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“l’informazione come fenomeno sociale”
“L’informazione come fenomeno sociale”

Conferenza del Prof. Fattorello
parte prima

Forse a tutti voi è noto l’episodio che ora vi sto per raccontare. Venerdì 19 ottobre 1962, il corrispondente di un giornale americano chiese al dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, se rispondessero a verità le notizie secondo le quali l’Unione sovietica aveva spedito a Cuba missili e bombardieri e che, per contro, truppe americane erano state concentrate a sud della Florida.
Il dipartimento della difesa fece dichiarare non sussistere alcun elemento probante che uno stato di allarme o comunque misure militari di emergenza fossero state adottate contro il regime comunista di Cuba. Sabato, 20 ottobre all’indomani del comunicato su accennato, il Presidente Kennedy si trovava a Chicago. Egli partecipava in quella città, alla campagna a favore della elezione dei candidati democratici al Congresso, allorché interruppe d’urgenza il suo viaggio e rientrò a Washington. Fu dichiarato ufficialmente che il Presidente era rientrato nella capitale perché colpito da influenza. Ma in realtà il Presidente non era proprio raffreddato. Era invece che, dato l’incalzare degli avvenimenti, Kennedy aveva ravvisato l’opportunità di rientrare alla Casa Bianca per mettere a punto il discorso con il quale, il 22 ottobre, avrebbe annunciato la reazione degli Stati Uniti al tentativo sovietico di installare dei missili a Cuba. Il 22 ottobre, il Presidente, indirizzando il noto messaggio telediffuso alla nazione e annunciando il blocco navale dell’isola, fece sapere che conosceva l’esistenza di quelle basi per missili a Cuba fino dal 16 ottobre.
I giornalisti accreditati presso il Pentagono interpellarono allora il segretario del dipartimento della Difesa sulla contraddizione evidente fra il comunicato del dipartimento della Difesa del 19 ottobre e la dichiarazione fatta dal Presidente il 22 ottobre.
Ma il portavoce del Pentagono, in una dichiarazione ai giornalisti, affermò che in momenti di così preoccupante emergenza, la diffusione di notizie relative ai provvedimenti presi dal Governo costituiva una vera e propria arma, uno strumento incruento della strategia politica e militare e che esso doveva essere utilizzato con la massima cautela.
La stampa americana si risentì per le dichiarazioni del portavoce del Pentagono e un coro di proteste si levò dalle colonne dei giornali. L’atteggiamento dei giornalisti americani verso il loro Governo fu da un lato quello di coloro che si sentivano ingannati da una fonte di informazione, da un altro quello di coloro che negavano al Governo ogni diritto di esercitare una politica delle informazioni. Si tratta in sostanza della stessa cosa. Anche chi fornisce le fonti, i documenti, mette sempre in atto un processo di informazione che ha come termini estremi chi interpella le fonti , chi chiede la documentazione, e chi le fonti e i documenti fornisce.
 Si suol dire le fonti, i documenti, ma non si avverte che pur questi, passando attraverso il filtro del processo di informazione, sono sempre offerti al richiedente secondo le particolari angolazioni che sono proprie dell’impresa emittente. Ma qui il problema maggiore era un altro. Era quello secondo il quale i giornalisti americani negavano al loro Governo il diritto di esercitare una politica dell’informazione, considerato come abuso o violazione all’esercizio della loro professione. E qui la pretesa ci pare piuttosto esagerata.
Come il giornale è un’impresa che sorge per sostenere un suo programma che può essere anche quello di vender meramente delle notizie, così lo Stato può essere paragonato a una grande impresa che persegue l’interesse dei suoi cittadini, di quanti ad esso hanno affidato il compito di amministrare il bene comune e, come tale deve esercitare anche un servizio di pubblica informazione per far conoscere, appunto, a coloro che tale ufficio hanno ad esso affidato tutto ciò che può essere utile all’interesse comune.
E’ una teoria molto vecchia, oggi ormai superata ovunque dai tempi e dagli eventi, quello dello Stato che è spettatore inerte del giuoco delle opinioni che si scontrano sugli interessi comuni. Anche lo Stato, e per esso il Governo, come grande impresa pubblica o privata, deve partecipare al gioco delle opinioni che hanno per oggetto il pubblico interesse e per esse tramite esercitare una sua politica delle informazioni.
Ora lasciamo da parte il conflitto fra il giornalista che vuol sapere e i Governi che debbono prendere decisioni con riservatezza o addirittura mantenere il segreto su determinate deliberazioni. Sono due diritti che debbono coesistere, dice Lippmann, e che perciò sono determinanti di una ininterrotta tensione. Ma questo non è propriamente l’oggetto del nostro discorso. L’episodio raccontato ci porta a considerare il rapporto fra le fonti ufficiali informazione del Pentagono e gli esponenti della Stampa di quel Paese. Ma se voi risalite oltre le fonti ufficiali ed esaminate attraverso quali successivi rapporti d’informazione è arrivata al portavoce del Pentagono la formula espressa e attraverso quali altri processi dai giornali ai lettori primari e secondari si saranno successivamente diffusi i testi elaborati dai giornalisti, avrete già da quest’esempio una idea del succedersi e irradiarsi dei rapporti di informazione intorno ad un certo evento.
Pensate a tutti quelli, grandi e piccoli, intorno ai quali, in ogni giorno, in ogni ora, ognuno di noi è partecipe e avrete un’idea di come i rapporti di informazione costituiscono la trama del tessuto sociale. Non è dunque che l’informazione, o meglio, il processo di informazione, incominci dal giornale e dal giornalista. Ogni trama del tessuto sociale è costituita da rapporti di informazione.
Ognuno di noi fin da quando è ammesso a far parte del corpo sociale, è promotore, è recettore di rapporti di informazione. L’individuo è membro del corpo sociale in quanto è soggetto promotore o recettore di rapporti di informazione. Che voi consideriate i rapporti primari, quelli fra persona e persona, in famiglia, nella strada, in un gruppo di amici, nel vostro quartiere, o vogliate considerare i rapporti secondari impersonali e indiretti, resi più distanti dalle classi, dalle professioni, dalle nazionalità, dalle religioni, essi vi appariranno sempre concretarsi nell’ambito del rapporto di informazione. E –osservate- non è che io parli in famiglia, nella strada, agli amici, soltanto per “dire” qualche cosa, ma parlo perché ciò che io dico, l’opinione da me espressa sia accettata dagli altri. Più ancora, se io prendo l’iniziativa di esprimere il mio punto di vista in un ambito sociale più vasto, pubblico, dove per esprimersi non basterà più la mia parola, ma dovranno soccorrermi ulteriori strumenti.
I cultori della cibernetica parlano di informazioni alludendo ad esempio agli impulsi elettrici che da una radio emittente arrivano a un razzo che si alza nel cielo. Ritorneremo su questa teoria dove le informazioni sono una quantità. Noi parliamo di informazioni secondo ciò che insegna la filosofia scolastica e neoscolastica . Perché oltre alla informazioni che costituiscono per esempio il contenuto di uno strumento periodico di diffusione vi è un fenomeno sociale dell’informazione che si manifesta tramite un processo di opinione.
Nell’ambito di questo rapporto si trovano le informazioni nel senso da noi indicato.
Questo rapporto si concreta tra due termini, l’informatore e il suo recettore, colui che viene informato.
Nel primo esempio il portavoce del Pentagono e i rappresentanti della pubblica informazione. Questo rapporto si salda tramite un mezzo di comunicazione. Nel nostro esempio la voce del rappresentante del Pentagono. Con questo mezzo si trasferisce dall’uno all’altro termine un certo contenuto, nel nostro caso la versione sui fatti di Cuba.
Nell’esempio che abbiamo riferito abbiamo usato il termine di politica dell’informazione del Pentagono. E’ un termine che può essere usato per rendere l’idea, ma in realtà il problema è un altro ed è che l’informazione nel suo concretarsi è soggettiva. La ragion d’essere della informazione sta nella sua soggettività.
Se noi potessimo mettere in luogo delle informazioni sulle cose, sugli uomini, sugli eventi di cui diamo ragguaglio queste cose, questi uomini, questi eventi forse allora potremo parlare di obiettività. Ma questa non sarebbe più informazione. Questa sarebbe la negazione di ogni rapporto fra l’informatore e i suoi recettori. Proprio per questo, per il fatto che l’informatore è tale in quanto dà ragguagli, dà una certa configurazione a ciò di cui deve riferire, comunque, tramite le luci e le ombre della cultura alla quale è stato socializzato, l’informazione è sempre soggettiva.
In sede più strettamente sociologica, il contenuto del processo di informazione è sempre il risultato di un processo di opinione. Chi informa opina sempre su ciò che è soggetto di informazione, cui dà una sua forma.
Su di essa egli cerca di ottenere una conforme adesione di opinione da parte del suo recettore. Informare non vuol dire dunque “dare ragguaglio” nel senso filologico del dizionario della lingua italiana, ma dare una formula d’opinione a ciò che è oggetto di informazione e cercare di ottenere su di essa l’adesione del recettore, sia esso il lettore del giornale, il consumatore di beni, il telespettatore, i miei amici, i miei scolari, quello che si vuole.
Dare dunque una formula d’opinione. Cioè fra le molte possibili che si allineano su di un fatto, su di una cosa, bella, brutta, buona, cattiva, accreditarne una. I pubblicitari che cercano la formula prestigiosa dell’effetto sul bene o sul servizio che devono accreditare sul mercato, cercano di condurre il probabile consumatore alla formula che essi gli propongono e che hanno ritenuto più conveniente al piano di informazione che hanno messo in atto.
Così faceva il portavoce del Pentagono: cercava di ottenere un’adesione di opinione a quella formula che aveva espressa sui casi di Cuba.
Per quanto io vi possa sembrare eccessivo, vi dirò che l’informatore nulla fa per amore dell’obiettività, ma vi è di più, le facoltà opinanti non sono solo dell’informatore. Noi che informiamo e coloro che da noi sono informati, siamo ambedue soggetti opinanti, interpretanti. Noi informiamo ed esprimiamo una opinione, noi siamo informati e opiniamo sulle informazioni che ci vengono date. Cosicché il risultato di un rapporto di informazione è due volte soggettivo: prima per opera del soggetto promotore del rapporto su ciò che è motivo di informazione, poi del recettore sulla opinione che il primo gli ha espresso.
Lo strumento concreta il rapporto fra due soggetti che ne sono i termini. E per quanto i ritrovati della tecnica moderna siano meravigliosi, non lo strumento si rende operante presso i recettori, operante è il contenuto: sono le forme configurate dai soggetti che informano. Ed esse possono avere una tale quantità di forza sociale da determinare positivi effetti che influiscono sulle facoltà neosociologiche e sul comportamento degli individui. Ciò si sottolinea in considerazione di una tendenza abbastanza comune di attribuire agli strumenti dell’informazione facoltà che essi non hanno.
Si sente tanto parlare di “audiovisivi”, di “strumenti di comunicazione di massa”, di “strumenti della comunicazione sociale”, pare che tutto si accentri nell’impiego dello strumento. Invece è sempre l’uomo che mette in moto gli strumenti dell’informazione. Ed è il loro contenuto che rende operante il processo di cui essi sono tramite. E’ sempre l’uomo che prende l’iniziativa del nuovo rapporto, è sempre lui che immette nel tessuto sociale le nuove formule delle opinioni.
Il che conferma dunque che i processi di informazione si identificano con i fenomeni di opinione. Vi sono scrittori americani che credono di poter distinguere nei giornali i fatti dalle opinioni e dicono “i fatti sono sacri il commento è libero”. Ma essi dimenticano – è evidente- che nei giornali non si pongono i fatti, ma si pone la relazione dei fatti. Vi sono scrittori nostri che ritengono di poter sostenere altra distinzione dicendo che una cosa è l’affermare che i risultati relativi a una data competizione politica sono stati favorevoli a un certo candidato, altra cosa è il doverli in qualche modo riferire. Ma si tratta di affermazioni o di relazioni sui fatti, il giornalista è nella condizione di doverli comunque riferire e di dovere perciò accedere a una delle infinite formule di opinione che su quel fatto si possono allineare nella famosa “scala delle opinioni”.
Non vi è dunque contraddizione, contrapposizione fra informazione e opinione. Anche la semplice affermazione dei fatti, è un’espressione di opinione e ciò facendo il giornalista impegna la sua responsabilità sociale, perché egli è sempre un uomo che pone nel contesto del tessuto sociale la formula delle sue opinioni sui fatti, sugli uomini, sulle attualità del mondo.
 Non vi è un’interpretazione della legge sempre necessaria perché il testo da applicare è una fredda successione di parole che si deve appunto interpretare ed adattare ai fatti? Non vi è una valutazione critica dei dati risultati dai sondaggi di opinione circa l’attendibilità della misura rilevata? Come mai si potrebbe pensare che di fronte agli eventi, alle ideologie, alle cose del mondo su di cui si informa non si incorra in una soggettiva maniera di informare?
Ciò si afferma anche qui per il fatto che l’informazione non è una mera comunicazione. E’ molto invalso l’uso di adoperare indifferentemente l’un termine o l’altro. Ce lo insegnarono specialmente gli Americani con l’introdurre il termine “mezzi di comunicazione di massa” e giù giù fino ai termini del recente Decreto Pontificio sui mezzi della comunicazione sociale. Ma comunicazione non è sinonimo di informazione. E ciò non discende solo dai presupposti della tecnica sociale dell’informazione, ma già dalla accezione filosofica e più da quella stessa teoria della comunicazione che gli scrittori americani, in traslato, credettero di adattare anche ai fenomeni di informazione.
Che dice il filosofo? Dice che il termine di comunicazione serve per designare il carattere specifico dei rapporti umani in quanto sono o possono essere rapporti di partecipazione reciproca o di comprensione. Pertanto il termine viene ad essere sinonimo di coesistenza o vita con gli altri.
La teoria della comunicazione si occupa soprattutto della trasmissione dei messaggi indispensabili al funzionamento di ogni organismo, si tratti di esseri viventi o di macchine. Ad essa ha dato unità, come noto, Norbert Wiener quando intuì che sia la trasmissione dei segnali nervosi studiati dai fisiologi che la trasmissione dei messaggi per filo o senza filo studiati dagli elettrotecnici potevano essere disciplinati dalle leggi di un’unica teoria cui diede il nome di cibernetica.

ISTITUTO “FRANCESCO FATTORELLO”
SCIENZE E METODOLOGIA DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE
SCUOLA SUPERIORE - ROMA
“dal 1947, la Via Italiana alla Comunicazione”