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“l’informazione come fenomeno sociale”
“L’informazione come fenomeno sociale”

Conferenza del Prof. Fattorello
parte seconda

Ma la scienza dei messaggi o delle comunicazioni non si preoccupa del significato, delle interpretazioni, dei testi che trasmette. Per la scienza delle comunicazioni, ciò che conta è la quantità delle unità di informazione. E così una successione di parole e di lettere senza significato può contenere una quantità di informazioni maggiore che i pensieri di Pascal.
Prendiamo in considerazione l’opera del giornalista quale appare alla luce della teoria della comunicazione. Egli – il giornalista- è la fonte di informazione; ha un messaggio da trasmettere; l’emittente è il giornale; segno operante sulla percezione del recettore è il carattere tipografico impresso sulla carta; le vie di diffusione sono costituite dalle organizzazioni di distribuzione delle messaggerie; i simboli che pervengono al destinatario quei medesimi caratteri tipografici che furono impressi all’origine; essi agiscono sul recettore che è l’occhio umano. Per queste vie il destinatario riceve il medesimo messaggio che è stato trasmesso. Infine, il lettore del giornale è il destinatario.
Ora questo problema è del tutto diverso per la tecnica sociale dell’informazione. Rifacendoci al precedente esempio, il giornalista, che la teoria della comunicazione fa apparire come la fonte delle informazioni, qui è invece il “soggetto” promotore. Soprattutto un “soggetto” opinante, interpretante dei fatti, degli eventi sui quali riferisce. E questa interpretazione si inserisce – come dicevo da principio – nel tessuto dei rapporti sociali. Prima di lui, c’è l’avvenimento su di cui egli informa. Nel precedente esempio, i fatti di Cuba. Nella tecnica sociale il messaggio non è costituito da quei fatti ma dalla interpretazione degli avvenimenti di Cuba.
In quegli eventi il giornalista elabora il suo testo, gli eventi di Cuba nella loro realtà restano in ogni caso fuori del processo di informazione. Nella teoria della comunicazione l’emittente è il periodico, i caratteri tipografici sono il signal operante sulla percezione del lettore, le vie di trasmissione sono le messaggerie di stampa.
Nella tecnica sociale tutti questi elementi ed altri ancora sono i mezzi strumentali dei quali si serve chi ha l’iniziativa del rapporto per trasferire al recettore il contenuto del rapporto stesso.
Il recettore, nella teoria delle comunicazioni è l’occhio umano, cui perviene il signal che è stato emesso, cioè i caratteri tipografici tramite i quali il destinatario leggerà i messaggi. Nella tecnica sociale il recettore è il lettore, con tutte le sue facoltà paleosociologiche: e l’individuo cui, tramite gli strumenti tecnici, perviene il contenuto elaborato dal soggetto che ebbe l’iniziativa del rapporto. Egli non è un “destinatario” ma un “soggetto” che opina su quanto gli viene riferito. Infine il contenuto non è una “quantità” di informazioni, bensì materia su cui opinare. La configurazione del contenuto dalla quale la teoria della comunicazione prescinde è uno degli elementi fondamentali della tecnica sociale. Noi non ignoriamo che una notizia da trasmettersi via radio è pure una quantità rispetto alle bande di trasmissione, ma per noi ciò che conta è il contenuto significante di quella notizia, il testo di quella notizia, redatto secondo una certa metodologia, l’interpretazione data all’avvenimento intorno al quale i soggetti relatori informano.
La configurazione del contenuto prende significato dalle intenzioni del soggetto promotore. Per esempio, come si è visto in principio, il portavoce del Pentagono esprimeva il punto di vista del Pentagono stesso sugli eventi di Cuba. E si potrebbero fare molti altri esempi: sul viaggio del Presidente Saragat in Polonia, giornalisti diversi presentavano valutazioni politiche diverse su quel medesimo viaggio.
I punti di vista diversi, le valutazioni diverse, dei soggetti che sono promotori dei processi di informazione si identificano, come dicevo dianzi, con una fra le molte formule di opinione che, su quale sia il soggetto di informazione, si possono allineare.
Quindi di fronte all’informazione quantità, la tecnica sociale oppone l’informazione che è fenomeno di opinione. Non è tanto qualche cosa che diminuisce il numero delle possibilità fra le quali si deve scegliere, quanto il punto di vista inserito nel processo di informazione da parte dell’informatore per ottenere una conforme adesione di opinione da parte del recettore. Dirò ancora con un altro esempio che il problema, a nostro modo di vedere, non è dato tanto dal fatto che se il libro da noi ricercato nella biblioteca è di formato piccolo le difficoltà della ricerca sono tanto più ridotte quanto maggiore è il numero di libri di formato grande, quanto quello della formula di opinione, della valutazione critica del contenuto di quel libro immessa in un processo di informazione.
Che la maggior quantità delle informazioni possa portare a notevoli effetti è indubbio, ma per noi, non quelle quantità come dati neutrali che possono mettere in moto le macchine, ma le informazioni oggetto di interpretazione e perciò significanti.
L’uomo non è una macchina, ma è un soggetto opinante.
Nell’impiego dei cosiddetto strumenti di informazione di massa, come dicono gli Americani, o di informazione collettiva. Come con maggiore proprietà dicono gli scrittori belgi, le formule del contenuto diventano potenti, “fattori di conformità” e di polarizzazione. E’ nelle possibilità del soggetto promotore di dare al contenuto una tale quantità di forza sociale da determinare una vera e propria organizzazione delle opinioni dei recettori. Il lieto fine nei film, la drammatizzazione delle cronache nei giornali, i personaggi più noti che diventano gli eroi di queste cronache o dei film; le sfumature erotiche di certe manifestazione pubblicitarie; la felicità non come qualche cosa di irraggiungibile ma come il benessere e la vita comoda che si possono raggiungere in questo mondo, sono alcune delle magiche formule di quella cultura che si va sempre più imponendo allo spirito del nostro tempo, non moderata dalla “pulizia” del gusto, dalla “gerarchia” del bello, dalla “dogana” della critica estetica, come dice Eugenio Morin, ma prodotta fra il disprezzo umanistico e quello intellettuale e rivolta a un gigantesco agglomerato di individui, al di là e al di qua delle strutture interne della società che gli Americani hanno chiamato “massa”. E’ per opera di questa cultura e delle sue strumentazioni che, per esempio, un romanzo famoso come “Il Rosso e il Nero” di Stendhal diventa un film adatto alla distribuzione commerciale e di qui un racconto a fumetti per le appendici di qualche quotidiano.
Ma di fronte a queste formule e a questi recettori della cosiddetta cultura di massa, vi è anche un altro ordine di recettori: coloro che sono stati educati alla tradizione umanistica o a una morale o altri modelli appresi dalla pedagogia della scuola. E saldamente ancorati a queste formule di una non superata civiltà deplorano l’incalzare di questa nuova cultura che penetra nella inconsapevole intimità dell’individuo, ne struttura gli istinti ne modella le emozioni.
I processi di informazione che coinvolgono l’intera vita sociale non sono dunque determinati solo dai potenti fattori di conformità della cosiddetta cultura di massa. Ci sono per lo meno due ordini di rapporto di informazione: l’informazione che articola per esempio il giornalista verso il suo lettore e l’informazione del maestro di scuola verso il suo alunno. Il fenomeno è sempre lo stesso, i termini del fenomeno sono sempre i medesimi, ma le caratteristiche diverse con una differenziazione evidente anche se non scendiamo alla elencazione dei suoi molti aspetti. Non sempre è possibile una netta distinzione fra l’uno e l’altro ordine di rapporti, ma ciò non toglie che non si debbano mettere in rilievi le due modalità per osservarne le peculiari caratteristiche. Tanto più che si conoscono tante, varie, diverse terminologie con le quali si fa sempre riferimento ai processi dell’informazione contingente, ma si dimentica sempre ogni riferimento all’informazione non contingente. Infatti chi parla di “comunicazione di massa” chi di “diffusione collettiva”, che di “informazione dell’attualità”, i Tedeschi parlano di “pubblicistica” e si lasci a da parte ogni riferimento all’altra categoria di fenomeni.
Comunque nell’ampiezza di queste due categorie, noi crediamo di comprendere ogni attività sociale nella quale un promotore, potremo dire l’uomo, “dà forma sensorialmente percepibile ai suoi contenuti di conoscenza” al fine di trasmetterli a determinati recettori. E l’importanza di questo fatto va aldilà di ogni considerazione generica. Da un lato, perché questo è il presupposto necessario per spiegare su conveniente base sociologica tanti fenomeni, da un altro, perché – come dicemmo – nel vastissimo arco di questi stessi fenomeni si abbraccia tutta la dinamica sociale. Più particolarmente nell’ambito dei rapporti dell’informazione contingente trovano la loro configurazione quelle attività che noi indichiamo con il termine di informazione dell’attualità, o giornalismo; di pubblicità per beni o per servizi, di propaganda di ideologie; quelle che gli Americani chiamano public relations e tante altre che, all’opinione comune, sembrano tutt’altra cosa. Invece i rapporti di informazione che non sono contingenti si basano su formule di opinione cristallizzate e operanti sotto forma di tradizione, morale, costume, normativa del nostro comportamento.
Siamo venuti così indicando le due grandi categorie dei fenomeni di informazione e gli elementi che, all’analisi sociologica, traspaiono dal fenomeno sociale stesso. L’informatore, come il soggetto che ha l’iniziativa di mettere nel tessuto dei rapporti sociali le sue opinioni; il corrispondente soggetto recettore che a sua volta interpreta l’opinione del promotore: il mezzo, lo strumento che trasferisce dall’uno all’altro termine il contenuto del rapporto; il contenuto, cioè la configurazione, o la formula di opinione, che il primo dà a ciò che è oggetto di informazione e propone il secondo. Il fatto, il personaggio, l’evento, la dottrina di cui si parla, come ho detto, resta fuori dal processo di informazione. Ciò vi potrà sembrare assurdo: pure in mezzo a tanto vociare di obiettività, di imparzialità nelle relazioni dei giornalisti o nella accreditare dei pubblicitari i fatti, le cose, le dottrine di cui si informa restano sempre fuori dal processo di informazione.
La teoria dell’informazione da me configurata coglie naturalmente questi elementi nella loro animazione operante a qualche effetto e vede la dinamica del rapporto determinata dal suo punto centrale: la formula del contenuto. Perché quella che mette in moto il processo di informazione è l’opinione che il promotore propone al soggetto recettore. E infatti un famoso movimento politico alle prese con la propaganda fra gli operai, non si soffermò sui trattati dottrinari dei suoi leader ma accentrò la sua propaganda in una formula tanto semplice quanto fattore di conformità alle opinioni dei suoi recettori e disse: “lavoratori di tutto il mondo unitevi!”; e un vostro pubblicitario di fronte al problema di organizzare una campagna collettiva per una bevanda di popolare consumo, oltrepassando i limiti della speranza disse,: ” Chi beve birra campa cento anni”.
Così il fenomeno sociale dell’informazione che si identifica in un particolare processo di opinione, si concreta tramite una tecnica sociale. Come vi è una tecnica industriale per lavorare sulle cose, così vi è una tecnica sociale per operare sulla opinione degli uomini. Naturalmente con questo discorso non voglio che in voi subentri il pensiero che qualche cosa di taumaturgico si ha dall’impiego della tecnica sociale. Siamo sempre nell’ordine dei fenomeni di opinione e , come diceva il ministro della propaganda di Hitler,: “Non puoi sempre prevedere tutte le eventualità perché ci sarà sempre qualcuno che scoprirà una possibilità non ancora prevista e ne farà il suo uso”.
Ma la tecnica sociale è comunque indicatrice di un metodo, anche di un metodo di lavoro nella proposizione, nello studio e nella conseguente messa in opera dei fattori che la costituiscono.
Purtroppo noi siamo molto lontani da una adeguata valutazione di questi fenomeni, direi da un’appropriata conoscenza sociologica delle loro cause e dei loro effetti.
Vi ha contribuito lo sviluppo su di un indirizzo a mio avviso errato, della pedagogia introdotta in alcune coraggiose iniziative didattiche. Voglio dire l’elevazione della pratica professionale a dignità di dottrina. E qui alludo anche a come determinate nozioni relative alla tecnica della pubblicità sono state inserite nei programmi degli istituti tecnici commerciali, o a come sono stati configurati i programmi degli istituti tecnici a indirizzo turistico, dove fra tanti aspetti del fenomeno turistico, è stata omessa ogni nozione sulla propaganda turistica. Poi vi ha contribuito la mancata individuazione della propedeutica necessaria per una appropriata conoscenza di questi fenomeni base. Vi ha contribuito non meno l’ostracismo dato da certa alta cultura a questi problemi come se essi fossero da meno di tanti altri che si studiano nelle nostre università.
Vi ha contribuito ancora certo agnosticismo dei nostri organi politici e burocratici.
Nell’ambito internazionale , auspice l’UNESCO, si è avviata la costituzione della “associazione Internazionale per gli Studi e Ricerche sulla Informazione” che cerca, con una penetrazione capillare, di richiamare gli Stati Membri allo studio di questi problemi. E anche in Italia abbiamo costituito, in collegamento con l’Organo Internazionale, un Centro Nazionale. Faticosamente si è potuta istituire anche una Scuola di Sociologia dell’Informazione in seno alla Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Roma con corsi di conseguente applicazione. Ma sebbene essa rappresenti un’esperienza che gli stessi stranieri vengono ad osservare, oggi, a quasi venti anni dalla sua fondazione essa manca ancora di un sussidio dello Stato ed è affidata all’opera disinteressata e altamente meritoria dei suoi docenti.
Certo non è facile diffondere la conoscenza di questi problemi e proprio noi che studiamo la tecnica sociale dell’informazione, ci troviamo di fronte all’arduo problema di distruggere, e non solo presso l’uomo della strada, tanti luoghi comuni con quella ferrea logica che decisamente li distrugge.
Eppure su questi fenomeni dell’informazione si basa ogni forma di socializzazione. Se la nostra personalità si forma tramite processi di acculturazione, se la nostra vita in seno a un gruppo equivale a una successiva integrazione nel gruppo, cioè si ha per gran parte tramite rapporti di informazione nelle modalità cui io ho dianzi accennato.
Per questo, Signori, il meraviglioso mondo dell’informazione, come almeno a me appare, è non solo il mondo delle nostre quotidiane esperienze, ma il mondo nel quale si alternano le esperienze della nostra vita.
ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO”
SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE
SCUOLA SUPERIORE - ROMA
“dal 1947, la Via Italiana alla Comunicazione”