ha tenuto insieme la società fino ad oggi, ma   che è anche quella cultura che ha provocato quel disagio per cui voi siete chiamati ad intervenite, a lavorare nelle vostre strutture pubbliche o private che siano. Il vostro ruolo, il vostro stipendio vi viene dato per intervenire su quel disagio che quella cultura ha provocato, o no? Se quella cultura fosse una cultura giusta, ineccepibile, se ciò che voi ritenete di avere come depositari della verità ebbene, vi mancherebbero i clienti, non avreste la materia prima su cui agire, non avreste i giovani militari che si presentano a volte in condizioni drammatiche, il problema delle caserme, non avremmo tutte le altre patologie, non avremmo il bisogno di ricorre a questa terapia sostitutiva. Perché poi la droga la definite come volete definirla, ma la droga è talmente chiaro che è una terapia sostitutiva, perché poi  la droga è frutto di mille equivoci. La droga non provoca piacere, sembra una provocazione la mia, la droga impedisce di sentire dolore, che è un’altra cosa, ma poi il piacere è dentro di noi, le sostanze  che provocano piacere sono le nostre. Quindi, disagio da che cosa? Dolore da che cosa provocato? Da un sistema di regole, di valori che hanno provocato il disagio in questo senso, e allora o ci nascondiamo dietro un’aurea ignoranza, oppure dobbiamo essere i primi a metterci in discussione.  Così come facciamo nell’analisi psicologica, nella psicoanalisi, non avrebbe senso per un operatore se prima non avesse risolto i suoi problemi, la famosa analisi su se stessi. Ma come posso aiutare te, se non ho ancora risolto i miei problemi esistenziali? E’ obbligatorio liberarsi di questa zavorra. Per gli operatori sociali, per chi si occupa di disagio, è obbligatorio uscire fuori dai luoghi comuni, dai discorsi di salotto, dai “così fan tutti”, tutti voi dovete essere diversi, non  potete essere  come  l’uomo  della strada.

Allora voi dovete diventare innanzi tutto sociologi nel vostro lavoro, nel senso che dovete imparare a capire la società in quel momento, i cambiamenti, l’orientamento; quali sono le cose che interessano alle persone in questo momento, ai giovani in particolare. Non e vero che i giovani non credono più a nulla, per esempio credono al nulla, vi pare poco? Hanno fatto piazza pulita, sono in una posizione quasi catartica, di serenità totale. Ma noi sappiamo che questi ragazzi hanno bisogno di qualcosa, ma questo qualcosa va capito attraverso di loro.

Allora, che cosa ci proponiamo in questo corso? Io cercherò di dirvi quali sono i presupposti della comunicazione, vedremo che cosa è successo dal punto di vista comunicazionale fin dai primordi della storia dell’uomo, e vedremo cosa c’é dietro. La comunicazione é una scienza difficilissima anche se penalizzata. Tutti ne parlano, giornali, televisione e ciò che impressiona é la pretesa di dare giudizi su una disciplina scientifica complessa, che si occupa dei rapporti tra gli esseri umani. Non esistono regole fisse, perché non esistono esseri umani fissi, uguali, programmati, su cui possiamo fare delle ipotesi di comportamento, di reazione agli stimoli ecc. Vorrei poi sottolineare ed enfatizzare l’arte dell’ascolto: ascoltare per conoscere, conoscere per capire, capire per comunicare,  comunicare per agire.

Voi avete un’immensa responsabilità sociale. Voi dovete avere la capacità di capire la comunicazione inespressa, quello che non viene detto, che cosa quella persona vuole dirvi. Chi opera nel sociale, con persone problematiche deve essere in grado di cogliere la comunicazione inespressa, che quasi sempre si esprime con tutta quella che viene definita “comunicazione non verbale” e “comunicazione simbolica”. Come capire se non ascoltando? Come capire se non mettendo le persone in condizione di parlare senza il terrore del giudizio? E’ tutto qui. Bisogna capire le regole del gioco, e necessario nei limiti delle nostre possibilità stabilire una relazione con chi viene da noi, in modo tale che quella persona identifichi in noi un qualcuno in grado di dare, se non la soluzione, un contributo, una disponibilità, una voglia di cercare, di fare insieme. E’ facile condividere queste cose, però poi c’é la macchina burocratica che spesso non ci aiuta. E’ un grande sforzo quello che si chiede agli operatori sociali, a persone che hanno a che fare con un mondo di problemi. Pur rispettando le regole, i rapporti devono essere costruiti in maniera tale che l’altro sia disponibile a stabilire un rapporto con voi, e questo non può che avvenire attraverso l’ascolto, quindi attraverso la conoscenza, la disponibilità. Tutto questo per dire che cercheremo di vedere anche concretamente come si fa ad ascoltare una persona.

E’ tutta vera la problematicità del vostro lavoro. Ma se ognuno di voi riuscisse ad avere un colloquio soddisfacente con l’interlocutore del momento, in qualsiasi situazione problematica, se una persona uscirà dal colloquio con voi con l’impressione di essere stata ascoltata, di avere trovato una persona umana, disponibile, ebbene la vostra giornata avrà avuto un senso, e siccome la vostra vita e fatta di tante giornate, senso dopo senso, la vostra vita avrà un senso. Occorre evitare che il vostro interlocutore abbia la sensazione di avervi disturbato, perché magari siete impegnati intellettualmente in un’altra direzione. Perché il problema e proprio questo: la sensazione che danno gli operatori sociali, gli psicologi del centro di igiene mentale. Non funziona mai. Sapete qual’ è il limite più grosso della terapia psicologica, sociale? Il pagamento. Perché ? Perché se io vengo da te e ti devo pagare, mi resta dentro l’idea che ti prendi cura di me perché ti pago, e mi resta dentro un’altra idea: che tu non hai alcun interesse a curarmi perché quando mi avrai guarito perderai la fonte di sostentamento. E allora nella mente del paziente questa terapia va avanti anni ed anni “perché io pago”. Tutto questo ci porta verso un’unica direzione. Se vogliamo veramente essere terapeuti non soltanto sotto l’aspetto medico, bisogna uscire dalla logica del profitto. E’ lo Stato che deve garantire l’assistenza sociale, psicologica, la psicoterapia, ma non tanto come una questione sociale quanto come sistema di efficacia terapeutica. In questo senso lo Stato diventa un atto terapeutico, perché non lo fa per i soldi, lo fa perché mi ama. Allora perché tutte le persone che scelgono di lavorare per lo Stato – lo  psicologo, il sociologo – non riescono ad essere disponibili, perché non riescono a dare all’utente la sensazione di volersi prendere cura di lui? Dovete crederci, dovete dare un senso al vostro lavoro. Il discorso e tra noi e noi. Noi dobbiamo avere 365 giorni di senso. Sono un illuso?

Il meccanismo di base e lavorare sull’uomo, sul singolo, quindi a livello psicologico, per fare assumere consapevolezza al singolo della propria personalità, del suo essere interiore, quindi delle sue capacità, potenzialità; cioè dobbiamo restituire al singolo la fiducia nei propri mezzi, dobbiamo far capire al singolo che se vuole può farcela da solo, dobbiamo fargli capire che l’aiuto non può essere esterno. Ma qual e la finalità di questo obiettivo primario e direi imprescindibile? Portare le persone ad un  livello tale di consapevolezza che capiscano che volendo possono camminare con le proprie gambe. Il secondo è: puoi muoverti con le tue gambe per stare in mezzo agli altri. C’è una ricostruzione psicologica, dobbiamo ricostruire  un  uomo  psicologico  per inserirlo nel migliore dei modi nel sociale.  La psicologia sociale chiarisce che non esiste un sociale senza uomini, perché il sociale è fatto di persone, individui, uomini e la psicologia deve capire che non esiste uomo senza sociale. Sono due meccanismi talmente interconnessi, talmente in continuo scambio tra le dinamiche richieste dalla società e le dinamiche personali richieste dal mio io che ha delle pretese, delle esigenze, vuole comunque realizzarsi.

La ricostruzione psicologica che è l’obiettivo primario che scaturisce dall’ascolto imprescindibile del singolo non può che mirare all’inserimento nel sociale. Credo che sia relativamente facile dare ascolto, al fine di recuperare l’uomo e metterlo poi in grado di accettare, di vivere nel sociale. D’altra parte, l’umanità è piena di persone che hanno trovato un proprio equilibrio, un proprio senso interiore che accettano il sociale come male inevitabile, come male minore, capiscono che l’uomo dal momento che è un animale sociale, dal momento che fin dalla nascita l’uomo cerca comunque di stare in mezzo agli altri esseri umani, di agire, i famosi rapporti sociali che si iniziano fin dai primi mesi di vita, è un fatto biologico, istintuale, l’uomo è un animale sociale, subisce il disagio sociale quando l’uomo psichico non è pronto, quando l’uomo psichico hai dei problemi irrisolti all’interno che non gli permettono di accettare le regole sociali. Se la mia autostima è molto bassa, ho un forte senso di inferiorità, mi sento inadeguato, è chiaro che vivo il sociale comunque come un attacco a me, perché se ho un io sotto i tacchi, è chiaro che il sociale diventa un elemento di grande disagio, perché vedrò tutti che sono lì pronti a criticare. Ci sono persone che non riescono ad entrare in un bar, a passeggiare tranquillamente per il corso, perché sono persone che vivono drammaticamente il giudizio degli altri. Una persona che entra in un ufficio con una serie di problemi personali irrisolti, ma questo non è un giudizio, è un dato di fatto, genitori di un certo tipo, un’infanzia di un certo tipo, un contesto di un certo tipo, poi producono   l’uomo maturo che è quello che è, allora se io entro in un ufficio con una sensazione di forti limiti, forti inadeguatezze, che comunque qualcuno sarà lì a giudicarmi, allora è chiaro che il sociale mette a disagio. Abbiamo una sola maniera per non subire il condizionamento, il ricatto del sociale, dico una cosa scontata, è l’aver messo a posto i nostri conti. Quando noi mettiamo i conti in ordine, quando nella nostra contabilità c’è il massimo della trasparenza, può anche venire la Corte dei Conti, chi vuole, i miei conti sono chiari, non ho paura. Non temo il giudizio di chicchessia. Se il mio conto in qualche cosa non è chiaro, allora  i nostri limiti diventano enormi. Io credo che sia un problema che vada affrontato passo passo, il primo obiettivo è fare assumere consapevolezza al ragazzo, ascoltare, condividere empaticamente, entrare dentro i problemi. Quando il ragazzo, la persona che ha problemi, assume consapevolezza, capisce che anche con le sue gambe può continuare a camminare, anche se serviranno cure di altro genere ed aiuti concreti al reinserimento, per non trovarsi chiuse le porte in faccia ovunque vada. Questo io credo sinceramente che sia un aspetto che vada molto migliorato.

La comunicazione nasce con l’uomo, dal momento che l’uomo non è solo e, già se ci sono due unità devono adottare un sistema per dirsi qualcosa, per comunicare. Per molti anni la comunicazione è stata molto immediata, probabilmente sarà stata fatta da suoni gutturali, da tutta una serie di comunicazioni non verbali, di gestualità, di espressioni. Questo è andato avanti per molto tempo, ma ad un certo momento della storia dell’uomo sono avvenute le cosiddette tre rivoluzioni che hanno  fatto la storia della comunicazione. Nel IV millennio a. C. il popolo dei Sumeri attuò quella che viene definita la rivoluzione chirografica, cioè per la prima volta l’uomo ha sentito il bisogno di  lasciare qualche traccia ed ha inventato la scrittura. Pensate, quando qualcuno riferì al sovrano dell’epoca di questa nuova tecnologia egli la prese molto male, sarebbe stata la fine del pensiero umano, perché l’uomo dovendosi affidare a delle tracce scritte, documenti scritti, non avrebbe avuto più modo di esercitare le proprie capacita intellettuali.

Quindi, dal 4000 a.C. dobbiamo arrivare esattamente al 1546 per vedere un’altra dimensione. E’ un passaggio fondamentale nella storia dell’umanità, e la vera rivoluzione: la stampa con Gutemberg. Nel 15° secolo dopo che nei periodi precedenti la conoscenza era affidata ai testi manoscritti, ai famosi amanuensi, che lavoravano esclusivamente nei conventi, la chiesa si è trovata ad essere per anni, per secoli, la depositaria della conoscenza. Tutto ciò che si conosceva, lo scibile umano, era su questi testi scritti a mano spesso in un’unica copia, una sola edizione custodita gelosamente nelle biblioteche dei conventi e che naturalmente non erano di facile accesso, perché per poter consultare uno di questi ci voleva una serie di autorizzazioni, ma l’umanità era quella, la conoscenza non era ancora patrimonio condivisibile, anche perché alcune ipotesi parlano all’epoca di un livello di alfabetizzazione intorno al 3- 4%. Questo fatto provoca veramente una rivoluzione epocale, perché per la prima volta i libri si possono stampare in più edizioni uguali, e al tempo stesso porta uno sconquasso perché nè la Chiesa nè lo Stato accettano di buon grado questa rivoluzione. La Chiesa perché teme che con questo mezzo possano diffondersi facilmente le tesi luterane, tanto che la Chiesa per poter stampare un libro obbliga all’imprimatur che é una sorta di censura. E lo Stato, che ha il terrore che attraverso la stampa si diffondano le idee rivoluzionarie e comunque idee contro i suoi poteri, applica tasse pesantissime. Per stampare un libro i costi sono talmente elevati che alla fine del ‘600, 150 dopo la nascita della stampa, noi troviamo ancora giornali manoscritti, perché é l’unica maniera per non pagare le tasse, visto che un giornale scritto a mano non é stampa; d’altra parte i lettori non sono tantissimi, il giornale tira 100, 200, 300, copie, coprendo il fabbisogno del bacino di utenza ristretto all’ambito territoriale della città dove si stampa quel giornale.

E così, tra alti e bassi, si va avanti per altri 4-5 secoli. Prima siamo andati avanti per diverse migliaia di anni: la comunicazione spontanea, la comunicazione non verbale, i graffiti, i segni; poi siamo arrivati alla rivoluzione chirografica; dopo 5500 anni si arriva a Gutemberg; dopo appena 400 anni si arriva all’Ottocento, dove avviene la rivoluzione dei media elettrici e poi subito dopo dei media elettronici.

Una cosa da notare e che il tempo tra una rivoluzione e l’altra si accorcia sempre più. Nell’Ottocento sono stati scoperti tutti i mezzi moderni di comunicazione: il telegrafo, il telefono, la macchina fotografica, ma soprattutto la radio, il cinema e l’energia elettrica. Quest’ultima ha reso possibile la realizzazione tecnica di tutti questi mezzi e, a sua volta é stata frutto di studi e ricerche di personaggi che avevano potuto confrontarsi e conoscersi attraverso l’invenzione della stampa. Quindi, la stampa ha reso possibile la circolazione del sapere, delle conoscenze; poi l’arrivo della corrente elettrica ha consentito la realizzazione tecnica di questi mezzi. Nel Novecento poi l’elettronica e il computer hanno permesso il perfezionamento di tutto quello che era stato fatto, ma le idee, i meccanismi sono tutti figli dell’Ottocento. Per passare dall’elettricità all’elettronica sono serviti cento anni. Adesso per  passare da un mezzo ad un altro bastano pochi mesi. L’uomo è riuscito ad eliminare due ostacoli che sembravano ineliminabili: il tempo e lo spazio. Pensate ai nostri nonni che dovevano comunicare con il fratello che era emigrato in Australia. Passavano mesi! Adesso si prende il telefonino e si comunica immediatamente con il nostro amico che si trova in Africa. La comunicazione istantanea. Quello che é interessante é che con tutti questi nuovi mezzi nessun mezzo di comunicazione é mai scomparso. Per cui per quanto riguarda i mezzi di comunicazione si ha una sorta di idea, un unicum globale, e ognuno conserva il suo ruolo, più o meno ridimensionato.

La cosa paradossale in tutto ciò è che siamo riusciti a superare i due limiti fondamentali del tempo e dello spazio, anche se in essi risiede la causa principale del nostro malessere che è proprio la mancanza di tempo, il correre tutti i giorni con questo ritmo frenetico e stressante. E uno strano destino: abbiamo fatto di tutto per eliminare questi due elementi, e adesso la mancanza di spazio e tempo sono i principali fattori di disagio, di sofferenza.

Di fronte ad uno stesso stimolo si possono vedere due cose diverse, e ognuno può giurare di aver visto quello che dice di vedere. Voi avete la vostra verità, avete la vostra visione, avete tutto quello  che vi deriva dalla preparazione teorica, dagli studi che avete fatto, però alla  fine siete tutti   convinti che siete voi i detentori della verità, della metodologia giusta, dell’approccio giusto, ed è sempre l’altro che ha dei problemi. L’incontro-scontro avviene proprio su questa diversa visione del mondo, e si arriva ad un punto tale di esasperazione di questo concetto che si considerano persone come problematiche, marginali fino al massimo grado, folli, semplicemente perché non vedono le vostre stesse cose. Ma é solo una logica diversa dalla nostra, una visione diversa dalla nostra. Siamo talmente in difficoltà ad accettare la diversità che l’umanità ha costruito tutta una serie di ghetti, ad   es. i manicomi ecc. Tutto questo era in funzione di una visione diversa dalla nostra. Per esempio, per noi é assurdo uscire nudi quando piove. Se vedessimo una persona nuda uscire mentre piove avremmo solo una definizione: é un pazzo. E se i pazzi fossimo noi che ci impediamo di godere della cosa più naturale del mondo, l’acqua? L’acqua é fresca, purifica, rigenera, noi siamo acqua. Vedete come é difficile esprimere giudizi sui nostri giovani, sulle persone problematiche, sulle persone in difficoltà che vengono da noi? Sono persone in buona fede. Se rimaniamo su queste posizioni, il contrasto é insanabile, non si va avanti.

Se nella vita di tutti i giorni questo é un male incurabile, nella vita di professionisti che si occupano di un settore particolare come il vostro e che ha bisogno di avere una relazione quotidiana con persone chiamiamole problematiche, é chiaro che non potete ignorare i meccanismi mentali che presiedono ai pensieri di quelle persone e ai vostri pensieri, perché altrimenti torniamo al discorso secondo cui voi siete i detentori della verità, del metodo, del come si fa, cioè assumete il ruolo del professore che sale in cattedra e che lascia il tempo che trova. Se non ci sarà mai quest’aggancio, ognuno resterà nella sua posizione. Le persone avranno la sensazione di non essere considerate, ascoltate per la serietà dei loro problemi, voi avrete la sensazione che con tutta la buona volontà, la vostra coscienza, con tutta la vostra padronanza tecnica dei problemi troverete delle persone che non sono assolutamente disponibili a seguirvi sulla buona strada, a fare tesoro del vostro immenso sapere. Ma questo non avviene solo nella vita professionale, avviene nella vita di tutti i giorni, tra amici, parenti, e non parliamo della vita di coppia.

Tutto questo lungo discorso é per introdurre il discorso della percezione. La percezione potremmo definirla come l’elaborazione automatica, inconsapevole e incondizionata degli stimoli sensoriali. In realtà, noi entriamo in contatto con tutto quello che é all’esterno di noi attraverso i nostri cinque   organi di senso. Questi organi di senso sono molto svalutati rispetto alle loro funzioni primarie. In realtà, sono passaggi imprescindibili per tutta la nostra conoscenza. Tutto quello che é nel cervello é passato attraverso i nostri organi di senso, che hanno una funzione di raccolta e di trasmissione di una massa enorme di stimoli. Tutti questi stimoli assumono un significato diverso in ognuno di noi e  a  prescindere da noi. Le mie parole non significano niente, le mie parole assumono il significato dentro il vostro cervello. Siete voi che date vita alle mie parole, siete voi che date vita alla mia figura, siete voi che date vita a tutta una serie di stimoli attraverso il gusto, il tatto, l’olfatto. Non esiste stimolo che provochi la stessa percezione in persone diverse, oppure stimoli diversi possono provocare la stessa percezione, anche se la fonte é diversa. E questo deve farci riflettere molto.

Il cervello é l’unico organo che comincia a funzionare man mano che si forma. In maniera impropria, per esigenze didattiche, noi dobbiamo però ipotizzare un momento zero, che in realtà non esiste. Cosa succede? Noi riceviamo uno stimolo A che a seconda dell’apparato sensoriale coinvolto, può essere un rumore, una luce, il tatto, l’olfatto, il gusto ecc., attraverso i centri nervosi deputati a portare questo segnale dal nostro senso che l’ha ricevuto fino al cervello. Il nostro cervello é una specie di scacchiera, formata da mille celle di memoria che ancora sono pulite, vuote, disponibili ad essere riempite; lo stimolo A entra, viene elaborato e viene messo in una casella. Questo é il meccanismo dell’apprendimento, qualcosa che era fuori di voi arriva attraverso gli organi di senso, come una unità fisica, l’organo di senso lo manda alla zona del cervello deputata ad elaborare, e apprende. La casella sarà adesso riempita dallo stimolo A, ho appreso lo stimolo A. Naturalmente questo discorso vale per lo stimolo B, per lo stimolo C, possiamo andare avanti all’infinito. Quindi, ogni nuovo stimolo che si presenta per la prima volta alla mia conoscenza, alla mia percezione genera un contatto, una trasmissione. Man mano io riempio le caselle. La cosa che fa più piacere all’essere umano é l’apprendimento, perché l’apprendimento significa assumere il dominio sulle cose, la capacità di avere il controllo sulle cose. L’apprendimento è la cosa più gratificante proprio in termini di fisiologia del piacere. Quando poi arriva un secondo stimolo A,  non é la prima volta che appare, é già appresa, allora noi facciamo un’operazione di riconoscimento, capiamo che quella cosa era già nostra. E’ forte il dispendio energetico che il nostro cervello mette in atto nella fase sia dell’apprendimento sia del riconoscimento, per cui personalità definite chiuse, poco disponibili ad impegnarsi in questa azione di apprendimento, sono in realtà persone che gestiscono al lumicino le loro scarse risorse energetiche. Il nostro cervello ha, quindi, sempre un problema di bilancio energetico, ed è sempre attento a non spendere più di quanto possiede, anche se  le stesse scorte possono finire ed è necessario ripristinarle.

Non sempre la seconda A é identica alla prima A;  comincio a fare quelle che vengono definite le reti associative. Introduco la B, come altro stimolo, e questa B la collego con la A, questa é la prima dei miliardi e miliardi di reti associative che farete nella vita, cioè quando due stimoli avvengono in contemporanea, in uno stesso contesto, io posso incamerarli in maniera separata però é inevitabile che faccia un’associazione fra questi stimoli, per cui uno dei due mi richiamerà puntualmente l’altro. Il nostro cervello da un elemento, attiva tutta una serie di collegamenti che mi permettono di riprodurre una situazione molto complessa senza dover ripassare ogni volta attraverso tutta una serie di nuovi apprendimenti o di nuovi riconoscimenti, per cui da un particolare risalgo alla complessità. E’ dunque un processo necessario per il nostro cervello, é un problema di risparmio energetico. E anche vero, però, che è un processo estremamente pericoloso se non abbiamo un livello di consapevolezza sufficientemente alto, perché può portare ad equivoci enormi. Le reti associative sono da un certo punto di vista quanto di più deleterio il nostro cervello possa mettere in atto. Le reti associative  portano a processi del tipo: se è successo questo deve succedere anche quest’altro, perché quella prima volta che io ho incamerato questi stimoli, allo stimolo A è succeduto lo stimolo B. E’ difficilissimo smontare le reti associative, gli schemi mentali.

Vorrei fare un’ulteriore riflessione sulle reti associative e sugli schemi mentali. I nostri comportamenti, le nostre scelte di vita, soprattutto il nostro giudizio sull’altro sono figli dei nostri schemi mentali, delle nostre reti associative. Provate ad immaginare un momento della vostra giornata in cui voi non esprimete un giudizio, tutto è giudizio. In questa rete di continui giudizi che tutti gli esseri umani   danno tra loro, qual’ é il discrimine su cui ci basiamo, l’elemento in base al quale noi giudichiamo qualcosa o qualcuno? Sono, appunto, gli schemi mentali. Questi sono meccanismi imprescindibili, non dipendono da noi. Dipende da noi assumere consapevolezza del perché proviamo certe emozioni, certe sensazioni che poi diventano sentimenti che ci legano. Assumere consapevolezza è alla nostra portata, modificare queste cose é molto difficile, ma ci si può anche arrivare. Ma dal nostro punto di vista perché é interessante conoscere questi meccanismi? Perché nel nostro lavoro ci relazioniamo con persone “problematiche”, che hanno delle difficoltà, e, a quel punto, i nostri schemi mentali  non possono più essere l’elemento con cui io intendo relazionarmi con queste persone che hanno schemi mentali diversi dai miei, come avviene sempre anche nei rapporti tra persone “normali”, a maggior ragione sono nettamente diversi con persone che proprio in quanto problematiche hanno schemi mentali ulteriormente problematici. La possibilità di incontro con i nostri interlocutori, con i nostri   utenti consiste in questo sforzo enorme di non imporre i nostri schemi mentali, ma di cercare di capire che cosa c’è alla base degli schemi mentali di queste persone. Capite allora che accanto al primo ingrediente, l’arte dell’ascolto, è altrettanto necessaria l’assenza di qualsiasi  giudizio  su qualsiasi cosa  voi ascoltiate. Il vostro compito non è giudicare tutto quello che ascoltate. E questo vale per tutti i tipi di relazioni. La capacità di ascolto e la totale assenza di giudizi deve essere un patrimonio imprescindibile di chi fa  questo  lavoro,  e bisogna  essere cos1 bravi che l’altro  deve essere certo  che non lo stiate giudicando, perché questo é il motivo fondamentale del perché lui verrà a chiedervi un aiuto, un consiglio, perché se si sentisse nuovamente giudicato ripeterebbe in automatico quegli schemi mentali che lo hanno portato alla situazione di disagio, schemi mentali che sono partiti da lontano, dai primi momenti di vita, dall’infanzia, da quando comunque tutti davano un giudizio.

Tutta questo lungo discorso mirava a farvi capire che c’é modo e modo di fare il nostro lavoro, si può fare il nostro lavoro come semplici genitori con direttive che ci vengono impartite da persone più o meno consapevoli ecc. le quali tuttavia hanno solo un’esigenza, che vengano coperti certi posti, l’organico, e questo e un sistema, oppure andare alla ricerca di senso, del perché siamo qui, del perché facciamo questo lavoro.

Vediamo come funzionano i nostri pensieri. Ci arrivano gli stimoli, e il primo impatto, il primo stadio da superare è quello che viene definito come filtro. Il filtro è un’esigenza di cui il cervello non può fare a meno per difendersi da quei 300.000 stimoli al secondo da cui è bombardato, quindi il primo obiettivo del cervello è impedire alla stragrande maggioranza degli stimoli esterni di entrare. E come funziona? Il filtro, che ha delle capacita notevoli, è dotato di una capacità organizzativa, é un filtro intelligente e fortemente selettivo, fa entrare soltanto quegli stimoli che sono coerenti con l’attività intellettuale che   é in corso in quel momento.

Cominciamo ad entrare in quest’ottica. Ormai l’avete capito tutti, non possiamo dare giudizi perché se diamo giudizi sbilanciamo fortemente il rapporto e togliamo pari opportunità al nostro interlocutore di poter portare nel rapporto la sua personalità. Quindi, chi fa il vostro lavoro, chi è in qualche maniera  al  servizio  degli  altri,  non  può avere  un  atteggiamento  pregiudiziale,  con  la  convinzione  che comunque io ho la verità in mano, comunque io so come si fa, comunque sono qui per insegnare a te come fare le cose. Questa è la fonte dei dissapori fra le persone, di incomprensione, dell’insuccesso terapeutico dell’incontro, che invece ha una sua ragion d’essere, al di là delle pasticchette somministrate dallo specialista. L’incontro con l’assistente sociale, con chi si occupa di problemi sociali, deve avere già una funzione terapeutica di per sé, per il fatto stesso che sono venuto a parlare con te, mi hai ricevuto, mi hai dato la possibilità di parlare con te. Quindi andate all’incontro abbastanza liberi, svuotati delle vostre caselle di reti associative, ma non della conoscenza: la conoscenza deve esserci, ma cercate di evitare i collegamenti precostituiti.

Una volta che il filtro ha deciso di fare entrare uno stimolo, valuta, perché è intelligente, quindi la manda nella sfera della consapevolezza, dopo di che ci ragiona, e la consapevolezza provoca la risposta, cioè l’azione. E’ quello che accade nel nostro cervello.

Abbiamo visto gli stimoli, il filtro, la memoria a lungo termine; qui aggiungiamo un altro elemento che é quello della risposta inconsapevole. Talvolta é talmente urgente la risposta, che non si ha il tempo di decidere se mandare in consapevolezza o mandare in memoria a lungo termine e poi utilizzare successivamente. I tempi sono brevissimi. Vado in macchina e mi attraversa la strada un bambino, non ho assolutamente il tempo di dire: “Dunque. questo stimolo mi pare che ce l’ho in memoria a lungo termine, quando un bambino attraversa bisogna frenare, rallentare.”. Non ho il tempo di andare in consapevolezza ne tanto meno di pescare in memoria, non posso ragionarci per dare una risposta consapevole. E’ una risposta inconsapevole. Anche questo e un meccanismo che ci fa risparmiare una quantità enorme di energia, oltre che fornirci delle risposte immediate. Pensate che noi non riusciamo assolutamente a realizzare più di 5-6 azioni consapevoli contemporaneamente. E’ una fatica tremenda. Però c’é un meccanismo che la nostra mente mette in atto: le cose di cui già siamo padroni le facciamo in automatico, senza pensarci consapevolmente.  Pensate a quanta energia si risparmia! A volte però ci sono delle situazioni in cui questo può diventare pericoloso rispondere  in  automatico. Pensate le scene di  panico,  che  cosa  sono?  Sono dei meccanismi di risposta in automatico al di fuori di qualsiasi consapevolezza che poi possono provocare conseguenze molto serie.

Credo che tutti abbiate capito che quel filtro non é un’unita anatomica costante, uguale per tutti come possono essere gli occhi, il naso, la bocca; é un’unità psicologica, un meccanismo messo in atto per tutti quei motivi che abbiamo visto poc’anzi, che essendo psicologico non può non essere legato al singolo, che è un processo estremamente variabile, mutevole, soggettivo, per cui se noi vogliamo riconoscere a noi stessi questo tipo di attività mentale, cioè la capacita di portare a livello di consapevolezza, di mettere in memoria giudicando che non mi servono adesso, di tirarli fuori quando mi servono, cioè se vogliamo riconoscere a noi la dignità di uomini pensanti, uomini intelligenti, non possiamo negare agli altri esseri umani questa stessa capacità. Se accettiamo che le persone hanno pari dignità nell’espletare il loro pensiero attraverso il linguaggio, che poi è l’unica possibilità che l’uomo ha per dare vita ai pensieri, allora comprendiamo perché , ancora una volta, l’arte dell’ascolto é importante, perché attraverso le parole, attraverso il linguaggio noi possiamo capire i pensieri. Il pensiero in sé per sé non esiste. Quando esiste il pensiero? Quando lo traduco nel linguaggio che é un codice condiviso che permette agli altri di capire il mio pensiero. I pensieri non esistono se non li traduco in parole. Allora, l’arte dell’ascolto é l’unica maniera possibile per capire i pensieri, cioè ascoltando le parole, comunicazione verbale, e ascoltando tutta la comunicazione non verbale, simbolica, che é l’altra forma di linguaggio.

I pensieri sono il risultato di tutto ciò che le persone hanno messo dentro durante la loro vita. Attenzione, mettere dentro non significa soltanto un atto di volontarietà, ma significa prima di tutto a livello sociale, ognuno di noi è figlio di tutto ciò che é successo dal momento in cui siamo venuti al mondo, stiamo parlando di un fenomeno che sociologicamente si chiama acculturazione, che significa esattamente tutto ciò che ci ha socializzato. Noi oggi siamo animali sociali in base a tutto ciò che ha preceduto. Tutto questo fa sì che sulla base di questi ingredienti acquistiamo una mentalità, come si dice, una personalità, una visione dei problemi del mondo che é mia e non può essere di altri. E il trionfo della soggettività che a sua volta dipende da tutto ciò che ha alimentato questa soggettività.

Noi abbiamo bisogno di costruire la nostra visione del mondo che é indispensabile per muoverci nel territorio sconosciuto della vita in funzione dell’uso che ne dobbiamo fare. Guai se confondessi la mia mappa mentale con la realtà del mondo. La mappa mentale é la punta dell’iceberg, però sotto che cosa c’é? Ognuno di noi giudica il mondo secondo la mappa mentale e arriva a ritenere che il mondo sia la propria visione del mondo. Nei nostri meccanismi del pensiero si verifica quello che possiamo chiamare circolo vizioso che però subito dopo deve diventare circolo virtuoso. Che cosa succede? Che la percezione, cioè tutti gli stimoli sensoriali che sono  arrivati al mio cervello con tutti i limiti del filtro,   e sono stati elaborati da me, sono stati trasformati in qualcosa che ha assunto il sapore della conoscenza una volta incasellati, che hanno assunto un significato nel mio cervello; tutta questa percezione alimenta la mia esperienza, cioè io vivo oggi il mondo – l’esperienza significa il vivere, l’esserci – sulla base dei miei schemi percettivi, tutto quello che oggi mi fa vivere la vita in un certo modo, però ecco il circolo ancora vizioso, l’esperienza, il mio pregresso alimenta la percezione di oggi, per cui gli schemi mentali che la mia esperienza ha costruito oggi mi fanno vivere il mondo in una  certa maniera.

Se vogliamo crescere, dare un senso alla vita, e quindi non vogliamo impedirci questa possibilità meravigliosa di sperimentare cose nuove senza fine, dobbiamo acquistare un paio di forbici e tagliare ciò che ci condiziona; tutto il nostro passato produce la nostra esperienza, cioè noi siamo tutto quello che abbiamo dentro, e impossibile per noi non essere quello che siamo, però dobbiamo crescere. Debbo cioè essere aperto a ricevere nuovi stimoli ed arricchire la mia esperienza, perché altrimenti la mia esperienza sarebbe bloccata, io non ho fatto un passo avanti, e l’umanità sarebbe rimasta immutabile, se io non avessi individuato i limiti della mia educazione, del mio vissuto, i limiti dei miei genitori. Queste riflessioni  possono veramente cambiarci la vita.

Quello che vi raccomando, perché é molto importante,  sforzatevi, di comunicare anche dal punto di vista formale nel migliore dei modi, cioè migliorate la vostra comunicazione, imparate a parlare meglio possibile, esercitatevi anche ascoltando il registratore. Oggi le persone che hanno più successo sono le persone che sanno comunicare bene. Oggi i manager passano l’80-90% del loro tempo a relazionarsi, mediare, quindi diventa un ingrediente indispensabile la capacità di esprimersi sia dal punto di vista lessicale, una certa ricchezza di vocaboli, non usare un aggettivo per definire mille situazioni diverse, ma soprattutto le modalità, il modo di porsi, la gestualità. E poi cercare di migliorarsi ascoltando persone che parlano un italiano decente, quindi un buon film non dialettale, ma in italiano, una rappresentazione teatrale, cercando di capire le modalità di comunicazione, la gestione dello spazio, la gestualità. E poi leggete libri, il più possibile. Più ingredienti avrete più piatti complessi ed elaborati sarete in grado di creare. Non sottovalutate affatto questo aspetto. Una persona che è capace di porsi bene ha più successo, quello che più conta sono i modi. Lo sforzo per migliorare la propria comunicazione é un investimento veramente utile.

CONCLUSIONI

Il mio obiettivo é stato quello di darvi degli stimoli, dei dubbi, crearvi qualche incertezza su certezze pregresse, normali, giuste. Se ci siamo riusciti, se qualche problemino ve l’ho sollevato, bene, obiettivo raggiunto.

Vorrei affrontare brevemente il discorso della famiglia. Approfondirlo richiederebbe un corso di sei mesi. Può l’ambiente patogeno avere capacita terapeutiche? Voi che lavorate in questo settore cos1 problematico, così delicato, mille volte avete pensato, vi é stato consigliato, siete ricorsi alla famiglia come ambiente ideale da utilizzare per il recupero, l’inserimento, ecc. Questo é un discorso molto complesso, ma se voi aveste il tempo di analizzare e ascoltare i motivi di disagio primari che hanno poi accumulato una serie di problemi che man mano si sono consolidati, vi renderete conto che é come una costruzione, la prima pietra, poi un’altra pietra, poi un’altra ancora, alla fine abbiamo un macigno, una piramide enorme su cui é molto difficile intervenire. Se aveste la possibilità di capire, di indagare qual’ é stata la prima pietra nove volte su dieci scoprireste che la prima pietra é stato un rapporto difficile nell’ambito familiare. A quel punto dopo che con grande fatica, magari il sistema, le circostanze sono riuscite a smantellare questa piramide problematica, ci vuole un bel coraggio a rimandare la persona in quell’ambito dove dal giorno dopo si comincerà a ricostruire quella piramide.

Cioè, qualche volta il risultato é assolutamente il contrario alle aspettative . La famiglia non ha assolutamente possibilità terapeutiche, non perché non lo voglia, ma perché è un meccanismo tale che si regge,  con un equilibrio comunque problematico, cioè i problemi dell’uno vanno ad incastrarsi in una certa maniera e compensano i problemi dell’altro, per cui è la famiglia a chiedere questa situazione e si ha il sistema, si ha l’equilibrio, la compensazione e la patologia spesso é un meccanismo di compensazione. Per cui, ognuno con i suoi limiti diventa essenziale al mantenimento dell’equilibrio. Ed é tremendo alle volte il ritorno in famiglia del soggetto problematico guarito. La famiglia lo rifiuta: a parole,  razionalmente, lo accoglie a braccia aperte, ma questo ritorno metterà di nuovo in crisi la famiglia, perché il ragazzo che ritorna guarito non é più quello di prima che aveva contribuito con la sua malattia, con il suo disagio, a creare quell’equilibrio indispensabile per la famiglia.

In termini di comunicazione questo lo potete constatare quotidianamente anche nell’ambito della vostra famiglia: ci sono dei ruoli che sono funzionali, già attribuiti, codificati, e guai se un giorno uno dovesse cambiarli. Paradossalmente, la famiglia molto spesso è il principale agente patogeno. Ci sono illustri esponenti della psichiatria che individuano nelle relazioni disturbate all’interno della famiglia l’evidenziarsi, l’apparire della schizofrenia. Questa personalità che si sdoppia in risposta ad un’esigenza specifica dell’agente patogeno familiare. Allora capite quanto é necessario andare con i piedi di piombo nell’attribuire questo ruolo salvifico alla famiglia.

L’intervento non può essere fatto sul singolo, ma è necessario vedere, verificare nell’ascolto. Dobbiamo conoscere bene che cos’è che nella famiglia ha provocato certi problemi, e questo si può fare soltanto dialogando, ascoltando, e cogliendo anche con i segnali non verbali quello che le persone non riescono a dire a parole. Poi dobbiamo capire i rapporti, e quindi l’ideale sarebbe entrare nella famiglia, anche se non è facile. E’ indispensabile conoscere i membri della famiglia, capire le dinamiche interne a questo gruppo, dove sta il punto critico, un anello debole, che molto spesso, anzi quasi sempre, viene mascherato, ignorato a livello di consapevolezza, però l’osservatore esterno lo coglie, lo capisce, vede subito qual’ é questa problematicità, e allora l’intervento é un intervento  mirato, sappiamo dove possiamo intervenire.

La famiglia va conosciuta fino in fondo per ogni situazione problematica, la famiglia si conosce soltanto avendo questa predisposizione, questa volontà di ascoltare: per ascolto non intendo solo l’ascolto auditivo, ma conoscere, interrogarsi mille volte, farsi venire mille dubbi, se mandando la persona problematica, rimandandola, reinserendola in famiglia possa essere la soluzione migliore. Interrogatevi sempre sulle soluzioni alternative. Abbiamo salvato molti giovani impegnandoli in attività intellettuali dislocate (ad es. facendoli iscrivere all’università) che li hanno distolti dal problema dominante.

N.B. Il testo di cui sopra è stato rielaborato dagli appunti presi da alcuni partecipanti durante il Corso.